ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 1 maggio 2017

Una contraddizione in termini

TRADIZIONE E PROGRESSO

    La Sacra Tradizione è soggetta alla legge del progresso? il fraintendimento chiave che si è verificato a partire dal Concilio Vaticano II. Lo strapotere dei teologi e i “cambiamenti irreversibili" di papa Francesco 
di Francesco Lamendola




La questione del rapporto tra le due fonti della divina Rivelazione, ossia la Scrittura e la Tradizione, è al centro dei uno dei documenti più significativi, ma anche meno studiati e meno discussi, del Concilio Vaticano II: la Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, intitolata Dei Verbum e pubblicata il 18 novembre 1965.
Sappiamo che i lavori preparatori videro accese discussioni proprio su questo nodo; e che si tratti di un nodo particolarmente sensibile, per non dire vitale, lo si deduce dal fatto che il protestantesimo ha rigettato l’autorità della Tradizione, basandosi sulla sola Scrittura; mentre la Chiesa cattolica ha sempre onorato la Tradizione come una delle due fonti della Rivelazione, accanto alla Scrittura. Logica conseguenza dell’impostazione teologica di fondo di Lutero: se la giustificazione avviene per opera della sola fede, mentre per il cattolicesimo avviene sia con la fede che con le opere, è ovvio che la Tradizione non conta più nulla: essa, infatti, è formata da tutta la parte della Rivelazione non scritta nella Bibbia, ma tramandata oralmente, oppure affermata da alcuni autori particolarmente autorevoli, specie nei primi secoli del cristianesimo, e, in particolare, tutto l’apporto della patristica greca e latina.

D’altra parte, giova ricordare che la Tradizione non è meno antica della Scrittura, semmai il contrario, almeno per ciò che riguarda il Nuovo Testamento: è certo, infatti, che già si era formata una Tradizione, quando ancora non era stato scritto nessuno dei testi del Nuovo Testamento, e, in particolare, nessuno dei quattro Vangeli. Osserviamo, inoltre, che se la Tradizione venisse respinta, allora si dovrebbe espungere dal piano della Rivelazione tutta una serie di verità e di pratiche, a cominciare dal culto dei santi e dalla venerazione per la Madonna: poiché in nessun testo della Scrittura si parla di qualcosa del genere. Sappiamo, però, che la venerazione per Maria Vergine è antichissima (cfr. il nostro articolo Gli apocrifi e i santuari di Maria in Terra Santa attestano l’antichità del culto mariano, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il  09/12/2013 e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni il 10/12/2013), e così il culto dei santi.
Pertanto, i protestanti, e, con loro, quei cattolici, o sedicenti cattolici, che vedono la Tradizione come il fumo negli occhi, cioè come qualcosa di arcaico, vagamente superstizioso e razionalmente ingiustificato, e hanno sempre in bocca la formula Scriptura sola, non possono fondare la loro viscerale repulsione su di una base storica, tanto meno cronologica; sono costretti a negare l’autorevolezza e la divina ispirazione della Tradizione, e ridurla a una semplice tradizione, cioè una tradizione puramente umana, qualcosa che si può e si deve modificare nel corso del tempo, e, se gli studi e le ricerche moderni ne nostrano l’infondatezza, anche eliminare, come appunto essi, in ultima analisi, vogliono. E qui sono costretti a lasciar cadere la maschera e a mostrarsi per ciò che realmente sono: dei modernisti, che vorrebbero misurare la fede con il metodo delle scienze positive e che, in definitiva, non credono se non a ciò che possono afferrare, definire, circoscrivere e, possibilmente, manipolare, per mezzo della ragione umana. Il fatto che il modernismo sia un’eresia, anzi, la somma di tutte le eresie, come la definì san Pio X nell’enciclica Pascendi, e, come tale, meritevole della scomunica, non li turba più di tanto, specie di questi tempi, con un papa modernista che pretende di fare il bello e il cattivo tempo sulla cattedra di san Pietro, e introdurre nella Chiesa, sono parole sue, dei cambiamenti dai quali non si potrà tornare indietro.
Dicevamo che la Dei Verbum venne approvata, alla fine, con una maggioranza schiacciante (2.344 a favore su 2.350, e 6 contrari), che non dà l’idea, però, di quanto furono vivaci e laboriose le discussioni in fase preparatoria: il testo preliminare era stato approvato, in una apposita sotto-commissione, con soli 17 voti a favore e 7 contrari (1-6 giugno 1964). Riportiamo qui, per esteso, il secondo dei sei capitoli di cui si compone il documento, intitolato La trasmissione della divina Rivelazione (in: La Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione, Torino, Elledici, pp. 59-67):

GLI APOSTOLI E I LORO SUCCESSORI, PREDICATORI DEL VANGELO
Dio, con somma benignità, dispose che e quanto Egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la rivelazione del sommo Iddio (cfr. 2 Cor 1, 30; 3, 16-4, 6), ordinò aglio Apostoli che l’Evangelo, prima promesso per mezzo dei Profeti e da Lui adempiuto e promulgato di persona, come la fonte di ogni verità salutare e d ogni regola morale lo predicasse erro a tutti, comunicando i doni divini. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni, trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalle labbra, dalla frequentazione e dalle opere di Cristo, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo, quando da quegli Apostoli e da uomini della loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della salvezza.
Gli Apostoli poi, affinché l’Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i Vescovi, ad essi affidando “il loro proprio posto di maestri (S. Ireneo). Questa Sacra Tradizione dunque e la Scrittura Sacra dell’uno e dell’altro Testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com’Egli è (cfr. Io. 3, 2).

