ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 11 maggio 2017

I cristiani lo sanno, ma tendono a dimenticarsene

SONO GIUNTI GLI ULTIMI TEMPI

    Apocalisse? I cristiani lo sanno ma tendono a dimenticarsene: sanno che la fine dei tempi verrà che ci sarà una battaglia finale tra Bene e Male che verrà l’anticristo e infine Gesù Cristo tornerà sulla terra per l’ultima volta 
di Francesco Lamendola  




I cristiani lo sanno, ma tendono a dimenticarsene: sanno che la fine dei tempi verrà; che ci sarà una battaglia finale tra il Bene e il Male; sanno che il diavolo li passerà al vaglio come il grano, e che dovranno affrontare la prova suprema, fin dentro la Chiesa; che verrà l’anticristo, e che sedurrà molte anime; e infine che Gesù Cristo tornerà sulla terra, per l’ultima volta, per porre il sigillo alle vicende umane e all’intero universo materiale, aprendo la porta dell’eternità: i malvagi destinati alla dannazione, i santi alla beatitudine.
È da molto, troppo tempo che la Chiesa ha smesso di parlare di queste come, degli ultimi tempi. È da tanto, troppo tempo che i cristiani non si rileggono il libro dell’Apocalisse. Sono caduti in una evidente contraddizione: pur dicendosi seguaci di Cristo, non hanno voluto accogliere tutto intero il Vangelo, ma solo la parte che pareva loro più comoda e meno impegnativa, e, soprattutto, che incuteva loro meno timore. Hanno voluto vedere solo la parte lieta e gioiosa: che c’è, senza dubbio: perché il Vangelo è l’annuncio di un mondo di luce, del Regno di Dio. Tuttavia, questa luce deve ancora essere raggiunta; gli uomini vi sono chiamati, ma devono fare la loro parte di strada: come gl’invitati al banchetto della parabola di Gesù, può darsi che molti di essi non si rivelino degni dell’onore che era stato fatto loro, invitandoli. I cristiani moderni hanno voluto sottoporre il Vangelo al vaglio della ragione e della scienza: hanno smesso di leggerlo con fede, hanno preteso di sostituire alla fede le scienze storiche, l’antropologia, la filologia, l’archeologia; sono giunti al punto di dubitare di quel che è scritto nei quattro Vangeli, di pensare che si tratti di racconti puramente umani, imprecisi, forse addirittura fuorvianti. Un alto esponente della Chiesa cattolica ha testé dichiarato che, in realtà, noi non sappiamo cosa abbia detto e fatto Gesù Cristo, perché, ai suoi tempi, non erano stati inventati i registratori.
In compenso, sotto il nome di cristianesimo è stata spacciata una dottrina sostanzialmente immanentista, relativista, sincretista, e, per molti aspetti, quasi scettica, con una chiara sfumatura di materialismo: una dottrina che non è quella realmente insegnata da Gesù, anche se vien fatta passare per tale; una dottrina ove si parla molto, forse troppo, del regno della giustizia da instaurare sulla terra, e poco, o nulla, del regno di Dio, del mistero della morte e del giudizio, della vita eterna che attende ciascuno, secondo i meriti o le colpe. Il cattolicesimo è stato impoverito, minimizzato, banalizzato, disossato: ne sono rimasti l’involucro, la buccia vuota; ma tutta la polpa è stata corrosa e gettata via. Pastori indegni