ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 27 giugno 2017

Il contestualismo

Volete forse emendare il Vangelo?



Prendiamo una pagina del Vangelo di Marco (6, 17-20): Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposato. Giovanni diceva a Erode: “Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello”. Per questo Erodiade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere., ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo gusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. 
E il Vangelo di Matteo, per una volta più stringato (14, 3-5), sul medesimo episodio: 
Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodiade, moglie di Filippo suo fratello. Giovanni infatti gli diceva: “Non ti è lecito tenerla!”. Benché Erode volesse farlo morire, temeva il popolo perché lo considerava un profeta. 

Simili pagine del Vangelo sono quanto mai fastidiose e imbarazzanti per i falsi teologi e per i sacerdoti della neochiesa, perché hanno un suono che mal si accorda con l’idea di Dio, e dei suoi profeti, che essi intendono diffondere tra i fedeli. Costoro, perciò, stanno cominciando a muovere i primi passi per eliminare l’ostacolo. Il loro primo alleato è il contestualismo: le parole del Vangelo, essi dicono (e qui ci riferiamo sia al libro, anzi, ai libri chiamati Vangelo, sia al Vangelo in quanto contenuto della Rivelazione), devono essere contestualizzate: sono state scritte in un contesto preciso, in un certo ambiente, in una certa lingua, da persone che avevano una certa mentalità, per cui bisogna “tradurre” tutto ciò nel nostro modo di pensare, se lo si vuole rendere comprensibile. Il secondo alleato si chiama filologia: bisogna studiare e leggere il Vangelo come si fa con qualsiasi altro libro antico, cioè sottopendolo alle normali regole dell’indagine filologica, per scoprire eventuali interpolazioni, cambiamenti, errori di trascrizione, eccetera; della divina ispirazione delle Scritture, neanche una parola, perché sovrapporrebbe un argomento metafisico ad uno puramente scientifico, e si sa che i modernisti della neochiesa non riconoscono alcun dio che stia più in alto del Metodo scientifico. Tipico esempio, la frase: è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago…, la quale, per ragioni logiche e testuali, andrebbe invece letta così: è più facile che una gomena, una grossa fune da marinai, possa entrare nella cruna di un ago, eccetera. Chi non conosce né il greco, né l’ebraico, né l’aramaico, e neppure il latino, è meglio che stia zitto e si adatti a leggere il Vangelo così come i filologi gli dicono che deve essere letto. Il terzo alleato, solo apparentemente inconciliabile coi primi due, è il decostruzionismo: alla fin fine, noi non possiamo sapere, né mai lo potremo, che cosa abbia detto e fatto realmente Gesù, per la buona ragione, veramente decisiva, che, al suo tempo, non esistevano i registratori, e dunque le sue precise parole e le sue autentiche azioni, c’è poco da fare, sono andate perdute per sempre. Questo è il metodo che il nuovo generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal, ha pubblicamente proclamato, senza ricevere smentita alcuna né dai suoi confratelli, né dagli uomini della fede e della cultura cattolica, né, cosa più importante di tutte, da chi avrebbe l’autorità per correggere una affermazione così palesemente eretica, oltre che assurda: il papa in persona, capo della Chiesa cattolica e supremo custode, in teoria, del Depositum fidei.
Perciò, se noi non sappiamo cosa disse realmente Gesù, possiamo fare due cose: o gettare i Vangeli nel cestino della spazzatura, oppure far finta che tutto continui come prima, ma, di fatto, sostituire alla Dottrina cattolica di sempre (verso la quale il papa Francesco manifesta un così esplicito fastidio, considerandola una palla al piede che rallenta la marcia verso il cambiamento della Chiesa) con una dottrina nuova, relativista, agnostica, protestantizzante e giudaizzante, oltreché debitamente filo-islamica; una dottrina (con la minuscola) sincretista, gnostica e massonica, fatta per piacere al mondo, per strappare l’applauso delle masse, e, soprattutto, per abolire il concetto stesso di “peccato”, dato che essa ha elaborato un’altra parola-chiave, che sta adoperando come un piccone per demolire tutto quanto, nella vera Dottrina, le dà noia: il concetto di “misericordia” divina, arbitrariamente separata dal concetto della giustizia divina, ed ereticamente presentata come la volontà di Dio di perdonare anche il peccatore impenitente, attraverso l’”accompagnamento” del peccatore, il “discernimento” dei suoi peccati e l’”integrazione” delle sue fragilità. Come si vede, accompagnare, discernere e integrare la fragilità sono tutte azioni del sacerdote: per cui la neochiesa si sta arrogando il diritto di affidare al sacerdote le funzioni di Dio, ma senza che questi abbia accolto intergalmente il mandato divino – la carità nella verità, come diceva Benedetto XVI -, bensì avendone accolto solo una parte: quella, appunto, che piace alle masse, perché promette la misericordia di Dio a prescindere dalla disposizione interiore del peccatore. Il quale ultimo, in questa neolingua creata dalla neochiesa, non viene più nemmeno chiamato così, ma viene chiamato, semmai, “una persona che è stata ferita”. Ferita da chi, da che cosa? Ferita dalla vita? Ma questo non è un linguaggio cristiano: è un linguaggio banalmente emotivo e letterario. Ferita dal peccato? In tal caso, sembra che il peccato sia un agente che aggredisce l’uomo dall’esterno – cosa strana, visto che il summenzionato Sosa Abascal, grande maestro della neolingua modernista, ha appena dichiarato che il diavolo… non esiste, perché è solo una immagine simbolica del male – e non già un atto della volontà che si ribella all’amore di Dio. Ma, in tal caso, il peccato non sarebbe più il peccato, così come lo intende, e lo ha sempre inteso, per duemila anni, la teologia cattolica, partendo da Gesù stesso – con buona pace di chi afferma che non si sa quale grado di attendibilità attribuire alle sue parole – e arrivando fino agli anni del Concilio Vaticano II.
Sia come sia, questa è la situazione attuale: una situazione, peraltro, in rapidissima evoluzione; per cui non è escluso, anzi, è probabile, che, con il ritmo attuale dell’offensiva modernista dentro la Chiesa cattolica, fra qualche settimana o qualche giorno apparirà superato e anacronistico ciò che oggi viene affermato, con tono di estrema sicurezza, come il punto definitivo della nuova esegesi biblica e della nuova interpretazione della Rivelazione divina. Ciò finirà per richiedere dei corsi di aggiornamento permanente per i sacerdoti e per i laici cattolici: si tratterà di far capire loro che son passati per sempre i tempi in cui ci si poteva attenere alla Dottrina, e restarvi ben saldi e sicuri; oggi un tale atteggiamento si chiama “fanatismo” – lo ha detto, nella omelia del 19 maggio scorso, il papa Francesco in persona – ed è uno dei più grandi ostacoli sulla via della vera comprensione del Vangelo. Al contrario, il cattolico dovrà abituarsi all’idea di una dottrina morbida, elastica, quasi fluida: una dottrina in continua evoluzione e in continuo aggiornamento, con tutto ciò che questo comporta sul piano della morale e dei comportamenti pratici, per non parlare della liturgia e della pastorale. Già ora si può assistere, specialmente in America del Nord e del Sud, allo spettacolo di sacerdoti, vescovi e arcivescovi che ballano durante la messa, agitando il pastorale come fosse una bacchetta da majorette; che intonano canzoni dal pulpito, tratte dal repertorio della musica leggera odierna (questo è accaduto e accade molto più vicino a noi, nella nostra bella Italia); o, ancora, di preti e monsignori che si vestono da pagliacci e che, per ravvivare il clima delle sacre funzioni, entrano in chiesa a rimo di samba, indossando parrucca e vestiti sgargianti, quasi per gareggiare con il carnevale di New Orleans o con quello di Rio de Janeiro.
E dunque, proviamo ad immaginare, a titolo di esempio, in quale maniera questi brillanti esegeti della neochiesa leggerebbero, per i fedeli dei nostri giorni, il brano evangelico che abbiamo riportato al principio: quello in cui Giovanni il Battista rimprovera il tetrarca Erode Antipa perché, pur essendo già sposato con la figlia del re dei Nabatei, Areta IV, aveva preso con sé, in qualità di nuova moglie, la sposa di suo fratello, Erode Filippo, che aveva conosciuto durante un soggiorno a Roma e con la quale era tornata nella sua capitale, suscitando immenso scandalo fra i propri sudditi:

