ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 13 maggio 2017

Parole doppiamente strane

CHI O COSA E' MAESTRO DI VITA?

    Lo strano "storicismo" e i misteriosi piani della Divina Provvidenza di Giovanni XXIII: non è più l’uomo che s’innalza verso Dio è Dio che viene abbassato a forza al livello degli uomini perché la Sua altezza dà fastidio 
di Francesco Lamendola  




Nel suo discorso d’apertura del Concilio Vaticano II, il’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII, fra le altre cose, polemizzava con i “profeti di sventura” che, nel tempo presente, “non sanno vedere altro che rovine e guai”, mentre non vedono “ i misteriosi piani della Divina Provvidenza”, e si fissano su ciò che va male, “quasi incombesse la fine del mondo”.
Parole strane, incongrue, dissonanti dalla retta dottrina e dallo stesso Magistero, e per vari motivi; primo fra tutti, perché il cristiano sa che la fine del  mondo verrà certamente, anche se non è possibile dire con certezza quando verrà; ma sa, comunque, perché lo ha insegnato Gesù Cristo, che occorre vegliare sempre e stare pronti a scorgere i segni, perché il regno di Dio verrà all’improvviso, portando con sé il Giudizio, e bisogna farsi trovare pronti e svegli, con la lucerna accesa, e non al buio, come gli sciocchi e gl’imprevidenti.
Parole doppiamente strane, poi, se uscite dalla bocca di un papa anziano, malato, che sa di aver pochi mesi di vita davanti a sé, eppure, nonostante ciò, ha voluto convocare un concilio ecumenico, a novant’anni di distanza dall’ultimo. Ma la cosa più strana è l’affermazione secondo la quale non bisogna fare i profeti di sventura, perché Dio  dispone comunque ogni cosa per il bene della Chiesa. Ciò significa che Dio deve fare tutto, e all’uomo non si chiede di far nulla: ci penserà Lui a mettere le cose a posto, a volgere il male in bene; gli uomini possono star tranquilli, la Chiesa è al sicuro. E invece no. Anche se Gesù in persona ha promesso che le porte degl’inferi non prevarranno sulla sua Chiesa, non ha mai detto che tutto andrà bene, perché, tanto, su di essa veglia Dio. Dio veglia, certamente, e lo Spirito Santo la sosterrà e la ispirerà sempre, ma il male non è scongiurato, se gli uomini si discostano da Dio e si lasciano sedurre dal mondo; infatti il demonio, come un leone ruggente, se ne va in giro cercando anime da divorare.
Il tocco finale dell’eccentricità del discorso introduttivo di Giovanni XXIII è il passo in cui egli testualmente afferma che codesti “profeti di sventura” arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita (2, 2). È incredibile che un papa abbia fatto una simile affermazione: essa starebbe bene in bocca a un filologo classico, a uno storico di Roma antica, ma non stanno bene sulle labbra di un pontefice. Anche senza considerare che sono in molti a dubitare che l’uomo abbia mai imparato qualcosa dalla storia, resta il fatto che non la storia, per un cristiano, è maestra di vita, ma il Vangelo, e solo il Vangelo. Chi si affida alla storia per imparare qualcosa dalla vita, non è un cristiano, ma uno storicista: e lo storicismo è la negazione del cristianesimo, perché ritiene che la storia abbia un significato in se stessa e per se stessa, mentre il cristianesimo afferma che è il Vangelo a conferire un significato alla storia, la quale, senza di esso, è solo il triste teatro sul quale gli uomini replicano sempre gli stessi errori e gli stessi crimini.
Lo storicismo è una variante del naturalismo: nasce dall’idea che il mondo vada bene così com’è, e che il solo compito affidato all’uomo sia quello di scoprirne il funzionamento, l’intimo meccanismo. Una volta individuate le leggi della natura e quelle della mente, diviene possibile predire il futuro e stabilire una direzione di marcia, una linea di sviluppo, una costruzione di significati. Secondo il cristianesimo, invece, il mondo della natura e il mondo della storia non sono affatto buoni così come sono; tutt’altro. La natura è stata ferita dal Peccato originale e dalle sue conseguenze: buona in origine, è stata corrotta. La storia non è che la conseguenza di quel Peccato, di quella caduta: essa inizia là dove Adamo ed Eva hanno disobbedito, hanno violato l’amicizia con Dio; se non lo avessero fatto, la storia non sarebbe neppure incominciata, perché la storia è la storia degli uomini nel mondo, cioè in un tempo e in uno spazio finiti, difficili, perigliosi, tra la fatica della sopravvivenza e le angosce della morte; mentre il progetto originario di Dio era quello di una umanità innocente e beata, e di una creazione armoniosa e pacificata. La lotta, il dolore e la morte sono le conseguenze del Peccato: non volute da Dio, ma rese inevitabili dalla ribellione dell’uomo. Mentre lo storicismo vede la storia quale protagonista assoluta delle vicende umane, il cristianesimo la vede come il male necessario, e temporaneo, che prepara la liberazione definitiva del creato e il ritorno di ciascuna cosa al suo Creatore.
