ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 29 aprile 2017

Ma tutto questo non è più cattolico...

CHE FARE CON UN PAPA ERETICO? 

La strategia “gesuitica” con la quale papa Francesco sta facendo passare una serie di stravolgimenti dottrinali nella Chiesa. Se passa il relativismo attuale tutte le verità dottrinali diverranno soggettive, perciò relative
                                                                              di Francesco Lamendola
Il Convegno di Roma del 22 aprile 2017, organizzato da Riccardo Cascioli e dalle redazioni de Il Timone e La Nuova Bussola Quotidiana, con la partecipazione di sei eminenti studiosi venuti da diversi continenti, ha concentrato il suo interesse sui punti controversi di Amors laetitia e sui “dubia”, rimasti finora senza risposta (a sette mesi di distanza!) dei quattro cardinali; ma, e sia pure marginalmente e quasi involontariamente, non ha potuto eludere il problema di fondo sottostante al disordine dottrinale che il documento papale ha, di fatto, innescato. E il problema di fondo, è inutile girarci intorno, è, come ha notato esplicitamente Antonio Socci, il papa stesso. Il papa Francesco è, oggi, il maggiore problema per la Chiesa cattolica: è lui, e non un singolo documento, come Amoris laetitia, ma tutto il suo stile pastorale, tutto l’insieme delle sue omelie, delle sue dichiarazioni estemporanee, delle sue interviste, e anche moltissimi suoi atti, i quali hanno un elemento costante: la difformità, ora sottile, ora clamorosa, ora implicita, ora aperta e quasi sbandierata, dal Magistero, così come la Chiesa lo ha sempre espresso, tramandato, custodito, su questioni essenziali di fede. E ciò in mezzo agli applausi entusiastici dei media di tutto il mondo: strano, vero?
In altre parole, siamo in presenza di un papa eretico. È eretico de facto, anche se, finora, è stato abbastanza prudente – relativamente parlando, si capisce – e abbastanza abile, da sfuggire a una piena e conclamata professione di eresia.
E poiché non passa quasi più giorno senza che non rinnovi le sue sortite e le sue provocazioni, senza che non sfidi la dottrina consolidata, senza che egli non metta in dubbio le certezze fondamentali della fede cristiana, non è possibile limitare la questione a un singolo documento, per quanto certamente grave nelle sue conseguenze, quale Amoris laetitia, ma pur sempre limitato a un singolo ambito morale e disciplinare: quello della indissolubilità del sacramento del Matrimonio e, di conseguenza, della validità dei sacramenti amministrati ai divorziati risposati: Confessione (con relativa assoluzione) ed Eucarestia. Basterebbe già questo, comunque, per mettere gravemente in crisi la coscienza dei fedeli e per farli dubitare della legittimità di colui che, in questo momento storico, è stato chiamato all’altissima responsabilità di fare da nocchiero alla navicella di San Pietro, sballottata da cento tempeste in mezzo a sì pericolosi frangenti: perché altro è constatare che, da alcuni anni a questa parte, la Chiesa ha tacitamente tollerato una serie di abusi nell’ambito su indicato; altra cosa, e ben diversa, è mettere nero su bianco, in un documento magisteriale, e perciò ufficiale, del papa – forte, perciò, della dottrina, approvata dal Concilio Vaticano I, sulla infallibilità dell’insegnamento papale in questioni di fede – la ratifica e la legittimazione di situazioni morali di per sé peccaminose, e dunque in stridente contrasto con il Vangelo e con la dottrina cattolica, che ad esso si richiama costantemente. Tuttavia, lo “scandalo” rappresentato dalla Amoris laetitia, insieme all’altro scandalo, della mancata risposta e del beffardo silenzio, accompagnato da minacce niente affatto velate ai quattro cardinali “ribelli”, - come quella ventilata da monsignor Pinto, decano della Rota romana, di togliere il cappello cardinalizio ai reprobi – non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo molto più ampio e, se possibile, molto più grave, perché investe l’insieme degli atti di questo pontefice e getta una luce inquietante sulla legittimità del suo pontificato.
