ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 28 giugno 2017

Strano ?

Anche la Corte Europea vuole la morte di Charlie Strada spianata all'obbligo di decesso per i malati

 In tempi molto più rapidi del previsto la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) ha dato ragione ai tribunali inglesi che avevano decretato la morte per Charlie Gard, il piccolo bambino di dieci mesi affetto da una rara malattia genetica. «La decisione è finale», dicono i giudici di Strasburgo in nome del rispetto per la sovranità britannica. La sentenza segna un salto di qualità spaventoso nella deriva nichilista dell'Europa.

La strada perché i malati vengano obbligati a morire è spianata. Con una decisione a maggioranza resa nota attraverso un comunicato stampa ieri pomeriggio e il cui testo completo sarà diffuso oggi, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), composta nell’occasione da sette giudici, ha dato ragione ai tribunali britannici e stabilito che il Great Ormond Street Hospital può staccare il supporto vitale di Charlie Gard, il bambino di dieci mesi affetto da una rara malattia genetica, che i genitori Chris e Connie avrebbero voluto portare negli Stati Uniti per un trattamento sperimentale. La Cedu ha dichiarato inammissibile il ricorso della famiglia e ritirata perciò la misura che prorogava le cure per il piccolo.

L’ospedale londinese ha comunicato ieri che non staccherà subito il respiratore. Probabilmente, come scritto in precedenza sul suo stesso sito, attenderà qualche giorno prima di togliere la ventilazione assistita e poi procederà con delle cure palliative. Il tutto mentre i siti inglesi riferiscono come i genitori, ricevuta notizia della decisione, siano “inconsolabili”. Dopo una battaglia estenuante per difendere il diritto alla vita del figlio, non potrebbe essere altrimenti. È già inconcepibile pensare che si debba ricorrere alla giustizia per domandare che il tuo bambino possa vivere, figuriamoci lo sconforto se quattro tribunali – uno dopo l’altro – te lo condannano a morte.

“La decisione è finale”, hanno sentenziato i giudici di Strasburgo, che affermano di aver tenuto conto del “considerevole margine di manovra lasciato alle autorità nella sfera che riguarda l’accesso alle cure sperimentali per malati terminali e nei casi che sollevano delicate questioni morali ed etiche, ripetendo che non è compito della Corte sostituirsi alle competenti autorità nazionali”.

Strano che questa incompetenza della Cedu, emanazione del Consiglio d’Europa e che dovrebbe garantire il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, non sia stata affermata in diverse altre rilevanti questioni morali, in cui ha di fatto ignorato le norme nazionali favorendo la diffusione del pensiero unico, innanzitutto riguardo all’agenda omosessualista. Nel caso di Charlie, l’osservanza di quella Convenzione da parte della Cedu avrebbe richiesto come logica conseguenza l’ordine di proseguire le cure, visto che le corti britanniche ne hanno violato ben quattro articoli, cioè l’articolo 2 (diritto alla vita), 5 (diritto alla libertà), 6 (diritto a un giusto processo) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). Invece, i giudici di Strasburgo sono arrivati a scrivere che le sentenze dei loro colleghi del Regno Unito sono state “meticolose, complete”.

Purtroppo, va constatato che quest’ultima decisione è sì spaventosa, ma non sorprende più. Semmai, segna un terribile “salto di qualità” di una cultura mortifera che sta demolendo l’Occidente da almeno mezzo secolo a questa parte, ratificata dalle varie leggi contro la vita e la famiglia che sono state approvate nei nostri Paesi e che ora sono approdate alla richiesta dell’eutanasia come forma di “libertà”. Un inganno diabolico, nel senso letterale del termine. Laddove viene meno l’umana pietà, che può trovare linfa solo nell’amore irradiante di Cristo crocifisso, non c’è legge civile che tenga, per quanto chiara possa essere, non ci sono paletti che possano arginare il dilagare del male.