hanno fatto questo, teologi senza fede e riformatori sconsiderati, impregnati di secolarismo, dimentichi delle verità sublimi che sono al centro del messaggio di Gesù. Hanno abbassato la Rivelazione a un prodotto in fin dei conti umano, ad altezza e misura d’uomo; hanno rimosso il timore e il tremore di Dio; hanno abolito il rischio della fede, a vantaggio della ragionevolezza e della prosaicità di un vangelo ridotto a morale spicciola, tutta proiettata verso le cose di quaggiù. Insomma, hanno tradito il senso della divina Rivelazione; e, così facendo, hanno vanificato il sacrificio di Cristo. Coloro i quali hanno fatto tutto ciò, e specialmente i teologi e i pastori della Chiesa, si sono assunti una responsabilità enorme, di cui dovranno un giorno rendere conto. Non ci si prende gioco di Dio impunemente; né si spingono le anime lontano dalla Verità, senza chiamare su di sé un castigo.
Che cosa pensa Gesù Cristo, di quel che i cristiani stanno facendo oggi nel suo nome? Che cosa pensa, quando vi sono dei vescovi che invocano, per i sodomiti, il riconoscimento dei matrimoni omosessuali; quando si vedono molti cattolici accettare o addirittura praticare il divorzio, l’aborto e l’eutanasia; quando i membri del clero, per primi, danno il pessimo esempio del disordine morale? Sono avidi di ricchezze, sono avidi di piaceri carnali, anche i più turpi, anche i più infami, come l’abuso dei bambini che erano stati loro affidati dalle famiglie. Con il loro tradimento nei confronti del Vangelo, con il disprezzo delle leggi divine e della stessa legge morale naturale, questi cristiani, o sedicenti tali, stanno attirando su di sé l’ira divina. Possibile che non vi pensino mai? Eppure, c’è una spiegazione per tanta incoscienza e per tanta arroganza. Se codesti cristiani credessero davvero a tutto quel che Gesù ha fatto e detto; se credessero davvero che Egli è il Figlio di Dio, che si è incarnato per amore degli uomini, è morto sulla croce per prendere su di sé i loro peccati, e poi è risorto; se credessero davvero che Gesù è sempre presente nell’Eucarestia, che lo Spirito Santo veglia sui discepoli di Cristo, e che il Padre continua ad amarli, sempre, nonostante tutto, ma una sola cosa non può fare: prenderli con sé nella vita eterna se essi non credono in Lui e se non vogliono essere salvati, se rifiutano il suo amore e calpestano i suoi comandamenti: ebbene, se fossero realmente consapevoli di tutto ciò, non potrebbero dire e fare quel che stanno dicendo e facendo, anzi, non potrebbero nemmeno continuare a vivere come stanno vivendo, nella menzogna e nel disordine. Dal momento che non lo fanno; dal momento che non provano pudore, né vergogna, a tradire il Vangelo e a spacciare la menzogna per verità, il peccato per libertà, la turpitudine per devozione, la sola spiegazione del loro agire è che essi hanno perso la fede. Non credono più, questo è tutto; di conseguenza, non temono Dio e non sono angosciati al pensiero che le loro stesse azioni li giudicheranno.
