ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 24 luglio 2017

Un’immensa confusione pastorale

DEPOSITUM CUSTODI

 
Depositum custodi: custodisci il deposito della fede. Il testamento di Pio XII e la demolizione sistematica, implacabile e incalzante della dottrina: un’immensa confusione pastorale; un’anarchia liturgica pressoché totale
 di Francesco Lamendola  




Negli ultimi anni della sua vita, e già seriamente ammalato, Pio XII, nel congedare un presule, gli raccomandò, quasi una sorta di testamento spirituale, di tener saldo il deposito della fede: quella fede che egli aveva costantemente corroborato con centinaia e migliaia di discorsi - la raccolta completa consta di venti volumi - e ben quarantatre encicliche: tale era l’importanza che quel pontefice attribuiva alla dottrina, a differenza dell’attuale, che la considera una cosa da fanatici (vedi omelia di Santa Marta del 19 maggio 2017); e non a una dottrina qualsiasi, ma alla vera, sola, sana e santa dottrina della Chiesa cattolica, vale a dire il Magistero di sempre, fondato sulle due basi granitiche della divina Rivelazione: la Scrittura e la Tradizione.
L’episodio è stata raccolto dal cardinale Siri nel corso di una commemorazione del defunto pontefice (Giuseppe Siri, Pio XII a 25 anni dalla morte, discorso tenuto nel’Aula del Sinodo l’8 ottobre 1983; cit. in Andrea Tornielli, Pio XII. Eugenio Pacelli, un uomo sul trono di Pietro, Milano, Mondadori, 2007, p. 525):

La dimensione di custode della tradizione è sottolineata anche dal cardinale Siri: “Questa opera magisteriale si volse in più direzioni tra loro collegate. La prima fu quella della verità rivelata. Essa è intoccabile. Quando Pio fu gravemente ammalato, nel 1954, ricevendo per brevi istanti un prelato e stringendogli le mani, disse: “Depositum custodi” [“Custodisci il deposito della fede”], Paolo, Prima lettera a Timoteo, 6, 20; n.d.a.]. Lui era la scolta vigilante. Della Rivelazione toccò in maniera decisa i punti fondamentali, intaccati i quali, tutto poteva essere intaccato. Questa opera magisteriale fu disegno e non pura casualità”.

