ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 26 novembre 2017

Controvento

Venti luterani 

Questo è quello che avviene. In molte chiese, i sacerdoti, dai pulpiti, affermano: «Dio non può essere offeso dal peccato»; «L’uomo non può peccare perché non è libero di resistere al male»; «L’uomo, dunque, non contrae alcun dovere di riparazione»; «D’altra parte, il sacrificio di espiazione non è cristiano, perché residuo di paganesimo»; «La morte di Cisto non è un sacrificio di espiazione»; «Egli non ha redento l’uomo»; «L’uomo, perciò, rimasto fondamentalmente traviato, non è capace di bene ed è schiavo del maligno»; «Per salvarsi, gli basta riconoscersi peccatore e credere nella potenza di Cristo risorto»; «Il quale non è affatto un suo modello di vita»; «Per cui è inutile per l’uomo promettere e sforzarsi di correggersi»; «Egli può soltanto affidarsi alla misericordia di Dio, che salva tutti»; «La Messa non è un vero sacrificio, ma un banchetto comunitario che celebra la potenza salvifica del Cristo risorto»; «Il pane consacrato non si trasforma nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo, non avendo altra funzione che quella di simboleggiare la presenza spirituale di Lui, che, risorto, tutti trascina sul Suo carro di fuoco».

                    

E’ così negato il sacrificio incruento che si rinnova durante la celebrazione della Santa Messa, essendo esclusa la presenza reale di Cristo ed è quindi reso vano il culto di adorazione. Eliminando il sacrificio si elimina anche il Sacerdozio ministeriale: l’Eucaristia è celebrata dalla comunità dei credenti, tutti indistintamente partecipi dell’unico sacerdozio. Escludendo il Sacerdozio ministeriale crolla la Gerarchia ecclesiastica, l’Ordine Sacro. Si mira a distruggere la Chiesa, perché questa non ha alcuna ragion d’essere senza l’Ordine Sacro. Della Chiesa restano i soli credenti in Cristo (pietre vive), che animati dal suo spirito, traggono i propri lumi dalla Bibbia, interpretata secondo la personale ispirazione di ciascuno. 

Questo è quello che credono loro. Una serie impressionante e abbagliante di eresie se messe a confronto con la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero di duemila anni di storia della Chiesa. Il cristiano sa bene che Cristo ci salva con la morte, non con la Resurrezione. Il cammino su questa terra è un cammino di conversione, dal peccato alla vita di grazia, dall’offesa a Dio alla riconciliazione con Lui, resa possibile per la Sua iniziativa paternamente misericordiosa. La conversione nasce dal pentimento di aver offeso Dio, dalla partecipazione all’unica causa meritoria di ogni grazia, la passione espiatrice di Cristo. Il cristiano ha la convinzione che la salvezza eterna non dipende esclusivamente dalla misericordia di Dio, ma dalla libera cooperazione dell’uomo alla Sua grazia, per la quale, come giustamente premia la fedeltà dei buoni, così punisce la protervia dei peccatori impenitenti. La possibilità dell’Inferno, quindi, non è meno fondata di quella del Paradiso. Il cristiano, cibandosi delle specie del pane e del vino transustanziati, resta ineffabilmente assimilato a Gesù. Chi gli consente di poter partecipare a questo Sacramento è il Sacerdote ministeriale che lo assolve mediante la penitenza, lo accoglie e lo perdona nel nome e nella stessa persona di Cristo. Il cristiano sa che non ha una mèta definitiva da raggiungere su questa terra: la vita della grazia quale vita di amore come non conosce misure, così esclude ogni limite. Per amore dei suoi fratelli, volendo imitare Cristo, unico, supremo e inesauribile modello di vita soprannaturale per tutti, il cristiano annuncia che solo Gesù è Via, Verità e Vita. Il falso ecumenismo propaganda l’opposto: una Religione dell’Amore e della solidarietà terrena che è semplicemente anticristica. La Religione dell’Amore lascia all’uomo la libertà di credere tutto quello che vuole: al difetto delle idee (con le quali si avrebbe la pretesa di cogliere l’essere in sé, la Trascendenza) supplisce l’impulso dell’amore del prossimo, che in definitiva sarebbe quello che l’uomo porta istintivamente a se stesso, irriducibilmente chiuso nell’orizzonte dell’immanenza, ove tutto per lui ha un senso e merita considerazione. 
