ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 29 aprile 2017

Cecità intellettuale e spirituale


Sacro accecamento


Errore, ignoranza, plagio, ideologia, malizia, presunzione… possono essere tutte cause di cecità intellettuale e spirituale. Gli esempi concreti, oggi, abbondano a dismisura, purtroppo. Uno non si immaginerebbe certo però, di primo acchito, che essa potesse esser provocata anche da una vasta cultura e da idee molto chiare, di per sé ben fondate. Difficile a credersi, anche in ambito teologico si può essere accecati dalle proprie stesse certezze, se queste ultime formano un sapere chiuso, una dottrina sclerotizzata, un sistema perfetto in cui ogni quesito ha una risposta immediata, definitiva, indiscutibile… In fin dei conti, si ricade nella fattispecie dell’ideologia, ammantata tuttavia di un alone soprannaturale che la rende incontestabile, soprattutto per il fedele non iniziato che, come il povero Renzo nei Promessi sposi, non può obiettare nulla al dotto latinorum di don Abbondio, pur avvertendo nella propria coscienza di uomo semplice e retto, per quanto ignorante, che qualcosa non va nelle sconnesse ragioni del voltafaccia pretesco.

Quando un sistema teologico che si vuole perfetto circoscrive in modo selettivo i propri riferimenti a una data epoca o a un singolo autore quasi ci si potesse trovare tutto lo scibile, escludendo quanto non è riconducibile ad essi e proibendo qualsiasi possibile sviluppo, accusa già solo per questo un errore epistemologico di fondo. Le singole affermazioni saranno anche di per sé vere, ma, incastrate in quella visione rigida e fissa, perderanno buona parte della loro profondità ed efficacia. Il piatto letteralismo con cui sono lette le riduce a mere proposizioni da mandare a memoria senza alcun incentivo a meditarle, approfondirle e aprirle a ulteriori sviluppi. Questo, anzi, sarà severamente scoraggiato come pericolo di deviazione dottrinale; ciò che conta è il teorema (o il complesso di teoremi) con il quale si fonda la propria autorità dispotica e si condanna inesorabilmente chiunque si discosti anche solo leggermente dal sentiero tracciato, magari per ampliarlo semplicemente un po’ onde permettere di percorrerlo a qualcuno in più, che altrimenti ne rimarrebbe escluso.

Il sistema di pensiero è così serrato che sembra inattaccabile, ma certe sue conclusioni, essendo del tutto inaccettabili, ripugnano sia al buon senso umano che al sensus fideisoprannaturale, tradendo così le debolezze logiche nascoste nei singoli passaggi argomentativi. Può allora accadere che proprio coloro che si ritengono maestri imbattibili nello scoprire e denunciare i paralogismi altrui vi cadano regolarmente senza accorgersene o, se ne sono consapevoli, li nascondano deliberatamente per non ammettere i propri errori; in quest’ultimo caso, oltre all’attitudine ideologica, c’è pure la malizia. Senza ardire giudicare la coscienza di nessuno, ci sono comunque degli indizi che fanno perlomeno sospettare una mancanza di rettitudine. Il primo e più evidente è che questi detentori del sapere, con le loro nozioni e le loro sottigliezze, riescono a giustificare tutto e il contrario di tutto: di fronte allo stesso caso morale, per esempio, uno trae con assoluto rigore una conclusione, un altro una conclusione diametralmente opposta. Anche un bambino capirebbe che qualcosa non funziona: in questo modo uno può fare quello che gli pare e autorizzare altri a farlo, coperti da un’autorità presentata come divina e, quindi, inappellabile.

Nell’antica Grecia, un modo simile di argomentare costituiva per certi sedicenti filosofi un’attività estremamente redditizia: le folle accorrevano appassionate alle conferenze di questi oratori, capaci di dimostrare un assunto e, subito dopo, l’esatto contrario. Socrate si oppose energicamente a questa prassi di distorsione del ragionamento… e fu condannato a morte. Quando i sofisti ecclesiastici avevano, oltre al sapere, anche il potere, si poteva rischiare una fine analoga (almeno sul piano morale), pur senza essere affatto modernisti. Non è ragionevole né onesto far di ogni erba un fascio: possibile che lo Spirito Santo non abbia ispirato ai teologi più nulla di buono, dopo il XIII secolo? Si può forse ridurre il mistero di Dio a sentenze teologiche stereotipate e immodificabili? Il dogma stesso, pur tracciando una linea invalicabile alla fede del popolo cristiano, non vieta un’ulteriore approfondimento della verità rivelata, purché non lo contraddica nella sostanza. Pretendere di rinchiudere l’Altissimo in formule di scuola (per quanto in sé utili e perfino necessarie) sconfina nell’empietà e nell’idolatria. Dobbiamo ammettere che nella fede non finiremo mai di scavare e che ci sono comunque elementi che ci sfuggono, o perché non rivelati o perché non ancora chiariti in modo soddisfacente.

L’altro indizio di malizia è che, in certi ambienti tradizionalisti, le vere posizioni riguardo a punti scottanti non sono manifestate a tutti, ma solo a chi si lega ad essi e a mano a mano che si lascia influenzare; se le manifestassero subito, la maggior parte scapperebbe. Questo comportamento – ahimé – è tipico dei metodi di reclutamento propri delle sètte, nonché di organizzazioni analoghe che oggi spopolano nella Chiesa Cattolica sotto la veste di “cammini” o di opere di Dio… C’è un volto pubblico, costruito per il volgo e i principianti, e un volto nascosto per gli iniziati. Gira e rigira, si ricade sempre nella stessa sottile tentazione con cui il demonio ha fuorviato fin dall’inizio innumerevoli cristiani: la gnosi. A un certo punto, quando il candidato ne è giudicato degno, gli son svelati gli arcani di una dottrina esoterica che, in definitiva, contraddice in molti punti fondamentali alla dottrina comune, la sola vera e quindi l’unica, in realtà, mediante la quale ci si possa salvare (la stessa contraddizione di cui si accusano gli avversari in quanto eretici…).


Com’è possibile che, a partire dalla difesa della fede tradizionale, si finisca per negarla o svuotarla sul piano pratico, cadendo in un procedimento settario, iniziatico e gnostico? A tanto pericolo ci si espone ogniqualvolta ci si ponga fuori della comunione gerarchica della Chiesa. Non è questione puramente giuridica, bensì sostanziale: la comunione ecclesiale assicura la circolazione dei beni soprannaturali nelle membra del Corpo mistico. È innegabile che sia diventato estremamente arduo e penoso permanere in comunione con Pastori dalle posizioni ambigue; ma qualora essi affermino o comandino qualcosa di chiaramente contrario all’insegnamento di Cristo, non bisogna ascoltarli e l’obbedienza va rifiutata. Il problema si pone più per i sacerdoti che per i fedeli, i quali sono relativamente liberi di scegliere dove curare la propria fede. Per quei ministri per i quali non c’è più posto nelle ordinarie strutture pastorali e che, dall’altra parte, hanno fiutato il pericolo nascosto, l’unica soluzione praticabile sembra quella della vita eremitica, visto che tutte le porte si sbarrano al loro passaggio; ma intorno a loro possono inaspettatamente fiorire opere nuove, le vere sorprese dello Spirito.