ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 25 maggio 2017

Slap, slap.. povero Pietro e poveri noi!



Infilata in una angusta finestra mattutina, collocata fra la messa e l’udienza generale del mercoledì,  l’incontro di oggi con papa Francesco metterà davanti a “The Real Donald” il successore di Pietro:  non il capo della Città del Vaticano, nemmeno il supremo pastore del cattolicesimo romano, ma il  successore di Pietro, che come dicono di lui gli Atti degli apostoli, non ha «né oro né argento», ma è voce di unità delle chiese. Bergoglio ha fatto in silenzio una vera riforma del papato.
Ha costruito  una fraternità a tutta prova con il patriarca ecumenico Bartholomeos; ha abbracciato senza  condizioni Kyril il patriarca di Mosca e di tutte le Russie; ha manifestato fisicamente vicinanza al  papa della chiesa copta Tawardos; ha fissato un pellegrinaggio in Sudan con l’arcivescovo di  Canterbury; a Lund ha abbracciato le vescove e i vescovi luterani, e ha aperto una porta al contatto  con i pentecostali. I comunicati ufficiali già scritti diranno di cordialità e differenze; gli sherpa faranno trapelare che  Trump ha concesso qualcosa sul clima o che il Papa ha apprezzato il cattolicesimo della First Lady.  Ma la realtà di quell’incontro è un’altra. Alla chiesa dei poveri, alla chiesa che “parla attraverso Pietro”, ripugna quella che il New York  Times ha definito la «fame di caos» di Trump. Là dove Trump compie piroette e giravolte  geopolitiche seguendo l’odore delle commesse militari, chi segue Gesù vede solo una geopolitica  molto vecchia, con troppo poveri e troppo ricchi, elenchi ormai cortissimi di “paesi canaglia” e  orizzonti di catastrofi più grandi di quelle già viste. Questa visione non è cosa che il vicario di  Pietro debba dire a Trump o ad altri: è cosa che il Papa “è”. Il presidente americano è abituato a confrontarsi con i telepredicatori evangelicali come Paula  White, che con un gesto sacramentale lo aveva “unto” in una cresima tutta politica, celebrata fra gli  ori della sua casa newyorchese. A Roma si troverà davanti Pietro. E non sarà, la sua, una Canossa  ingentilita dallo stile diplomatico. Sarà peggio. Il celebre incontro del 1077, quando Gregorio VII fece attendere tre giorni al freddo l’imperatore  penitente fuori dal castello di Matilde, era in fondo l’inizio di una ideologia della cristianità che se  durasse ancora oggi avrebbe qualcosa da dare a Trump. In quel ciclo, che coincide col secondo  millennio della storia cristiana, papato e potere sembravano condannati a una reciproca ipnosi e  simbiosi: fosse quello di Carlo V, di Napoleone o di Mussolini, la chiesa come potere doveva  trattare coi poteri, piegarsi o farsi piegare. In quella mentalità Trump avrebbe avuto interesse nel chiedere udienza al Papa che nel febbraio  2016 lo aveva fulminato dicendo che «chi fa muri non è cristiano» e dovuto accettare di parlare con  l’uomo che sui trafficanti di armi ha detto parole di fuoco. E poteva essere perfino necessario per il  Papa ricevere l’uomo che lo aveva definito «un politico al soldo del Messico» e lo aveva minacciato dicendo che, quando l’Isis avrebbe attaccato il Vaticano, la Santa Sede avrebbe dovuto sperare di  avere lui alla Casa Bianca. Ma questa logica non funziona, almeno adesso. Il successore di Pietro non compra armi: e non si  farà incantare da promesse sui temi “non negoziabili” che ricordano il piccolo cabotaggio dell’era  Berlusconi-Ruini, quando la terza guerra mondiale a pezzi era agli inizi. Il Papa parlerà solo della  sete di pace di tutti i cristiani e dei fratelli non cristiani di tutti i cristiani. Trump dal canto suo dovrà provare a far dimenticare che la sua è la prima amministrazione che ha  cercato di scassare l’unità della chiesa e della chiesa cattolica americana. La sulfurea figura di Steve Bannon — il guru ideologico di Trump è cattolico almeno di origine — è stata la spalla mediatica  del cardinale Burke e dei cardinali che hanno attaccato il magistero sul matrimonio del Papa. A Riad è stato fotografato insieme ai famigliari del presidente con i quali tutti cercano di fare affari. Vedremo se avrà il buon gusto di star lontano dal Vaticano. In ogni caso Francesco non si  inquieterà. Ha dalla sua un vecchio adagio che dice “chi mangia papa crepa”, e che a medio termine funziona sempre. Lo stile petrino del Papa fa il resto. E ha dalla sua la tranquillità di chi sa di essere Pietro. Un Pietro a cui non serve molto tempo per mostrare a Trump che fra i telepredicatori e Pietro c’è un abisso.
Repubblica 
(Alberto Melloni) (Testo del 24 maggio 2017)  
http://ilsismografo.blogspot.com/2017/05/vaticano-lo-sguardo-di-pietro-su-trump.html

Che rivincita l'inchino dell'Europa snob


Ci sono quelli che se solo emetti il suono «Trump» danno segni di collasso e sudorazione fredda. In Italia è già successo in passato con Berlusconi: la sinistra al caviale, o se preferite radical chic, quella che detta le norme, le mode e persino la lunghezza dei calzini, è orribilmente refrattaria al suono «Trump» con reazioni allergiche anche gravi, attenzione leggere attentamente il foglio illustrativo.