Scrisse Padre Enrico Zoffoli in Incontro al mistero (Edizioni Segno, 1992): «Siamo perciò all’ecumenismo agnostico, pluralista, umanitario e fondamentalmente ateo… Ecumenismo della mutua comprensione o della tolleranza di tutte le confessioni religiose, fondata sull’unità della Coscienza Umana Universale, che – nel processo storico – le crea e distrugge, le modifica e rinnova. Ecumenismo volto verso quel mondialismo di tipo massonico che, nel rifiuto di Dio Creatore e Legge Eterna, mira ad abbattere il Cristianesimo quale più eminente religione positiva». 
Padre Zoffoli spese la sua vita a ristabilire la Verità. Del tutto inascoltato. Ora, quelle eresie hanno pervaso l’intera Chiesa, sono divenute patrimonio non solo difeso dalla quasi totalità dei sacerdoti – in buona fede? Lo speriamo – ma propagandato come frutto del Concilio Vaticano II. Coloro che divulgano queste eresie dichiarano anche che la Chiesa precedente al Concilio è una Chiesa che allontanava perché incuteva timore di Dio. Loro il timore di Dio lo hanno abolito e si adoperano in modo esplicito per sancire l’esistenza di due Chiese: una precedente al Concilio e una successiva al Concilio. Dovrebbero sapere e riconoscere costoro che la Chiesa è Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana e nessun Concilio – per giunta definito pastorale – può abrogare i dogmi di fede di cui essa è custode per volere di Nostro Signore Gesù Cristo. 
Certamente, c’è chi si è adoperato e si adopera, per andare incontro alle esigenze, ai bisogni, diremmo alle voglie del cancro del Modernismo, per affermare una nuova dottrina, un nuovo catechismo. Padre Zoffoli, nel suo illuminante libro Catechesi neocatecumenale e ortodossia del Papa (Edizioni Segno, 1995) mette a confronto il Catechismo diffuso dal Centro Neocatecumenale Servo di Jahve in San Salvatore e quello di Santa Romana Chiesa. Ne scrisse ai cardinali Camillo Ruini e, per conoscenza, ai cardinali J. Ratzinger, E.F. Pironio e E. Antonelli, come documenta il libro Verità sul cammino neocatecumenale (Edizioni Segno, 1995).. Ebbe solo una risposta dal cardinale Ruini (n. protocollo 385/85 dell’8 aprile 1995), dove si legge: «(…) Sono al corrente che la predetta catechesi è stata esaminata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (…). Per parte mia devo invitarla fermamente a non sostituirsi agli organi competenti e a non emettere giudizi personali e prematuri su temi che riguardano l’ortodossia di realtà ecclesiali o addirittura del Santo Padre». Padre Zoffoli rispose con una lunghissima lettera, avendo a cuore solo la difesa della Chiesa di Cristo, dove oltre a mettere in luce gli errori e a denunciarli, come battezzato, cresimato, insegnante da molti anni di Teologia Cristiana e Fiolosofia Dogmatica e sacerdote dal 1939, addirittura nella nota numero 9 al II paragrafo scrisse: «(…) Perché, infine, l’Autorità ecclesiastica, approvando, favorendo e benedicendo il Cammino Neocatecumenale, non mi chiama “ad pedes” per render conto del mio operato? Sono disposto a sottopormi anche ad un processo, che però, nel caso, esigo sia reso pubblico, perché tutti conoscano la verità (…)». Per poi affermare, nella lettera c) al III paragrafo: «Ed ecco l’attuale e tremendo imbarazzo della Gerarchia cattolica, stretta e dilaniata come in una morsa: essa deve respingere il fondo dottrinale del Cammino Neocatecumenale e, insieme, è obbligata a riconoscere la sua realtà con le supposte benemerenze. Il timore di uno scisma la trattiene da un intervento risoluto e chiarificatore…; ma purtroppo ancora non avverte che lo scisma è già consumato nell’eresia che contrappone il Cammino Neocatecumenale al tradizionale magistero della Chiesa». 
