ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 10 settembre 2017

La strategia della manipolazione


TEMPO DI PROVA         

L'oggi è il tempo della prova e possiamo contare solo su noi stessi e sull’aiuto di Dio. Oggi si buttano fuori dalla Chiesa i sacerdoti come don Minutella e si lodano quelli che esultano per l’amore di due omosessuali in chiesa 
di Francesco Lamendola  




C’è un tempo, dice il Libro dell’Ecclesiaste, per ogni cosa: per nascere e per morire; per piangere e per ridere; per cercare e per perdere; per serbare e per buttare via; per la pace e per la guerra. Il tempo in cui viviamo noi, oggi, è il tempo della prova: e, dopo la prova, verrà il tempo della giustizia. Ora noi siamo messi nel crogiolo, siamo battuti e vagliati come il grano: e possiamo contare solo su noi stessi e sull’aiuto di Dio. Chi doveva guidarci, ci ha condotti fuori dalla strada giusta; chi doveva vigilare, s’è addormentato; chi doveva sostenerci, è diventato per noi occasione di scandalo. I pastori si sono rivelati mercenari, o, peggio, alcuni di essi si sono rivelati dei lupi rapaci, e, invece di custodire le pecorelle che erano state loro affidate, si sono gettati su di esse con le unghie e con le zanne per sbranarle. Ciò a cui stiamo assistendo è sconvolgente: una immensa moltitudine di anime è in pericolo, sedotta e ingannata da dottrine aberranti, da una deliberata mistificazione del Vangelo. Costoro hanno fabbricato una falsa religione al posto della vera, e la stanno spacciando per quella: con parole menzognere, con concetti sofistici, con gesti teatrali, e, soprattutto, sfruttando gli umori della folla, che sempre ascolta volentieri la voce di chi non parla di sacrifici, di lotte e della Croce, ma parla solo di letizia, di misericordia, di perdono (senza pentimento) hanno letteralmente stravolto il messaggio di Gesù Cristo, lo hanno deturpato, lo hanno reso irriconoscibile. 


