ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 3 agosto 2017

“Me viè da piagne ”

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A messa con Newman

    Domenica scorsa, durante la messa in rito ambrosiano nel santuario della mia città d’origine (che emozione riascoltare l’organo e i canti sacri nel tempio mariano voluto da san Carlo Borromeo), davanti all’oggettività e alla verità di tanta bellezza ho ringraziato il Signore di avermi accolto nella fede cattolica e poi, per una di quelle corrispondenze interiori che stupiscono innanzitutto chi ne è protagonista, mi è tornato alla mente il cardinale John Henry Newman, con la sua conversione dalla Chiesa anglicana a quella cattolica in nome della verità della fede.
In particolare, ho ripensato al «Biglietto speech», il «Discorso del biglietto», pronunciato a Roma il 12 maggio 1879, che si chiama così perché Newman lo tenne quando ricevette il messo del Vaticano latore del biglietto con il quale il papa Leone XIII lo informava di avergli assegnato la porpora nel concistoro segreto, appena concluso.
Rivolto a una platea di cattolici inglesi e americani, nel Palazzo della Pigna, Newman non  nascose l’emozione. Le prime parole di ringraziamento furono in italiano, poi però preferì proseguire nella sua lingua, e ne venne fuori una riflessione di straordinaria attualità, specie là dove il cardinale affronta l’argomento del liberalismo in campo religioso, ovvero di quella corrente teologica e di pensiero secondo cui non esiste una verità oggettiva religiosa, ma ogni credo è valido e buono come gli altri, nessuna religione può pretendere di essere riconosciuta e vissuta come vera e ciascun individuo può piegare il messaggio religioso alle proprie esigenze.
Che cos’è la Chiesa? Come considerare la tradizione? A che cosa servono i dogmi? E l’autorità?
Interrogandosi su queste domande alla luce dell’insegnamento dei Padri della Chiesa, grazie anche all’aiuto di amici riuniti a Oxford, Newman arrivò a fare il grande passo: da anglicano divenne cattolico, e la sua «professio fidei» è un inno alla verità della fede nella Chiesa: «Credo in tutto il dogma rivelato come è stato insegnato dagli apostoli, come è stato affidato dagli apostoli alla Chiesa e come è stato insegnato dalla Chiesa a me».
Se la Chiesa non ha fondamenta dogmatiche finisce preda dello spirito del tempo. Se la sua impalcatura dottrinale, in nome dell’aggiornamento, del dialogo e dell’apertura al mondo, rinuncia al suo patrimonio radicato nella tradizione, l’intero edificio cade, oppure assume connotati conformi al mondo, dove in cima a tutto c’è l’uomo, non Dio; dove l’uomo diventa dio.
Nell’Inghilterra vittoriana, nella quale positivismo e scientismo condizionavano pesantemente il pensiero e l’uomo incominciava a ritenere non solo plausibile, ma doveroso, rifiutare Dio, Newman vide nella Chiesa cattolica l’unica barca con la quale solcare le onde della modernità senza andare incontro al naufragio. Una barca solida perché dogmatica. E nel momento di esprimere gratitudine al papa per la nomina a cardinale manifestò con grande chiarezza le sue conclusioni, che ci riguardano da vicino specie là dove affrontano la questione della verità nella religione e della tolleranza.
«Il liberalismo in campo religioso – disse il neocardinale – è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro, e questa è una convinzione che ogni giorno acquista più credito e forza. È contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia. La devozione non si fonda necessariamente sulla fede. Si possono frequentare le Chiese protestanti e le Chiese cattoliche, sedere alla mensa di entrambe e non appartenere a nessuna. Si può fraternizzare e avere pensieri e sentimenti spirituali in comune, senza nemmeno porsi il problema di una comune dottrina o sentirne l’esigenza».
È passato quasi un secolo e mezzo, ma sembra proprio che Newman descriva la nostra realtà attuale.
A commento di queste parole, Samuel Gregg, ricercatore dell’Acton Institute, ha scritto che oggi il buon cardinale Newman, esprimendo in pubblico tali convinzioni, si vedrebbe negare una cattedra nella maggior parte delle facoltà teologiche cattoliche: anzi, sarebbe addirittura persona non gradita.
Il 19 settembre 2010 Benedetto XVI beatificò John Henry Newman, e nella veglia di preghiera della sera precedente, ad Hyde Park, ricordò il cardinale sottolineando che la sua fu essenzialmente un’esperienza di conversione fondata sulla verità della Parola di Dio e sull’oggettiva realtà della rivelazione cristiana trasmessa dalla Chiesa: «Alla fine della vita, Newman avrebbe descritto il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione come un fatto puramente privato e soggettivo, una questione di opinione personale. Qui vi è la prima lezione che possiamo apprendere dalla sua vita: ai nostri giorni, quando un relativismo intellettuale e morale minaccia di fiaccare i fondamenti stessi della nostra società, Newman ci rammenta che, quali uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo stati creati per conoscere la verità, per trovare in essa la nostra definitiva libertà e l’adempimento delle più profonde aspirazioni umane. In una parola, siamo stati pensati per conoscere Cristo, che è Lui stesso “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6)».