Quell’amore gratuito l’Europa lo sta rifiutando con crescente disprezzo, sostituendolo con un nichilismo che non ammette speranza. È per questo nulla che ci ritroviamo adesso in una situazione in cui prima tre diversi tribunali britannici e poi una corte sovranazionale hanno apertamente e spudoratamente calpestato precise norme nazionali e internazionali, negando a un bimbo di pochi mesi il diritto di ricevere le cure necessarie per vivere, ratificando il suo sequestro all’interno dell’ospedale che avrebbe avuto il dovere di curarlo, strappandolo alla potestà dei suoi genitori, sostituiti arbitrariamente da un tutore che ha chiesto in continuazione di far morire Charlie.

Al bambino e alla sua famiglia è stato negato perfino il diritto a un giusto processo: ricordiamo che la Corte Suprema aveva tenuto un’udienza lampo, negando una revisione completa, e ora la Cedu si è fermata a una “prima analisi” del ricorso. La Cedu non ha aspettato nemmeno la scadenza della proroga sul mantenimento delle cure che la Corte Suprema, accettando con riluttanza la temporanea richiesta degli stessi giudici di Strasburgo, aveva fissato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio. Come se la vita di Charlie non valesse nemmeno qualche giorno di riflessione in più. Come se ci fosse fretta di eliminare un innocente inerme, amato dai genitori e dalle decine di migliaia di persone che hanno combattuto e pregato per il suo diritto alla vita, contro una giustizia ribaltata e uno Stato che ricordano i regimi totalitari, che decidono chi è degno di vivere e chi no, con la differenza che oggi il linguaggio della propaganda è diventato perfino più subdolo e usa espressioni come “dignità nel morire” e “miglior interesse del bambino”.

Una propaganda contemporanea che sta addormentando le coscienze di troppi, convinti che il potere ci voglia dare la libertà dell’“autodeterminazione”, al punto da non aprire gli occhi nemmeno quando quello stesso potere decreta l’uccisione dei bambini come Charlie, dei nostri figli, dei nostri fratelli. Dei nostri disabili e anziani. È un potere che ragiona ormai solo in termini di numeri, efficienza e “costi”, veicolando una cultura dove per il senso dell’umano non c’è più spazio.  

Questa cultura che pretende di spezzare il legame inscindibile tra creatura e Creatore ormai pervade tutto. Basti ricordare che appena cinque anni fa tantissimi si scandalizzarono – giustamente – a sentire le argomentazioni di due bioeticisti italiani, secondo i quali uccidere un bambino dopo la nascita è eticamente accettabile in tutti i casi in cui è consentito l’aborto. Allora pochi notarono che anche quest’ultimo è infanticidio. Oggi siamo arrivati al punto che diversi giornali e cittadini comuni non solo non si scandalizzano, ma addirittura giustificano l’ordine di infanticidio emesso su Charlie.

A monte del cortocircuito della giustizia di cui sopra, va poi ricordato che ci sono i medici che hanno seguito il caso di Charlie e tradito la loro vocazione. Gli ospedali nacquero grazie alla diffusione del cristianesimo, si moltiplicarono nel Medioevo quando venivano chiamati “Case di Dio”, con i cristiani che iniziarono a dedicarsi alla cura di tutti gli ammalati, senza distinzioni, perché nel volto dell’ammalato scorgevano Cristo sofferente. E sentivano risuonare il richiamo potente e amorevole delle Sue parole: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Se l’Europa non tornerà cristiana, nessun malato sarà più al sicuro. Intanto, noi dobbiamo continuare a pregare con fede salda. Lo dobbiamo a Charlie, ai fratelli più piccoli e a noi stessi. “O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto”.
di Ermes Dovico28-06-2017http://www.lanuovabq.it/it/articoli-anche-la-corte-europea-vuole-la-morte-di-charliestrada-spianata-all-obbligo-di-decesso-per-i-malati-20301.htm

La morte di Charlie Gard sarà un razionale atto politico. Inizia ufficialmente il post-umano.



La sentenza omicida che condanna il piccolo Charlie Gard è un atto politico e come tale va affrontato.

La società del post umano si presenta  col suo volto ferino senza più bisogno di maschere.