Si è avuta la possibilità di impedire la protestantizzazione della Chiesa, ma la Gerarchia ha deliberatamente conseguito quest’obiettivo. 
A conclusione di un libretto di 30 pagine (Il neocatecumenato della Chiesa Cattolica – Lettera aperta al clero italiano, Edizioni Segno, 1993), Padre Zoffoli affermò: «Conosciamo due tipi di catecumenato. Uno, ortodosso, risale alle origini della Chiesa, era notissimo ai Padri ed oggi è più che mai indispensabile per una ricristianizzazione del mondo (…). L’altro neocatecumenato, proposto da Kiko e Carmen, è ereticale e si è affermato come pianta parassitaria della Chiesa, di cui ha usurpato linguaggio, riti, pratiche. Oggi esso vanta un prestigio che ha raggiunto il vertice presso l’opinione pubblica per l’eccessiva benevolenza e pazienza di membri della Gerarchia, per lo stato di abbandono spirituale in cui giace gran parte delle nostre regioni e diocesi d’Italia, per la disinformazione e l’incuria di molti parroci, sensibili prevalentemente alle novità eversive della teologia protestante che imperversa nei nostri centri di studio». 
Padre Zoffoli ricordò poi tre interventi di Paolo VI. Il primo all’Udienza Generale del 30 novembre 1966: «S’insinua qua e là il criterio di giudicare le verità della fede a piacimento, secondo la propria capacità d’intendere e il proprio gusto d’interloquire nel campo teologico e religioso». Il secondo all’Udienza data alla CEI del 7 aprile 1967: «La moda fa legge più della verità: il culto della propria personalità e della propria libertà di coscienza si riveste del più frettoloso gregarismo; alla Chiesa non si obbedisce, ma si fa facile credito al pensiero altrui e alle audacie irriverenti e utopistiche della cultura corrente, spesso superficiale e irresponsabile (…) Vi è il pericolo di una disgregazione della dottrina». Il terzo all’Udienza Generale del 29 giugno 1971: «La Chiesa si trova in un’ora d’inquietudine, di autocritica, si direbbe di autodistruzione. E’ come uno sconvolgimento interiore, acuto e complesso che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio. Si pensava ad una fioritura, ad un’espansione serena delle concezioni maturate nelle grandi assise del Concilio. Ma se ne viene a sottolineare soprattutto l’aspetto doloroso. Come se la Chiesa percuotesse se stessa (…). Per qualche fessura il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio (…). Noi avremmo creduto che l’indomani del Concilio sarebbe stato un giorno di sole per la Chiesa. Ma invece del sole, abbiamo avuto le nuvole, le tempeste, le tenebre…». 
Commenta Padre Zoffoli: «Kiko non avrebbe potuto trovare un terreno di coltura più adatto. E la sua opera è stata tanto nefasta quanto più egli si è sbracciato nel sostenere il Concilio Vaticano II, nell’insistere sulla necessità di un neocatecumenato per rienvagelizzare, nella rifondazione della famiglia cristiana con la difesa dell’enciclica Humanae vitae, ecc. Egli, così, tuttora appare ed è accolto come un nuovo salvatore del mondo». 
Grazie Padre Zoffoli, perché uomini come te hanno servito la Chiesa Cattolica fino alla fine della loro vita. Grazie perchè dai tuoi scritti conosciamo la Verità e ci dai gli strumenti per farci Santi.

- Danilo Quinto - 26 novembre 2017


Ti illustriamo schematicamente le differenze tra l’Antico e il Nuovo Rito della Messa… e saprai delle cose che forse non ha mai saputo


L’ALTARE
Antico Rito
Nell’antico Rito l’altare è rialzato rispetto al piano dei fedeli per rappresentare il Calvario. E’ inoltre è rivolto verso il Tabernacolo.
