ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 31 maggio 2017

Non fa sconti a nessuno

Ma come è potuto accadere?



C’è una maniera quasi infallibile di riconoscere uno stupido da una persona intelligente, e consiste nell’osservare le loro rispettive reazioni davanti a una sconfitta. Lo stupido cercherà il colpevole dappertutto, darà la colpa al mondo intero, ma non sarà mai sfiorato dal dubbio di poter essere egli stesso il responsabile della propria sconfitta; la persona intelligente, invece, sì. La persona intelligente riflette, valuta, soppesa, e misura se stessa con l’identico metro, con l’identica attenzione oggettiva, con cui osserva e valuta gli altri. Non fa sconti a nessuno, tanto meno al proprio modo di agire; resta sempre aperto alla verità, poiché il suo obiettivo non è quello di giustificarsi, esplicitamente o implicitamente, trovando qualche capro espiatorio sul quale scaricare ogni colpa, ma, più praticamente e assai più onestamente, capire quel che è successo, in modo da imparare una lezione per il futuro.

Una disfatta militare è un tipico esempio di sconfitta. All’indomani di Caporetto, Cadorna, il grande sconfitto, non aveva capito nulla di quel che era successo, tanto è vero che addossò gran parte della colpa alla supposta viltà dei soldati, fin dal comunicato emesso nelle prime ore successive allo sfondamento. Non risulta che abbia mai cambiato opinione, nemmeno in seguito. Per lui, era chiaro che i responsabili del disastro andavano cercati in qualsiasi direzione, tranne che nel suo stesso stato maggiore. Ebbene, anche se questo parallelismo potrà non piacere a molti, quel che è accaduto nella Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II può essere paragonato a una vera e propria Caporetto. Come altro chiamare lo svuotamento pressoché subitaneo dei seminari; il disordine liturgico imperversante; la confusione delle linee pastorali; l’aperta disobbedienza, la polemica e la contestazione di molti sacerdoti nei confronti dei loro vescovi; il distacco clamoroso della massa dei fedeli dalle indicazioni della Chiesa, come si vide in occasione dei due referendum abrogativi sul divorzio e sull’aborto; lo sviluppo di ricerche teologiche sempre più difformi e sempre più lontane dalla Tradizione; la graduale, evidente infiltrazione di temi e metodi modernisti e semi-protestanti all’interno della dottrina; la secolarizzazione sempre più rapida della società e di una gran parte della Chiesa stessa; l’abbandono della pratica cristiana attiva da parte dei giovani, subito dopo la Cresima; la perdita d’incisività e di autorevolezza del modello cattolico tradizionale; il proliferare di sperimentalismi, sovente discutibili o francamente azzardati, nella vita delle parrocchie; il diffondersi di una mentalità fortemente ideologica, di un diffuso risentimento di classe, di una sempre più vasta ammirazione e subalternità psicologica nei confronti della cultura marxista e della psicanalisi freudiana; l’abbandono delle forme di pietà popolare, della preghiera di penitenza, del digiuno, e l’affievolirsi del senso del peccato; l’accentuazione esagerata della dimensione orizzontale della fede, a discapito di quella verticale; e, da ultimo, ma non per ultimo, il diffondersi di disordini morali sempre più scandalosi, sempre più intollerabili, che toglievano alla Chiesa gran parte del suo prestigio, della sua credibilità, della sua capacità di porsi quale modello intrinsecamente superiore a quello della società profana?
Aspettavamo una splendida primavera, invece è arrivato l’inverno; con queste poche, drammatiche parole, Paolo VI aveva descritto la delusione dei cattolici più consapevoli negli anni successi al Vaticano II. Essendo mancata una riflessione, e soprattutto una doverosa autocritica, su quel che era accaduto fra gli anni Sessanta e Novanta del ‘900, è arrivata una nuova tempesta, ancor peggiore della prima; una tempesta violentissima, che, nel giro di pochi anni, ha spazzato via non solo i rami pericolanti e le piantine più fragili, ma anche gli alberi più grandi, quelli apparentemente più saldi e robusti: li ha strappati via dal terreno con una forza spaventosa, ne ha messo a nudo le radici secolari, e infine li ha scaraventati lontano, disperdendo i loro tronchi in cento direzioni. La Chiesa odierna è quel che rimane di quel bosco un tempo rigoglioso, di quelle piante possenti e vigorose, alla cui ombra generosa si sono succedute generazioni innumerevoli: un paesaggio sconvolto, desolato, simile a un campo di battaglia dopo il passaggio degli eserciti, che hanno lasciato dietro a sé solamente buche, rovine fumanti, macerie d’ogni genere. E di nuovo è mancata l’analisi critica, e soprattutto autocritica; anzi, stavolta si è toccato il vertice della mistificazione: si son volute chiamare le rovine con il nome di splendida fioritura; si è descritto questo paesaggio allucinante come se