La decisione della Corte europea dei diritti umani è che Charlie Gard, un bambino di meno di un anno, essendo nato il 4 agosto 2016, deve smettere di essere alimentato e deve morire perché non esiste al momento una possibilità di guarigione dalla sua malattia. Inutile l’opposizione dei genitori e la raccolta di oltre un milione di sterline per tentare una terapia alternativa negli USA, come riporta in un articolo con chiara sintesi Federico Cenci.
L’ostentata indifferenza della politica, del mondo della cultura e di ogni persona o soggetto di un qualche rilevanza, sono anch’essi messaggi inequivocabili. A fugare ogni possibile dubbio la vicenda parallela del cane “Iceberg” per la cui salvezza dalle leggi danesi ha smosso una “gara di solidarietà”.

Le due notizie messe a confronto sul medesimo quotidiano (La Stampa) rendono con immediata chiarezza e sintesi l’idea di una società che nell’animalismo ha equiparato uomini e animali per abbassare i primi al livello dei secondi, Charlie deve essere trattato come un cucciolo di cane che il veterinario sopprime non perché la morte è comunque imminente o per le grandi sofferenze (il caso dell’eutanasia), ma perché pur potendo vivere non può guarire, e al ‘padrone’ così non serve.
Il padrone non sono ovviamente i genitori ma non è neanche lo Stato, che semmai è inesistente, ma il Mondo Nuovo con la sua ideologia regolata dalle materialistiche leggi del mercato applicate ad una popolazione di uomini-animali.
Ed ecco quindi il messaggio trasmesso con la sentenza Gard:
1- La vita umana è quantificabile economicamente e vale quanto essa può produrre.
2- La vita umana deve quindi essere terminata immediatamente qualora non possa produrre.
3- La vita umana deve essere quindi essere terminata in ogni caso qualora il costo del suo mantenimento risultasse troppo elevato e non remunerativo.
4- La vita umana non è nella disponibilità del singolo o dei genitori, nel caso di minori, ma di appositi tribunali che sentenziano la condanna a morte. Tale condanna non è più comminata in nome di un principio di colpevolezza ma in nome di un principio di inutilità e dispendiosità.
5- L’eugenetica si avvia ad essere oggetto di giurisprudenza in quanto una “cattiva genetica” sarà considerata un onere per la società e quindi un’inammissibile passività.
6- Non serve più dissimulare questi obiettivi in quanto sono stati metabolizzati dall’opinione pubblica. Allo stesso tempo quella parte di essa che vi si oppone non ha accesso ai media né la capacità di organizzare proteste in grado di produrre effetti.
E’ l’ingresso ufficiale nell’era del post umano, un’era iniziata decenni fa camuffandosi e proponendosi sotto buoni propositi necessari per carpire il consenso, oggi in una società sempre più distratta e ripiegata ne proprio egoismo, la sentenza Charlie Gard dichiara che questa fase è conclusa.

Adesso il volto ferino è scoperto, la maggioranza della popolazione ne è in ipnotica adorazione, dei restanti nessuno sembra in grado di opporsi con efficacia.
BY  ON
https://www.enzopennetta.it/2017/06/la-morte-di-charlie-gard-e-un-razionale-atto-politico-inizia-ufficialmente-il-post-umano/