Questa situazione si è creata per gradi: parte da lontano, le cause storiche rimontano indietro nei secoli. Le basi dell’incredulità e dell’irreligiosità sono state gettate nel XVIII secolo, con il cosiddetto illuminismo, che sarebbe assai più giusto chiamare “oscurantismo”: un oscuramento della fede, ma anche della ragione; perché una ragione libera e indipendente, spregiudicata, ignara dei propri limiti e così arrogante da pretendere di esser misura a se stessa, è una ragione deviata, malata, delirante. Il processo si è accentuato, passo dopo passo, nel corso del XIX secolo, e si è apertamente manifestato, anche all’interno della Chiesa, a partire dai primi del XX, con il cosiddetto modernismo cattolico, che è un’eresia, anzi, la sintesi di tutte le eresie, come ben vide san Pio X, che prontamente lo condannò. Ma il serpente, benché fosse stato schiacciato sul capo, non era morto; gli fu permesso di riprendere le forze e di ritornare all’assalto, ma con maggiore astuzia, e sfruttando un generale movimento di secolarizzazione interna alla Chiesa, cui molti sacerdoti e molti fedeli avevano già, nel loro intimo, ceduto. Imprudentemente, gli venne aperta di nuovo la porta; ci s’illuse di poter salvare e valorizzare taluni aspetti di quella eresia; si volle vedere in alcune di quelle figure, dei profeti, degli araldi di un nuovo modo di leggere e vivere il  Vangelo, più concreto e più adatto ai tempi moderni, insomma più autentico perché più calato “in situazione”. Errore gravissimo, tradimento inescusabile: perché la verità del Vangelo non è legata alla storia, è perenne; non ha senso storicizzarlo, così facendo si può solo stravolgerlo: il Vangelo è l’annuncio di un tempo eterno, di una verità eterna, di una meta eterna, non di un qualcosa che sia già stato trovato, o che si possa realizzare, qui e ora, con la buona volontà umana, per il semplice motivo che gli uomini sono creature finite, imperfette, e ferite dalle conseguenze del Peccato originale. Chi si dimentica questo fatto, chi non ne parla mai, chi parla del Vangelo senza parlare dell’uomo peccatore, mente e trae gli altri in inganno: questo non è più cristianesimo, tanto meno cattolicesimo, bensì pelagianesimo: una eresia che già sant’Agostino aveva combattuto e sconfitto nel V secolo, millecinquecento anni fa. Ma ora sta risorgendo: i cristiani dei nostri giorni sono quasi tutti pelagiani o semipelagiani, perché del peccato parlano poco, e del Peccato originale quasi mai; oppure, se ne parlano, lo fanno come di un mito, di una leggenda, di un simbolo, insomma come di un qualcosa che non li riguarda per davvero, Sciagurati! E che altro è il Battesimo, il sacramento che introduce i cristiani alla vita divina, se non l’atto necessario per liberare l’anima da quella fatale inclinazione al male, che è il retaggio del fallo di Eva e Adamo?
Così, di compromesso in compromesso con lo spirito del “mondo”, il cristianesimo si è dissolto, è evaporato, anche se ne è rimasto il guscio, ormai vuoto, custodito da falsi pastori che non hanno voluto entrare nella dimora del Signore, e hanno impedito di farlo a quelli che lo avrebbero desiderato. Impressionante è stata la profezia della Vergine Maria, così come l’ha riferita Mélanie Calvat, la pastorella de La Salette, nel 1879:

