ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 26 aprile 2017

«Un passaggio dal proprio essere al non essere»


La lettura ameriana del Concilio Vaticano II (II parte)


Lo specillo analitico del ticinese individua lo zampino dell’ermeneutica neoterica, aggettivo con cui egli classifica le correnti di “pensiero” che mirano a stravolgere la retta dottrina in favore di una formulazione progressista supina alle opinioni mondane. Un esempio è l’impiego copioso nei documenti conciliari di un termine prima pressoché ignoto in seno alla Chiesa, cioè quello di dialogo, divenendo «un’universale categoria della realtà, esorbitando dall’ambito della logica e della retorica in cui era prima circoscritto» e si arrivò a «configurare una struttura dialogale dell’essere divino, una struttura dialogale della Chiesa, della religione, della famiglia, della pace, della verità…», per cui «tutto diventa dialogo e la verità in facto esse dilegua nel suo proprio fieri come dialogo».
Parimenti evidenzia l’uso del circiterismo, cioè il «riferirsi, come a cosa quieta in causa e già assodata, a un termine distinto e confusionale, e da quello ricavare o escludere l’elemento che importa ricavare o escludere», oppure il soppiantamento della nozione di lettura con quella di cognizione di causa, «sostituendo la pluralità possibile di letture alla forza obbligante della cognizione univoca», dimenticando che «il testo ha un suo senso primitivo, inerente, ovvio e letterale, che deve essere inteso prima di ogni lettura»; inoltre viene sottolineato l’uso dell’avversativa ma al fine di porre «nell’asserto principale qualche cosa che viene poi distrutto con il ma nell’asserto secondario, in guisa che quest’ultimo diventa il vero asserto principale» oppure si riscontra l’abuso della richiesta di approfondimento, intendendo che la dottrina non venga «confermata con nuovi argomenti, ma mutata in altro».
Romano Amerio intercetta nel tempo postconciliare un «cangiamento generalissimo che investe tutte le realtà della Chiesa, sia ad intra, sia ad extra», rilevando che la fede «da atto dell’intelletto viene trasposta ad atto della persona e da adesione a verità rivelate diventa tensione di vita, trasgredendo così nella sfera della speranza», la speranza «abbassa il suo oggetto, divenendo aspirazione e aspettazione di una liberazione e trasformazione terrestre» e la carità «abbassa similemente il proprio termine volgendosi all’uomo». 
Particolarmente presente nei documenti conciliari è il vocabolo novus, il quale viene declinato nel postconcilio come un’esigenza di novità radicale al di fuori della terna che riconosce la fede cattolica, cioè la difettiva («per cui dallo stato di integrità e soprannaturalità l’uomo decadde a cagione della colpa primordiale»), la restaurativa e performativa («per cui la grazia di Cristo ripara lo stato originario e lo solleva inoltre sopra la costituzione originaria») e la completiva dell’ordine intero («per cui alla fine dei secoli l’uomo graziato viene anche beatificato e glorificato in un’assimilazione somma della creatura al creatore»); questa patologica brama di novità radicale scaturisce in un’errata concezione dell’uscita missionaria secondo la quale la Chiesa dovrebbe uscire fuori da se stessa, in quanto costituirebbe «un passaggio dal proprio essere al non essere» a differenza della retta accezione dell’«espansione e propagazione del proprio essere al mondo».  Con particolare vigore viene evidenziato come «tutte le riforme che si operarono nella Chiesa furono attuate sul fondamento antico e non tentarono un fondamento nuovo», in quanto «tentare un fondamento nuovo è il sintomo essenziale dell’eresia».
Un ampio spazio viene riservato al fenomeno della denigrazione della Chiesa storica ad opera del clero e dei laici, il quale costituisce «un vivo contrappeso all’atteggiamento di fortezza e di fierezza che il cattolicismo ebbe nei secoli passati di fronte ai suoi avversari»; la tesi viene confutata come superficiale, perché «suppone che la causa dell’errore di un uomo si trovi determinatamente ed efficientemente nell’errore di altri uomini», come erronea, perché «quelli a cui si imputa la colpa degli errori degli altri sarebbero i soli protagonisti e tutti gli altri deuteragonisti», e come irreligiosa, perché «si viene ad addossare a Cristo stesso la responsabilità del rifiuto oppostogli dagli uomini». Infine l’«effetto paradosso» della denigrazione della Chiesa storica è «l’esaltazione sconsiderata della Chiesa primitiva» rappresentata come «una comunità di perfetti, ispirata alla carità e praticante ad amussim i precetti evangelici», quando invece fu «in ogni tempo una massa mista, un campo di frumento e di loglio, un sincretismo di buoni e malvagi».