Vale la pena di sottolineare l’ultima frase: Questa opera magisteriale fu disegno e non pura casualità. Pio XII, cioè, vide con estrema lucidità che si stavano facendo avanti delle forze dissolutrici, intenzionate a svuotare dall’interno, a relativizzare, a minimizzare il peso e il significato della dottrina, e dedicò gran parte delle sue energie ad un’opera instancabile di rafforzamento, precisazione, chiarificazione: senza nulla aggiungere ai contenuti della dottrina, ma prodigando ogni sforzo per farli penetrare ben bene e per evidenziare l’estrema importanza, specialmente per il clero, di comprenderli, interiorizzarli e assimilarli a fondo, onde poter offrire al proprio gregge di anime una dottrina pura ed intatta, e perciò salvifica, e non una dottrina inquinata da errori o sfigurata da infiltrazioni ereticali. Era un uomo profondo, coltissimo, intelligentissimo, riflessivo, estremamente sensibile: non si faceva alcuna illusione sul fatto che il momento della grande prova si andava avvicinando, e perciò moltiplicava, con eroica perseveranza, gli sforzi rivolti a bonificare la dottrina da ogni possibile macchia o ambiguità: e questo in un momento storico in cui solo chi fosse stato dotato d’una vista estremamente acuta, avrebbe potuto scorgere gli scuri nuvoloni addensarsi all’orizzonte. C’era stato, ad esempio, in Francia, il caso di Teilhard de Chardin, autore di libri fantasiosi e teologicamente confusi, ambigui, fuorvianti: ma Teilhard era un gesuita; un gesuita eretico! Se questo stava accadendo fra i gesuiti, che erano stati, per secoli, il più valido baluardo della Chiesa moderna, attaccata da tutte le parti, materialmente e intellettualmente, che altro non ci si doveva aspettare dagli altri ordini e dal clero secolare? E poi c’era stato, sempre in Francia, il fenomeno dei preti operai, moti dei quali, com’era, del resto, perfettamente prevedibile, invece di attrarre i comunisti verso la Chiesa, si erano fatti attrarre, essi, verso il marxismo. Pio XII, proprio nel 1954, aveva perciò ordinato a tutti i preti operai di tornare alla loro precedente attività pastorale o parrocchiale o nelle rispettive comunità religiose. La “vendetta” dei progressisti fu di citare continuamente i suoi scritti magisteriali nei documenti del Vaticano II, più di quelli di qualsiasi altro pontefice, ma stravolgendoli nel senso da loro voluto.
Andrea Tornielli, nel brano sopra citato, fa volutamente confusione (impossibile che la cosa gli sia scivolata dalla penna) fra tradizione e Tradizione: disinnescando proprio il punto cruciale, da cui dipende tutto il discorso sul magistero di Pio XII, e, in generale sul Magistero pontificale. Quella che Pio XII raccomandò di custodire fedelmente, non era, genericamente “la fede”, perché la fede (e di questi tempi lo stiamo vedendo, anche troppo) ciascuno se la può fare, ritagliare, allungare o accorciare, secondo il suo personale talento, bensì il deposito della fede, che è cosa ben diversa. Il deposito della fede – in latino Depositum fidei, in greco Paratheke – è l’unico patrimonio delle verità di fede e delle verità morali insegnate da Gesù Cristo ai suoi Apostoli, e da essi trasmesse alla Chiesa, poi fedelmente tramandate per mezzo del sacro Magistero: sacro appunto perché di origine non umana. In altre parole, la Chiesa, nella persona dei pontefici, e anche dei padri conciliari, non ha alcun diritto di aggiungere neppure uno iota alla Rivelazione di Cristo, così come essa è stata tramandata: e tale trasmissione si configura, a sua volta, come un evento soprannaturale, perché viene da Dio, mentre gli uomini si limitano a esserne i custodi. Va da sé, quindi, che una cosa è la tradizione, con la lettera minuscola, cioè un insieme di insegnamenti, usi e azioni di origine puramente umana, per quanto nobili e spirituali possano essere; e un’altra cosa, e ben diversa, è la sacra Tradizione, che, essendo di origine divina, non è soggetta ad alcun cambiamento: la Verità rivelata è immutabile, e perciò intoccabile, come osserva giustamente il cardinale Siri nel suo discorso commemorativo di Pio XII.
Il compito della Chiesa, la sua ragion d’essere primaria, è quello di custodire il deposito della fede: di custodirlo puro ed esente da errori, perché ne va della salvezza delle anime: questo, almeno, se si prende la fede come una cosa seria, e non come una specie di barzelletta o di gioco di società, come oggi si vede fare, sempre più spesso, anche da parte di membri, magari assai in vista, e, teoricamente, qualificati, del clero. E quando il papa attuale, appena eletto al soglio pontificio, affermò, in una intervista, di essere intenzionato a cambiare la Chiesa, subito un campanello d’allarme avrebbe dovuto risuonare nella mente e nella coscienza di tutti i cattolici: perché nessun papa, nella storia due volte millenaria della Chiesa, ha mai parlato così. Infatti, le possibilità sono due: o tutti i duecentosessantacinque papi venuti prima di lui hanno sempre sbagliato, sono sempre stato timidi e mummificati nella loro funzione di custodi del deposito della fede, oppure il papa attuale sta sbagliando, e sta sbagliando in maniera perfettamente consapevole e intenzionale: il che significa che  non sta sbagliando affatto, ma che, al contrario, sa molto bene quello che sta facendo, ossia che non sta operando da papa, cioè da capo della Chiesa cattolica, ma da qualcos’altro. Che cosa, preferiamo non dirlo; che ognuno tragga da sé le proprie conclusioni. Ma non, ripetiamo, da capo della Chiesa cattolica: se agisse come tale e si considerasse realmente tale, non solo non avrebbe detto e fatto tutta una serie di cose che cattoliche non sono, ma non avrebbe taciuto davanti a errori clamorosi e ad autentiche eresie, come le scandalose affermazioni del nuovo generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal, o quelle di monsignor Nunzio Galantino, o quelle di monsignor Vincenzo Paglia: tutte all’insegna del più sfrenato relativismo, del più ostentato disprezzo della Tradizione, della più beffarda pretesa di riscrivere la divina Rivelazione, secondo principi di matrice chiaramente modernista, gnostica e massonica.
Ora, se la divina Rivelazione è stata fatta una volta per tutte, e se il deposito della fede, cui attinge il sacro Magistero, è tale per sempre, e nessuno  neppure la Chiesa, può modificarlo, o aggiungervi alcunché, ne consegue che la mala razza dei progressisti e dei modernisti, per portare avanti i suoi scopi, ossia modificare, in un modo o nell’altro, la fede cattolica, trasformandola in qualcosa d’altro da ciò che essa realmente è, avevano aperta una sola strada davanti a sé. Quella di sostenere che non  stavano aggiungendo o modificando nulla, ma che l’intelligenza, ossia la comprensione, delle verità divine, progredisce nella Chiesa lungo i secoli, con l’assistenza dello Spirito Santo. Questa, veramente, è di per se stessa una dottrina fortemente sospetta, se non proprio eretica, perché mai, nell’arco di duemila ani e di ben venti concili ecumenici, l’ha mai sostenuta, meno ancora insegnata; poi è arrivato il ventunesimo concilio, il Vaticano II, e l’idea che la comprensione della Rivelazione aumenta nel corso del tempo si è affacciata, prodigiosamente, nel corso dei lavori conciliari, trovando espressione nella costituzione dogmatica Dei verbum, laddove si afferma che la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina. Espressione ambigua, contorta, untuosa e gesuitica, perché tendere verso qualcosa non significa affatto cambiare la comprensione di essa; tuttavia, si capisce bene la ragione di queste acrobazie verbali: si trattava di far entrare dalla finestra, surrettiziamente, e, diciamolo pure, a tradimento, un concetto che non è magisteriale, non è legittimo, non è cattolico: quello di progresso, al fine di giustificare i cambiamenti che si volevano operare nella Chiesa, nella liturgia, nella pastorale, e nella stessa dottrina; ma senza chiamarli con il loro nome, insomma facendo sì che il progresso non apparisse come un cambiamento, ma come un approfondimento, come una miglior comprensione della dottrina esistente. In definitiva, si voleva cambiare la Chiesa, ma senza dirlo: tutto doveva avvenire sotto il naso di centinaia di milioni d fedeli, ma senza dichiararlo apertamente, senza lasciarlo capire, come se non stesse cambiando proprio niente, come se tutto andasse nel solito modo, ossia nel pieno rispetto del Magistero di sempre, nella piena fedeltà al deposito delle fede, e nella più assoluta obbedienza alla divina Rivelazione.

