ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 29 gennaio 2018

“La domanda è aumentata esponenzialmente”..




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Padre Collins, esorcista, alla gerarchia: “L’apostasia cresce all’interno della Chiesa. come conseguenza vi è stato un crescendo dell’attività del maligno”. 


Dal “The Irish Catholic” del 18 gennaio
Combattere l’ondata del maligno: parla uno dei massimi esorcisti
Il sacerdote supplica il vescovo di nominare altri esorcisti in Irlanda
di Chai Brady
Strani accadimenti e casi di possessioni demoniache hanno indotto uno dei massimi esperti irlandesi sull’argomento a chiedere alle autorità ecclesiastiche di creare una squadra di esorcisti per far fronte a quella che vede come un’ondata crescente di fenomeni maligni nel paese.
Mentre per molti gli esorcismi di coloro che sono posseduti dai demoni sono roba da Hollywood, il noto esorcista padre Pat Collins ha riferito al The Irish Catholic di essere quasi giornalmente inondato di richieste da parte di persone disperate che cercano il suo aiuto per affrontare ciò che ritengono essere possessioni demoniache o altri eventi correlati all’azione del maligno.
Il prete ha detto di essere “sconcertato” dal fatto che i vescovi irlandesi non stiano prendendo iniziative per incaricare più preti ad occuparsi di tutti questi fenomeni, dalle persone che sostengono di avere visioni di spettri, a coloro che vengono scaraventati dai loro letti e persino ai casi di possessione in piena regola.

Secondo Padre Collins, “è solo in anni recenti che la domanda è aumentata esponenzialmente”.
“Quello che sto disperatamente scoprendo è che le persone credono nella propria mente – a torto o a ragione – di essere afflitti da uno spirito malvagio”, ha detto.
“Secondo la mia opinione nella maggioranza dei casi questo non è vero, ma quando si rivolgono alla Chiesa la Chiesa non sa come rispondere e li rimanda da uno psicologo o a qualcuno di cui hanno sentito dire sia  interessato a questa forma di ministero, e costoro vengono dimenticati e spesso non aiutati “, ha detto.
La realtà
Padre Collins ha riferito che per le autorità ecclesiastiche pensare che non ci sia richiesta di sacerdoti ben versati nel rituale apparentemente arcano dell’esorcismo significa essere “fuori dalla realtà”.
Ha aggiunto che nella Bibbia è chiaro che l’esorcismo è centrale nel ministero di Gesù e si è chiesto se il clero nella Chiesa odierna creda ancora che esistano gli spiriti maligni, aggiungendo “sospetto che non lo credano”.
Un portavoce del Catholic Communications Office di Maynooth ha riferito a questo giornale che la Chiesa richiede che ogni diocesi abbia un esorcista ben preparato che sappia distinguere i segni della possessione demoniaca da quelli della malattia mentale o fisica. Ha aggiunto: “Gli esorcismi sono molto rari e questo ufficio non è stato informato di alcun caso di esorcismo in Irlanda negli ultimi anni”.
Ha aggiunto inoltre che di quando in quando la Chiesa riceve richieste di aiuto e indirizza le persone ai sacerdoti con formazione e competenze adeguate.
“Nella maggior parte dei casi, dopo diversi incontri, emerge che potrebbe trattarsi di un problema medico, psichiatrico o psicologico e la persona verrà quindi indirizzata agli specialisti competenti”, ha affermato.
Papa Francesco ha regolarmente ricordato ai fedeli che la presenza di Satana è reale, che la sua missione è quella di allontanare i fedeli da Cristo attraverso la tentazione, e che questo infetta persino le comunità. È stato un tema in molte delle omelie in tutto il suo Papato.
Padre Collins ha scritto una lettera aperta alla gerarchia in cui afferma di aver osservato una crescente apostasia all’interno della Chiesa. Scrive: “come conseguenza vi è stato un crescendo dell’attività malevola del maligno”.