L’autore evidenzia la disunità spirituale ed ecclesiale della Chiesa del suo tempo, trovando eco nel dolore di Paolo VI per tale incresciosa condizione, culminata nell’acredine delle rimostranze conseguenti alla pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae, in cui il Pontefice ribadì con limpidezza la dottrina cattolica in materia coniugale e sessuale: molti episcopati ebbero l’ardire di pronunziare parole durissime contro tale documento papale, cercando in ogni modo di sminuirne la portata autoritativa. 
La critica mossa ad Amerio al Santo Padre è sostanzialmente quella di non aver avuto la medesima umiltà del suo successore Benedetto XVI, nella misura in cui egli ebbe consapevolezza di essere incapace e inadatto all’esercizio della potestà petrina, infatti Montini confessò: «Forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio non già perché io vi abbia qualche attitudine, o perché governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa e sia chiaro che Egli, non altri, la guida e la salva»; il filosofo italo-elvetico dubita che «proporsi di patire per la Chiesa sia maggior umiltà che accettare di operare per la Chiesa», non apprezza la scelta montiniana del «metodo ortatorio e monitorio, che richiama, ma non condanna; fa attento, ma non obbliga; dirige, ma non comanda» ed espone una moltitudine di esempi in cui si palesa la desistenza dell’autorità propria di Paolo VI, dando luogo a «un sic et non nel quale vanno perdute la certezza dottrinale e la sicurezza pratica». 
Con altrettanta schiettezza analizza come il Papa avanzi «l’idea della superfluità del cristianesimo e della vacanza della religione nel mondo contemporaneo: è l’avvento […] dell’uomo microteo» e che la Chiesa «vacilla per l’assalto di forze non esterne, ma interne alla propria compagine», da cui originerà la definizione di autodemolizione pronunciata nel discorso al Seminario Lombardo e mai più ripresa, in quanto «dogmaticamente insostenibile […] perché la Chiesa è essenzialmente costruttiva e non demolitrice»; un’ulteriore analisi ben più profonda, chiama in causa una lettera giovanile di Montini, il quale scrisse: «Sono convinto che un pensiero mio, un pensiero della mia anima per me vale per me più di qualunque altra cosa al mondo» e, a parere di Amerio, ciò rivela una «prevalenza della facoltà ideativa sopra la percezione del concreto» che giustificherebbe l’intermittenza nella diagnosi pontificia dello stato in cui versava la Chiesa.
(qui la prima parte dell'articolo)

di Daniele Laganà
http://www.campariedemaistre.com/2017/04/la-lettura-ameriana-del-concilio_26.html

La crisi ariana del IV secolo

(Cristina Siccardi) All’Alba del IV secolo, il cristianesimo, estesosi in tutto l’Impero romano, deve affrontare la prima persecuzione lunga e feroce della sua storia. La seconda, la stiamo vivendo noi, ora. La Verità portata da Gesù Cristo rischiava di scomparire, proprio come oggi. L’eresia ariana divenne religione ufficiale durante l’Impero di Costanzo II e resistette fino al VII secolo: pervase ogni angolo della cristianità, compreso il soglio di Pietro, sotto il governo di papa Liberio; proprio come l’eresia modernista e neomodernista che ha seminato e semina tempesta in ogni dove, alimentando nei nostri giorni il neopaganesimo.
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Nel corso del primo decennio del 300, il potere civile ricorre a tutta una serie di misure volte a farsì che i cristiani abbandonino la loro fede. Le chiese più vivaci e in apparenza dotate di più forte struttura – in particolare quelle d’Africa e quelle d’Egitto – sono le più colpite dal cataclisma. Infatti, oltre alla spietata repressione che subiscono, sono lacerate dalle divergenze interne.
Ad Alessandria, capitale dell’Egitto, la situazione è drammatica, perché i sussulti della persecuzione si intrecciano con un grave conflitto dottrinale relativo alla teologia trinitaria, che, a poco a poco, si estenderà all’intera Chiesa. All’epoca ci fu un uomo di Dio che si erse a difesa della verità: Sant’Atanasio, uno dei primi vescovi non martiri che ricevettero culto pubblico. Dotato di una personalità fuori dal comune, Atanasio non può essere definito in base ad un semplice tratto del suo carattere o ad un aspetto particolare della sua attività, poiché tutto in lui è orientato verso un solo scopo: il trionfo della fede.