Un precursore dell’anticristo farà la sua comparsa e vorrà essere visto come il nuovo Dio. Le stagioni cambieranno, l’atmosfera anche; l’acqua e il fuoco provocheranno terribili terremoti e grandi distruzioni, montagne e città cadranno. Le stelle e la luna non avranno più la forza di risplendere. Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’anticristo. I demoni dell’aria produrranno fenomeni prodigiosi nell’aria e sulla Terra. Gli uomini diventeranno sempre peggiori. Ma Dio si occuperà sempre dei suoi più fedeli servitori e degli uomini di buona volontà

Ecco dunque la vera piaga del cristianesimo dei sedicenti cristiani, della neochiesa modernista che si spaccia per la vera Sposa di Cristo, in questo principio del XXI secolo: la perdita della fede, non però apertamente e lealmente confessata, bensì mascherata dietro un mucchio di belle parole e di formule altisonanti, come “gettare ponti e  non alzare muri”, o come “Dio è misericordia” (sì, ma è anche giustizia), o come “storicizzare il Vangelo”, “calarlo nella realtà dell’uomo moderno”, “attualizzarlo” nella vita di una umanità che non può più credere “ingenuamente”, come facevano i nostri antenati. Quante bugie, quante ipocrisie, quante mezze verità e quanta furbizia di bassa lega, si nascondono dietro simili espressioni. Invero, sarebbe stato assai più onesto se i pastori che hanno perso la fede, se i teologi che non credono più nella divinità di Cristo, o nella realtà della vita eterna, a un certo punto avessero confessato: Scusate, ci siamo sbagliati; vi abbiamo raccontato un mucchio di storie non vere, non c’è alcun Dio e non esiste la Resurrezione; perdonateci, se potete, e dimenticateci. Ecco, queste sarebbero state parole oneste; parole di verità
Invece, nessuno di quei pastori senza più fede, nessuno di quei teologi divenuti cattivi maestri, cioè maestri del dubbio, del sospetto, del punto di domanda (un nome per tutti? quello di Hans Küng, che ne è il perfetto prototipo), ha avuto il fegato di pronunciare un discorso del genere; non sono stati capaci nemmeno di farlo con se stessi, nel segreto della loro coscienza, e poi di ritirarsi in silenzio, con un minimo di dignità, come dovrebbe fare ogni uomo che abbia smesso di credere nella propria missione e che ritenga d’essersi sbagliato irreparabilmente in tutto quel che ha fatto e in tutto ciò in cui ha creduto nel corso della sua vita. Certo, se avessero trovato il coraggio di agire in quel modo, sarebbero stati meno colpevoli: perché il peccato più grave è la menzogna, e veramente diabolico è il pervertire, dall’interno, la verità; mentre è cosa umana, e, in se stessa, perdonabile, la confessione della propria mancanza di fede, purché sia fatta in maniera da non provocare scandalo nei piccoli e nei semplici. No: essi sono rimasti dentro la Chiesa, hanno continuato a scrivere libri di teologia, a predicare dal pulpito, ad amministrare i Sacramenti, come se nulla fosse: ma senza più crederci davvero. Per questo, un poco alla volta, dapprima quasi insensibilmente, poi, un poco alla volta, sempre più velocemente e apertamente, si son dati da fare per svuotare il Vangelo, per annacquarlo, per banalizzarlo, per umanizzarlo. Terribile è il male che essi hanno fatto alla Chiesa, che pure dicevano di voler servire: nelle loro prediche, nelle loro parole, nei loro gesti, nei loro silenzi, in ciò che hanno detto nel sacro segreto della Confessione, nel modo in cui hanno dato una risposta alle anime dei dubbiosi e degli sfiduciati, essi hanno sparso ovunque l’infezione della loro stessa incredulità, della critica maligna, del dubbio sistematico, della disobbedienza a Dio, però trasformata, chi sa come, in virtù. E quanto male hanno parlato dei loro superiori, loro che avevano giurato obbedienza, se quei superiori non condividevano la loro impostazione, spacciata per “cristianesimo adulto,” e, nell’ambito della teologia, per “svolta antropologica”! Quanto male hanno parlato, per esempio, sfacciatamente, sguaiatamente, davanti ai fedeli, di papa Benedetto XVI, loro che adesso si sbucciano le mani ad applaudire papa Francesco, che avvertono più vicino al loro sentire. Ma quale svolta antropologica: la teologia, o è incentrata sulla verità assoluta di Dio, oppure diventa una delle tante forme della sapienza umana, fragile, incerta, inconsistente, destinata a spegnersi al primo soffio di vento.
Ecco: forse gli ultimi tempi si stanno avvicinando, dopo tutto. L’incredulità è giunta a Roma, nel cuore della Chiesa; forse i segni annunciati dall’Apocalisse e dalle profezie, come quella de La Salette, ci sono tutti – terremoti, guerre, agitazioni sociali -, ma non li vediamo, perché i nostri occhi sono velati, così come i nostri orecchi non odono. Noi, cattolici moderni, abbiamo deciso di vedere e udire, della divina Rivelazione, solo quel che ci fa comodo; sul resto, abbiamo tirato un rigo. Ma a Dio non la si fa. Forse abbiamo davvero stancato la Sua pazienza, per quanto grande essa sia; forse il Giudizio incombe. È ora di tirar le somme: non è più il tempo dell’uomo, è venuto quello di Dio... 

Forse sono giunti gli ultimi tempi

di Francesco Lamendola