Infatti non è più possibile, in alcun modo, continuare a far finta di nulla: a non voler vedere, cioè, che egli sta devastando la dottrina cattolica e che sta mettendo seriamente in pericolo le anime immortali dei fedeli che a lui guardano come al capo della Chiesa cattolica, faro sicuro per i naviganti nel viaggio della loro vita terrena e custode autorevole di quella fede che essi hanno ricevuto con il Battesimo e cui si sono sforzati d’ispirare i loro pensieri, le loro parole e le loro azioni nel corso della loro esistenza. Così pure, non è possibile non vedere che un’alta gerarchia di porporati e di vescovi compiacenti si è prestata all’azione distruttiva di papa Francesco, lo ha assecondato, in alcuni casi lo ha perfino preceduto e rincarato la dose delle “novità” liturgiche, pastorali e teologiche: con il risultato, che è sotto gli occhi di tutti, che la dottrina si è frantumata in una miriade d’interpretazioni soggettive, al punto che non ci sono più due parrocchie, due diocesi o due abbazie nelle quali regni la santa concordia e la perfetta armonia che esisteva, invece, fino a prima che lo spirito del modernismo penetrasse nella Chiesa e ne sovvertisse, dall’interno, lo spirito e la vocazione, diciamo fino alla vigilia del Concilio Vaticano II. Concilio sul quale non vogliamo qui esprimere un giudizio all’ingrosso, rispettando – pur senza condividerla - la posizione di quanti continuano a vedere in esso un passaggio necessario, e benefico, nella vita della Chiesa, ma che  ammettono, onestamente, esservi poi stata una forzatura arbitraria e irragionevole e, sotto molti aspetti, uno stravolgimento e un imbruttimento nella vita della Chiesa, partendo dalla liturgia e arrivando fino alla dottrina.
Due interventi sono stati particolarmente significativi al Convegno di Roma, quello dei teologi laici Claudio Pierantoni, cileno, docente di Filosofia medievale all’Università del Cile, e Anna M. Silvas, australiana di rito orientale., docente alla University of New England.
Il primo, Pierantoni, ha sottolineato la necessità che il Magistero sia sempre in pieno accordo con la Tradizione, e ha ricordato i due soli precedenti di papi “eretici” verificatisi nell’arco di ben 266 pontificati: quello di papa Liberio, che, una quarantina d’anni dopo il Concilio di Nicea, ebbe un temporaneo cedimento in senso antitrinitario, ma poi si corresse da se stesso, dopo la morte dell’imperatore Costanzo II, filo-ariano, che aveva esercitato forti pressioni su di lui, e dopo la breve parentesi pagana dell’imperatore Giuliano; e quello di Onorio, che sostenne la sola volontà divina di Cristo o monotelismo, e che venne sconfessato, dopo la morte, da un apposito concilio, il terzo di Costantinopoli. La sventura di un papa che si pronunci in senso eretico su questioni dottrinali non si è mai più ripetuta, per cui i fedeli dei nostri giorni sono presi da un profondo imbarazzo, oltre che da un grave disorientamento, all’idea di considerare come ereticali una serie di affermazioni e di atti di papa Francesco. Inoltre, la situazione odierna è più grave di quella che si produsse all’epoca di Liberio e di Onorio, perché allora i dogmi in discussione, quello trinitario e quello cristologico, erano ancora in via di definizione, mentre oggi lo snaturamento della dottrina cattolica avviene su aspetti della dottrina che sono stati consolidatI da secoli e sui quali il Magistero si è sempre espresso con ferma coerenza. Poi, dopo aver esaminato i singoli punti dottrinali riguardo al sacramento del Matrimonio, che Amoris laetitia contraddice, Pierantoni giustamente allarga il discorso con questa conclusione:
Quello che salta all’occhio nella situazione attuale è proprio la deformazione dottrinale di fondo che, pur abile nello schivare formulazioni direttamente eterodosse, manovra tuttavia in modo coerente per portare avanti un attacco non solo contro dogmi particolari come l’indissolubilità del matrimonio e l’oggettività della legge morale, ma addirittura contro il concetto stesso della retta dottrinale, con esso, della persona stessa di Cristo come Logos. Di questa deformazione dottrinale la prima vittima è proprio il papa, che di essa, mi azzardo a ipotizzare, è assai poco consapevole, vittima di un’alienazione generalizzata ed epocale dalla Tradizione in ampi strati dell’insegnamento teologico. In questa situazione, i “dubia”, queste cinque domande presentate dai quattro cardinali, hanno messo il papa in una situazione di stallo. Se rispondesse rinnegando la Tradizione e il magisteri dei suoi predecessori, passerebbe ad essere eretico anche formalmente, quindi non può farlo. Se invece rispondesse in armonia con il magistero precedente,  contraddirebbe gran parte delle azioni dottrinalmente rilevanti compiute durante il suo pontificato, quindi sarebbe una scelta molto difficile. Ha scelto quindi il silenzio perché, umanamente, la situazione può apparire senza uscita. Ma intanto, la confusione e lo scisma “de facto” si estendono nella Chiesa.
Alla luce di tutto ciò, si rende quindi più che mai necessario un ulteriore atto di coraggio, di verità e di carità, da parte dei cardinali, ma anche dei vescovi e poi d tutti i laici qualificati che volessero aderirvi. In una situazione così grave di pericolo per la fede e di scandalo generalizzato, è non sollecita, ma addirittura doverosa una correzione fraterna francamente rivolta a Pietro, per il suo bene e quello di tutta la Chiesa. Una correzione fraterna non è né un atto di ostilità, né una mancanza di rispetto, né una disobbedienza, Non è altro che una dichiarazione di verità: “caritas in vertitate”. Il papa, ancor prima di essere papa, è nostro fratello.