L’obiettivo è di tale importanza nella sua vita da nascondere ogni altro lineamento della sua figura e da esercitare un fortissimo condizionamento su tutto ciò che egli intraprende. Così la sua opera teologica, con le diverse varianti, si indirizza all’instancabile ripetizione di una sola ed unica tesi, quella dell’essenziale identità di natura fra il Padre ed il Figlio, legata al concetto dell’homooúsios (ovvero «consustanziale»).
Deportato e perseguitato dai suoi avversari, è uomo di orazione e di azione. Conduce la lotta per Dio e per il bene delle anime con grande forza e vigore, caricando di fendenti i suoi avversari perché la posta in gioco è grave: vita o morte della Chiesa. Negli avversari della Sposa di Cristo non esita a rivelare pubblicamente la loro infedeltà e le loro menzogne. Intimo amico di sant’Antonio e di san Pacomio, i fondatori del monachesimo cristiano, Atanasio non si accontenta di essere il difensore della dottrina, è anche un maestro di spiritualità, nonché il primo propagatore del monachesimo in Occidente.
Segretario del Vescovo Alessandro di Alessandria d’Egitto (una delle principali città dell’Impero romano e con Roma, Antiochia e Gerusalemme, una delle principali metropoli della cristianità), nel 325 presenzia al Concilio di Nicea, quando viene solennemente proclamata la fede nella divinità di Cristo in quanto consustanziale al Padre, dottrina rifiutata da Ario. Alla morte di Alessandro, Atanasio viene consacrato Vescovo di Alessandria il 7 giugno 328 per volontà del popolo, e subito si mette all’opera, vivendo in prima linea la crisi dalla Chiesa, che può essere ripartita in tre fasi: in un primo tempo, la disputa scoppiata ad Alessandria fra Ario e il suo Vescovo si estende rapidamente fuori dell’Egitto e sconvolge le Chiese d’Oriente. A parte la discussione sull’homooúsios, la lotta si esterna essenzialmente in cavilli giuridici.
Il merito di Atanasio, in questo periodo, è quello di svelare la gravità della disputa che, con il pretesto di questioni di procedura, mette in gioco fondamentali aspetti della dottrina. A partire dal 341 la natura del conflitto si modifica. Pur conservando il suo carattere ecclesiastico, accentua le implicazioni politiche in conseguenza dell’intervento di Costanzo e Atanasio è ancora al primo posto nella lotta come campione dell’indipendenza della Chiesa contro l’ingerenza del potere civile. A partire dal 356 il conflitto assume una forma più radicale e l’aspetto dottrinale si accentua: si moltiplicano le assemblee conciliari, ciascuna accompagnata da una nuova professione di fede. 
Atanasio, pur rimando il garante della vera fede, non partecipa più direttamente a questi dibattiti dottrinali e si dedica in modo particolare a scrivere la verità e a predicarla. I nemici della fede, al fine di liberarsi di lui, non lo attaccano sul piano dottrinale, poiché sanno che le sue tesi coincidono con la Tradizione e il Magistero della Chiesa, bensì sul piano personale, calunniandolo e infamandolo. Intanto diffondono la necessità di sostituire il termine stabilito dal Concilio di Nicea, homooúsios, con il termine homoúsios, elidendo, quindi, una sola lettera; operazione tuttavia sufficiente per mutare radicalmente il significato del concettoInfatti, il primo termine significa «della stessa sostanza», il secondo «simile in essenza». La stragrande maggioranza dei Pastori di Chiesa cedette al compromesso linguistico e, dunque, dottrinale, tranne Atanasio e pochi altri, come sant’Ilario di Poitiers e sant’Eusebio di Vercelli in Occidente.
Il vescovo di Alessandria, che ricoprìla carica episcopale per 45 anni, subì l’esilio più volte e fu anche scomunicato; ma non desistette. Il beato Cardinale John Henry Newman, che dedicò rigorosi studi alla crisi ariana, ci spiega: «Vediamo in essi (gli ariani ndr) la stessa tendenza ad adattare il Credo cristiano all’umore di un sovrano terreno, la stessa ricchezza argomentativa a sostegno della propria versione del Credo, la loro profanazione temeraria delle cose sacre, la stessa paziente diffusione dell’errore, a profitto dell’età a loro posteriore; e se non può esser loro ascritta l’immoralità personale del loro precursore, essi controbilanciano questo tratto positivo del proprio carattere con quella crudeltà e durezza di cuore messa a nudo nelle persecuzioni da loro fomentate contro i cattolici» (J.H. Newman, Gli Ariani del IV secolo, a cura di G. Colombi-E. Guerriero, Jaca Book-Morcelliana, Milano-Brescia 1981, pp. 216-217).
