ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 22 luglio 2017

Tornare a Dio

CIVILTA' MODERNA E' L'INFERNO

La civiltà moderna è l’inferno perché nasce dal rifiuto di Dio e dall’odio dell’altro. E' il modello dello sfrenato edonismo individualista ma come si esce da un tale inferno? Solo facendo a ritroso la strada e ritornando a Dio 
                                                                                                                     di Francesco Lamendola  



In che cosa consiste l’inferno, in buona sostanza? Il Catechismo della Chiesa cattolica, fin da bambini - quello di san Pio X, per intenderci - ci ha insegnato che esso consiste essenzialmente nella lontananza da Dio: è la condizione di quelle anime che rifiutano ostinatamente, pervicacemente, l’amore di Dio; condizione che deriva dal cattivo uso della libertà umana, e che neppure Dio stesso, nella sua infinita bontà e misericordia, può modificare, perché, se lo facesse, andrebbe contro la volontà delle Sue creature. A questa prima risposta, adatta alle capacità di comprensione di un bambino di otto o nove anni, ma tutt’altro che sciocca o banale, raramente fa seguito, nel corso degli anni successivi, una riflessione personale e più matura, come se la questione avesse perso tutta a sua importanza. Sono ben poche, infatti, le persone adulte le quali ritengono che valga la pena di riprendere il discorso lasciato aperto allorché, generalmente subito dopo la Cresima, hanno interrotto, di fatto se non in via di principio, i rapporti con la Chiesa, riducendo al minimo la pratica religiosa, tralasciando la consuetudine della preghiera e restando anche per periodi lunghissimi, magari per parecchi anni, lontano dai sacramenti della Confessione e della santa Comunione.


Un ulteriore indizio ce lo può dare un noto aforisma di Jean-Paul Sartre: l’inferno sono gli altri. Cioè, la loro stessa presenza è un limite per l’io, un intralcio, un fastidio; il fatto che essi esistano, circoscrive la mia sfera d’azione, di movimento, e, soprattutto, di libertà. Gli altri sono ciò che si frappone fra me e la mia libertà totale: purtroppo, devo tener conto della loro esistenza, dei loro bisogni, dei doveri che ad essi mi legano, delle leggi e delle regole imposte dalla società. Peggio che peggio, in loro presenza devo fingere: sono costretto a indossare una maschera, a recitare una parte, semplicemente perché tutti si aspettano che così faccia ciascuno; e, anche per questo verso, sono impedito ad essere me stesso, a dispiegare il mio io secondo i suoi appetiti, i suoi istinti, i suoi desideri. Tutto questo, per me, per me che sogno una piena padronanza di me stesso,  è l’inferno: una condizione di infelicità, sofferenza ed impotenza permanenti, inesorabili, totali, a cui so di non poter sfuggire, di non potermi sottrarre in alcun modo, senza speranza alcuna che le cose possano cambiare, magari fra dieci, venti o cinquant’anni. La coesistenza con gli altri è il peggiore ergastolo che sia dato immaginare; e non c’è nessun indulto, nessuna grazia, nessun provvedimento che mi possa restituire un minimo di libertà, magari per buona condotta nel tempo della mia detenzione. Sicché, dispongo di ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana e trecentosessantacinque giorni all’anno per rimuginare la mia infelicità, per macerare la mia impotenza, per alimentare la mia sorda rabbia e il mio desiderio di rivincita. Quando si è capito come funziona la vita, non si sogna altro che la vendetta, ebbe a dire un altro francese, uno dal quale non ci sarebbe aspettati una conclusione così amara: il pittore Paul Gauguin. Il quale, coerentemente, fuggì dall’Europa e andò a seppellirsi in un’isola dei Mari del Sud, per dimenticare tutto ciò che avesse a che fare con la civiltà moderna; ma è noto che fughe di questo tipo non servono a nulla. Il cane è sempre legato alla catena e, se vuole liberarsi, non è sufficiente che la catena venga allungata anche di parecchio, e magari ricoperta d’oro: una catena è sempre una catena; una prigione è sempre una prigione; e l’inferno è sempre l’inferno, in Europa oppure altrove.
È fin dagli esordi della modernità che l’uomo sogna di evadere da essa: si pensi alle utopie rinascimentali, quella di Thomas More, quella di Francis Bacon, quella di Tommaso Campanella. Strano inizio: ci si vuol far credere che la modernità segna l’inizio della fase più splendida e matura del cammino umano, dopo le lunghe e opprimenti tenebre del Medioevo; ed ecco che, fin dal suo principio, vediamo che pensatori e scrittori non sognano altro che di fuggire da quel paradiso, e si sbizzarriscono in astruse fantasticherie ed elucubrazioni senza costrutto, immaginando regni e repubbliche completamente diversi da quelli nei quali si trovano a vivere. Se questo è l’effetto della felicità, bisogna dire che è un ben curioso effetto.
Osservava, in una sua meditazione, il famoso monaco trappista americano Thomas Merton (Prades, Francia, 31 gennaio 1915-Bangkok, 10 dicembre 1968) a proposito dell’inferno e della condizione delle anime dannate (da: T. Merton, Semi di contemplazione; titolo originale: News Seeds of Contemplation,  Abbey of Gethsemai, Bardstow, Kentucky, 1961; traduzione dall’inglese di Bruno Tasso ed Elena Lante Rospigliosi, Milano, Garzanti, 1965, pp. 96-97):