Erode è tornato


La decisione con cui la Corte europea dei diritti umani, disponendo il ritiro delle misure preventive per il piccolo Charlie Gard, ha approvato le decisioni prese dai tribunali britannici in base alle quali si possono sospendere le cure cui finora il piccolo – di appena dieci mesi e purtroppo gravemente malato – è stato sottoposto per essere tenuto in vita, è uno spaventoso concentrato di paradossi. A partire dal fatto che sia un tribunale dal nome tanto rassicurante – Corte europea dei diritti umani – a emettere un verdetto che, in sostanza, è la condanna a morte di un soggetto debole e del tutto innocente.
Un secondo paradosso della vicenda si annida poi nella sostanza di motivi per cui, mediante la sospensione di terapie per lui vitali, il piccolo Charlie verrà lasciato morire, riassumibile nella tesi secondo cui le cure attuali, se protratte, gli arrecherebbero «un danno significativo»; come se invece il decesso equivalesse, per un bambino che oltretutto non sta neppure soffrendo fisicamente, a un miglioramento delle condizioni. In questo caso d’ora in poi i malati, soprattutto inglesi, farebbero bene a rivolgersi prudenzialmente ai propri medici in questo modo: «Dottore, la prego, mi curi. Ma stia attento a non esagerare, mi raccomando».
La battuta può forse strappare un sorriso amaro, ma non è che la conseguenza logica dell’assurda vicenda. Un terzo paradosso sta poi – più in generale – nel drammatico rovesciamento che la storia di Charlie Gard sta determinando per il diritto, per la medicina e, più in generale, per la civiltà, ossia il passaggio dalla protezione del più debole alla sua eliminazione: un vero e proprio ritorno di Erode. Com’è possibile? Quali meccanismi possono aver determinato un così sconvolgente scenario? A un simile interrogativo il giurista, il medico e il filosofo morale di orientamento progressista avrebbero tutti, statene certi, la loro brava risposta.
Una risposta chiaramente ben condita di filantropia, tecnicismi e giri di parole tutti sapientemente finalizzati a nascondere l’evidente: e cioè che Erode è davvero tornato. In che modo? Grazie alla progressiva ritirata, in ambito occidentale, della cultura cristiana. Proprio così. E’ stato difatti il Cristianesimo a introdurre e promuovere, storicamente, il rispetto per il più debole – e per il bambino – fino a quel momento sconosciuto. Al punto che erano i più illustri pensatori non cristiani a sentenziare che la medicina non avrebbe dovuto occuparsi di coloro che, come Charlie, versavano in condizioni gravi.
Platone, per esempio, ebbe ad affermare:«Allora, insieme con tale arte giudiziaria, codificherai tu nel nostro stato anche la medicina nella forma da noi detta? Così, tra i tuoi cittadini, esse cureranno quelli che siano naturalmente sani di corpo e d’anima. Quanto a quelli che non lo siano, i medici lasceranno morire chi è fisicamente malato» (Repubblica, 409e-410a). Ora, non saranno le stesse identiche parole dei giudici inglesi né di quelli Corte europea dei diritti umani ma la sostanza, oggettivamente, non è poi così diversa. Poi però, come si diceva, a correggere e migliorare la cultura greco-romana venne il Cristianesimo.
Un Cristianesimo – da subito – espressione di un messaggio di difesa della vita molto chiaro, che si tradusse nella condanna dell’aborto, dell’infanticidio e di tutte le forme di soppressione dei malati o degli indifesi. Oggi purtroppo la cultura cristiana, complice da una parte la secolarizzazione e, dall’altra, un inquinamento della stessa da parte di molti battezzati – distratti dalla causa immigrazionista, dalla difesa dell’ambiente e dell’animalismo – è in ritirata. Con tutte le conseguenza sociali, giuridiche e mediche del caso. A partire, come si diceva, dal ritorno in grande stile di Erode.
Un ritorno, si badi, di cui la drammatica decisione su Charlie non è che il suggello, dal momento che si è potuti arrivare a questo punto, chiaramente, è grazie delle significative premesse, la più grave delle quali sono i decenni, ormai, di aborto legale. Dopotutto, se è consentita l’eliminazione prenatale del nascituro non perfettamente sano, per quale motivo dovrebbe essere proibita quella del neonato che versa in condizioni analoghe? Perché l’aborto è legale solo se volontario mentre in questo caso, mi si obietterà, c’è la contrarietà dei genitori alla morte del piccolo. Vero.
Il punto però è che la cultura della morte, per anni, si è riempita la bocca di autodeterminazione e libertà non perché vi credesse, ma solo come mero pretesto per preparare culturalmente il terreno a quanto sta accadendo ora. Con la sentenza di morte a danno di un bambino che genitori vorrebbero poter tenere in vita – e per tentare di curare il quale hanno raccolto un milione di sterline -, ma contro cui, al momento, nessuno pare possa nulla. Perché Erode, gettata la maschera, ha ora preso il comando, pienamente consapevole di avere nell’Europa secolarizzata dell’accoglienza, dei «muri da abbattere» e dei diritti civili una nuova, formidabile alleata.