“Non posso giudicare dalla mia esperienza soggettiva perché la gente vede su Internet che sarei un esorcista e quindi ricevo un numero enorme di telefonate ed e-email, tutto quello che posso dire è che ho questa reputazione, ma è solo negli ultimi anni che la domanda è aumentata in modo esponenziale”, ha affermato.
Padre Collins nota che Papa Francesco ha ufficialmente riconosciuto l’Associazione internazionale degli esorcisti nel 2014, che è un gruppo di 250 esorcisti di 30 nazionalità.
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Pericolo di scisma in Cina. Il cardinale Zen: "Il papa mi ha detto…"


La lettera aperta riprodotta integralmente qui sotto è stata pubblicata oggi, lunedì 29 gennaio, dal cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, vescovo emerito di Hong Kong, sul suo blog ed è stata immediatamente rilanciata dall'agenzia Asia News del Pontificio Istituto Missioni Estere.
In essa, il cardinale rivela il contenuto essenziale di un suo colloquio con papa Francesco, al quale ha esposto i suoi gravi timori per i passi compiuti recentemente in Cina da rappresentanti vaticani.
Questi passi sono consistiti nel chiedere a due vescovi "sotterranei" e riconosciuti dalla Santa Sede, quelli di Shantou e di Mindong, di lasciare il posto a due vescovi di nomina governativa, entrambi illegittimi e il primo anche pubblicamente scomunicato.
Per maggiori dettagli su questi passi:
Il cardinale Zen rivela ora che papa Francesco gli ha risposto d'aver dato ordine di "non creare un altro caso Mindszenty", alludendo all'eroico cardinale primate d'Ungheria che nel 1971 fu obbligato dalle autorità vaticane a lasciare il suo paese, nel 1973 fu rimosso dalla sua carica e nel 1975 fu sostituito da un nuovo primate gradito al regime comunista.
Ma lasciamo la parola al cardinale.
*
Cari amici dei media,
da quando Asia News ha rivelato alcuni fatti recenti della Chiesa in Cina, di vescovi legittimi a cui la “Santa Sede” avrebbe chiesto di dare le dimissioni per far posto a “vescovi” illegittimi e perfino scomunicati in modo esplicito, diverse versioni e interpretazione dei fatti stanno creando confusione fra la gente. Molti, sapendo del mio recente viaggio a Roma, mi hanno chiesto alcuni chiarimenti.
Nell’ottobre scorso, quando mons. Zhuang ha ricevuto la sua prima comunicazione dalla Santa Sede e ha chiesto il mio aiuto, ho inviato qualcuno a portare la sua lettera al Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, con inclusa una copia per il Santo Padre. Non so se quella copia inclusa ha mai raggiunto la scrivania del Santo Padre. Per fortuna, mons. Savio Hon Taifai era ancora a Roma e ha potuto incontrare il papa per una visita di congedo. In quell’occasione, egli ha portato a conoscenza del Santo Padre i due casi di Shantou e Mindong. Il Santo Padre era sorpreso e promise che avrebbe studiato il caso.
A causa delle parole che il Santo Padre aveva dette a mons. Savio Hon, i nuovi fatti in dicembre sono stati ancora più scioccanti e sorprendenti per me. Quando l’anziano e afflitto mons. Zhuang mi ha chiesto di portare al Santo Padre la sua risposta al messaggio da lui ricevuto dalla “delegazione vaticana” a Pechino, non ho potuto dirgli di no. Ma cosa potevo fare per essere sicuro che la sua lettera raggiungesse il Santo Padre, quando non sono sicuro nemmeno se le mie lettere giungono a lui?
Per assicurarmi che la nostra voce arrivi al Santo Padre, ho preso subito la decisione di andare a Roma. Ho lasciato Hong Kong la notte del 9 gennaio, arrivando a Roma al mattino presto del 10 gennaio, giusto in tempo – beh, veramente, leggermente in ritardo – per partecipare all’udienza generale del mercoledì. Alla fine dell’udienza, noi cardinali e i vescovi sono ammessi per il “baciamano” e io ho avuto la possibilità di mettere nelle mani del Santo Padre la busta, dicendo che ero venuto a Roma al solo scopo di portare a lui la lettera di mons. Zhuang, sperando che egli trovasse il tempo di leggerla (nella busta vi era la lettera originale del vescovo in cinese, una mia traduzione in italiano e una mia lettera).