LA SACRA TRADIZIONE
Pertanto, la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva esser conservata con successione continua fino alla fine dei tempi. Gli Apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli di attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per lettera ( cfr. T2 Thess. 2, 15), e di combattere per quella fede che era stata  ad essi trasmessa una volta per sempre (cfr. Iud. 3). Ciò che fu trasmesso dagli Apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del Popolo di Dio e all’incremento della fede, e così la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede.
Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei redenti, i quali le meditano in cuor loro (cfr. Lc. 2, 19 e 51), sia con l’esperienza data da una più profonda  intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali  con la successione episcopale hanno ricevuto  un carisma sicuro di verità. La Chiesa cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio.
Le asserzioni de Santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica  e nella vita della Chiesa che crede e che prega. È la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l’intero canone dei libro Sacri, e in essa fa più compiutamene comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse Sacre Scritture; così Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell’Evangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cfr. Col. 3, 16).

RELAZIONE TRA SACRA TRADIZIONE E SACRA SCRITTURA
La Sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la Sacra Tradizione poi trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; accade così che la Chiesa attinga la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate con pari sentimento di pietà e riverenza.
RELAZIONE DI ENTRAMBE CON L’INTERA CHIESA E IL MAGISTERO
La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola d Dio affidata alla Chiesa, e nell’adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni (cfr. Ac. 2, 42 gr.), in mondo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, concordino i Presuli e i fedeli.
L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa (Pio XII; Humani Generis), la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale Magistero però non è superiore alla parola di Dio ma ad essa serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l‘assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio.
È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro saldamente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime.