Depositum custodi
: custodisci il deposito della fede

di Francesco Lamendola
Del 24 Luglio 2017
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2 commenti:

  1. "Custodisci il deposito della fede" : e noi dovremmo seguire un Bergoglio qualsiasi? ANATEMA a lui ed a tutti i suoi diabolici collaboratori nell'opera di demolizione della Chiesa Cattolica, Una. Santa Apostolica. Questo qui sarebbe un papa? anche Caligola fece senatore il suo cavallo, ma quello almeno fece meno danni di questo agente segreto della massoneria, installato lì per portare a termine velocemente uno sporco lavoro che papa Ratzinger non dava più fiducia di voler o poter completare (alla faccia della sua favola dell'ermeneutica della continuità, no vi è continuità tra Cristo e Belial). se potessi parlare in mondovisione lancerei il grido d'allarme al mondo intero : ripudiate quell'uomo, non ascoltatelo, sacerdoti di Cristo, rinnegatelo apertamente, la Provvidenza vi ricompenserà il centuplo. Dio ci salvi da lui e da tutti i suoi scherami ,e dalla sua riedizione del "Sodalitium Pianum" (in senso diabolico, però). Dai modernisti libreraci, o Madre - Amen !!!

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  2. Parecchio tempo fa conobbi l'ambasciatore presso la Santa Sede di una nazione europea durante-per sua fortuna essendo di famiglia cattolica conservatrice-il papato di Eugenio Pacelli. Mi disse
    che il solo conoscerlo già edificava, e che mai nella sua lunga carriera diplomatica aveva incontrato un personaggio di tale levatura, per lui indimenticabile.
    Oggi possiamo dire che fu il Papa che meritava veramente il titolo di Sua Santità.
    La morte di questo ultimo vero e grande Papa, fu aberrante. Ci si domanda come mai fu trasportato oramai malato a Castel Gandolfo in autunno e come mai fu proprio il corrotto 'oculista' Riccardo Galeazzi Lisi, Archiatra Pontificio ormai caduto in disgrazia presso Pacelli e dopo la sua morte privato di tutte le sue cariche e radiato dall'albo professionale, a doversene occupare.
    I dettagli si trovano su internet.
    Pacelli ebbe un pontificato molto difficile, anche internamente al Vaticano, (basta pensare alla storiaccia di Montini che lo fece ammalare)e gli ebrei che lo attaccarono e ne impediscono tutt'ora la santificazione tramite i suoi successori scelti a dovere, furono e sono dimentichi delle lodi di Golda Meir, nel 1958 premier israeliano, nei confronti di Pacelli che come motto aveva "Opus iustitiae pax".
    Suor Pascalina, la sua devota assistente, dopo il decesso scrisse a Padre Pio, chiedendogli se sapeva dove era finito il grande Papa e ottenne come risposta:"L'ho visto in Paradiso".
    Sia San Pio da Pietralcina, come Papa Pacelli furono vittime della massoneria che ancor oggi li odia a morte. Giada

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