Per ovvie ragioni, ho sperato che la mia presenza all’udienza non fosse notata, ma il mio arrivo in ritardo nell’aula era stato notato. Ad ogni modo, ora tutti possono vedere l’intera sequenza dalla tv vaticana (a proposito, l’udienza si è tenuta nell’aula Paolo VI, non in piazza san Pietro e io ero in ritardo per entrare nell’udienza, ma non ho “aspettato in coda, al freddo”, come qualche articolo ha riportato in modo erroneo).
A Roma, ho incontrato p. Bernardo Cervellera di Asia News. Ci siamo scambiati informazioni, ma io ho detto a lui di non scrivere nulla. Ed egli è stato d’accordo. Ora che qualcun altro ha diffuso la notizia, io posso dire di essere d’accordo e la confermo. Sì, per quanto mi è dato sapere, le cose sono avvenute proprio come sono raccontate in Asia News (l’articolo di Asia News “crede” che il vescovo che guidava la delegazione vaticana in Cina fosse mons. Celli. Io non so con quale ruolo ufficiale egli fosse là, ma è quasi sicuro che fosse proprio lui a Pechino).
In questo momento cruciale e a causa della confusione che regna nei media, conoscendo in modo diretto la situazione di Shantou e in modo indiretto quella di Mindong, mi sento in dovere di condividere la mia conoscenza dei fatti, affinché le persone sinceramente preoccupate per il bene della Chiesa possano conoscere la verità a cui hanno diritto. Sono perfettamente cosciente che, facendo ciò, sto parlando di cose che tecnicamente sono qualificate come “confidenziali”. Ma la mia coscienza mi dice che in questo caso, il “diritto alla verità” dovrebbe superare ogni “dovere di confidenzialità”.
Con questa convinzione, mi appresto a condividere con voi quanto segue.
Nel pomeriggio di quel giorno, il 10 gennaio, ho ricevuto una chiamata da Santa Marta, in cui mi si diceva che il Santo Padre mi avrebbe ricevuto in udienza privata la sera di venerdì 12 gennaio (sebbene il bollettino vaticano ne dà notizia il 14 gennaio). Quello era il mio ultimo giorno dei miei 85 anni di vita, un grande dono del Cielo! (Notate anche che era la vigilia della partenza del Santo Padre per il Cile e il Perù, e quindi il Santo Padre doveva essere molto impegnato).
Quella sera, la conversazione è durata circa mezz’ora. Ero piuttosto disordinato nel mio parlare, ma penso di aver raggiunto lo scopo di rendere note al Santo Padre le preoccupazioni dei suoi figli fedeli in Cina.
La domanda più importante che ho posto al Santo Padre (che era citata anche nella lettera) era se egli aveva avuto tempo di “studiare il caso” (come aveva promesso a mons. Savio Hon). Nonostante il pericolo di essere accusato di rompere la confidenzialità, ho deciso di dirvi quanto sua Santità ha detto: “Sì, ho detto loro [i suoi collaboratori nella Santa Sede] di non creare un altro caso Mindszenty”! Ero là alla presenza del Santo Padre, in rappresentanza dei miei fratelli cinesi nella sofferenza. Le sue parole dovrebbero essere ben comprese come una consolazione e un incoraggiamento più per loro che per me.