Nuovo Rito
L’altare è una mensa per sottolineare la dimensione conviviale e per far capire quanto questo aspetto debba essere prevalente su quello sacrificale. Esso è rivolto verso il popolo. Il sacerdote non è più verso Dio per offrirgli il divino Sacrificio a favore dei fedeli, bensì verso il popolo. Il tutto confonde e fa pensare ad una semplice di riunione di preghiera. Nemmeno nell’antichità l’altare fu mai rivolto verso il popolo, piuttosto verso Oriente, simbolo di Cristo. L’altare, anzi la mensaverso il popolo è invece un’invenzione di Lutero e di altri pseudo-riformatori del XVI secolo.
L’ARCHITETTURA
Antico Rito
Le balaustre servono per delimitare il luogo sacro e il presbiterio. La funzione pedagogica è chiara: far capire lo spazio in cui si realizza il Mistero e distinguerlo dalla spazio circostante in cui si contempla ma non si realizza il Mistero.
Nuovo Rito
Non ci sono più le balaustre e pertanto il presbiterio diviene luogo per tutti, perché tutti devono divenire “protagonisti”. Questo ovviamente può causare una confusione di ruoli, oggi ampiamente presente, dove il clero tende a laicizzarsi e il laicato a clericalizzarsi. Insomma, una confusione che inizia sin dal Rito della Messa.
IL SACERDOTE
Antico Rito
Il sacerdote è rivolto verso Dio con le spalle al popolo, perché agisce come “alter Christus” e “in persona Christi” offrendo per il popolo il Sacrificio all’Eterno Padre. I sacerdote pertanto fa da “pontifex”.
Il sacerdote, pur non trovando possibilità di inutile protagonismo, compare per quello che è: ministro di Dio avente una qualità ontologica che i semplici fedeli non hanno. Per esempio, il confiteor iniziale è detto prima dal prete e poi dall’accolito in nome del popolo. Tale distinzione esprime la differenza ontologica tra il celebrante e i fedeli.
Nuovo Rito
Il sacerdote è rivolto verso i fedeli per sottolineare il protagonismo degli stessi. Il sacerdote non è più “celebrante”, non è più “pontifex”, bensì “presidente”
I FEDELI
Antico Rito
I fedeli sono più in basso e fuori l’azione sacrificale, in quanto, in un certo senso, devono rappresentare Maria e Giovanni ai piedi della Croce.
Nuovo Rito
I fedeli sono sullo stesso livello (in alcune chiese moderne addirittura sono più in alto) e dentro l’azione celebrativa. Ciò per accentuare la loro azione sacrificale.
IL SENSO DELLA CELEBRAZIONE
Antico Rito
La celebrazione si svolge in maniera verticale.
Nuovo Rito
La celebrazione si svolge in maniera orizzontale.
LE PREGHIERE INIZIALI
Antico Rito
Ci sono le preghiere iniziali ai piedi dell’altare al termine delle quali il sacerdote si riconosce indegno di entrare nel Santo dei Santi per offrire il Sacrificio divino e invoca l’intercessione dei Santi per essere purificato dai peccati.
Nuovo Rito
Vengono abolite le preghiere ai piedi dell’altare e così il sacerdote spesso riempie questo “vuoto” con una sorta di “antipasto di predica”, che può fare da preludio per una successiva “creatività liturgica”.
IL CONFITEOR
Antico Rito
Vi è il doppio Confiteor, recitato prima dal celebrante e poi dai fedeli per far capire (come abbiamo già detto) la differenza ontologica tra il sacerdote “alter Christus” e i fedeli stessi.
Ci si rivolge al sacerdote come “padre”.
Nuovo Rito
Il Confiteor è recitato una sola volta tutti insieme.
Ci si rivolge solo ai “fratelli”.
LA LITURGIA DELLA PAROLA
Antico Rito
La Liturgia della Parola non dura di più rispetto a quella Eucaristica, centro e apice della Messa.
