ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 30 maggio 2017

La Donna e il serpente


Nell’antico borgo di Grazzano, stretta fra le case basse e popolari, si erge la facciata della chiesa settecentesca di San Giorgio, il campanile smarrito più indietro, fra i tetti, perché non vi era spazio sufficiente per allinearlo ad essa. Il bambino non c’era mai stato prima: non era la sua parrocchia, quella; era lì solo perché nelle domeniche d’estate, dopo i Vespri, il sacerdote portava i chierichetti a vedere un film nel cinema-teatro della diocesi, uno di quei film buoni dei primi anni Sessanta, mitologici o avventurosi. E la chiesa di San Giorgio era lì, a due passi, in cima alla breve scalinata di marmo: immersa nella penombra, silenziosa, trasognata, semivuota: pareva sempre sul punto di dover rivelare un segreto, ma poi restava in silenzio. C’era un’atmosfera particolare, lì dentro: perfino il bambino, che non ne aveva mai varcato la soglia fino ad allora, la percepiva, la respirava: come se fra le ombre aleggiasse qualcosa, qualcosa o qualcuno; meglio, Qualcuno che aspettava e che restava in silenzio.
Oh, certo: in ogni chiesa cattolica c’è Qualcuno; e lo sguardo del fedele, entrando, d’istinto lo va subito a cercare (se le follie del post-concilio non lo hanno nascosto in qualche angolo o, magari, nella sacrestia), dove una piccola luce brilla discreta, rivelando che lì sta ad attendere la Presenza viva del Signore, nella Persona del Suo Figlio Unigenito, il divino Redentore degli uomini. Ma lì, in quella chiesa un po’ fuori mano, un po’ nascosta, un po’ così, umile e silenziosa, come assorta, come rapita in chissà quale lontananza, la presenza era, almeno in parte, d’un altro genere. Forse, più che una presenza, una domanda: carica di significato, densa, solenne, e tuttavia, nello stesso tempo, paziente, calma, maestosa come un mare tranquillo. Ma che domanda era, e perché nella chiesa in penombra, che pareva, contemporaneamente, assai più grande e assai più piccola di quanto in realtà non fosse, aleggiava quell’atmosfera così speciale? Parrocchiano del duomo cittadino, lui non lo sapeva; abituato ai vasti spazi, alla volta altissima, alla profusione dei marmi e dei dipinti, e al suono possente dell’organo, appollaiato lassù in alto, quella chiesa già quasi di periferia, che sapeva un po’ di borgo, di campagna (che un tempo, infatti, era poco distante; e solo da qualche anno era stata ricoperta la roggia che la fiancheggiava, correndo lungo tutta la via, fino alle mura e oltre), gli comunicava delle sensazioni insolite, come da un altro mondo.
Sull’altare maggiore, la pala dedicata a San Giorgio a cavallo, che trafigge il drago con la sua lancia, aveva un aspetto molto antico: come avrebbe appreso molti anni dopo, era l’opera di un pittore d’un certo nome, Sebastiano Florigerio, e risale al 1529. La scena, veramente epica, appariva tale da imprimersi a fondo nell’immaginazione del bambino: una di quelle cose che non si scordano. Eppure, nella chiesa semibuia (doveva essere piuttosto tardi, perché, con il sole, l’edificio risulta abbastanza ben illuminato), non fu la grande pala cinquecentesca a colpire maggiormente la fantasia e la sensibilità del bambino, ma un’altra opera, che, in termini artistici, vale di certo assai meno: una scultura in legno dipinto, raffigurante la Donna vestita di sole, la Madre del Bimbo divino, dal sorriso dolcissimo, con la corona di dodici stelle intorno al capo, e il piede nudo che schiaccia la testa al serpente, sopra una superficie curva che rappresentava la Luna, e, per mezzo di essa, l’intero universo. E, pur non avendo letto l’Apocalisse, il bambino afferrò al volo che quella Donna era la Vergine Maria, e, nello stesso tempo, che poteva anche simboleggiare la Chiesa di Gesù Cristo; e che il serpente raffigurava il diavolo, insidioso, strisciante e sempre pronto a mordere, ma, sotto il piede di Lei, ridotto all’impotenza, umiliato nel suo vano tentativo d’iniettare il veleno contro la Sposa di Cristo. Quella Donna era dunque la nuova Eva, Colei che alle insidie e agli inganni del serpente aveva resistito; mentre l’altra, la nostra progenitrice, aveva ceduto e si era lasciata sedurre. La Donna sorridente e gloriosa era colei che, sola, era stata concepita senza alcuna traccia del Peccato originale: degna, pertanto, dell’altissima grazia di divenire la madre del Redentore, e, in tal modo, la vera madre di tutta l’umanità sofferente e peccatrice.