Questo riferimento storico al card. Josef Mindszenty, uno degli eroi della nostra fede, è molto significativo e appropriato da parte del Santo Padre. (Il card. Josef Mindszenty era arcivescovo di Budapest, cardinale primate di Ungheria sotto la persecuzione comunista. Egli ha molto sofferto per diversi anni in prigione. Durante la breve vita della rivoluzione del 1956 egli è stato liberato dagli insorti e, prima che l’Armata rossa distruggesse la rivoluzione, si rifugiò nell’ambasciata americana. Sotto la pressione del governo, la Santa Sede gli ordinò di lasciare il Paese e nominò un suo successore a piacere del governo comunista).
Con questa rivelazione, spero di aver soddisfatto il legittimo “diritto a sapere” dei media e dei miei fratelli in Cina. La cosa importante per noi è di pregare per il Santo Padre, cantando il molto opportuno inno tradizionale “Oremus”: "Oremus pro Pontifice nostro Francisco, Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra et non tradat eum in animam inimicorum eius".
Forse è necessaria qualche ulteriore spiegazione.
1. Prego notare che il problema non sono le dimissioni dei vescovi legittimi, ma la richiesta di fare spazio a quelli illegittimi e scomunicati. Sebbene la legge sul ritiro per raggiunti limiti di età non sia mai stata applicata in Cina, molti anziani vescovi sotterranei hanno chiesto con insistenza un successore, ma non hanno mai ricevuto alcuna risposta dalla Santa Sede. Altri, che hanno già un successore nominato, e forse perfino la bolla firmata dal Santo Padre, hanno ricevuto l’ordine di non procedere con l’ordinazione per paura di offendere il governo.
2. Ho parlato soprattutto dei due casi di Shantou e Mindong. Non ho altre informazioni, oltre alla copia di una lettera scritta da una donna cattolica eccezionale, un’accademica in pensione, molto addentro negli affari della Chiesa in Cina, in cui ella mette in guardia mons. Celli dallo spingere per legittimare il “vescovo” Lei Shiying in Sichuan.
3. Riconosco di essere un pessimista riguardo alla presente situazione della Chiesa in Cina, ma il mio pessimismo è basato sulla mia lunga e diretta esperienza della Chiesa in Cina. Dal 1989 al 1996 ho speso sempre sei mesi all’anno insegnando in vari seminari della comunità cattolica ufficiale. E ho diretta esperienza della schiavitù e dell’umiliazione a cui i nostri fratelli vescovi sono soggetti. In base alle recenti informazioni, non vi è ragione per cambiare questa visione pessimista. Il governo comunista sta producendo nuovi e più aspri regolamenti limitando la libertà religiosa. Essi ora stanno mettendo in atto i regolamenti che fino ad ora erano solo sulla carta (dal 1 febbraio 2018, il raduno alla messa di una comunità sotterranea non sarà più tollerato).
4. Alcuni dicono che tutti gli sforzi per giungere ad un accordo [fra Cina e Santa Sede] sono per evitare uno scisma ecclesiale. Ciò è ridicolo! Lo scisma è già lì, nella Chiesa indipendente. I papi hanno evitato di usare la parola “scisma” perché sapevano che molti nella comunità ufficiale cattolica erano lì non di spontanea volontà, ma sotto pesanti pressioni. La proposta “unificazione” forzerà chiunque [ad entrare] in quella comunità. Il Vaticano darebbe quindi la benedizione a una nuova e più forte Chiesa scismatica, lavando la cattiva coscienza di coloro che già ora sono volonterosi rinnegati e degli altri che sono pronti ad aggiungersi a loro.
5. Non è un bene cercare di trovare un terreno comune per colmare la pluridecennale divisione fra il Vaticano e la Cina? Ma ci può essere qualcosa di “comune” con un regime totalitario? O ti arrendi o accetti la persecuzione, ma rimanendo fedele a te stesso. Si può immaginare un accordo fra san Giuseppe e il re Erode?
6. Così forse io penso che il Vaticano stia svendendo la Chiesa cattolica in Cina? Sì, decisamente, se essi vanno nella direzione che è ovvia in tutto quello che hanno fatto in questi mesi e anni recenti.