Le letture possono essere proclamate solo dal clero a partire dal Lettorato.
Nuovo Rito
La Liturgia della Parola spesso dura di più rispetto a quella Eucaristica. Ciò esprime un messaggio ambiguo, quasi come se la Scrittura potesse avere un valore uguale o perfino superiore alla ri-attualizzazione del Mistero.
Le letture precedenti il Vangelo possono essere proclamate anche dai laici, uomini e donne. Ciò avviene contro la proibizione presente già nella Chiesa primitiva che riservava questo compito solo ai membri del clero a partire dal Lettorato, uno degli ordini minori con i quali si diventava chierici. Con la riforma di Paolo VI sono stati aboliti gli ordini clericali minori e sono stati istituiti “ministeri” come il lettorato e l’accolitato.
L’OFFERTORIO
Antico Rito
Il sacerdote offre Cristo come vittima al Padre in espiazione dei peccati: “Accogli, o Padre Santo… questa vittima immacolata…” Questo aspetto espiatorio della Messa non è stata mai sopportata da Lutero, tant’è che le prime cose che egli tolse della Messa Cattolica furono le preghiere offertoriali.
Nuovo Rito
Il sacerdote-presidente offre solo il pane e il vino affinché diventino “cibo di vita eterna” e “bevanda di salvezza”. Insomma, l’idea stessa di Sacrificio espiatorio sembra essere “nascosta” in queste definizioni “cibo di vita eterna” e “bevanda di salvezza” che sembrano un po’ vaghe.
LA CONSACRAZIONE
Antico Rito
Il testo della consacrazione sottolinea l’ “attualità” dell’azione sacrificale.
Il carattere tipografico (tramite il grassetto) e la punteggiatura (tramite il punto fermo) fanno capire come la narrazione è distinta dalla consacrazione.
La posizione (chinato sopra) e il tono della voce (segretamente) del sacerdote sottolineano il passaggio fondamentale: adesso ci sono le mosse di Gesù. E’ il mistero della riattualizzazione e la realizzazione della trasustanziazione.
La frase “ogni qual volta che fate ciò, lo farete in memoria di me” è più chiara rispetto alla espressione del Nuovo Rito “fate questo in memoria di me”, che più facilmente può essere intesa come semplice ricordo.
L’espressione “questo calice” rispetto al semplice “il calice” del Nuovo Rito sta a significare che il calice non è un calice qualsiasi, ma è misticamente lo stesso calice utilizza da Cristo.
La genuflessione immediatamente dopo la consacrazione di ciascuna specie, esprime la fede nell’avvenuta transustanziazione. Nel Nuovo Rito il sacerdote s’inginocchia una sola volta e non immediatamente dopo la Consacrazione. L’Antico Rito fa capire come l’Eucaristia non è tale solo se (come dicono i Protestanti) vi è la partecipazione dei fedeli, ma è già unicamente nel potere ministeriale del sacerdote.
Nuovo Rito
Il tono della voce uniforme si presta di più all’equivoco secondo cui si sta ricordando piuttosto che riattualizzando.
Il Canone Romano è stato mantenuto, ma in una forma mutilata. Gli sono state affiancate tre nuove preghiere eucaristiche (II, III e IV) più aggiornate, ma –e questo fa pensare- frutto della collaborazione di sei esperti protestanti.
Facciamo un esempio. Il “presidente dell’assemblea” ringrazia Dio “per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale” (Preghiera II), in tal mondo unendo il ruolo del celebrante con quello dei fedeli, come vuole il “sacerdozio comune” luterano.
Un altro esempio ancora: il sacerdote si rivolge a Dio perché Egli continua “a radunare un popolo, che (nell’edizione latina è detto ut, cioè “affinché”) da un confine all’altro della terra offra…il sacrificio perfetto” (Preghiera III). Quindi il popolo –e non più il solo sacerdote- sembra diventare l’elemento determinante affinché avvenga la consacrazione.