Poi Benedetto XVI disse: «L’esistenza di Newman, inoltre, ci insegna che la passione per la verità, per l’onestà intellettuale e per la conversione genuina comportano un grande prezzo da pagare. La verità che ci rende liberi non può essere trattenuta per noi stessi; esige la testimonianza, ha bisogno di essere udita, ed in fondo la sua potenza di convincere viene da essa stessa e non dall’umana eloquenza o dai ragionamenti nei quali può essere adagiata».
«Infine, Newman ci insegna che se abbiamo accolto la verità di Cristo e abbiamo impegnato la nostra vita per lui, non vi può essere separazione tra ciò che crediamo ed il modo in cui viviamo la nostra esistenza. Ogni nostro pensiero, parola e azione devono essere rivolti alla gloria di Dio e alla diffusione del suo Regno. Newman comprese questo e fu il grande campione dell’ufficio profetico del laicato cristiano».
Disponibilità a pagare un prezzo. Ufficio profetico del laicato cristiano. Mi riprometto di riflettere ancora meglio su queste espressioni di Benedetto XVI.
Ma ora torniamo al «Discorso del biglietto», nel quale Newman fa un’altra riflessione sul modo «moderno» di intendere la fede: «Poiché dunque la religione è una caratteristica così personale e una proprietà così privata, si deve assolutamente ignorarla nei rapporti tra le persone. Se anche uno cambiasse religione ogni mattina, a te che cosa dovrebbe importare? Indagare sulla religione di un altro non è meno indiscreto che indagare sulle sue risorse economiche o sulla sua vita familiare».
Di qui l’idea, per esempio, che la fede religiosa possa essere accettata finché si manifesta in discorsi di vago contenuto umanitario e assistenziale, ma vada prontamente fermata e bollata di «fondamentalismo» non appena introduce la questione della verità.
«Religione del giorno» o «religione del mondo»: Newman chiamava così la versione annacquata e ridotta della fede, modificata in modo tale da ottenere diritto di cittadinanza senza troppi problemi. È una fede all’apparenza ancora cristiana, ma non ha origine divina, bensì umana. Pensata per piacere e compiacere, esclude il timor di Dio e il senso del peccato. Contiene un po’ di verità, ma non tutta la verità. Ma noi, dice Newman nel sermone intitolato proprio «La religione del giorno» (1832), «sappiamo benissimo dalle più comuni esperienze della vita che una mezza verità è spesso la più grossolana e dannosa delle menzogne». La religione del giorno, à la carte, sceglie del Vangelo «il suo lato più sereno: l’annuncio della consolazione, i precetti di reciproco amore», e lascia sullo sfondo, dimenticati, «gli aspetti più oscuri e più profondi della condizione e delle prospettive dell’uomo». È una religione indipendente dalla Rivelazione. E «Satana l’ha accortamente ornata e perfezionata».
«Invero – commentava Newman nel “Discorso del biglietto” –, non c’è mai stato un piano del Nemico così abilmente architettato e con più grandi possibilità di riuscita. E, di fatto, esso sta ampiamente raggiungendo i suoi scopi, attirando nei propri ranghi moltissimi uomini capaci, seri ed onesti, anziani stimati, dotati di lunga esperienza, e giovani di belle speranze».
Subito dopo, però, il cardinale spiegava di non essere affatto sfiduciato o, peggio, spaventato da quella che definiva la «grande apostasia»: «Certo ne sono dispiaciuto, perché penso possa nuocere a molte anime, ma non temo affatto che abbia la capacità di impedire la vittoria della Parola di Dio, della santa Chiesa, del nostro Re Onnipotente, il Leone della tribù di Giuda, il Fedele e il Verace, e del suo Vicario in terra. Troppe volte ormai il cristianesimo si è trovato in quello che sembrava essere un pericolo mortale; perché ora dobbiamo spaventarci di fronte a questa nuova prova. Questo è assolutamente certo; ciò che invece è incerto, e in queste grandi sfide solitamente lo è, e rappresenta solitamente una grande sorpresa per tutti, è il modo in cui di volta in volta la Provvidenza protegge e salva i suoi eletti. A volte il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare. Normalmente la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio».
Durante un viaggio in Italia, in Sicilia, Newman scrisse una preghiera «Lead, Kindly Light», divenuta celebre e anch’essa attualissima: «Guidami luce gentile; tra le tenebre, guidami Tu. Nera è la notte, lontana la casa: guidami Tu. Amavo scegliere la mia strada, ma ora guidami Tu. Sempre mi benedisse la tua potenza; ancora oggi mi guiderà per paludi e brughiere, finché svanisca la notte e l’alba sorrida sul mio cammino».
Aldo Maria Valli

