ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 29 maggio 2017

Una grossa duplice contraddizione

Qualche considerazione a freddo sulla vicenda dei matrimoni della Fraternità San Pio X 




La probabile sede romana della Prelatura Personale della Fraternità
(si veda l'intervista di Don Alain-Marc Nély, secondo Assistente di Mons. Fellay)
       

A margine della vicenda, ormai tanto dibattuta, dei matrimoni della Fraternità San Pio X, è intervenuto in questi ultimi giorni di maggio Don Michele Simoulin.
L’ex Superiore del Distretto italiano della Fraternità, oggi come in pensione in un complesso scolastico nel Sud della Francia, è solito intervenire sempre a sostegno delle posizioni dei Superiori, sia per il suo tipico senso della disciplina – vecchio retaggio militare -, sia per il suo personale convincimento della necessità per la Fraternità di rientrare all’obbedienza del Vaticano.

Egli ha presentato il suo punto di vista in un articolo, Si continua!, pubblicato sul numero di giugno 2017 de Le Seignadou, il bollettino del Priorato Saint Joseph des-Carmes. In esso Don Michele non cita apertamente neanche una volta i Decani e la loro lettera, e tuttavia si esprime a riguardo con una certa durezza, per poi sviluppare un ragionamento tutto suo, molto ligio nei confronti dei Superiori, ma che non sfiora neanche la questione di merito posta dai Decani e dagli stessi fedeli.

L’articolo è in qualche modo rappresentativo di quella parte minoritaria della Fraternità che sembra essere indifferente al fatto che dopo più di quarant'anni di resistenza si possa  corrispondere all'abbraccio mortale della Chiesa conciliare, e da parte sua Don Michele lo imposta su un ragionamento che è sintetizzabile in due considerazioni:
- gli atti di Papa Francesco comportano una situazione “veramente inedita e teologicamente assurda”, ma  sono “atti unilaterali” la cui “ragion d’essere è chiaramente affermata: si tratta del bene delle anime e non della situazione della Fraternità!”;
- quindi “io non vedo come potremmo opporci a questo! Per rimanere puri da ogni compromesso, dovremmo rimandare al vescovo il suo decreto? Dire ai nostri fedeli che le nostre confessioni non valgono niente perché la loro validità è ammessa dal Papa?”;
e conclude dicendo: “Non dobbiamo essere idioti a forza di voler essere più intelligenti degli altri, e ammettiamo che la situazione è semplicemente assurda senza esserci sfavorevole”.

Questa impostazione, eminentemente pragmatica, prescinde chiaramente da ogni esigenza logica, nonostante lo stesso Don Michele vi si appelli nel suo ragionamento preliminare. La domanda inevitabile è: come può accettarsi una situazione “semplicemente assurda”, purché non ci sia “sfavorevole”? Come può essere favorevole alla Fraternità una situazione che in se stessa è “semplicemente assurda”?
Don Michele, e quelli che la pensano come lui, sembra non rendersi conto che accettare di vivere nell’alveo della Chiesa conciliare non corrisponde al bene della Fraternità, né al bene delle anime, poiché equivale all’avallo di uno stato di cose che lo stesso Don Michele segnala senza avvertirne la valenza deflagrante: “In effetti, egli [Papa Francesco] non ha argomenti, e affronta tutto a suo piacimento: dottrina, morale, diritto canonico, ecc. La situazione è veramente inedita e teologicamente assurda”.

E’ davvero singolare sottolineare l’assurdità di un contesto, sia in campo dottrinale sia in campo pastorale, è poi ritenere che non ci sia meglio da fare che entrare a farne parte.
E questa singolarità è rafforzata dal ragionamento che spiega come si debba evitare di fermarsi alla “comunione spirituale” con il capo della Chiesa [per esempio, diciamo noi, con la recita dell’“una cum papa nostro” nel Canone della Messa] “senza necessità del ricorso alla comunione gerarchica”. E questo perché, dice Don Michele, “fare a meno del legame con Pietro, vivere ed agire come se egli non esistesse, significherebbe privarsi di questo potere di supplenza.” Potere di supplenza di giurisdizione che “si esercita solo per la relazione essenziale che ogni ministro deve mantenere nella Chiesa almeno col suo capo supremo”; pena incorrere nella condanna già espressa alla fine del Medio Evo dal Concilio di Costanza.