Sono state poi inserite altre quattro preghiere eucaristiche (meglio: la Preghiera V in quattro varianti: A,B,C,D) che vanno oltre.Vi si afferma, infatti, che Cristo “ci raduna per la santa cena” (concetto e terminologia del tutto protestanti), mentre il “presbitero-presidente” non chiede più che il pane e il vino “diventino” il Corpo e il Sangue di Cristo (come ancora faceva nelle Preghiere II, III, e IV), ma solo che “Cristo sia presente in mezzo a noi con il suo corpo e il suo sangue”. Dunque una semplice e vaga “presenza” di Cristo in mezzo all’assemblea.
Come abbiamo detto prima, nel Nuovo Rito in tutte le preghiere eucaristiche(compresa la prima) è stato fatto sparire il punto tipografico precedente le parole della consacrazione. Nell’antico Messale Romano questo punto fermo obbligava il sacerdote ad interrompere la semplice “memoria” degli eventi dell’Ultima Cena, per iniziare invece a realizzare, ossia a rinnovare incruentemente ma realmente, il divino Sacrificio.  Il presbitero-presidente si trova invece in presenza di due punti tipografici, che finiranno per spingerlo –psicologicamente e logicamente- a continuare solo a far memoria, e a pronunziare dunque le formule di Consacrazione con intenzione solo commemorativa (esattamente come nella cosiddetta “cena” protestante).
Il “presidente dell’assemblea” s’inginocchia una sola volta e non immediatamente dopo la consacrazione, bensì solo dopo aver elevato ciascuna delle due Specie per mostrarle ai fedeli presenti; ciò risulta pienamente accettabile per i protestanti, per i quali Cristo diviene presente (senza alcuna transustanziazione) sulla “mensa” della “santa cena” esclusivamente grazie alla fede dell’assemblea.
DOPO LA CONSACRAZIONE
Nuovo Rito
L’acclamazione dei fedeli al termine della Consacrazione, pur presa dal Nuovo Testamento, appare fuorviante. Introduce infatti un ennesimo elemento di ambiguità presentando un popolo “in attesa della Tua (di Cristo) venuta”, proprio mentre Egli, è realmente presente sull’altare come Vittima del Sacrificio espiatorio appena rinnovato.
PRIMA DELLA COMUNIONE
Antico Rito
I fedeli, inginocchiati, ripetono le parole del Centurione: “O Signore, non sono degno che Tu entri nella mia casa, ma dì solo una parola e l’anima mia sarà guarita”, espressione di esplicita fede nella presenza reale del Signore sotto le sacre Specie.
Nuovo Rito
I fedeli si limitano a dire di non esser degni di “partecipare” alla “tua mensa”, espressione del tutto indeterminata, perfettamente accettabile anche in ambiente protestante.
LA COMUNIONE
Antico Rito
La comunione si riceve in ginocchio e direttamente in bocca.
Si usa ogni precauzione per evitare la caduta di frammenti (con l’uso del piattino).
Tutto questo per evidenziare l’incommensurabile grandezza dell’Eucaristia.
Nuovo Rito
La Comunione si riceve in piedi e con la possibilità di riceverla sulle mani. Ciò facilita la convinzione falsa che l’Eucaristia possa essere un semplice simbolo.
La distribuzione della Comunione non è più riservata al Sacerdote o al Diacono come stabilito fin dall’epoca apostolica. Con dovuto permesso, possono distribuire l’Eucaristia anche suore o semplici laici: i famosi “auto-occupati in attività ecclesiali”, come ebbe a dire ironicamente l’allora cardinale Ratzinger.
IL RINGRAZIAMENTO
Antico Rito
La Messa non termina immediatamente dopo la Comunione.
Ciò fa capire che il ringraziamento non è la discrezione del fedele, ma un atto doveroso per rendere fruttuosa la Comunione stessa.
Nuovo Rito
         La Messa di fatto termina con la Comunione.
Il ringraziamento è lasciato a discrezione del fedele. E quando il sacerdote decide di fare silenzio per invitare i fedeli a fare il ringraziamento, questi si siede. Gesto ambiguo perché spinge anche i fedeli a sedersi.

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