fosse un giardino, ridente di fiori e risuonante del canti d’uccelli; ci si è vantati di tanta rovina, come se fosse qualcosa di cui andare fieri; e, se proprio si è voluto rivolgere uno sguardo critico verso qualcosa o qualcuno, si è puntato il dito contro quei pochi che son rimasti fedeli alla vera dottrina e al Magistero perenne, contro quei rari sacerdoti e quegli sparuti gruppi di laici che non si sono lasciati confondere dagli sproloqui dei progressisti, e hanno chiesto perdono a Dio e alla Madonna per la desolazione in cui la Chiesa è caduta, per sua stessa colpa. Non sono stati, infatti, i nemici esterni a ridurla in tali condizioni: è stato il nemico interno, nato dal suo stesso seno: un clero infedele, un laicato bramoso di novità e, soprattutto, impaziente di veder cancellati tutti gli aspetti della dottrina cristiana che suonavano come giusta condanna dei comportamenti moralmente illeciti. È stata una vasta operazione di “normalizzazione”, volta ad abolire ciò che la dottrina cattolica ha di specifico, ciò che l’ha sempre distinta dalle logiche secolari, per farla rientrare, mediante un accomodamento, con lo spirito del mondo. E questa operazione indegna, perfida, sleale, è stata portata avanti da una minoranza di “novatori”, i quali, sfruttando l’abulia e la pavidità della maggioranza, hanno imposto un vero e proprio colpo di stato: si sono impadroniti di tutte le posizioni chiave, dai seminari alle cattedre episcopali, dalla stampa all’editoria, e, per finire, della stesa cattedra di san Pietro, nella persona del papa Francesco.
In tal modo, ciò che contraddistingue l’ideale della vita cristiana e la pratica della vita cristiana, è stato praticamente abolito: ormai il cristiano somiglia in tutto e per tutto al cittadino del mondo, ha gli stessi gusti, gli stessi desideri, le stesse brame, la stessa prospettiva: non guarda in alto, verso il Cielo, ma in basso, verso la terra; non si preoccupa del peccato, né della vita eterna, perché la sua visione è naturalista e immanentista: ciò che viene dalla natura è buono, perché contrastarlo? E poi, di vita ne abbiamo una sola: perché non goderla? Quanto al cattolico, si può dire che è ormai pressoché scomparso come figura autonoma e ben definita: non è che il prolungamento pratico della ”svolta antropologica” in teologia, cioè un individuo che, pur riservando un omaggio alla Tradizione cattolica, peraltro puramente formale, prega con i luterani e con i musulmani, si vanta della sua apertura e della sua capacità di dialogo, si vergogna di quel che è specificamente cattolico, guarda con imbarazzo e con fastidio a ciò che erano i suoi padri, a ciò che dovrebbe essere anche lui, se avesse un minimo di coerenza e onestà. Proprio il papa Francesco ha espresso mirabilmente – si fa per dire – tale stato d’animo, allorché, nella omelia del 19 maggio 2017, dalla casa Santa Marta, si è espresso, non solo con le parole, ma anche con l‘atteggiamento, con la mimica facciale, con i gesti, con gli sguardi, con il tono della voce, in maniera inequivocabile: la dottrina cattolica è una cosa che gli dà fastidio, che lo riempie di noia, che lo esaspera. Dalle sue parole e dai suoi gesti traspariva un autentico disprezzo verso quanti osano ancora parlare della dottrina cattolica, e da lui accusati d’averla trasformata in “ideologia”. Non una parola di condanna verso i nemici della Chiesa, che riempiono di sangue le strade del mondo, e uccidono ogni giorno i seguaci di Cristo, non per altra ragione che per la loro fedeltà alla Chiesa; non un sia pur minimo accenno alle proprie responsabilità, ai propri errori, al dovere del cristiano di chiedere sempre l’aiuto di Dio e la preghiera dei fratelli: ma, ancora una volta, bordate impietose contro i “fanatici”, che non sono gli assassini del terrorismo islamico, ma sono, guarda un po’, coloro i quali stanno ben saldi e radicati nella dottrina cattolica. Quelli, per lui, sono i veri nemici: sono loro, il problema; sono loro che diffondono lo sconcerto e seminano i dubbi: e, a quanti pare, lo fanno senza ragione alcuna, così, per pura malvagità, non certo perché è proprio lui a scandalizzare le anime. Quanto a sé, egli non ha bisogno di nulla, neppure d’inginocchiarsi, qualche volta, davanti al Santissimo, e tantomeno di chiedere perdono se, magari, gli accade di sbagliare, così come accade a tutti i normali esseri umani. No: lui non sbaglia mai; nessuno lo ha mai sentito pronunciare una frase, un accenno alla propria fallibilità: quando parla, scandisce le parole con durezza implacabile, e quanto più le sue parole sono sconcertanti, provocatorie, demolitrici nei confronti della Tradizione, tanto più le ripete, le scandisce, le martella, un giorno dopo l‘altro, una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro, fin dal primo giorno, fin da quel suo saluto ai fedeli, il 13 marzo del 2013, allorché si presentò alla folla senza