ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 2 maggio 2017

Gregario XV°

il Sommo Pontefice Clemente XV corregge la «Amoris Laetitia» con il suo motu proprio: «Cum magna tristitia», confermando la disciplina di San Giovanni Paolo II sulla materia dei divorziati risposati.

Lettera Apostolica in forma di motu proprio
CUM MAGNA TRISTITIA
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AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI, 
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI 
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI 
CHE HANNO PACE E COMUNIONE 
CON LA SEDE APOSTOLICA:
SUL PROBLEMA DELLA AMMISSIONE ALLA EUCARISTIA DEI DIVORZIATI RISPOSATI
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CLEMENTE PP. XV
Vescovo della Chiesa Cattolica
Servo dei Servi di Dio.
Con grande tristezza ma con viva premura apostolica, di Nostra Somma Autorità enunciamo che l’esortazione apostolica Amoris Laetitia va letta e collocata in un complesso contesto storico di decadenza caratterizzato da un profondo smarrimento dottrinale e pastorale, perché se isolata da questo humus, non sarà possibile capire né il suo stile lessicale né il lodevole sforzo compiuto nella sua redazione. Di questo documento rimangono e sono indiscusse le buone intenzioni che lo hanno animato, tutte tese ad affrontare e risolvere problemi legati alla famiglia e al matrimonio in rapporto alle molteplici e variegate società contemporanee del mondo, che a partire dagli anni Settanta del Novecento sono andate incontro ad una progressiva disgregazione, in una società che tende ormai a negare il divenire eterno, l’assoluto immutabile e l’indissolubile. Un grave problema, quest’ultimo, derivante dallo smarrimento del linguaggio metafisico all’interno della Santa Chiesa di Cristo, ed in specie nella speculazione teologica e nella trasmissione delle verità di fede. L’abbandono di questo linguaggio, ampiamente solidificato e connaturato alla missione ed alla natura stessa della Chiesa, è stato sovente sostituito con stili e forme espressive idiomatiche che, sul piano della trasmissione della Santa dottrina, hanno dato vita a conseguenze e problemi talora persino disastrosi.
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Il potere delle chiavi, la certezza e la chiarezza

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Amoris Laetitia è un testo lungo che tratta una gran varietà di argomenti perlopiù sociologici, finendo col risultare ambiguo in alcuni importanti passaggi e per questo rivelatosi debole, perché non sempre chiaro su certi elementi fondamentali nei quali non è sapiente né prudente lasciare spazio alla vaghezza ed alle libere interpretazioni dei singoli episcopati, dei singoli presbìteri o delle diverse correnti di pensiero teologico, che devono essere guidati e diretti con parole sempre chiare e precise. Infatti, Cristo Signore, conferendo al Beato Apostolo Pietro il potere delle chiavi [cf. Mt 16, 18-19], gli ha comandato di confermare i fratelli nella fede: «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» [Lc 22, 31-32]. Questo gravoso potere di servizio, dal Beato Apostolo Pietro è stato trasmesso a tutti i suoi Successori, fino a Noi, che ci professiamo devoto servo dei servi di Dio.
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Fondamentale presupposto del Nostro ministero petrino è quindi la certezza, la chiarezza e la fuga da ogni vaghezza, come ricordò il Beato Apostolo Paolo al Beato Apostolo Pietro durante il rimproverò ch’egli mosse ad Antiochia al Capo del Collegio degli Apostoli, con tutto il rispetto dovuto alla sua indiscussa autorità [Gal 2,1-2.7-14].
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Le interpretazioni che è possibile ricavare da diverse pagine della Amoris Laetitiapossono essere opposte ed entrambe coerenti in base a ciò che da essa si può dedurre a livello speculativo e interpretativo, cosa che induce a ribadire che il linguaggio dottrinale deve essere chiaro, univoco e non passibile di opposte interpretazioni, posto che il nostro parlare deve essere «Si, si, no, no» [cf. Mt 5, 37]. Pertanto, di fronte a qualsiasi questione di dottrina morale, non è contemplato che si possa indurre a pensare che la risposta potrebbe essere “si” ma volendo anche “no”, semmai un po’ “si” e un po’ “no”.
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Come Supremo Custode del deposito della fede incombe su di Noi l’obbligo e il dovere di vigilare sull’ovile che il Divino Pastore ci ha affidato, impedendo che il seme piccolo ma pericoloso dell’ambiguità, germogli sino ad intaccare ed eludere la dottrina della Santa Chiesa di Cristo attraverso la prassi pastorale, perché permettere siffatta germinazione non equivarrebbe a venire incontro alle moderne esigenze della società odierna, ma disattendere una norma sancita dal Verbo di Dio riguardo il matrimonio sacramentale: «Per ciò l’uomo non separi ciò che Dio ha unito» [Mt 19,3-12].
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L’uomo si conformi a Cristo e non sia Cristo conformato all’uomo.