Pertanto, non si può non restare fortemente perplessi, per non dire sconcertanti, davanti all'impostazione che Giovanni XXIII ha dato al discorso inaugurale del Concilio, fin dalle primissime battute. Qualcuno dirà che non bisogna assolutizzare una singola affermazione, né isolarla dal suo contesto; che non bisogna attribuirgli intenzioni che forse non ebbe su di una base puramente ipotetica. Rispondiamo che il linguaggio di cui ci serviamo, le parole che scegliamo, specie nelle occasioni più solenni, e sotto gli occhi di una platea vastissima, riflettono, necessariamente, il nostro intimo pensare e sentire. Il concetto secondo cui historia magistra vitae è preso da Cicerone (De oratore, II, 9) e quindi, evidentemente, è un concetto pagano, non cristiano. Si obietterà che Giovanni XXIII non lo adopera in un senso assoluto, ma relativo: e ci mancherebbe altro. In un senso assoluto, per il cristiano c'è un solo concetto valido, al quale uniformarsi: la divina Rivelazione. Tuttavia, anche adoperata in un senso relativo, l'espressione "la storia è maestra di vita" suona singolarmente stonata: implica una sorta di fede assoluta nella storia, quasi che la storia non fosse la storia dell'uomo, e quindi la storia della possibilità, per gli uomini, di avvicinarsi o di allontanarsi da Dio. Inoltre, implica una sorta di fede nel progresso: implica la convinzione che, pur attraverso prove ed errori, l'umanità impara, e, imparando, migliora, va verso ciò che è meglio. Ma ciò che meglio per gli uomini, se si guarda solo in un orizzonte immanente, potrebbe non essere il bene: potrebbe essere un "meglio" illusorio, appunto perché staccato ed autonomo dal vero bene, che è sempre e soltanto Dio.
Bene, per l'uomo, è stare unito a Dio; male, stare da Lui separato: io sono la vite, voi i tralci, dice Gesù: chi rimane in me e io in lui, quegli produce molto frutto; perché senza di me voi non potete fare niente. E non dice, osserva sant'Agostino a proposito della similitudine evangelica della vita e i tralci, "senza di me voi potete fare poco", ma dice: "senza di me, voi non potete fare niente". Poco, è poco; niente, è niente. La storia senza Dio non è niente e non insegna niente: è il regno del disordine, del caos, della follia. E non solo la storia, ma tutto: l'arte, la scienza, la filosofia, la psicologia, la politica, la musica, lo sport: con Dio, gli uomini possono fare molto; senza Dio, non possono fare nulla. Seminano errori, lasciano una traccia di rovine dietro di sé. Chi crede nella storia come maestra di vita, non si eleva al di sopra dell'orizzonte immanente; e serve a poco dire, come fosse una semplice aggiunta, che nella storia opera la Provvidenza divina. Se l'uomo non può fare nulla senza Dio, anche Dio non può fare nulla senza la collaborazione volontaria dell'uomo: per questo lo ha fatto libero, per questo anch'Egli si è fatto uomo: per elevare l'uomo al livello di figlio, e non di servo, e per mostrargli, concretamente, che percorrere la via del bene è possibile, e consiste nel fare in tutto la volontà di Dio, nell'aderire perfettamente al Suo amore. Ma la storia, di per sé, in quanto opera umana che procede indipendentemente da Dio, che cosa mai può insegnare, se non peccati e ingiustizie?
Chi ama la storia e la prende a maestra di vita, si identifica con il mondo; ma il mondo, così come esso è, ha bisogno della redenzione, ha bisogno di Dio: senza di Lui, esso diventa un insieme di forze diaboliche, che si oppongono alla Sua Provvidenza: perché se la storia volge le spalle a Dio - e la storia moderna lo ha fato, deliberatamente e consapevolmente - diventa l'espressione del Male. A quanto pare, nel suo orientamento storicista, Giovanni XXIII non ha tenuto affatto conto che la civiltà moderna, le cui basi sono state gettate dal Rinascimento, e il cui edificio principale è stato costruito dall'Illuminismo, nasce come civiltà irreligiosa e anticristiana, cioè da una precisa volontà di andare contro Dio. Mosso da un ottimismo non del tutto comprensibile, egli ha ritenuto che la Chiesa potesse, e dovesse, andare incontro al mondo moderno, dialogare felicemente con esso, e condividere, inoltre, tutta una serie di principi e di valori, stabilendo un terreno comune d'intesa. Un terreno d’intesa con il liberalismo; con il materialismo; con il marxismo; con la democrazia; con la libertà religiosa; con le altre grandi religioni; con i “fratelli sparati” dell’eresia protestante; e, alla fine, persino con la Massoneria (che, all’epoca, era già penetrata dentro la Chiesa).