Onore a Charlie, guerriero “difettato” che morirà da vivo. In un mondo di falsi vivi, già morti dentro

Di Mauro Bottarelli , il 9 Comment

Fermi tutti, il ministro dell’Interno, Marco Minniti, durante uno scalo tecnico del volo che lo stava portando negli USA per una serie di convegni, ha deciso che la situazione era troppo grave per abbandonare il Paese. Quindi, ha fatto girare l’aeroplano ed è tornato a Roma per gestire l’emergenza immigrati scattata nel weekend, con oltre 13mila nuovi arrivi. Era ora, il governo ha preso atto che esiste una situazione ormai insostenibile: quindi, che si fa? Si sta valutando l’apertura della caserme, ormai sfitte, per gestire l’accoglienza! Cazzo, che polso! Roba da far impallidire l’ispettore Callaghan! Siamo di fronte alla resa dello Stato, prendiamone atto.

D’altronde, il mantra rimane sempre lo stesso, anche di fronte alle evidenze conclamate dell’invasione: la priorità è salvare vite nel Mediterraneo. Giusto, salvare le vita. Il Corano, tanto citato a sproposito in questi tempi, dice che “chiunque salvi una vita, è come se avesse salvato l’umanità intera” e, da non credente, mi affascina una visione simile del mondo. Ma mi accorgo che nel mondo in cui viviamo, anche la vita è a targhe alterne: ce ne sono di indispensabili per il circo mediatico e ce ne sono di sacrificabili al dio dei diritti e della scienza, al luciferino culto del Faust che verrà, il combinato giudici/medici, l’infallibilità del codificato.
Pochissimi media hanno messo in evidenza una notizia arrivata ieri e, giocoforza, quasi tutti di ispirazione cattolica. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è pronunciata sulla vicenda del piccolo Charlie Gard, affetto da una rara malattia genetica e ha dato ragione ai medici: si possono sospendere le cure che tengono in vita il bambino, nonostante l’opposizione dei genitori. Insomma, in un mondo che vede come massima espressione di progresso e giustizia lo ius soli, si arriva al paradosso di santificare una carta d’identità (e, più importante, in prospettiva una certificato elettorale) e di gettare nell’immondizia quanto di più sacro esista, al di là del credo religioso: il rapporto naturale e carnale tra genitori e figli. Insomma, quella brutta parola chiamata famiglia. Già, la famiglia, quella che anche i gay hanno il diritto di avere, figli contro-natura compresi, tanto ci sono le fabbriche di desideri in India o negli Stati Uniti, 50mila dollari e l’incubatrice umana è pronta a soddisfare ogni capriccio.

E poi ci sono Chris e Connie, papà e mamma di Charlie, i quali da ieri hanno una certezza: i giudici della Corte dei diritti di Strasburgo hanno deciso che loro figlio deve morire, perché è un surplus di vita in un mondo troppo razionale e moderno per accettare oggetti difettati. La sentenza di ieri mette infatti la parola fine a una lunga battaglia giudiziaria: conferma le decisioni prese dai tribunali britannici di staccare la spina al piccolo Charlie e ritira le misure preventive ordinate il 19 giugno scorso. Charlie deve morire, in nome del diritto e della scienza che non sa accettare i propri limiti: ovvero, che non si vive e non si muore solo in base all’esistenza di una cura o di un vaccino, si vive e si muore anche come testimonianza dell’umano e del mistero che esso porta con sé. E questo vale, paradossalmente, di più per chi come me non può appoggiarsi alla fede: negare una trascendenza, un senso di divino e di superiore, la necessità ontologica di una dimensione spirituale dell’uomo, equivale a negare la vita stessa.
La storia di Charlie è tanto breve quanto enorme. Nato il 4 agosto del 2016, gli è stata diagnosticata una rara malattia genetica, la sindrome di deperimento mitocondriale, la quale provoca il progressivo e inesorabile indebolimento dei muscoli. Per i medici del Great Ormond Street Hospital, il più importante ospedale pediatrico inglese, in cui il piccolo è stato ricoverato, la malattia è incurabile. Il piccolo Charlie, che è ricoverato in terapia intensiva, intubato e tenuto in vita da una macchina che lo fa respirare e nutrire, non ha speranze di sopravvivere a lungo. Per i dottori sarebbe meglio staccare la spina e evitargli ulteriori sofferenze. Ma i genitori si oppongono e tentano in tutti i modi di tenere in vita il loro figlio, dando vita a una battaglia giudiziaria. Volevano anche provare a sottoporlo a un trattamento sperimentale negli Stati Uniti e hanno lanciato una raccolta fondi per sostenere le spese, arrivando a raccogliere, ad aprile, 1,25 milioni di sterline da oltre 80mila donatori.