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Per questo ribadiamo che è il Santo Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo, morto, risorto e asceso al cielo, che deve trasformare l’uomo e le società umane; è l’uomo che deve conformarsi a Cristo, non può essere l’uomo a trasformare il Santo Vangelo né possono essere le società umane a conformare Cristo alle loro esigenze del momento. I comandi dati da Cristo Signore sono immutabili ed eterni e non possono essere né disattesi né elusi attraverso parole ambivalenti dalle quali trarre legittimazione per nuove prassi pastorali legate alla amministrazione della Santissima Eucaristia, che è centro e culmine della unità della Chiesa. Pertanto, la giusta medicina ed il giusto viatico per coloro che sono venuti meno agli impegni contratti attraverso il Sacramento del matrimonio e che vivono una nuova unione al di fuori della sfera sacramentale, non può essere l’Eucaristia, perché ben altre sono le opportune medicine da somministrare, a partire dalla accoglienza di questi Nostri figli, per seguire con la loro sollecita e attenta cura spirituale.
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Il no all’Eucaristia ai divorziati risposati è una disciplina ecclesiastica, non una verità dogmatica.

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La prudente scelta di non concedere la Santissima Eucaristia ai divorziati risposati non è un elemento dogmatico della fede cattolica ma una disciplina normativa adottata dal Magistero della Chiesa in ossequio alla morale insegnata e trasmessa dalla Santa tradizione cattolica. Dunque, per il potere a Noi conferito da Cristo Signore, di Nostra autorità potremmo modificare questa disciplina normativa, che però non intendiamo riformare né in modo diretto né lasciando autonomia creativaalle singole Chiese particolari e ad alcuni episcopati nazionali, perché da ciò prenderebbe vita una nuova prassi pastorale non omogenea diffusa a cosiddettamacchia di leopardo, mentre le discipline della Chiesa sono univoche e universali, come lo è la sua missione pastorale.
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La decisione di non concedere la Santissima Eucaristia ai divorziati risposati, ed in specie nel presente storico odierno in cui il matrimonio risulta fortemente indebolito, si basa anche sulla prudente convinzione che tale concessione finirebbe con l’indebolire ulteriormente l’istituto sacramentale del matrimonio ed il fondamento ineludibile e non riformabile della sua indissolubilità [cf. Mt 19,3-12].
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Questo è ciò che Noi temiamo e che con chiarezza esprimiamo ai Nostri Fratelli Vescovi: il fondato timore che attraverso la Santissima Eucaristia si possa finire col rendere più debole ancora di quanto purtroppo già lo sia il fondamento della indissolubilità del Sacramento del matrimonio al quale, purtroppo, ai giorni nostri non credono più neppure molti dei nostri fedeli cattolici. In tal caso la Santissima Eucaristia diverrebbe altro da ciò per cui è stata istituita, cessando di essere il cuore della comunione e dell’unità della Chiesa per mezzo della grazia sacramentale. E qui è doveroso ricordare che i Sacramenti non sono un diritto dovuto o acquisito, ma una azione gratuita della grazia divina, che ci tocca e che ci ricolma di beni «non per i nostri meriti ma per la ricchezza del Tuo perdono» [cf. S. Messa, Can. Rom.].
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Mai curarsi di piacere al mondo: la disciplina di “Familiaris consortio”.

