ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 18 novembre 2017

Scontro decisivo tra la luce e le tenebre

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Maskirovka



È un termine russo che si traduce alla lettera camuffamentooccultamento o simili, ma designa una tattica militare, praticata fin dall’antichità, con la quale si trae il nemico in inganno riguardo alle manovre belliche, alle intenzioni o all’effettiva consistenza dell’esercito avversario. Gli strateghi sovietici lo battezzarono così e, proprio grazie ad un massiccio impiego della maskirovka e ad altre nefandezze, vinsero quell’orrenda carneficina che fu la guerra civile provocata dal colpo di Stato, di cui ricorreva in questi giorni il centenario, perpetrato da quel demonio incarnato di Lenin. Anche quel pugno di manigoldi di formazione e mentalità marxista che ha occupato il Vaticano, a quanto pare, questa lezione l’ha imparata bene e continua a menarci per il naso su vari fronti, distogliendo la nostra attenzione dalle vere questioni di fondo e dalle manovre occulte con cui stanno realizzando la loro esecrabile agenda.

Le insistenti indiscrezioni su un’ulteriore modifica del rito della Messa, per esempio, continuano ad attizzare fiammate di sdegno e riprovazione, quando di fatto nulla, a questo riguardo, è ancora effettivamente successo, a parte la sostanziale abolizione del doveroso controllo a livello centrale delle traduzioni e degli adattamenti dei libri liturgici realizzati dalle conferenze episcopali – fatto indubbiamente gravido di conseguenze disastrose per la liturgia romana, la cui unità rischia di frantumarsi, ma non tale da indurre necessariamente modifiche decisive nella forma sacramentale dell’Eucaristia. Potrei anche sbagliarmi in proposito, ma in ogni caso questo allarmismo precoce distrae molti cattolici fedeli dalle manovre con cui in diverse diocesi italiane si è cominciato a indottrinare il clero perché si convinca ad ammettere alla comunione i divorziati risposati. Questo solo fatto è capace di distruggere definitivamente quel poco che rimane della fede nella Parola di Dio, nella grazia soprannaturale, nei Sacramenti e nell’autorità della Chiesa… cioè della fede tout court, sostituita dal sentimentalismo e dall’attivismo buonisti.

Per quelli che desiderano “concelebrare” con i protestanti, d’altronde, il rito attuale già si presta benissimo all’uopo, essendo stato confezionato proprio in questa prospettiva. Se poi le nuove “preghiere eucaristiche” sono ancora troppo cattoliche, si possono sempre prendere quelle svizzere, in cui si parla di santa cena. Peccato che il messale “riformato” sia in se stesso illegittimo e abusivo, dato che la sua pubblicazione è in diretto contrasto con l’irrevocabilità del messale tridentino, sancita dalla Costituzione apostolica Quo primum tempore di san Pio V. Al di là di tutto, comunque, è ormai ampiamente scomparsa la percezione del vero valore e significato della Messa, trasformata molto spesso in intrattenimento di bassa lega o in comizio socio-politico. I confessionali (dove ancora non sono stati rimossi) sono quasi sempre vuoti e, quando qualcuno vi entra, non è affatto sicuro che, da un lato, ci sia la sana dottrina e, dall’altro, un pentimento sufficiente per ricevere un’assoluzione valida. I giovani, in buona parte, non si sposano più, ma si accoppiano e scoppiano con una mentalità da poligamia successiva ricevuta magari dai genitori stessi, che hanno già in conto diverse “unioni”…

Anche la Correctio filialis, per quanto doverosa, potrebbe essere stata incoraggiata da qualcuno, dietro le quinte, per far scoppiare la bomba fuori tempo e in modo meno dannoso, così che fosse scambiata per l’annunciata correzione formale, di ben maggior peso, da parte di membri della gerarchia e ne fosse smorzato l’effetto. In questa maniera, oltretutto, si son fatti venire allo scoperto, per poterli colpire, i dissidenti che l’hanno firmata, mentre la stampa di regime ha avuto modo di neutralizzare in anticipo le giuste istanze di qualsiasi futuro intervento in quel senso. Se è così, il nemico ha preso almeno tre piccioni con una fava, a meno che non si sia trattato effettivamente dell’ultimachance per sollevare il necessario dibattito, visto che la correzione formale non è ancora arrivata e, forse, non arriverà più. In ogni caso, bisogna evitare di farsi catturare da una singola battaglia, per quanto importante, lasciando all’avversario campo libero in questioni di più ampia e profonda portata: la maggior parte dei “cattolici impegnati”, oggi, ha una mentalità tipicamente protestante. Senza angosciarci più di tanto, però, abbandoniamoci alla Provvidenza, che volge in bene anche gli eventuali errori tattici di chi serve sinceramente Dio.