i paramenti pontificali, e si congedò con un Buonasera che era tutto un programma e una dichiarazione di guerra contro il suo nemico più esecrato: il “clericalismo”. Fin da allora, cioè fin da subito, egli si volle presentare non come il papa dei cattolici, ma come il vescovo di Roma, un vescovo modernista e progressista, che parla a tutti gli uomini, e che ha una spiccata preferenza per i non cattolici e per gli anticattolici: per i protestanti, i giudei e gli islamici, e poi per i massoni, i radicali, gli atei, i fautori del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, delle sconce nozze omosessuali, della droga libera. Se proprio deve parlar bene di qualche cattolico, allora tira fuori personaggi come don Lorenzo Milani, uno dei preti che hanno fatto più male alla Chiesa negli anni del grande sbandamento, uno dei maggiori responsabili della disfatta presente della Chiesa cattolica. Un cattivo maestro: per lo spirito profondamente non cattolico che lo animava; per le prospettive puramente terrene che indicava ai “suoi” ragazzi; per l’esempio esiziale della disobbedienza e della ribellione che dava nei confronti dei suoi superiori e della gerarchia; per la disinvoltura con cui prendeva e manipolava le parole e lo spirito del Vangelo, secondo la sua particolare visione semi-marxista, che nulla aveva di spirituale; e perché tanto si gonfiava la bocca con parole quali la giustizia sociale, i diritti, la libertà, la democrazia, quanto taceva sull’anima, sulla grazia, sul peccato, sul giudizio di Dio, sulla via eterna, sulla realtà del paradiso e dell’inferno.
E i cattolici hanno lasciato fare: hanno ascoltato, e non hanno trovato nulla da ridire; anzi, la maggioranza di essi si è spellata le mani ad applaudire il falso pastore, il lupo travestito da agnello, colui che sta trasformando la Chiesa cattolica in una sinagoga di satana, dove si celebrano matrimoni omosessuali, si intonano canti profani, si spara l’acqua santa sui fedeli con fucili di plastica, si mette in scena la messa con i burattini, o con l’aperitivo, s’improvvisano omelie farneticanti, si auspicano i preti gay e i santi gay, nonché le suore lesbiche e le sante lesbiche; e in cui si idolatra il papa al punto da mettere Dio in secondo piano, da nascondere il Santissimo in qualche  cappella laterale, si diserta e si scoraggia il culto di Maria, si banalizzano i messaggi di Lourdes e di Fatima, si sgridano le pie donne che osano portare dei fiori freschi davanti all’altare della Vergine, si guarda con sufficienza e quasi con disprezzo alla pratica del digiuno, alla recita del santo Rosario o alla processione del Corpus Domini.
Sorge perciò la domanda: come è stato possibile essere giunti a tanto? Evidentemente, il male partiva da lontano, e non l’abbiamo saputo vedere. Se l’albero fosse stato sano, non si sarebbe ammalato, non sarebbe deperito così in fretta. Se il clero fosse stato sano, non si sarebbe lasciato conquistare da dottrine non cristiane in pochi anni; se la fede dei laici fosse stata profonda, non si sarebbero lasciati sedurre dall’abbraccio del mondo. Questo, invece, è accaduto: che il mondo è penetrato nella Sposa di Cristo e l’ha trasformata in una prostituta svergognata. Alla fiera affermazione di Gesù: fatevi coraggio: Io ho vinto il mondo, è subentrata la blasfema affermazione di tanti falsi pastori modernisti: la chiesa si è fatta una cosa sola con il mondo. L’opera di Cristo è stata vanificata; la sua Passione, svuotata di efficacia; la santa Chiesa da Lui fondata, è stata adulterata e inquinata dall’opera del diavolo. La zizzania, seminata di notte, è cresciuta a dismisura e ha soffocato il buon grano. Chi doveva vegliare e vigilare, ha dormito i suoi sonni beati: e, al mattino, era ormai troppo tardi per scongiurare il disastro. Questa è la situazione attuale. Si vede che anche prima del Concilio, la salute di cui godeva la Chiesa era solo apparente. Il conformismo, la pavidità, la mancanza di coraggio personale, la scarsa assiduità nella preghiera, l’affievolirsi della fede: tutto questo ha reso facile l’opera del grande nemico. Già negli anni Cinquanta, la Chiesa era come un corpo gigantesco, ma consunto, che sta in piedi per forza d’inerzia, ma che la prima spinta un po’ energica potrebbe atterrare d’un sol colpo. E così è stato, infatti. Quel clero pavido e tiepido, appiattito e conformista, ha detto di sì a tutte le pessime novità introdotte dopo il Concilio, allo stesso modo in cui, prima, aveva sempre obbedito e riverito lo stile austero e severo di Pio XII, di Pio XI, di Pio X. Valga per tutti il caso dei gesuiti: i più fieri e intransigenti difensori della dottrina ortodossa, fino al Concilio; ora, le punte avanzate dell’eresia e dell’apostasia dilaganti. No, non sarà questo clero vile e conformista a segnare la riscossa. Saranno i laici, sostenuti da Gesù e da Maria…

di Francesco Lamendola del 31-05-2017