Quando il 12 aprile scorso l’Alta Corte inglese ha stabilito che i medici potevano staccare la spina, Connie Yates e Chris Gard hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani, sostenendo che l’ospedale ha bloccato l’accesso a un trattamento per mantenere in vita il piccolo negli Stati Uniti, violando così il diritto alla vita e anche quello alla libertà di movimento, e denunciando, inoltre, le decisioni dei tribunali britannici come “un’interferenza iniqua e sproporzionata nei loro diritti genitoriali”. Ieri, poi, la sentenza di Strasburgo. Sentenza di morte, come tanto va di moda in questo periodo. Come dimenticare gli alti lai in onore di Thanatos quando Marco Cappato ha posto fine alle sofferenze di DJ Fabo, accompagnandolo a morire in Svizzera: sembra il 25 aprile della dignità umana e del giusto trapasso, una festa lugubre e laica di celebrazione della morte come inizio di una nuova vita liberata. Se ci pensate, è lo stesso pensiero che hanno in testa i martiri jihadisti che tanto ci fanno paura e contro cui opponiamo gessetti colorati, arcobaleni, concerti rock e mille altri, futili inni alla vita. Più che altro, inni al consumismo di una vita vuota che – giunta al suo limite scientifico – invoca la morte dignitosa. La stessa cosa che ha fatto l’altro giorno la figlia di Stefano Rodotà, la quale si è sentita in dovere di ringraziare i medici che hanno assistito il padre negli ultimi giorni, poiché – avendo li difeso i diritti per tutta la vita – gli hanno riconosciuto il diritto a non soffrire.
Già, la sofferenza. Soffrire significa dolore, è una condizione che nessuno vuole patire. Ma sofferenza significa anche lotta, battaglia. E Charlie rappresenta, nella sua inconsapevole lotta per la vita che non ha e non avrà, l’ultimo guerriero di un Occidente ormai marcio nel midollo e, per questo, speranzoso di un ricambio etnico che dia nuovo sangue alla sua patibolare andatura verso il Nulla plastificato del moderno. In quale mondo un tribunale di meri esecutori del diritto può prendere una decisione che sovrasti quella dei genitori, quando si parla di vita o morte di un bambino? Quale mondo faustiano pone come limite, come confine tra giusto e sbagliato, la cartella clinica di un ospedale, fosse essa redatta anche dal più grande luminare vivente? Perché Charlie deve morire, adesso e in fretta?