7. Qualche esperto della Chiesa cattolica in Cina dice che non è logico supporre una più aspra politica religiosa da parte di Xi Jinping. In ogni caso, qui non si sta parlando di logica, ma dell’ovvia e cruda realtà.
8. Sono forse io il maggior ostacolo al processo di accordo fra il Vaticano e la Cina? Se questo accordo è cattivo, sono più che felice di essere un ostacolo.
Hong Kong, 29 gennaio 2018

Settimo Cielo di Sandro Magister 29 genhttp://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/01/29/pericolo-di-scisma-in-cina-il-cardinale-zen-il-papa-mi-ha-detto%e2%80%a6/

Quella sintonia tra Bergoglio e l'imam di Al Azhar

Papa Bergoglio e l'imam di Al Azhar: dopo la rinuncia di Ratzinger è tornato il sereno tra le due autorità religiose. Gerusalemme, però, è un nodo irrisolto


Papa Francesco ha riaperto il dialogo con il grande imam di Al Azhar, Ahmed Al Tayyib, che è l'uomo che ricopre la più alta carica sunnita d'Egitto.
Al Tayyb aveva smesso di tessere rapporti diplomatici con il Vaticano dopo che Benedetto XVI, riferendosi a un attentato ai copti di Alessandria, aveva parlato di "difficoltà" e "minacce" per i cristiani d'Egitto. Frizioni, in realtà, che erano nate già dopo il celebre discorso di Joseph Ratzinger a Ratisbona.
Rodolfo De Mattei, in un articolo pubblicato questa mattina su La Verità, ha evidenziato alcuni aspetti di questo discussa armonia d'intenti tra il pontefice della Chiesa cattolica e il grande imam di Al Azhar. Bergoglio, del resto, ha recentemente inviato all'esponente sunnita una lettera nella quale, pur comunicando la sua assenza ad una conferenza internazionale su Gerusalemme, ha invocato dall'Altissimo "ogni benedizione per la sua persona e per l' alta responsabilità che ricopre". Papa Francesco, insomma, sembra aver trovato in Ahmed Al Tayyib un interlocutore assiduo e privilegiato, persino sulla Terra Santa. I problemi tra il Vaticano e il Cairo, quindi, erano relativi solamente alle presunte rigidità dottrinali promosse da Benedetto XVI verso l'islam.
Bergoglio, invece, è visto dalla massima autorità sunnita come l'uomo in grado di ripristinare definitivamente il dialogo tra la fede cattolica e quella musulmana. Dopo la sua elezione, peraltro, ha incontrato per ben tre volte il grande imam di Al Azhar: il tutto in nome della concordia tra due religioni accomunate dall'essere distanti e anzi opposte alle istanze assolutiste del terrorismo e dell'integralismo.
L'abbraccio tra i due al Cairo, durante il viaggio pastorale dello scorso aprile, fa già parte della storia del dialogo interreligioso. A far discutere, però, sono state le parole che lo stesso imam di Al Azhar ha pronunciato riguardo ai monoteismi durante la citata visita in Egitto del Papa, era il 28 aprile scorso: "L' islam non è una religione del terrorismo solo per un gruppo di seguaci che ne manipolano i testi sacri - ha detto in quella circostanza Ahmed Al Tayyb - così come il cristianesimo non è una religione del terrorismo perché alcuni hanno ucciso nel nome della croce; così l' ebraismo non è una religione del terrorismo solo perché un gruppo di suoi seguaci ha interpretato gli insegnamenti di Mosè occupando terre e provocando vittime nel popolo palestinese", ha sottolineato. Critiche sottili e velate, ma pur sempre presenti, che sembrerebbero indirizzate nei confronti dello stato di Israele.