Furono tempi orribili, in cui sembrò che le tenebre dell’errore prevaricassero sulla luce della Verità. Lascia scritto sant’Ilario all’Imperatore ariano Costanzo: «Non solo con parole, ma con lacrime, noi ti scongiuriamo di salvare le Chiese Cattoliche da qualsiasi prosecuzione di queste dolorosissime offese, e delle loro presenti intollerabili persecuzioni e ingiurie, che, per lo più, stanno subendo, cosa mostruosa com’è, dai nostri fratelli! Certamente la tua clemenza dovrebbe ascoltare la voce di coloro che gridano con tanto clamore “Io sono un cattolico, non ho alcun desiderio di essere un eretico” […]. È impossibile, è irragionevole mescolare il vero e il falso, confondere la luce e l’oscurità, e far unire, in qualsiasi modo, la notte e il giorno» (Ivi, pp. 359-360).
Notte e giorno sono tornati a contrastarsi nella Chiesa dilaniata di oggi, che, avendo perso gran parte della sua identità, non è neppure in grado di far valere le proposte di chi la governa. Basti un esempio recente, avvenuto nella diocesi di Roma: poche decine di lettere sono pervenute, entro il 12 aprile u.s. al Vicariato di piazza San Giovanni in Laterano, in risposta alla richiesta di Francesco, che aveva sollecitato sacerdoti e laici a fargli pervenire considerazioni e suggerimenti utili per scegliere il suo Vicario.
Quando si tratta di dottrina, gli errori vanno denunciati, e tali sono quelli contenuti all’interno dell’esortazione Amoris laetitia, che tanto scandalo ha suscitato e suscita sia nel clero che nei fedeli. Scriveva ancora Newman: «non è in alcun senso dottrinalmente falso che un Papa, in quanto dottore privato, e molto di più i vescovi, quando non insegnano formalmente, possono errare, come troviamo che in realtà hanno errato nel quarto secolo. Papa Liberio può aver sottoscritto la formula di Eusebio a Sirmio, e la massa dei vescovi ad Ariminum, o in qualche altro luogo, e nondimeno essi, nonostante questo errore, possono essere infallibili nelle loro decisioni ex cathedra» (Ivi, p. 360).
 Ecco che una correzione all’Amoris laetitia non è solo auspicabile per tutta la cattolicità, ma essenziale per la stessa credibilità del Pontefice.
Alla morte del suo protettore Costante (350) e di papa Giulio I (352), i nemici di Atanasio gli sollevarono contro anche l’episcopato d’Occidente durante il Concilio di Arles (354) e in quello di Milano (355). Trovò quindi riparo nel deserto, fra i monaci, e nella solitudine continuò a governare la sua diocesi, scrivendo Discorsi contro gli  ariani e quattro Lettere a Serapione, scritti che formano la sua gloria come Dottore della Santissima Trinità. La sua tenacia ristabilì l’ortodossia nicena, vincendo l’arianesimo ufficiale che aveva trionfato nei concili di Seleucia e di Rimini (359). Fu ancora lui a spingere papa Damaso ad agire contro Ausenzio, vescovo ariano di Milano, e ancora lui ad incoraggiare san Basilio, che cercava un appoggio per la pacificazione religiosa dell’Oriente.
Il coerente ed intrepido Atanasio, autentico gigante di santità, logorato dalle fatiche e dalle lotte, si spegne il 2 maggio 373 e viene canonizzato al momento della sua stessa morte, grazie al consenso dei fedeli. Il mirabile comportamento di questo Vescovo giusto e sapiente è così sintetizzato, in maniera formidabile, da Newman: «Né l’esperienza, né la prospettiva di sofferenze potevano indurlo a fare concessioni all’empietà. Egli, comunque, aveva estremamente presenti le differenze tra incredulità ed equivoco; mentre puniva, risparmiava, e riammetteva in spirito di mitezza mentre rimproverava e respingeva con autorità» (Ivi, p. 250). (Cristina Siccardi)