Forse perché quel cuoricino che batte ha in sé la forza di un leone che ci fa sentire piccoli, pavidi e pusillanimi di fronte alla guerra quotidiana che non abbiamo più il coraggio di combattere? Forse perché quell’orsacchiotto che sta sempre con lui ci ricorda che esiste sempre una speranza a cui aggrapparsi per non arrendersi, fosse anche una speranza vana in partenza? Vogliamo davvero un mondo di toghe e camici che decidano del nostro destino in base a diagnosi e sentenze che creano un precedente? Charlie è vivo, anche se la sua vita non è come la nostra: chissà se sente qualcosa, magari dolore? Chissà se intuisce qualcosa, se almeno vede i colori e il buio che scende quando arriva la sera? Sicuramente sente il calore di mamma e papà, sempre lì accanto a lui: è questo che fa paura a questa immondizia di mondo che stiamo costruendo a colpi di sentenze e bio-testamenti, il Mistero.
Già, il senso di mistero che sta dentro la mano di una madre che tiene quella del figlio, infondendogli quella medicina non catalogata dagli enti preposti alla salvezza clinica e sanitaria dell’uomo: la Fede. Non in Dio, sia esso Allah o Visnù o Paperoga ma nella forza della vita contro la morte, nel valore stesso della battaglia, nell’onore della sconfitta che passa attraverso il sangue, i tagli, il dolore e le cicatrici. E’ redenzione, quanto di più laico e quasi blasfemo esista in questo mondo di teologi della morte spacciata per diritto assolutista. Un mondo che invoca il diritto alla speranza per i bambini che arrivano sui barconi dalla Libia ma che la nega al piccolo Charlie, oltretutto essendo così infame e codardo da nascondersi dietro sentenze di tribunali e pareri medici, quindi ammantando la sua condanna a morte come scelta nel bene del bambino, una fine dell’accanimento terapeutico che dovrebbe rientrare nell’ambito del concetto sacrale di pietas.

Charles Peguy diceva che “la speranza è una bambina irriducibile”, molto più importante delle sorelle più anziane, ovvero fede e carità. Una bambina che “va ancora a scuola/e che cammina/ persa nelle gonne delle sue sorelle… E? lei, quella piccina, che trascina tutto/perché la fede non vede che quello che è/e lei vede quello che sarà/la Carità non ama che quello che è/ e lei ama quello che sarà/Dio ci ha fatto speranza”. Peguy era cattolico e diceva che “Cristo passa meglio attraverso le ferite” ma non serve scomodare né Cristo, né ogni altro concetto di divino per capire che il piccolo Charlie rappresenta l’Occidente che non voleva arrendersi e che, invece, viene piegato dalle stesse leggi che dovrebbero proteggerlo e tutelarne l’avvenire, fosse anche un avvenire di poche settimane o mesi. I burocrati kafkiani di Strasburgo vogliono uccidere la speranza che Charlie incarna, perché finché ci saranno un padre e una madre pronti a tutto per il proprio figlio, anche a scalare la montagna dell’insondabile e dell’irrazionale, il mondo avrà un appiglio per i giorni bui.
Qui, invece, si vuole che il buio trionfi. Che la paura trionfi. Che la distruzione di ogni concetto di fede e spiritualità trionfi. Ineluttabilità del declino, spacciata per giacobinismo illuminante del diritto a tutto, via sentenza o diagnosi, deve essere la nostra nuova legge. E Charlie rappresenta un intoppo a questo piano, perché Charlie rappresenta questo:
Discorso di Enrico V: "Noi pochi, noi felici pochi" – preludio alla battaglia di Azincourt
la volontà di non arrendersi, la gioia della lotta nella consapevolezza della sconfitta, il pugnace spirito di chi non ha paura di combattere una battaglia impari, anzi ne riconosce la grandezza in fronte a se stesso, prima che al destino o a un Dio a cui votarla. Quando in quel lindo e straordinario ospedale londinese staccheranno i macchinari a Charlie e il suo piccolo cuore cesserà di battere, anche il nostro correrà un po’ meno. Quando Chris e Connie lo stringeranno per l’ultima volta, saremo noi a dire addio al residuo di umano che poteva ancora salvarci, nonostante ogni giorno porti la sua pena, sempre un po’ più grande.

Onore a te, quindi, piccolo guerriero che china il capo. Non per scelta ma per imposizione del nuovo Ordine della paura e della morte, supremo motore immobile del nostro declino. I tuoi pugnetti chiusi e i tuoi occhi “difettosi”, che scrutano la vita senza capirla, saranno le nostre armi. Micidiali e impietose col nemico. E chi preferirà restare comodamente sul divano, piuttosto che affrontare il destino a viso aperto, pagherà il prezzo più alto. Quello di dover vivere da morto. Non come Charlie, che morirà da vivo. E a testa alta.
Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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