A tanti anni di distanza, quel ricordo è tornato nell’uomo ormai adulto e acquista uno strano significato, quasi di una premonizione che si stia avverando. Mezzo secolo è passato, e il mondo è cambiato in maniera radicale; ma quello che più colpisce, e riempie di tristezza, è il mutamento verificatosi nella Chiesa. Quello che, allora, sarebbe parso assurdo, incredibile, inimmaginabile, si è avverato: e non si tratta del normale sviluppo delle cose, di una logica e perfino doverosa evoluzione: no, si tratta di ben altro, purtroppo. Il veleno del serpente, contro il quale i fedeli si credevano, in certo qual modo, immunizzati, è stato inoculato: deve aver trovato il varco incustodito, il passaggio sgombro, e, cosa più triste di tutte, un clero infedele, inebriato da novità malefiche, che, credendo di aver trovato il giusto modo d’interpretare la Rivelazione, quasi che, per due millenni, la Chiesa avesse sbagliato ogni cosa, sta letteralmente capovolgendo i valori, la dottrina, la Verità stessa del Vangelo. Ci siamo cullati, tutti quanti, nella erronea convinzione che non fosse necessario vegliare, vegliare e pregare, perché, tanto, la Donna vegliava e pregava per noi; ci siamo sottratti alle nostre responsabilità, e senza neanche l’attenuante di aver sbagliato per un eccesso di fede in Lei, ma così, semplicemente per pigrizia e per ignavia. La fede, del resto, non è mai in eccesso: evidentemente, non c’era più la vera fede.
Ecco, questo è ciò che lascia maggiormente sgomenti, se si riflette alla mutazione genetica che si è prodotta, nelle ultime due generazioni, nella Chiesa cattolica, nel mondo cattolico e nella cultura cattolica. Non si tratta di sterili nostalgie di chi non è più giovane: si tratta di saper riconoscere l’infezione prodotta dal veleno del serpente. L’infezione c’è stata, è innegabile; ma come è difficile riconoscerla, come è difficile ammetterla: perché riconoscerla e ammetterla significa strappare la maschera del modernismo, mettere a nudo la menzogna del progressismo che si è introdotto, piano piano, come un ladro nella notte, e si è impadronito della mentalità, delle posizioni-chiave, della liturgia, e perfino della dottrina cattolica. Sicché, per riconoscere l’opera devastante compiuta dal diavolo, bisogna saper andare del tutto contro corrente: perché gli altri diranno che non è vero, che son tutte farneticazioni, e che i presunti segni del diavolo sono i fiori più belli, sbocciati dopo la stagione del Concilio Vaticano II.
Già; il Concilio. Chi ha fatto in tempo, sia pure bambino, a vedere la chiesa di allora, e la confronta con quella di oggi, non riceve affatto l’impressione che si tratti della stessa chiesa, della stessa dottrina, dello stesso Gesù Cristo: no, ma riceva l’impressione che una cosa diversa, un corpo estraneo, un veleno non riconosciuto come tale, abbiano preso il posto della vera Chiesa e della vera dottrina. Diremo di più: non occorre avere oltre cinquant’anni; anche un giovane, se possiede sufficiente sensibilità e intelligenza, e, naturalmente, se è in buona fede, non può non vedere che qualcosa è stonato, scordato, e che, pur in mezzo al trionfalismo, all’ebbrezza sovente scomposta, che sta imperversando nella chiesa di questi ultimi anni, vi è qualcosa di profondamente sbagliato, di profondamente disarmonico, di profondamente infedele rispetto a ciò che la Chiesa di Gesù Cristo dovrebbe essere, a come dovrebbe essere, a come dovrebbe rivolgersi agli uomini per parlare loro di Dio. Qualcosa che riguarda innumerevoli aspetti della liturgia, della pastorale e della dottrina, nonché dello stile di vita medio, chiamiamolo così, dei credenti, clero compreso: dalla incredibile disinvoltura morale e dal relativismo ovunque imperversante, fino alla pessima abitudine dei sacerdoti di nascondere, quasi, la loro identità, vestendo come i laici e camuffando, o non portando addirittura, neanche un piccolo crocifisso su di sé; per non parlare del modo irrispettoso, sovente sfrontato, con cui i fedeli si accostano al Sacrificio della Messa, presentandosi ben dritti in piedi davanti all’Eucarestia, ricevendola in mano e portandosela alla bocca con gesti sbrigativi, quasi che si trattasse di un comune pezzo di pane: senza umiltà, senza timor di Dio, senza quel senso di contrizione e di necessario ravvedimento che, soli, consentono di trovare il coraggio per ricevere il Corpo di Cristo, pur sapendosi indegni di un dono così immenso.
E questo è ancora niente. Le chiese trasformate in centri di “preghiera” contro l’omofobia, cioè in centri di propaganda delle associazioni LGBT; cardinali e vescovi massoni e spudorati, che negano la Parola di Dio, scusano il peccato, giustificano il vizio, danno il cattivo esempio anche con la loro condotta privata; preti che non parlano mai di Dio, della conversione, della vita eterna, ma si agitano come sindacalisti, pontificano come sociologi, discettano come psicanalisti, insomma che fanno di tutto, tranne che adempiere alla loro promessa sacerdotale. E, ora, c’è anche un pontefice che, dopo aver dato scandalo innumerevoli volte, con le parole e con i gesti, fa anche il risentito, si atteggia a incompreso e quasi a vittima di oscuri complotti, mentre è lui che perseguita i veri credenti, e, quanto ad essere capito, è stato capito benissimo: al punto che ha avuto l‘ardire di prendersela con quanti restano fedeli alla dottrina cattolica, li bolla come fanatici, li denigra, li addita al biasimo generale, li dipinge come subdoli nemici, mentre, all’opposto, non ha che parole di lode per i veri nemici della Chiesa, per i persecutori dei cristiani, per i predicatori del male, dall’aborto all’eutanasia, dalla libera droga al disordine sessuale: quelli, sì, che sono degni di ammirazione, secondo lui e secondo i monsignori dei quali si è circondato.