L'università guidata dall'imam, ancora, sembrerebbe lontana dall'essere priva di riferimenti dottrinali integralisti:"...sotto l' abile guida di Al Tayyib - ha scritto sempre De Mattei su La Verità - sembra dunque esercitare in maniera esemplare la taqiyah, il precetto islamico presente nel Corano che autorizza, anzi esorta, i fedeli musulmani alla pratica della dissimulazione e dell' inganno al fine di raggiungere gli obiettivi della jihad". L'imam di Al Azhar, per Rodolfo De Mattei, seguirebbe alla lettera il Corano anche nelle sue fatwe più radicali. Gli abbracci metaforici e non tra Bergoglio e Ahmed Al Tayyib. poi, rappresenterebbero la "trappola" in cui sarebbe caduto l'Occidente: "tessere le lodi" e sposare la causa di qualcosa, e di qualcuno, che non conosce.
Il grande imam di Al Azhar ha rifiutato ultimamente di accogliere il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence durante il suo viaggio in Medio Oriente. Alla base del mancato incontro, proprio la decisione unilatera di Donald Trump di riconoscere unilateralmente Gerusalemmecome capitale d'Israele. "Al-Azhar non può stare con quelli che falsificano la storia e rubano i diritti della gente", ha tuonato il vice del tycoon. L'intento del grande imam, del resto, sarebbe quello di nominare Gerusalemme come capitale dello stato della Palestina. Come si legge qui: "La Conferenza - la stessa cui il Papa ha dovuto dare forfait per impregni pregressi - ha affermato che dovrebbero essere intrapresi sforzi per ottenere il riconoscimento internazionale di Gerusalemme come capitale eterna della Palestina e approvato il suggerimento di al-Azhar di definire il 2018 "l’anno di Gerusalemme". Il Vaticano, invece, ha più volte ribadito la sua posizione sul futuro della Città Santa, promuovendo la soluzione dei "due popoli" e dei "due stati". Due punti di vista che apparirebbero inconciliabili.
Giuseppe Aloisi 
Il doppio volto di Al-Azhar
(Rodolfo de Mattei su “La Verità” del 28/01/2018) La lettera inviata da Papa Francesco lo scorso 10 gennaio allo sceicco Ahmed Muhammad Ahmad al-Tayyib“Grande Imam di Al-Azhar”, con la quale il pontefice, “invocando dall’Altissimo ogni benedizione per la Sua persona e per l’alta responsabilità che ricopre”, declina gentilmente l’invito alla Conferenza internazionale a sostegno di Gerusalemme promossa da Al-Azhar, ha riacceso i riflettori sulla discussa università sunnita del Cairo e sul suo “rettore”, imprudentemente elevati a rappresentati e interlocutori privilegiati di un supposto islam moderato.
La missiva di Papa Francesco a Ahmed al-Tayyib costituisce tuttavia solo l’ultimo atto di un rinnovato ed inedito rapporto tra la Santa Sede e il più autorevole centro teologico dell’Islam sunnita dopo il gran gelo creatosi all’indomani del celebre discorso pronunciato da Benedetto XVI il 12 settembre 2006, in occasione della sua lectio magistralis tenuta presso l’Università di Ratisbona.
Un rapporto, quello tra Al-Azhar e Santa Sede, che si era poi definitivamente rotto, cinque anni più tardi, il 10 gennaio 2011, quando nel corso del tradizionale discorso al Corpo diplomatico della Santa Sede, Benedetto XVI, citando un attentato ai copti di Alessandria, avvenuto poche settimane prima, aveva esortato i “governi della regione” ad adottare, “malgrado le difficoltà e le minacce, misure efficaci per la protezione delle minoranze religiose“. Una “ingerenza inaccettabile” per Al-Azhar e le autorità politiche del paese che interpretarono le parole del pontefice cattolico come un richiamo ai paesi occidentali ad intervenire in Egitto in difesa dei cristiani. Per sottolineare il suo disappunto, il governo del Cairo arrivò addirittura a compiere il clamoroso gesto simbolico di richiamare la propria ambasciatrice presso la Santa Sede, Aly Hamada Mekhemar, per farla poi rientrare alla fine del mese di febbraio.