In questo capitolo, che può sembrare lineare e coerente solo a una lettura superficiale, traspare, in realtà, ad una lettura più approfondita, l’intima tensione da cui è scaturito, e la faticosa ricerca di un compromesso fra quanti avrebbero voluto una affermazione, se non della sola Scrittura, certo della superiorità della Scrittura sulla Traduzione, e quanti invece volevano che fosse approvato il principio della loro pari dignità e necessità, però con la sottile distinzione che se la Scrittura, anche da sola, è sufficiente come parola di Dio, la Tradizione lo è nella misura in cui si accompagna alla Scrittura. Gradazioni, bilanciamenti quasi al millimetro: tuttavia abbastanza chiaramente rilevabili, se si legge il documento con tutta la dovuta attenzione, e tenendo conto della posta effettivamente in gioco, così come l’abbiamo messa a fuoco al’inizio.
Il passo decisivo è il seguente: Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei redenti, i quali le meditano in cuor loro (cfr. Lc. 2, 19 e 51), sia con l’esperienza data da una più profonda  intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali  con la successione episcopale hanno ricevuto  un carisma sicuro di verità. La Chiesa cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio.
È un passo contraddittorio, sconcertante, che contraddice un punto-cardine del Magistero e della dottrina di sempre: la perenne verità ed evidenza della parola di Dio. Parlare di una Tradizione con la lettera maiuscola, cioè di una Tradizione di origine non umana, ma divina, e poi sostenere che essa “progredisce”, è una contraddizione in termini. Affermare, poi, che tale “progresso” dipende dalla riflessione e dallo studio dei credenti, equivale a sposare in pieno l’ideologia laica del Progresso illimitato della ragione, non solo, ma suggerire che la Chiesa, nei secoli passati, abbia compreso molto meno di noi della parola di Dio, e che, in un futuro non precisato, la comprensione sarà infine pressoché totale. Il che, da un lato, significa sminuire la Chiesa e la stessa intelligenza di fede dei credenti vissuti nelle generazioni passate, dall’altro significa innalzare la possibilità di comprensione della Rivelazione al di sopra dei limiti dell’umano, mediante lo studio delle Scritture e non mediante la Grazia divina. Ed è anche come dire che i cristiani dell’anno 2.500, se l’umanità esisterà ancora, saranno più fortunati di quelli di oggi, perché più vicini alla corretta e piena comprensione della parola di Dio. Il che è eretico. Solo la Grazia divina permette un’autentica comprensione della parola di Dio, e non lo studio o il progresso dei tempi: se fosse altrimenti, il cristianesimo non sarebbe una rivelazione ugualmente rivolta a tutti gli esseri umani, compresi i bambini, ma uno gnosticismo per pochi eletti, per teologi e studiosi. E infatti, questo è il fraintendimento che si è verificato a partire dal Concilio Vaticano II: che i teologi siano gli interpreti qualificati della parola di Dio. Questo è falso. I veri interpreti della parola di  Dio sono i santi; e santi possono essere anche dei bambini, come la storia della Chiesa mostra. I teologi non sono interpreti qualificati, ma pensatori il cui fine è quello di aiutare la fede e di confermarla, mediante la riflessione sulle Scritture e sula Tradizione: non già interpretandole, perché, se così fosse, ogni teologo avrebbe la sua interpretazione, come fanno i protestanti, e il Magistero non avrebbe più ragion d’essere; ma confermandole per mezzo della ragione naturale, in ciò che essa ha di convergente con la divina Rivelazione.
Lo strapotere dei teologi parte da qui; e da qui parte l’arroganza di papa Francesco, che pretende di introdurre “cambiamenti” nella Chiesa, oltretutto irreversibili. Nessun cambiamento è possibile nella Chiesa, ad opera di una singola persona, e nemmeno di un singolo concilio, se non in perfetta continuità e coerenza con il Magistero di sempre, ossia dei precedenti 265 pontefici e dei precedenti 20 concili ecumenici. Non è nemmeno lontanamente pensabile che un singolo concilio, come il Vaticano II, o un singolo pontefice, come papa Francesco, possano introdurre dei “cambiamenti” che non siano perfettamente in linea con il Magistero di sempre; se, poi, si propongono d’introdurre dei cambiamenti irreversibili, già da questo si comprende che sono fuori dal solco del Magistero, perché ciò equivale a dire che, prima di tali cambiamenti, la Chiesa non aveva capito quale fosse la giusta lettura della Scrittura e la giusta interpretazione della Tradizione; e inoltre, come se ciò non bastasse, che ci si vuol premunire contro possibili “ritorni” della Chiesa verso la precedente lettura e la precedente interpretazione, il che è del pari sbagliato, perché così agiscono le istituzioni umane, i partiti, i governi, ma così non può e non deve agire la Chiesa, il cui unico e vero capo è Gesù Cristo, e la cui sola fonte d’ispirazione è lo Spirito Santo, il quale soffia dove vuole e non sa che farsene delle umane decisioni, che siano o no di tipo progressista, che vogliano o no sbarrare il cammino all’indietro della Chiesa stessa.
Diciamo che tutto questo modo di esprimersi, e questo modo di ragionare che esso sottende, non è in linea con il vero Magistero e risente pesantemente di una visione umana, troppo umana, immanentistica, della storia della salvezza, quasi che fosse l’uomo a dover decidere dove andare, cosa fare, e ciò in cui la Chiesa deve credere. Niente affatto: a decidere è Dio; la meta è indicata da Dio; le cose da fare, sono quelle ispirate dallo Spirito di verità. E se gli uomini, in questo caso i padri conciliari, non lo hanno tenuto sufficientemente a mente, allora bisogna dedurre che lo Spirito, quello con la “s” maiuscola, non era abbastanza presente nei loro pensieri, nelle loro parole e nelle loro decisioni, ma era presente un altro spirito, tutto umano. C’è poco da fare: o parla Dio, o parlano gli uomini. Ma, per il cristiano, a parlare è Dio: gli uomini lo ascoltano e cercano di mettere in pratica la sua parola. Non sono essi a dover prendere decisioni che riguardano la fede; e non è il loro studio delle Scritture che li aiuta a capire meglio la Tradizione. Strano che in questi documenti del Concilio Vaticano II, che riflettono così esplicitamente lo “spirito” degli anni Sessanta (con la lettera minuscola), cioè uno spirito progressista e interamente umano, si parli così poco dell’unica cosa che veramente è essenziale, se davvero si vuol comprendere la parola di Dio: la preghiera. È solo pregando, pregando tanto, pregando sempre, come ha insegnato a fare il divino Maestro, che gli uomini restano saldamente uniti a Dio; ed è solo dalla preghiera che discende la retta comprensione della Scrittura e della Tradizione. Un grandissimo filosofo e un sommo teologo, san Tommaso d’Aquino, allorché non riusciva a comprendere un punto della divina Rivelazione, lasciava la penna, andava in chiesa e abbracciava, sospirando e piangendo, l’altare del Santissimo, e chiedeva a Dio di ricevere, con la preghiera, la divina ispirazione. Lui, che possedeva una mente acutissima, lui che era uno studioso dalla cultura immensa, si faceva piccolo come un bambino, secondo l’insegnamento del Vangelo, e chiedeva con umiltà, ma anche con fiducia, che Dio gli aprisse la mente.

La strada, per il cristiano, è questa; e nessun’altra.


La Sacra Tradizione è soggetta alla legge del progresso?

di Francesco Lamendola

  

Vedi anche:


ANTICHITA' DEL CULTO MARIANO - Gli apocrifi e i santuari di Maria in Terra Santa attestano l’antichità del culto mariano

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