ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 28 giugno 2017

Come un fungo velenoso

La neochiesa sostituisce la chiacchiera alla croce



Il ritmo con cui si sta espandendo la neochiesa, come un fungo velenoso, dentro la Chiesa cattolica, sta diventando frenetico: non passa quasi giorno senza che dei suoi esponenti di spicco, o secondari, introducano qualche ulteriore cambiamento, qualche nuovo abuso liturgico, qualche sproposito pastorale, qualche bestemmia teologica, sempre più baldanzosi, sempre più sfrontati, sempre più certi di non trovare opposizione, né resistenza, se non da parte di singoli sacerdoti e di fedeli talmente isolati, da poter essere facilmente etichettati come oscuri “tradizionalisti”, e liquidati con un’alzata di spalle. I quattro cardinali che, nel settembre scorso, si rivolsero alla Congregazione per la Dottrina delle Fede, chiedendo precise delucidazioni sui punti controversi di Amoris laetitia, non hanno ricevuto risposta alcuna, così come non ha ricevuto risposta la loro richiesta di essere ricevuti in udienza dal papa Francesco, per poter esporre, almeno verbalmente, i loro dubbi e domandare i necessari chiarimenti. 


Frattanto i sacerdoti e i religiosi scomodi, come don Alessandro Minutella, vengono rimossi dalle loro parrocchie; mentre una intera congregazione, stimata e rispettata, fiorente e di vocazioni e ammirevole per la spiritualità dei suoi membri, quella dei Francescani dell’Immacolata, vive in stato di commissariamento ormai da quattro anni, con i suoi membri mortificati e umiliati su tutta la linea, e perfino con la proibizione di essere accolti presso qualche diocesi per mettersi al servizio dei fedeli: i pochissimi vescovi che si sono azzardati a farlo, sono stati a loro volta puniti. E nessuno si è mai degnato di spiegare le ragioni di tanto accanimento; l’unica cosa certa è che, nel corso di una udienza concessa ad alcuni di loro all’inizio di quel calvario, il papa ha detto, testualmente, che, se ritengono la loro persecuzione un’opera del diavolo, dovuta alla loro fedeltà a Maria Vergine, lo pensino pure. Frattanto è stata proibita loro la messa in latino, contraddicendo il Summorum pontificum di Benedetto XVI; sono state requisite le loro “medagliette della misericordia”, quelle dell’apparizione di Rue du Bac a Caterina Labouré; è stato proibito loro di coricarsi con il saio, secondo l’uso antico; e, cosa più grave di tutte, è stato ordinato loro di espungere dai loro statuti lo speciale voto mariano, quello che san Massimilano Kolbe aveva adottato per se stesso, un voto di affidamento totale alla Madre di Cristo. Contemporaneamente, una campagna di fango ben studiata ha colpito in pieno i francescani e le francescane dell’Immacolata, insinuando pesantissimi dubbi sulla loro moralità, il tutto con la complicità o la connivenza del papa e senza che sia mai stata formulata un’accusa precisa, né che ad essi sia stato offerto il modo di giustificarsi e di controbattere alle eventuali accuse. Così, l’ordine francescano più simile allo stile di san Francesco d‘Assisi, è stato ingabbiato e paralizzato dal primo papa della storia che, per far vedere quanto è misericordioso e amico dei poveri, ha voluto assumere il nome di Francesco, pur essendo lui (e anche questa è la prima e unica volta nella storia) un gesuita. Probabilmente, si è trattato anche di un test: qualcuno voleva vedere se ci sarebbe stata una reazione, e quanto forte, o quanto debole. Test riuscito in pieno: non c’è stata la benché minima reazione, né da parte di teologi e canonisti, né da pare di cardinali e vescovi, né da pare di semplici sacerdoti, e meno ancora dei laici. Dai vaticanisti, poi, con poche eccezioni, come Sandro Magister, silenzio assoluto. Troppo occupati a celebrare le lodi di papa Francesco, ad esaltarne l’ineffabile misericordia, le eccelse virtù di capo della “chiesa dei poveri”. E pazienza se è un grande amico di Emma Bonino e di Eugenio Scalfari, e se ha permesso a don Vincenzo Paglia di levare fino alle stelle le lodi per il compianto Marco Pannella, il campione irriducibile del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, delle unioni civili, dei matrimoni omosessuali e della droga libera. E sempre lo stesso Vincenzo Paglia ha chiamato a far parte della Pontificia Accademia per la Vita un teologo anglicano dichiaratamente abortista, di nuovo senza che il papa Francesco aprisse bocca. Così come non ha aperto bocca quando il gesuita omosessuale James Martin ha pubblicato un libro per auspicare l’apertura della Chiesa ai matrimoni omosessuali, ha espresso l’opinione che un bel po’ di santi proclamati dalla Chiesa fossero degli omosessuali, e, dulcis in fundo, ha inviato i suoi saluti “ecclesiastici”, via twitter, ai partecipanti del prossimo Gay Pride, con l’invito a “divertirsi”, e sappiamo molto bene che tipo di divertimenti collaterali siano quelli cui allude il baldo gesuita. Nessuno, evidentemente, ha trovato alcunché di criticabile, o anche solo d’insolito, in siffatti comportamenti; nessuno ha fiatato quando si è udito il papa affermare che Gesù fa un po’ lo scemo, o che si è fatto diavolo, brutto che fa schifo, o che le Persone della Trinità sono sempre impegnate a litigare, e altre cose dello stesso tenore, fra le quali che la dottrina è quella cosa a cui si attaccano i fanatici, e che, se provoca divisioni, è una cosa brutta, perché diventa ideologia, mentre è una cosa buona se unisce: e non importa se “unisce” coi nemici della Chiesa e se permette a qualcuno d’invitare i musulmani alla santa Messa, per pregare