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Pertanto, nella totale incuranza delle critiche interne e dei pubblici insuccessi che potrebbero ricadere su di Noi, memori che il Romano Pontefice deve anelare di piacere a Cristo Signore nel fare la Sua volontà, santificando se stesso e santificando col proprio munus docendi e le sue opere i Christi fideles; memore altresì che Noi non possiamo curarci di piacere al mondo, compiacendo il quale potremmo correre il rischio di condurre come guide cieche molte membra del gregge a Noi affidato verso la caduta nel fosso [cf. Mt 15,14], ribadiamo ai Nostri Fratelli Vescovi che per quanto concerne la pastorale dei cattolici divorziati risposati si deve applicare con scrupolo e zelo quanto indicato dal nostro Santo Predecessore Giovanni Paolo II nella esortazione apostolica Familiaris consortio,con particolare riferimento al n. 84, ribadendo la non liceità, quindi la impossibilità del loro accesso alla Santissima Eucaristia, per motivi sia legati a prudenza pastorale, sia legati alla sapiente tutela dell’istituto del matrimonio sacramentale, già sin troppo duramente colpito e svilito nel corso degli ultimi decenni di storia dell’umanità.
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I Vescovi si premurino di essere sempre amorevoli e accoglienti nei riguardi di questi Nostri fedeli divorziati risposati che per le loro situazioni irregolari necessitano ancor più di essere fatti sentire parte viva della Santa Chiesa, memori che Cristo non ha mancato di ricordarci: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» [cf. Mt 9,13]. In nessun passo del Santo Vangelo e in alcun momento della Sua predicazione, il Verbo di Dio incarnato ha mai affermato che per essere accoglienti e misericordiosi bisogna accogliere e legittimare il disordine morale, o che bisogna temere a chiamare e ad indicare il disordine morale come tale, muovendosi su pretesti di falsa misericordia e di falsa accoglienza. Nostro compito è accogliere e assolvere i peccatori dai propri peccati, curandoli in tal modo dalla malattia del peccato; ed il presupposto per la remissione dei peccati è l’autentico pentimento unito al sincero proposito ed all’impegno di non ricadere nel peccato.
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Non si prospetta l’infattibile ed il non realizzabile per ottenere uno scopo.