È tornato il tempo delle persecuzioni sanguinose: oggi si uccidono più cristiani che al tempo degli imperatori romani; probabilmente in un solo anno, nel mondo attuale, sono stati uccisi più cristiani di quanti ne siano periti in oltre due secoli e mezzo di persecuzioni, da Nerone a Diocleziano. Però il papa e i suoi principali collaboratori ne parlano ben poco, e vietano che si parli di persecuzioni; sostengono che nessuna religione è violenta, che nessuna religione produce il terrorismo; e lo ripetono in continuazione, all’indomani di ogni strage, fino all’ultima, in Egitto, dove trentacinque cristiani sono stati ammazzati dopo aver rifiutato di convertirsi all’islam, nel qual caso avrebbero avuto salva la vita. Ma il papa e i suoi cardinali  non vogliono che si parli di persecuzione, e, quanto a loro, preferiscono parlare di tutt’altro: del lavoro, dei migranti (per dire che hanno diritto all’accoglienza illimitata), dei problemi sociali, dei giovani che non trovano impiego. Oh, sì, tutti problemi reali: ma solo le cose di cui deve occuparsi, prioritariamente, la Chiesa cattolica? È per questo che Gesù si è incarnato, è morto sulla croce ed è risorto: per sensibilizzarci alla politica, al sindacalismo, alla rivendicazione dei diritti civili? C’era bisogno dell’Incarnazione del Verbo, per queste cose? Non era più che sufficiente l’opera dei normali esseri umani? E non ce ne sono sempre stati, di uomini che hanno predicato la giustizia sociale, senza che l’umanità facesse un passo avanti sulla via del perfezionamento morale? Che cosa si propongono di fare, il papa e i suoi cardinali e vescovi progressisti e modernisti: realizzare il programma dei vari Locke, Rousseau, dei vari Marx e Lenin, insomma dei tanti fasi profeti del Progresso e della Giustizia?
Sì: il serpente ha trovato la strada libera, e ha morso in profondità la Chiesa di Cristo. Il veleno è entrato in circolo, ha infettato l’organismo; la situazione, inutile negarlo, si è fatta estremamente grave. Da qualunque parte si giri lo sguardo, non si vede che un orizzonte fosco, senza luce; non si odono che menzogne e bestemmie, spacciate per la “vera” dottrina cristiana. Ma il male più grave di tutti è proprio l’abbandono dell’abito mentale che rendeva il cristiano, fino a qualche decennio fa, impermeabile alle seduzioni del mondo; che lo rendeva fiero di essere ciò che era, senza complessi d’inferiorità verso gli “altri”, senza l’invidia di non somigliare a loro, di non fare quel che facevano loro, e senza il segreto desiderio di mostrare che lui valeva altrettanto, che sapeva godersi la vita non meno di loro. Sorge la domanda: come è stato possibile un tale traviamento di massa, ormai molto simile ad un’apostasia generalizzata? Evidentemente, c’erano molto conformismo, molta passività, assai poca convinzione e autentica vita spirituale, in tutte quelle anime. Se così non fosse, il veleno non avrebbe potuto penetrare così a fondo. Dei cattolici pigri, conformisti, all’acqua di rose, preoccupati solo della esteriorità: che non hanno più saputo vivere in profondità la Parola di Dio; che non si son curati dare l’esempio della vita cristiana ai loro figli; che hanno trasformato perfino i Sacramenti, come la Comunione e la Cresima, in occasioni si sfrenato consumismo; perfino il Matrimonio, trasformandolo in una fiera delle vanità, senza più nulla di realmente religioso, ma degradato a rito materialistico, a sfilata di abiti firmati e scarpe di lusso, a sfoggio di gioielli e abbronzature. Cristiani inconsistenti, cattolici da nulla, pronti a volar via al primo soffio di vento: e così è stato. Il vento si è levato, si è scatenata la bufera: e tutti questi cattolici evanescenti, opportunisti, senza peso specifico, son volati via come stracci nelle quattro direzioni. Ma non hanno avuto il coraggio di guardarsi dentro, né l’onestà di ammettere che quanto volevano era solo una vernice di cattolicesimo che servisse a scusare e giustificare tutte le loro brame e il loro egoismo.. Hanno avuto la sfrontatezza di chiamare tale perversione del Vangelo con i nomi altisonanti di rinnovamentoapprofondimentomaturazione della fede. Ora sì, che si deve invocare la Madonna…

di Francesco Lamendola del 30-05-2017