Giovanni diceva a Erode: poverino, sei un’anima ferita; ma non temere, io ti accompagnerò nelle tue difficoltà, e integrerò, con l’aiuto di Dio, la tua fragilità; possiedo, inoltre, abbastanza discernimento per capire il momento di complessità che stai attraversando, e quindi non ti chiamerò adultero e non ti rivolgerò rimproveri per il fatto che vivi coniugalmente con la moglie di tuo fratello. Sono cose che capitano, dopotutto! Ma tu non devi scoraggiarti, caro Erode, cara anima ferita, perché Dio è misericordia, e sono certo che troveremo una soluzione, senza bisogno di costringerti ad una scelta così dolorosa, come quella di separarti dalla dona che ami. Dio è amore, e non desidera certo la nostra infelicità; al contrario! Se tu ami Erodiade, vuol dire che in te vi è un nobile sentimento, il più grande di tutti: non c’è niente che sia più grande dell’amore. E siccome molto hai amato, stai pur certo che molto ti verrà anche perdonato…

Ecco: può andar bene così, padre Sosa Abascal? Può andar bene, monsignor Paglia e monsignor Galantino? Siete soddisfatti di questa esegesi, vi sembra che sia sufficientemente aperta e misericordiosa? Perché, se volete, si può fare anche di meglio: ed eccone alcuni esempi.
Nel Vangelo di Luca (23, 39-43) si legge l’episodio del ”buon ladrone”: 
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”. 
La nuova versione della risposta di Gesù che noi proponiamo, per venire incontro al bisogno di misericordia (dopotutto, chi lo sa cosa disse realmente Gesù?), è la seguente 
Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarete entrambi con me nel paradiso: tu perché sei pentito, lui perché ha parlato così per disperazione, in quanto ferito dalla vita. Ma la mia misericordia è così grande che non bada a formalismi e rigidità come il pentimento, nel mio Regno c’è posto per tutti quanti!”. 

di Francesco Lamendola del 27-06-2017
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