L’inferno è il luogo dove non si ha nulla a che fare con gli altri salvo il fatto di odiarsi a vicenda e di non potersi staccare gli uni dagli altri e da se stessi.
Tutti sono stretti assieme nel loro fuoco e ciascuno tenta di allontanare gli altri da sé con un odio immenso e impotente. E vogliono liberarsi gli uni dagli altri non tanto perché odiano ciò che vedono negli altri, quanto perché sanno che gli altri odiano ciò che vedono in loro: tutti riconoscono l’uno nell’altro ciò che detestano in se stessi: egoismo, impotenza, angoscia, terrore, disperazione.
L’albero si conosce dai frutti. Se volete conoscere la storia politica e sociale  dell’uomo moderno, studiate l’inferno.
Eppure il mondo, con tutte le sue guerre, non è ancora inferno. E la storia, per quanto terribile, ha un altro e più profondo significato.  Giacché non è il male che c’è nella storia che dà alla storia il suo significato; e non è il male del nostro tempo che può aiutarci a capire il nostro tempo. Nella fornace della guerra e dell’odio, la città di coloro che reciprocamente si amano si edifica e si cementa nell’eroismo della carità sotto l’impulso della sofferenza, mentre la città di coloro che odiano ogni cosa è dilaniata e divisa e i suoi cittadini sono dispersi in ogni direzione, come scintille e fumo e fiamma.
Anche il nostro Dio è un fuoco divoratore. E se noi, mediante l’amore, ci trasformiamo in Lui e bruciamo come Egli brucia, il Suo fuoco sarà la nostra eterna gioia. Ma se rifiutiamo il Suo amore, e restiamo nel gelo del peccato e dell’opposizione a Lui, e agli altri uomini, allora il Suo fuoco diventerà (per nostra più che per sua elezione) nostro etero nemico, e l‘Amore, invece di essere la nostra gioia, diventerà nostro tormento e nostra distruzione.
Quando amiamo la volontà di Dio troviamo in ogni cosa Lui e la Sua gioia. Ma quando siano contro Dio, cioè quando amiamo noi stessi più di Lui, tutte le cose ci diventano nemiche. Esse non possono fare a meno di rifiutarci l’ingiusta soddisfazione che il nostro egoismo richiede loro, perché l’infinito altruismo di Dio è la legge di ogni essenza creata, ed è impresso in ogni cosa che Egli ha fatto ed esse quindi possono essere in armonia solo con questo Suo altruismo. Le Sue creature possono essere solo in armonia solo con il Suo altruismo. Se negli uomini esse trovano l’egoismo, esse lo odiano, lo temono, gli resistono – finché non vengono da esso domate e ridotte allo stato passivo. Ma i Padri del deserto ritenevano che una delle caratteristiche del santo fosse di poter vivere in pace con i leoni e con i serpenti senza aver nulla da tenere da questi.
Non vi è nulla di interessante nel peccato, o nel male come male.
E il male non è una realtà positiva, ma l’assenza do una perfezione che dovrebbe esservi. Il peccato come tale è così essenzialmente noioso perché è la mancanza di qualcosa, che potrebbe interessare la nostra volontà e la nostra mente.
Ciò che attira gli uomini agli atti malvagi non è il male che sta in essi,  ma il bene che vi si torva, visto sotto un falso aspetto e con una prospettiva errata. E il bene visto da tale angolo non è che l’esca in una trappola. Quando tu stendi la mano per prenderla, la trappola scatta, e tu rimani con la noia, il disgusto – e l’odio. I peccatori sono persone che odiano tutto perché il loro mondo necessariamente pieno di tradimento, pieno di illusione pieno di delusione. E i più grandi peccatori sono la gente più noiosa del mondo perché sono anche i più annoiati, quelli che trovano la vita più tediosa.
Quando cercano di nascondere il tedio della vita con il chiasso della vita con il chiasso, eccitamento, l’agitazione e la violenza - frutti inevitabili una vita dedicata all’amore di valori che non esistono – essi diventano qualcosa di più che noiosi diventano il flagello del mondo e della società. Ed esser flagellati non è semplicemente qualcosa di triste e noioso…
  
di Francesco Lamendola
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