Accogliere e curare, per i pastori in cura d’anime è però molto difficile da farsi e da praticare, mentre sarebbe parecchio più facile cercare una soluzione a certi problemi legati alle cosiddette coppie irregolari concedendo loro l’accesso alla Santissima Eucaristia, quindi dichiarando la non esistenza del grave problema costituito dalla rottura della comunione sacramentale.
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È stato anche prospettato un cammino di “accompagnamento” di queste coppie di divorziati risposati, sostituendo peraltro il concetto della direzione spirituale con un non meglio precisato “accompagnamento spirituale”. E qui sarebbe bene notare che “dirigere” e “accompagnare” non sono due semplici modi diversi per esprimere la stessa cosa, ma per dire ed esprimere due cose diverse. È stato poi di seguito precisato che questo “accompagnamento” fosse di necessità “personalizzato” e come tale da valutare caso per caso, secondo le esigenze della singola coppia di divorziati rispostati. Una prospettiva, questa, dinanzi alla quale è anzitutto necessario un deciso richiamo al realismo: il numero delle coppie di divorziati risposati è in progressivo aumento e dalle locali Conferenze episcopali giungono dati statistici preoccupanti i quali riferiscono che in alcune regioni del mondo le unioni che si concludono col divorzio civile sono superiori in percentuale al 50% dei matrimoni religiosi celebrati. A questi numeri va poi rapportata di necessità la situazione odierna del clero cattolico. Non sono infatti pochi i Vescovi del mondo che durante le loro visite ad limina Apostolorum riferiscono al Romano Pontefice che il numero dei sacerdoti deceduti è parecchio superiore a quello dei nuovi sacerdoti ordinati e che l’età media del clero, in non poche diocesi, si è ormai attestata anche al di sopra dei settant’anni d’età. Nella stessa Italia, antica culla storica del cattolicesimo e sul cui territorio si trova da due millenni la Nostra Sede Apostolica, alla fine dell’Ottocento si contavano circa ottantamila sacerdoti per una popolazione di circa ventinove milioni di abitanti. A distanza di appena un secolo, alla fine del Novecento, i sacerdoti presenti all’alba del nuovo millennio erano circa trentamila per una popolazione di circa sessanta milioni di abitanti. Oggi, in molte diocesi di questo Paese, vi sono sacerdoti ottantenni che di domenica celebrano la Santa Messa in tre diverse parrocchie, tutte ormai senza parroco, mentre l’età dei sacerdoti è sempre più elevata ed i decessi molto più numerosi delle nuove ordinazioni sacerdotali. In molte regione del mondo vi sono sacerdoti che previo indulto del loro Ordinario Diocesano celebrano nelle feste e nei giorni di precetto anche sette, otto Sante Messe al giorno. In molte altre regioni della orbe catholica è ormai impossibile garantire a molte comunità anche la Santa Messa della domenica, perché è disponibile un solo sacerdote itinerante incaricato di recarsi nelle varie zone pastorali ormai prive di una presenza sacerdotale fissa, presso le quali può recarsi una sola volta al mese, ed unicamente per la celebrazione della Santa Messa. In questi casi, spesso, è persino impossibile amministrare le confessioni sacramentali ai singoli fedeli riuniti in gran numero per la celebrazione mensile della Santa Messa, ed il sacerdote è così costretto ad impartire l’assoluzione collettiva con il proposito da parte dei fedeli di confessarsi appena sarà loro possibile.
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Illustrato il dato reale e premesso che non è Nostra intenzione istituire dei processi alle altrui intenzioni, dobbiamo seriamente domandarci: qual è il rapporto con la realtà ecclesiale, ecclesiastica e pastorale di coloro che in una situazione come quella testé illustrata, hanno pur malgrado avanzata ipotesi e proposta di tale “accompagnamento”, mediante il quale seguire con cura ogni singola coppia in un lungo cammino “personalizzato” di discernimento e di crescita? Perché la realtà sino a qui riassunta potrebbe anche indurre a sollevare un quesito serio e obiettivo: coloro che avanzano proposte di per sé non possibili da realizzare ed altrettanto non possibili da percorrere, lo fanno forse solo per ottenere lo scopo che si sono prefissati, interiormente consapevoli che nessun “accompagnamento”, mediante il quale seguire con cura ogni singola coppia in un lungo cammino “personalizzato” di discernimento e di crescita, potrà essere neppure in minima parte realizzato, nel mondo attuale in generale, ma in particolare in quelle numerose regioni della terra dove le medie statistiche indicano la presenza di un sacerdote ogni 18.000/ 22.000 battezzati? O forse avanzano proposte di per sé non possibili da realizzare, ed altrettanto non possibili da percorrere, perché del tutto avulsi dalla vera e concreta realtà ecclesiale e pastorale?
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Certezza della pena per i trasgressori.

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Concludiamo affermando che una disposizione data può produrre effetti relativi, se non accompagnata da adeguata pena per i trasgressori. Pertanto stabiliamo che i Vescovi diocesani, i quali non si atterranno a quanto da Noi dettato, siano destituiti dalle loro cattedre episcopali. I Presbìteri, i quali predicheranno e attueranno discipline diverse, che siano sospesi per un tempo non inferiore a un anno dall’esercizio del sacro ministero sacerdotale. I teologi, i quali nelle università ecclesiastiche, nei centri di formazione teologica e nelle case di formazione per sacerdoti, religiosi e laici, insegnassero una dottrina diversa rispetto a quella da Noi ribadita, che siano privati della licenza per l’insegnamento della teologia cattolica. Se in caso di necessità questo non sarà fatto, allora le competenti Autorità Ecclesiastiche dovranno rispondere dinanzi a Dio per avere omesso di applicare una norma data a tutela della dottrina cattolica e delle anime affidate da Dio Padre alle cure della Santa Chiesa di Cristo, perché «a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48]. E ogni volta che tutti noi facciamo l’atto penitenziale, a Dio chiediamo perdono per avere peccato non solo in pensieri, in parole ed in opere, ma anche in omissioni.



Dato a Roma, presso San Pietro, il 13 maggio 2027, nel 110° anniversario delle apparizioni della Beata Vergine Maria di Fatima, primo del Nostro Pontificato.
(consegnatoci per mano di don Ariel Levi di Gualdo)