La vittoria in questa guerra, in realtà, non è alla portata delle sole forze umane. Siamo arrivati allo scontro decisivo tra la luce e le tenebre, le cui forze sono penetrate nella Città santa con il cavallo di Troia (altro tipo di maskirovka) dell’aggiornamento e vi hanno fatto strage, occupandone i centri di potere. Umanamente parlando, la situazione è disperata; soltanto un intervento dall’alto la può rovesciare. I nemici di Dio sono riusciti perfino a creare la situazione del tutto anomala della compresenza di due papi, dei quali uno ha probabilmente abdicato in modo invalido e l’altro era manifestamente privo della fede cattolica già prima dell’elezione. A parte l’irregolarità della quinta votazione nello stesso giorno e gli accordi preelettorali che hanno fatto incorrere nella scomunica i sedicenti mafiosi di San Gallo (i cui voti sono di conseguenza nulli e irrilevanti per la richiesta maggioranza dei due terzi), c’è la bolla Cum ex apostolatus officio di papa Paolo IV, che esclude in perpetuo dal soglio pontificio chi in precedenza si sia dimostrato eretico. San Roberto Bellarmino, per altro verso, sostiene che un papa che cada in eresia anche successivamente alla sua elezione decade ipso factodall’ufficio.

Mi rendo perfettamente conto della gravissima responsabilità che mi assumo con dichiarazioni di tal tenore, per me stesso e per chi mi legge: pensieri del genere ci possono porre fuori della comunione ecclesiastica, con serio pregiudizio della nostra salvezza eterna. Tuttavia non si tratta di convinzioni irreformabili né di asserzioni perentorie, bensì di forti dubbi legittimati non da semplici dettagli di scarsa importanza, ma da un cumulo di elementi sostanziali che sono sotto gli occhi di tutti. Che dire poi delle dimissioni di Benedetto XVI? Il difetto più evidente è l’assenza di una dichiarazione (analoga a quella emessa davanti ai cardinali da san Celestino V o a quella fatta leggere da Gregorio XII al Concilio di Costanza) pronunciata nel momento stesso della cessazione dalla funzione come attuazione formale dell’annunciata decisione di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, ovvero di rinunciare all’esercizio attivo del ministero (Udienza del 27 febbraio 2013). Il nuovo Codice di Diritto Canonico, nella sua vaghezza, si limita ad affermare che la rinuncia, ai fini della sua validità, deve essere debitamente manifestata (rite manifestetur, canone 332, § 2).

La procedura seguita sembra in realtà abbastanza irrituale, per non parlare del fatto che, se il teologo Ratzinger ha effettivamente inteso scindere aspetti diversi del munus petrinum, il suo atto potrebbe risultare nullo ipso iure per errore sostanziale circa il proprio oggetto (oltre che, eventualmente, per timore grave ingiustamente incusso; cf. Codice di Diritto Canonico, canone 188). Infatti l’ufficio di Sommo Pontefice consiste nella «potestà piena e suprema sulla Chiesa» (canone 332) e si perde automaticamente con la rinuncia all’esercizio di essa, il quale non può essere se non attivo. Non esistono quindi altre forme di esercizio di tale ufficio che giustifichino il mantenimento di nome, abito e stemma dopo la rinuncia. Il pensiero deve adeguarsi alla realtà, non il contrario, come avviene nell’idealismo tedesco (e nella teologia da esso influenzata). Se dunque le sue dimissioni sono state viziate da un errore sostanziale circa l’oggetto della rinuncia, il nostro amato Benedetto è ancora papa e la successiva elezione è necessariamente nulla, perché non si può eleggere validamente un papa mentre il predecessore è ancora in carica.

Ovviamente io non sono nessuno per dirimere la questione, ma, se fra i lettori ci fosse qualcuno che avesse competenza e potere per farlo, penso che non sarei il solo a supplicarlo di muoversi, in un modo o in un altro, per sventare quello che già un anno e mezzo fa denunciavo come tentativo di praticare sulla Chiesa terrena una sorta di eutanasia (http://lascuredielia.blogspot.ch/2016/04/la-dolce-morte-della-chiesa-geniale.html). Non vorrei certo contribuire, mio malgrado, ad ampliare la maskirovkadirottando l’attenzione su discussioni inconcludenti o, in ogni caso, al di fuori della portata dei comuni mortali; ma, poiché la speranza ci rende audaci, non è mai detto che queste riflessioni non possano indurre qualcuno, più in alto di noi, a prendere delle iniziative con cui preparare quell’intervento dall’alto che è comunque indispensabile. Vi immaginate se l’ipotesi poc’anzi avanzata risultasse vera? Si annullerebbero in un colpo solo quattro anni e mezzo di assurdità allucinanti (anche se non immediatamente i loro effetti deleteri) e usciremmo da un incubo apparentemente senza fine.

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