Una stupenda preghiera-poesia in dialetto romanesco che tocca il cuore

IO E DIO

Ve vojo riccontà ‘na storia strana.
Che m’è successa propio l’artra settimana...

Camminavo pe’ r vialone davanti alla chiesa der paese.
Quanno ‘na strana voja d’entrà me prese.

Sia chiaro non so mai stato un cristiano praticante
Se c’era un matrimonio, se vedevamo al ristorante...

Ma me so sentito come se quarcuno, me dicesse: “dai entra, nu’ c’è nessuno!”

Un misto de voja e paura m’aveva preso
Ma ‘na vorta dentro, restai sorpreso.

La chiesa era vota, nun c’era nessuno.
La voce che ho sentito era la mia, no de quarcuno.

C’erano quattro panche e un vecchio crocifisso de nostro Signore.
“Guarda te, se a chiamamme è stato er Creatore”...

Me gonfiai er petto e da sbruffone gridai: “So passato pè 'nsaluto”.
Quanno na voce me rispose: ”mo sei entrato, nu fa lo scemo mettete seduto!”
Pensai: mo me giro e vado via,
Quanno quarcuno me rispose: “Nu te ne ‘nnà. Resta … famme compagnia”.
“Famo n’altra vorta , poi mi moje chi la sente: è tardi sarà già tutto apparecchiato!”. “Avvicinate nu fa lo scemo, ‘o so che nu sei sposato.

Me sentivo troppo strano, io che nun avevo mai pregato.

Me sentivo pregà dar Signore der creato: “Signore dateme na prova, devo da crede Che sete veramente Iddio che tutto vede”

“Voi na prova ? Questo nun te basta? Te sei mi fijo
E io sto qua inchiodato pe er bene che te vojo!”

“Me viè da piagne, me sento de scusamme.
Signore ve prego perdonate le mie mancanze
A sapello che c’eravate pe davero …
Venivo più spesso, ve accennevo quarche cero”.

“Ahahahahhaha ma te pensi che io sto solo qua dentro?
Io so sempre stato co te, nella gioia e nel tormento.
Te ricordi quanno eri piccolino Io pe te ero Gesù bambino
Prima de coricatte la sera Me dedicavi sempre na preghiera
Era semplice quella che po’ fa er core de un bambino,
Me facevi piagne e con le mie lacrime te bagnavo er cuscino
Poi anni de silenzio… te s’è indurito er core
Proprio verso de me, che t’ho fatto co tanto amore.
Te gridavo fijo mio sto qua, Arza l’occhi guarda tuo papà!
Ma te niente… guardavi pe tera
E te ostinavi a famme la guera.
Poi quanno tu padre stava male E te già pensavi ar funerale
Sul letto de morte… nelle ultime ore T’è scappata na preghiera…
“Te affido ar core der Creatore”.
Ecco perché t’ho chiamato, Pe ditte quanto me sei mancato."

Ho cominciato a piagne dalla gioia e dar dolore…
Ho scoperto de esse amato dar Signore…

Questa è na storiella che nun ’ha niente da insegnà.
Solo che in cielo c’è un Dio che piagne se lo chiami papa’!