ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 28 luglio 2017

Se ne ridon Brunello Forte e ciccio Tom

Lutero o dell’impossibilità della Dottrina sociale della Chiesa.

Pubblichiamo l’Editoriale a firma dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi del fascicolo 2 (2017) del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dedicato a “La Riforma luterana alla luce della Dottrina sociale della Chiesa”. Il numero contiene articoli di Miguel Ayuso, Samuele Cecotti, Omar Ebrahime, Stefano Fontana, Ermanno Pavesi, Guido Vignelli. Per informazioni, acquisti o abbonamenti:  http://www.vanthuanobservatory.org/ita/bollettino-dsc/come-abbonarsi/
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L’argomento di questo fascicolo del nostro “Bollettino” era in un certo senso imposto dal ricordo dei 500 anni della Riforma luterana, corrente in questo anno 2017. Della Riforma non parliamo qui per un “atto dovuto” data la ricorrenza, ma nella convinzione che attorno alla Riforma si ritrovino molti nodi della corretta o scorretta visione della società, della politica, del diritto. L’occasione è quindi propizia per un riesame non solo della Riforma in quanto tale, ma anche dei suoi rapporti con molti aspetti della vita sociale e politica ai quali è dedicata la Dottrina sociale della Chiesa, ambito centrale di impegno per il nostro Osservatorio. Mi riferisco al tema della modernità, della secolarizzazione, del rapporto tra la Chiesa e il mondo, oppure a quello dell’autorità o del ruolo della coscienza individuale nelle questioni della vita pubblica. Riconsiderare la Riforma richiede un sguardo ad ampio raggio, dato che essa stessa è collegata con molte dimensioni della vita pubblica ed anche a 500 anni di distanza questa influenza è ben presente, anzi forse più di prima dato che molte virtualità si sono manifestate solo in seguito a distanza di tempo. Qualche acuto osservatore le aveva viste già allora, ma oggi sono sotto gli occhi di tutti: basta volerle vedere.
Gli studi che ospitiamo in questo numero del “Bollettino” sono prevalentemente di taglio sociale e politico, data la natura della nostra rivista. Non entrano cioè nelle problematiche ecumeniche o strettamente teologiche. Non le possono però nemmeno trascurare completamente, solo vi fanno riferimento indiretto. Non le possono trascurare perché è dai nuovi e dirompenti contenuti teologici della Riforma che nascono anche le conseguenze sociali e politiche oggetto precipuo di questi studi. Non tanto – si badi bene – dalla vicenda interiore e personale del monaco Martin Lutero, ma dalla nuova visione del peccato e della grazia, della natura e del rapporto con Dio. La vicenda personale del monaco di Erfurt ha certamente la sua grande importanza come scaturigine del processo, ma la Riforma sta nelle affermazioni teologiche eterodosse e non nelle intenzioni individuai di Lutero. Anche noi ne parliamo in questo numero e specialmente Ermanno Pavesi ne tratta nel suo articolo, ma il focus va posto nei contenuti concettuali della Riforma.
Dalla visione luterana dei rapporti tra natura e grazia, dalla sua concezione della giustificazione come non imputazione da parte di Cristo dei nostri peccati piuttosto che come purificazione della natura corrotta ma non annichilita, dalla sua idea del peccato originale come corruzione senza possibilità di redenzione intima della natura umana, dalla sua versione della fede come affidamento cieco derivano poi le nuove impostazioni della questione sociale e politica come per esempio la concezione dell’autorità come potere nudo, la depravazione invincibile dell’uomo sociale e la dottrina del potere come ciò che vince il male con il male, la separazione tra la vita pubblica del cristiano e la sua vita di fede interiore dato che la libertà può essere vissuta solo in quest’ultima dimensione, l’impossibilità di una presenza pubblica e visibile della Chiesa che è una realtà solo interiore e spirituale, la dialettica tra sottomissione dell’uomo malvagio al potere politico da un lato e affermazione della libertà della propria coscienza derivante dal principio del libero esame dall’altro che spiega come dal protestantesimo siano potuti nascere sia gli Stati totalitari sia le democrazie liberali vuote di senso e così via. Tutti argomenti che in questo fascicolo vengono adeguatamente sviluppati.