Si tratta di tutta quella sinistra al caviale o (sempre se preferite) radical chic si è da tempo sbrigata, per atea che fosse, a dichiararsi papista con atti persino maniacali come augurare a sproposito «buona sera» e «buon appetito» credendo di imitare l'essenza del pensiero argentino, nel senso di Bergoglio.
Per tutti costoro il ricordo delle scintille tra Donald Trump e Papa Francesco, al di qua e al di là degli spalti di frontiera messicani, erano sembrati festosi fuochi d'artificio: il papa (per certificato di nascita «buono») e il politico americano (per definizione «cattivo» ma anche burino, cafone, villano e volgare) sembravano per sempre divisi da lingue di fuoco tracciate con un lanciafiamme a gasolio dallo stesso arcangelo Gabriele. E poi, porca miseria: è successo un fattaccio che la sinistra al caviale e radical chic non è riuscita a metabolizzare restando incagliata a nord e a sud del piloro. È accaduto che Francesco e Donald, Bergoglio e Trump, pur senza gettarsi le braccia al collo, abbiano come si dice interagito con rispetto e persino con grazia, scambiandosi regali simbolici e occhiate da gente di mondo che capisce (sia l'uno che l'altro) chi si ha davanti.
È esattamente ciò che è sempre successo nei secoli quando l'Imperatore d'Occidente si è incontrato col romano Pontefice, che magari è di Buenos Aires. Napoleone e Pio VII arrivarono agli schiaffi, ma non è stato certo il caso dell'incontro di ieri, cominciato con un sorriso e finito in gloria. Ecco perché i poveri altezzosi di casa nostra ci sono rimasti male: perché come i bambini ricchi e viziati concepivano un mondo fiabesco, separato dalla realtà. La realtà è che papa Bergoglio, oltre che un sant'uomo questo dipende dai gusti e dalle opinioni, è prima di tutto un uomo di mondo: uno che per la berretta papale era già pronto un paio di conclavi fa, uno che non viene da un convento dei trappisti, ma dalla Compagnia di Gesù, cosa questa - che ha sconvolto le sacre regole perché mai era accaduto finora che un gesuita diventasse papa. Bergoglio è sia gesuita che papa, come Trump è sia un urbanista che un legittimo rappresentante del Paese più produttivo, amato, detestato del mondo, certamente quello che produce più farmaci e film, oltre che bombe madri ohibò di tutte le bombe.
Noi non sappiano (ma lo sospettiamo) se Bergoglio abbia senso dell'umorismo. Il mestiere di papa lascia poco spazio all'ironia, che neanche alla Casa Bianca è sempre di casa. Ma i due mostri (nel senso di creature che destano meraviglia) si sono guardati, si sono parlati e si sono scambiati messaggi senza neanche scambiarsi la password di wi-fi, perché non appartengono al bestiario immaginario della sinistra al caviale che vibra di sdegno al solo suono del nome interdetto, ma al mondo della nostra epoca piuttosto complicata e anche divertente. La tragedia di sinistra è che Trump e Bergoglio, presidente e Papa, si sono scambiati legittimazione e rispetto. È quella legittimazione che provoca nella sinistra al caviale o chic, una crisi d'ansia: signora mia, in che tempi, avrebbe detto l'Arbasino di un tempo. Il diavolo imperialista e l'acqua santa vaticana, uniti in una concordia non soltanto diplomatica, ma autentica e reale. Poi, come si dice a Milano, a ciascuno il suo mestiere: Trump erigerà muri anti-invasione e Bergoglio lancerà ponti sugli stretti della Storia. Ad entrambi dobbiamo un applauso perché hanno per il nostro sadico piacere mandato in bestia la gente con la puzza sotto il naso, un prodotto che hanno sempre in tasca, anche in comode confezioni spray.

1 commento:

  1. Egregio signor Alberto Melloni,

    direi che il suo articolo a strappacuore, più-papista-del-papa-in-persona, ha già ricevuto ampia risposta da quello scritto da Paolo Guzzanti.
    Ad ogni modo:

    - vogliamo parlare di chi incarna oggi a molti livelli la 'fame di caos'?
    - vogliamo parlare di 'sulfuree figure'?

    P.S.
    constato che esiste ancora chi - come lei - è rimasto legato al palo del rimestare il berlusconismo d'antan: capisco che, dove lo metti lo metti, è argomento che strappa sempre l'applauso della c.d. sinistra in cachemire, ma CHE NOIA, gomitoli di barba... (dovremo sentirne parlare ancora, anche per imputargli la caduta degli asteroidi??)

    Una rinnovatina all'armamentario ideologico no?

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