Allah a modo loro, l’indomani dello sgozzamento di un prete cattolico, davanti all’altare e nel pieno dell’Eucarestia, da parte di due fanatici – quelli, sì, veramente tali, anche se il papa non vuole assolutamente che li si chiami col loro nome – islamici. Nessuno di questi fatti, nessuna di queste azioni o di queste affermazioni ha turbato minimamente gli indefettibili e inossidabili fans di papa Francesco: anzi, i teologi alla Enzo Bianchi lo glorificano più che mai, e gli storici alla Alberto Melloni vanno in brodo di giuggiole al solo sentirlo nominare. Quanto ai cardinali e ai vescovi, sono troppo impegnati fare attività politica pro-invasione, pardon, volevamo dire, pro-immigrazione, fino al punto di far pregare i fedeli nelle chiese perché venga prontamente approvata la legge sullo ius soli, che consentirà quasi a qualsiasi bambino straniero, nato in Italia, di diventare automaticamente cittadino italiano: una cosa mai vista e mai sentita in alcun Paese al mondo, tranne che in Italia; e che fa il paio con la folle decisione del nostro ministro della Sanità d’imporre ben dodici vaccinazioni ai bambini italiani, pena l’esclusione dagli asili e dalle scuole, e multe salatissime ai loro genitori, non escludendo la sospensione della patria potestà.
Mentre la neochiesa dilaga con impressionante velocità, tuttavia, se ne vede sempre più chiaramente lo scopo, l’obiettivo finale; se ne vede, in controluce, la recondita intenzione, più e meglio di quanto non si potesse vedere sino a poco tempo fa. La neochiesa, infatti, è in marcia da parecchio tempo: è nata dal veleno modernista, che, vigorosamente contrastato da san Pio X, è ritornato in superficie, dalle cantine ove s’era rifugiato, alla morte di Pio XII, e ha letteralmente scatenato il suo assalto a partire dal Concilio Vaticano II. È con l’ascesa al soglio pontificio di papa Francesco, tuttavia, che la neochiesa ha lasciato cadere definitivamente la maschera e si sta mostrando realmente per ciò che è, resa forte e sicura, come si è detto, dalla mancata reazione di chi avrebbe dovuto reagire, ma che, evidentemente, era troppo occupato a tutelare il proprio posticino, la propria cattedra universitaria, o la propria cattedra episcopale, o qualche altra importante funzione al vertice della gerarchia vaticana: perché il pontificato di Francesco, ben lungi dall’avere minimamente intaccato la gerarchia, intesa come struttura rigida e chiusa di potere, che sfugge a ogni controllo e si sottrae ad ogni trasparenza, ha conosciuto un formidabile rafforzamento, non di rado mettendo le persone peggiori nei posti più delicati, come alcuni clamorosi scandali, peraltro subito smorzati dagli organi d’informazione (tutto il contrario di quel che facevano con l’immediato predecessore di papa Francesco, al quale non ne perdonavano una, quando non la inventavamo di sana pianta) hanno ampiamente mostrato, almeno a chi aveva occhi per vedere e orecchi per udire. Oppure il pubblico si è già dimenticato della meravigliosa signora Francesca Immacolata Chaouqui, nominata personalmente da Bergoglio in una delicatissima commissione papale, e finita subito al centro di una storiaccia di scandali e commercio di notizie riservate, da codice penale; o di monsignor Ricca, il prelato omosessuale che viveva in una Nunziatura apostolica con il suo sconcio amante, e che papa Francesco aveva personalmente posto a capo niente di meno che dello I.O.R., la Banca Vaticana; o di José Rodriguez Carballo (uno dei massimi artefici della persecuzione dei francescani del’Immacolata), che sempre Bergoglio ha voluto porre a capo della Commissione per gli Istituti di Vita consacrata, poi travolto da un enorme scandalo finanziario che ha mobilitato la magistratura svizzera, con sequestri di beni per milioni e milioni di euro? E stiamo parlando di notizie che furono date a suo tempo, almeno un paio d’anni fa, sia pure sottovoce, che però solo pochi giornalisti, come l’ottimo Maurizio Blondet, avevano giustamente evidenziato in tutta la loro gravità. Ma il papa Francesco, forte della sua umiltà veramente francescana, e della sua misericordia veramente evangelica, ha tirato dritto per la sua strada, senza mai arrossire, senza una parola di scuse o di giustificazioni, senza un mea culpa anche solo velato; al contrario: sta procedendo, a tappe forzate, verso una riforma del Collegio dei cardinali di ampiezza e portata inaudite, che metterà questo fondamentale organismo del tutto nelle sue mani, blindato a doppio catenaccio nelle persone di suoi fedelissimi yes-men: un modo di procedere così autoritario e così palesemente antidemocratico, quale mai, a memoria d’uomo, si era visto dietro le mura vaticane. Le quali mura, fra parentesi, sono le ultime mura al mondo, a parte quelle della Corea del Nord: cosa un po’ strana, da parte di un pontefice che non lascia passare giorno senza tuonare contro i “muri” e sulla necessità di gettare “ponti”, il che, tradotto, significa che l’Italia deve lasciarsi invadere da qualsiasi quantità e da qualsiasi categoria di persone si presentino davanti alle sue coste o ai suoi confini, asserendo di essere dei poveri profughi, anche se si tratta, al novanta per cento dei casi, di gente che non fugge né da guerre, né da carestie, né da persecuzioni, e fra la quale si celano, questo è certo, numerosi terroristi ben decisi a organizzare attentati contro il Paese che li accoglie e che li ospita, o altri Paesi d’Europa, ove contano di trasferirsi successivamente.


di Francesco Lamendola del 28-06-2017
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