Tra tutti questi argomenti, inviterei il lettore a soffermarsi su un punto che a mio avviso è da considerarsi centrale nel pensiero della Riforma. Mi riferisco all’atteggiamento – che qualcuno fa risalire ad una impostazione gnostica – di disprezzo per la realtà e di sovrapposizione ad essa della volontà umana. Su questo punto le analogie tra Riforma protestante e pensiero moderno sono molteplici e profonde. Il pensiero moderno antepone il metodo al contenuto, il conoscere all’essere, il dubbio alla verità, la coscienza alla realtà. Poiché il suo punto di partenza è il dubbio che annulla tutte le verità in uno scetticismo radicale, ogni successiva verità deve essere “posta”. Sia Augusto Del Noce, sia Cornelio Fabro, sia Joseph Ratzinger concordano nel sostenere che il pensiero moderno nasce da un “assunto” indimostrato e indimostrabile, ossia che si conosca non l’essere ma la propria coscienza. Si può anche dire che nasca da un “dogma” il cui valore sta solo nell’essere “posto” dalla volontà. Anche dietro al razionalismo moderno ci sarebbero quindi il volontarismo e il vitalismo. Ossia il primato della prassi.
Orbene, questa impostazione caratterizza anche la Riforma protestante. In Lutero l’elemento pratico – sentirsi salvato – ha il sopravvento sull’elemento teoretico e contemplativo: conoscere chi è Gesù Cristo. Al punto che la demitizzazione che verrà portata avanti in seguito nel solco della teologia protestante soprattutto da Rudolf Bultmann era già implicita nelle posizioni originarie: interessa non cosa sia Cristo in sé ma cosa sia per me. Ciò che conta non è il Cristo reale ma il Cristo della mia coscienza. In questo modo il “principio di immanenza” veniva trasposto dalla filosofia (moderna) alla teologia (protestante) e il primato della coscienza la farà da padrone fin ai giorni nostri. Collegandosi alla coscienza individuale, la fede si è dissociata dalla ragione.
Dicevo che qualche osservatore vede in questa impostazione un segno della Gnosi. Anch’io credo che questo sia un aspetto importante da approfondire. La Gnosi è presente in forme molteplici nella Riforma protestante. Qui mi preme sottolineare solo l’aspetto che reputo principale: nel rifiuto della realtà per privilegiare la propria coscienza – proprio sia della filosofia moderna sia della filosofia della Riforma – è presente il progetto gnostico – primordialmente anticipato nel peccato originale – di liberarsi dalla realtà, dalla verità e dall’ordine per riplasmarli secondo criteri umani, i nostri criteri. E’ il progetto di sostituire la filosofia e la teologia con l’ideologia. Ideologia che, data la prevalenza della volontà e dell’intento pratico sopra richiamati, diventa sempre più coerentemente prassismo, un agire per agire, fine a se stesso e quindi privo di senso. Aveva visto bene Augusto Del Noce nel dimostrare che il marxismo – vale a dire il primato della prassi – era la maturità della modernità e nel prevedere il suo esito finale in Nietzsche. Nel frattempo, dopo la morte di Del Noce, l’esito è anche andato ben oltre Nietzsche, ma la previsione delnociana era corretta.
Di grande interesse per questa rivista è di considerare il rapporto esistente tra la Riforma protestante e la Dottrina sociale della Chiesa. Viste le considerazioni esposte qui sopra e quelle espresse nei saggi di questo fascicolo, penso di poter dire che la Riforma protestante rende impossibile la Dottrina sociale della Chiesa. Non solo perché non c’è una Chiesa, non solo perché non c’è una dottrina, ma anche perché la Chiesa non si rapporto al mondo per la via della ragione e della verità. Il mondo deve essere solo tenuto a bado perché vittima del male e la fede cristiana non può essere fonte di nessun tipo di miglioramento. Come diceva Karl Löwith, filosofo protestante della storia, dal punto di vista del progresso umano siamo ancora come al tempo dei Vandali. La fede è inefficace per la storia umana, essa conta solo per le anime, le opere non hanno valore o, addirittura, sono tentazioni del diavolo.
S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi
Presidente dell’Osservatorio
NOTIZIE DSC

Leggere il libro di Bruno Forte e capire perché non possiamo non dirci luterani

Il rischio della chiesa gluten free. L’ultimo libro dell'arcivescovo di Chieti-Vasto spiega la convergenza tra cattolici e protestanti

S.E. Mons. Bruno Forte (foto LaPresse)
Bruno Forte, chiamato a Napoli Brunello Forte, è un vescovo importante della chiesa romana. Gode della considerazione del Papa, che lo ha scelto come teologo di riferimento (non il solo) per i due sinodi sulla famiglia che hanno poi prodotto la controversa esortazione apostolica Amoris laetitia, di cui alcuni dubitano che sia una sostanziale introduzione del divorzio nella pratica cattolica. La sua residenza è Chieti-Vasto, una bella diocesi. Il suo lavoro teologico è strettamente vaticano, oltre che accademico. Spesso qui...
Giuliano Ferrara
ferrara@ilfoglio.it