Insomma, il succo del ragionamento di Don Michele è che non si può fare a meno della comunione gerarchica con la Chiesa conciliare, perché diversamente non può nemmeno esercitarsi il potere di supplenza come ha fatto la Fraternità per più di quarant’anni. E questo Don Michele lo sviluppa nel suo ragionamento, senza esprimerlo apertamente, per rifiutare l’impostazione dei Decani e dei fedeli che, non accettando le nuove disposizioni di Papa Francesco, intendono proseguire con l’esercizio del potere di supplenza in forza dello stato di necessità.
Ma nel far questo, Don Michele non si avvede di una grossa duplice contraddizione:
a) se fosse vero che il potere di giurisdizione possa esercitarsi solo “per relazione essenziale” col capo supremo della Chiesa, sarebbe anche vero che l’intera esistenza della Fraternità in questi quarant’anni e più sarebbe ingiustificata e quindi inesistente come opera della Chiesa;
b) se il presupposto per l’esercizio legittimo del potere di supplenza è la “relazione essenziale” col capo supremo della Chiesa, accettato come fa Don Michele il perdurare e l’aggravarsi dello stato di necessità, la conseguenza sarebbe che non è più necessaria, né di fatto e dottrinalmente possibile, la comunione gerarchica.
Così che tutto il ragionamento frana su se stesso e lascia spazio solo al mantenimento dell’attuale stato di cose che perdura da quarant’anni e che durerà inevitabilmente fino a quanto le cose nella Chiesa conciliare non cambieranno, come dice lo stesso Don Michele: “fin a quando Roma non accetterà di darci una dottrina conforme alla Messa che noi celebriamo, quella che non è mai stata abrogata, noi aspetteremo i momenti più favorevoli per cessare la nostra resistenza”.

Tanto più che oggi la Chiesa conciliare è perfettamente rappresentata da Papa Francesco,  disposto a tutto pur di non interessarsi di dottrina cattolica, se non per demolirla o ridurla ad un mero giochetto dialettico tra istanze sociali e preoccupazioni ecologiste. Da cui scaturisce l’istanza ecumenica di vedere riunite all’interno della Chiesa conciliare ogni sorta di etichette “cristiane”, a prescindere dall’ortodossia o nonostante l’ortodossia, perché l’istanza prima non è la verità, “triste” retaggio dei “duri di cuore”, ma l’“unità nella diversità”, nefasto retaggio del Vaticano II.

Qualche anno fa (6 gennaio 2004), la Fraternità diffuse uno studio intitolato “Dall’ecumenismo all’apostasia silenziosa”, da allora è passata tanta acqua sotto i ponti e sembra che abbia portato via con sé questo e altri studi critici della Fraternità, per lasciare affiorare la nuova istanza della comunione gerarchica ad ogni costo, della regolarizzazione canonica indispensabile, data per possibile a condizione che la Fraternità rimanga “così com’è”, almeno a parole, e nonostante anche la Chiesa conciliare continui a radicalizzare il suo “essere com’è”: ecumenica e protestane piuttosto che cattolica!

Certo che Papa Francesco vuole che la Fraternità rimanga “così com’è”, perché è proprio a questo titolo che la vuole alla stessa “mensa” ecumenica a cui siedono festanti frotte di “cristiani” non cattolici ed eterodossi.
Potrà la Fraternità cattolica ed ortodossa convertire gli altri commensali o, cibandosi delle pietanze comuni, finirà con l’avvelenarsi progressivamente e inesorabilmente, fino a mitridatizzarsi nei confronti l’errore e a sviluppare gli anticorpi contro la verità?

di Belvecchio