Del resto, che importa Gesù Cristo? Ora c’è il papa, da adorare: il papa così buono e progressista, così aperto e dialogante verso tutti, così simpatico nel dire ciò che piace e nel tacere ciò che non piace, così abile nel falsificare la dottrina cattolica, così spregiudicato nel portare avanti la sua strategia dell’apostasia generalizzata, al punto che milioni di cattolici non se ne rendono conto. E così stiamo scivolando anche nell’idolatria: si adora un uomo, invece di Dio solo; si guarda a lui, ma non alla Croce; si ascolta lui e non si mettono in pratica i comandamenti di Gesù, che pure sono così chiari e privi di ogni ambiguità. L’uomo non separi ciò che Dio ha unito, dice Gesù; ma il papa, invece, parla di situazioni complesse, di situazioni problematiche, di esami di coscienza soggettivi, di fare non ciò che si deve, ma ciò che si può, e perfino di un Dio che gradisce il peccato, che si aspetta dal peccatore proprio quello, e non altro! E questa dottrina inaudita, che ha suscitato, giustamente, le perplessità e il turbamento di tanti, è stata insegnata dall’alto del Magistero; e quattro eminenti cardinali, che avevano chiesto, legittimamente e rispettosamente, dei chiarimenti su di essa, non hanno ricevuto alcuna risposta, né sono stati ricevuti in udienza, come pure avevamo domandato. Due di loro sono già morti. La risposta del papa dialogante è stata un silenzio assordante, carico di disprezzo e assolutamente non cristiano. Gesù rispondeva sempre alle domande dei suoi interlocutori, perfino quando erano fatte chiaramente in mala fede (e non è questo il caso). Rispondeva, chiariva, scioglieva i dubbi: era mite, paziente, comprensivo, e, nello stesso tempo, intransigente quanto ai contenuti. Perfino alle domande di Ponzio Pilato ha risposto, e gli ha chiarito che il suo Regno non è di questo mondo. In un solo caso non ha voluto rispondere: davanti alle domande oziose e irridenti di Erode Antipa, l’assassinio del Battista. I quattro cardinali meritavano la stessa considerazione che Gesù aveva per Erode Antipa? E, comunque, visto che dietro di essi c’erano le perplessità e i turbamenti di numerosi cattolici, non era giusto e doveroso rispondere, in ogni caso? Non è questo il dovere del sacro Magistero: chiarire, dissipare le incertezze? In realtà, noi sappiamo perché il papa non ha risposto: perché non poteva. Avrebbe dovuto ammettere che Amoris laetitia contiene gravissimi errori di tipo teologico, e non solo per quel che riguarda l’indissolubilità del matrimonio, ribadendo che il supremo giudice di un’azione morale è la coscienza soggettiva dell’uomo, come del resto aveva fatto sin dall’inizio del suo pontificato, e  non in un documento ufficiale ma nella famosa intervista a Eugenio Scalari, il papa ha introdotto nel cattolicesimo un elemento non cattolico, suscettibile di scardinare tutta la morale e tutta la dottrina della Chiesa. Sparisce l’oggettività della legge morale, subentra il relativismo. E siccome è proprio questo che egli pensa, è proprio questo ciò a cui mira, non poteva rispondere ai dubia dei quattro cardinali. Avrebbe dovuto confessare la propria eresia; ma glielo impediva, oltre alla superbia, la strategia adottata, di sovvertite la dottrina dall’interno, un passo dopo l’altro, senza farsene accorgere, o, almeno, senza farsene accorgere dalle masse. Tanto peggio per quei cattolici che, da soli, si rendono conto di ciò che sta accadendo. Che se la sbrighino da sé, come meglio sanno e possono.
Non si deve credere che sia tutta opera di questo pontefice. Le cose, sotto papa Francesco, hanno preso un’accelerazione impressionante, ma la strategia della manipolazione era in atto da molto tempo: almeno a partire dal Concilio Vaticano II. È allora che si consuma la prima rottura con alcuni punti essenziali della dottrina cattolica, e che s’introducono novità devastanti nell’ambito liturgico. Ora, dal 1962 ad oggi, sono passati 55 anni: più di mezzo secolo. Per mezzo secolo, costoro hanno continuato a introdurre, cautamente al principio, poi sempre più apertamente, novità, “riforme”, “rinnovamenti” d’ogni tipo, sempre con il pretesto di aggiornare, di rendere più comprensibile, di adottare un linguaggio più efficace per l’uomo moderno, eccetera; sempre sostenendo, in perfetta mala fede, che il Deposito della fede non si tocca, che il Magistero è sempre quello, che la sostanza delle fede è immutabile e inalterabile. E così, un poco alla volta, siamo arrivati alla situazione odierna. È doveroso, perciò, domandarsi: nessuno si era mai accorto di nulla? A nessuno era sembrato che i conti non tornassero? Il puzzo di bruciato, nessuno l’aveva sentito? Eppure, ci sono stati dei momenti di svolta particolarmente evidenti: la Nostra aetate, per esempio, che apriva una fessura neanche tanto piccola al relativismo e all’indifferentismo religioso; poi la promozione dei giudei da bisognosi conversione, a fratelli e sorelle maggiori, per opera di Giovanni Paolo II, nel 1999 (espressioni trionfalmente riprese, è cosa ovvia, da papa Francesco); e ancora, gli incontri interreligiosi di Assisi. Da ciascuno di questo eventi si poteva e si doveva capire quel che stava bollendo in pentola e dove si voleva andare a parare: alla negazione del Vangelo e della Chiesa cattolica come unica via alla Verità, e, pertanto, alla salvezza; e, di conseguenza, alla prova generale per la smobilitazione generale del cattolicesimo e della Chiesa stessa. Quando passerà del tutto il principio, finora solamente suggerito e sussurrato, ma fra poco, ne siamo certissimi, apertamente proclamato, che tutte le religioni sono buone e portano ugualmente alla verità, e che tutte le coscienze conducono alla salvezza, il cattolicesimo, così come la Chiesa, non avranno più alcuna ragione di sussistere, se non a livello folcloristico e sentimentale. Bisogna avere il coraggio di guardare le cose in faccia e di chiamarle con il loro nome. Una religione esiste perché indica agli uomini il vero Dio e la via della salvezza; se quella stessa religione, a un certo punto, lascia intendere, o dice a chiare note, che anche le altre religioni sono ugualmente valide, anzi, che perfino l’ateismo è una possibile strada verso la Verità e verso la salvezza, che cosa ci sta ancora a fare, essa? A chi o a che cosa serve? Sarebbe come se la Banca d’Italia, per bocca del suo presidente, oppure – meglio ancora - la Banca Centrale europea, proclamassero che chiunque può stampare moneta, anche i privati, in piena libertà; e che tali banconote avranno pieno corso legale, senza alcuna restrizione e senza limite alcuno. A quel punto, che senso avrebbe l’esistenza della Banca d’Italia, o meglio, che senso avrebbe l’esistenza del denaro? Se qualsiasi moneta va bene, vuol dire che si tratta di monete simboliche, prive di valore intrinseco: per cui se ne potrebbe e se ne dovrebbe, logicamente, fare a meno. Si tornerebbe al baratto (il che, forse, non sarebbe poi una cattiva idea). Ad ogni modo, le monete e il sistema dei cambi non avrebbero più senso: sarebbero come le quinte di cartapesta in un kolossal sull’antica Roma. Ora, tornando alla nostra domanda: come è stato possibile che nessuno, o quasi nessuno, si sia accorto di nulla? Che un solo vescovo, monsignor Lefebvre, abbia detto prontamente: No, io non ci sto; io non tradisco la mia missione di pastore? Come è stato possibile che quasi tutti i cattolici abbiamo preso per buona la storiella di un Lefebvre fanatico, oscurantista, perfino razzista, considerandolo come una specie di caso patologico che non metteva minimamente in discussione la svolta conciliare e i nuovi orientamenti della Chiesa? Possibile che nessuno, o così pochi, si siano domandati se la Chiesa, allora, ha percorso una strada sbagliata per così tanto tempo; e che per quasi duemila anni essa non aveva capito ciò che i padri conciliari, improvvisamente illuminati dallo Spirito Santo (loro soli) hanno capito?
Tempo di prova

di Francesco Lamendola

Del 10 Settembre 2017
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