Errore gravissimo: con il mondo, il cristiano non deve "dialogare", ma deve rendergli, con la propria vita, la testimonianza del Vangelo. Ancora e sempre, il vero e solo modello è Gesù Cristo: e Gesù non dialogava con il mondo, cercava di convertirlo. Gesù non ha dialogato con la samaritana, se per "dialogare" s'intende porre la propria verità sullo stesso piano di quella dell'altro; Gesù l'ha istruita ed edificata, indicandole la sorgente d'acqua viva che spegne ogni sete, cioè la divina Rivelazione, e togliendole dolcemente la maschera della menzogna (dici bene: non ho marito, perché hai avuto cinque maritie quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero). Un cristiano troppo "dialogante" è un cristiano relativista; e un relativista, in realtà, non può essere un cristiano. Su questo, bisogna avere le idee chiare. Non si tratta di fanatismo, ma di coerenza. Il cristiano è una persona che ripone la sua fede in Uno che ha detto di Sé: Io sono la via, la verità e la vita. Egli non crede che ci siano parecchie vie, tutte ugualmente buone; no: crede che ce ne sia una sola. Rispetta le altre (o, per lo meno, le rispetta in ciò che esse hanno di umanamente rispettabile; e rispetta, ben s’intende, le persone che le percorrono), ma non le pone sullo stesso piano di quella che ha scelto di seguire, e che, per lui, è l'unica vera. Il cristiano, come san Pietro, non conosce altri maestri che Gesù Cristo, né altra dottrina che il suo Vangelo: E da chi andremo, Signore? Tu solo hai parole di vita eterna.
L’idea che il cristiano debba imparare la saggezza dalla storia è un’idea che non appartiene al pensiero cristiano, che non si trova nella Bibbia, che non si trova nei Padri e nei teologi di prima del Concilio: essa si affaccia apertamente con il modernismo e, poi, con Karl Rahner e Walter Kasper, indi s’ingrossa, diventa un fiume, travolge gli argini, e dilaga nella teologia della liberazione, nelle cosiddette teologie femministe, e in tutte le altre forme, sempre più aberranti, sempre più lontane dal Vangelo, della teologia post-conciliare, sotto il segno della “svolta antropologica”, di cui è una logica conseguenza. Se la teologia deve fare perno sull’uomo, e non più su Dio, allora la storia diventa essenziale per la “giusta” comprensione della Rivelazione: quest’ultima deve essere calata “in situazione”, deve essere adattata alle forme psicologiche e culturali dell’uomo moderno. Come nell’idealismo di Fichte e di Hegel non è più l’essere che crea il pensiero, ma il pensiero che crea l’essere, così nei teologi della “svolta” non è più Dio che pone l’uomo, ma l’uomo che adatta e modella l’idea di Dio secondo le sue esigenze, le sue aspettative, i suoi fini. Nessun teologo della “svolta” ammetterà mai una cosa del genere; pure, è esattamente quel che essi hanno fatto: con la scusa di adattare il linguaggio, le forme, la liturgia (e infatti, la “rivoluzione” del Concilio parte dalla liturgia), alla sensibilità e alla mentalità dell’uomo moderno, hanno storicizzato il Vangelo, e così facendo, lo hanno abbassato dal divino al piano dell’umano. Non è più l’uomo che s’innalza verso Dio, è Dio che viene abbassato a forza al livello degli uomini: perché la Sua altezza sublime dà loro un po’ fastidio. Il punto d’arrivo di questa immanentizzazione del cristianesimo lo stiamo toccando ai nostri giorni (ma al peggio, volendo, non c’è mai fine…), con un generale dei gesuiti, padre Sosa Abascal, che rimette in discussione tutto quel che Gesù ha detto e fatto, e tutto quel che è scritto nei quattro Vangeli, con la motivazione, appunto, storicista, che… al tempo di Gesù non erano ancora stati inventati i registratori.
Possono esserci state anche altre ragioni, nella incongrua citazione storicista di Giovanni XXIII, quell’11 ottobre 1962. Molti pensano che la sua stessa elezione sia stata favorita da un calcolo politico, quello di “sdoganare” il comunismo, instaurando un dialogo con l’Unione Sovietica e, di conseguenza, togliendo, di fatto, la scomunica ai comunisti italiani e degli altri Paesi cattolici. È uno scenario plausibile, per non dire probabile, visto come sono andate poi le cose. Non è questa la sede per rifare la storia del conclave del 1958, che portò all’elezione di Giovanni XXIII come successore di Pio XII, né per parlare delle ombre e delle ambiguità che lo accompagnarono. Tuttavia, senza arrivare alla tesi dei sedevacantisti statunitensi, secondo la quale sarebbe stato eletto papa il cardinale Giuseppe Siri, col nome di Gregorio XVII, e poi subito costretto alle dimissioni, resta, come dato certo e acquisito, che il conclave si svolse in un clima pesante, determinato dalla manifesta insofferenza dei cardinali verso la “linea” e i metodi del defunto Pio XII, e, pertanto, verso l’ipotesi di eleggere Siri, considerato da tutti come il suo delfino. Pertanto, Giovanni XXIII fu espressione d’una volontà di “dialogo” col mondo che, per forza, doveva rivalutare anche la storia...



Chi o che cosa è maestro di vita?

di Francesco Lamendola