Anna M. Silvas, da parte sua, ha evidenziato il collegamento fra la deriva modernista della Chiesa cattolica e la perdita del senso della vera fede in un pontificato che ha visto il ritorno di cose vecchie e ammuffite spacciate per nuove: quello spirito di decadenza liturgica e dottrinale e quella rilassatezza morale del clero, culminata nei sempre più diffusi casi di pedofilia, che avevano celebrato i loro trionfi negli anni Settanta del ‘900, e ai quali, poi, Giovanni Paolo II, e soprattutto Benedetto XVI, avevano cercato di porre qualche riparo.
Se dovessi sottolineare in un solo punto la questione della crisi attuale della Chiesa, utilizzerei il termine ‘modernità’ e la tendenza della Chiesa ad apprezzare in modo così esagerato la ‘modernità’, costi quel che costi. (…) La parola latina “moderna” significa “il momento presente”, “le ultime novità”, “ciò che è più recente”. Il culto della modernità nasce quando facciamo di essa un oggetto di desiderio prioritario per ottenere l’approvazione delle élites, dei proprietari dei media e degli arbitri della cultura. Se nel fare una diagnosi dovessi puntare il dito contro qualcosa, lo farei esattamente contro questo desiderio di emulazione. (…)
Questa situazione è continuata sotto Benedetto XVI, con qualche tentativo di porre riparo alla decadenza liturgica e alla ‘feccia morale’ degli abusi sessuali ad opera dei sacerdoti. Avevamo sperato che perlomeno si stessero ponendo dei rimedi. Ora, nei pochi anni del pontificato di Papa Francesco, lo spirito ammuffito e stantio degli anni Settanta è risorto, portando con sé altri sette demoni. E qualora al principio lo dubitassimo, lo scorso anno l’”Amoris laetitia” e i suoi postumi hanno reso perfettamente chiaro che questa p la nostra crisi. Il fatto che quello spirito estraneo sembri aver alla fine ingoiato il soglio di Pietro, trascinando coorti sempre più estese di una compiacente gerarchia ecclesiastica all’interno della sua rete, è l’aspetto più inquietante e veramente scioccante per molti di noi fedeli cattolici laici. Osservo un gran numero di alti prelati, vescovi e teologi e non riesco a riscontrare in loro, ve lo giuro, la benché minima presenza del ”sensus fidelium”: e questi sarebbero i latori dell’officio dell’insegnamento della Chiesa? Chi rischierebbe la propria anima immortale affidandosi al loro giudizio morale nella Confessione?
Dopo aver passato al pettine la strategia “gesuitica” con la quale papa Francesco sta facendo passare una serie di stravolgimenti dottrinali nella Chiesa, giocando abilmente sul filo del dogma della infallibilità papale, ma senza identificarsi pienamente con esso, anzi, tenendosi pronto a farne perfettamente a meno, pur di andare avanti dritto per la sua strada, Anna M. Silvas fa una proposta ai laici cattolici pensosi e preoccupati per quel che sta avvenendo nella Chiesa: un ritorno allo spirito di san Benedetto, allo spirito monacale, fervido e contemplativo, della tradizione certosina, e soprattutto alla preghiera e al modello esclusivo di Gesù Cristo, inteso nel senso personale, del Salvatore come Persona divina che chiama gli uomini a Sé, e non come “modello culturale”, e perciò astratto e impersonale, caro alle tendenze moderniste e protestantizzanti.
Di fatto, papa Francesco sta sospingendo la Chiesa esattamente nella direzione opposta. Ogni sua parola e ogni suo gesto vanno nel senso della enfatizzazione della sua persona, della spettacolarità, della ricerca esasperata del consenso delle élites dominanti, anche quelle palesemente anticristiane, come si è visto negli scandalosi elogi di Marco Pannella e nella stima ostentata per Eugenio Scalfari ed Emma Bonino. È questo il tratto più impressionante nello stile di questo pontefice: la convergenza con le strategie dei poteri forti (George Soros, Hillary Clinton), e ciò dietro la facciata di un democraticismo e di un buonismo a tutto campo, che annullano le differenze e aprono la via alle deviazioni dottrinali proprie del relativismo. Nella Amoris laetitia, per esempio, non è in gioco solo l’indissolubilità del Matrimonio, ma qualcosa di ancor più prezioso: l’oggettività della legge morale. Se passa il relativismo attuale tutte le verità dottrinali diverranno soggettive, perciò relative. Sarà la coscienza del singolo fedele a valutare se una cosa è peccato; e sarà il giudizio personale del singolo sacerdote a decidere se un peccatore può essere assolto. Ma tutto questo non è più cattolico...
 
Che fare con un papa eretico?
di  Francesco Lamendola