Per ricucire lo strappo tra Vaticano e Al-Azhar fu necessario attendere l’ascesa al soglio pontificio di Jorge Bergoglio, sebbene i vertici del più antico istituto accademico religioso del mondo islamico tennero a sottolineare chiaramente i limiti della discussione, mettendo in guardia la Santa Sede che «parlare dell’islam in modo negativo rappresenta la linea rossa», da non travalicare, s’intende. Nel giugno 2013 Mahmud Abdel Gawad, inviato diplomatico dell’università islamica di Al-Azhar presso la Santa Sede, spiegò infatti come l’elezione di Papa Francesco avesse “sanato” la profonda frattura creatasi con il suo precedessore, precisando tuttavia di attendere il nuovo pontefice al “varco”: “I problemi che abbiamo avuto non erano con il Vaticano, ma con il precedente Papa. Ora le porte di al-Azhar sono aperte. Francesco è un nuovo Papa. Ora attendiamo da lui un passo in avanti. Se in uno dei suoi discorsi dichiarasse che l’islam è una religione di pace, che i musulmani non cercano violenza né guerra, sarebbe un progresso”.
Papa Francesco non ha deluso le aspettative, incontrando, per ben già tre volte, il Grande Imam di al-Azhar, l’ultima, lo scorso 7 novembre 2017 nello studio privato dell’Aula Paolo VI, dopo due precedenti incontri, in Vaticano il 23 maggio del 2016 e al Cairo, il 28 aprile 2017.
In occasione della visita papale presso l’università di al-Azhar del 28 aprile scorso avevano suscitato imbarazzo internazionale le parole pronunciate dall’imam al-Tayyib che, per smentire l’associazione tra islam e violenza, aveva espresso un azzardato quanto inopportuno parallelo con le altre grandi religioni monoteistiche: “l’Islam non è una religione del terrorismo solo per un gruppo di seguaci che ne manipolano i testi sacri, così come il cristianesimo non è una religione del terrorismo perché alcuni hanno ucciso nel nome della croce; così l’ebraismo non è una religione del terrorismo solo perché un gruppo di suoi seguaci ha interpretato gli insegnamenti di Mosè occupando terre e provocando vittime nel popolo palestinese”.
D’altra parte il leader del cosiddetto “islam moderato” era già noto, come riporta il libro Islamofollia a cura di Maurizio Belpietro e Francesco Borgonovo, per aver espresso con tali “pacate” parole la propria posizione nei confronti di Israele: “la soluzione al terrore israeliano risiede nella proliferazione degli attacchi suicidi che diffondono terrore nel cuore dei nemici di Allah” e che “i paesi, governanti e sovrani islamici devono sostenere questi attacchi di martirio (…) le operazioni di martirio in cui i palestinesi si fanno esplodere sono permesse al cento per cento secondo la legge islamica”.
L’università di Al-Azhar, letteralmente “la luminosa”, il maggior centro religioso sunnita, sotto l’abile guida dell’imam al-Tayyeb, sembra dunque esercitare in maniera esemplare la taqiyah,il precetto islamico presente nel Corano che autorizza, anzi esorta, i fedeli musulmani alla pratica della dissimulazione e dell’inganno al fine di raggiungere gli obiettivi della Jihad.
Una conferma di tale ambiguo atteggiamento si è avuta nelle ultime settimane con la pubblicazione di un interessante studio ad opera dell’Istituto per la ricerca sui media in Medio Oriente (MEMRI), intitolato Two Faces Of Egypt’s Al-Azhar: Promoting Goodwill, Tolerance Towards Christians In Informational Holiday Campaign – But Refusing To Do The Same In Its School Curricula, nel quale gli autori mettono in luce questo doppio volto dell’università egiziana che, all’esterno promuove campagne informative all’insegna della tolleranza e della pace verso i cristiani, mentre al suo interno, all’opposto, adotta programmi educativi che catechizzano i propri studenti secondo i più ferrei dettami dell’islam radicale.
Come ha riportato a riguardo il Gatestone Institute, se, ad extra, l’attuale campagna informativa di Al-Azhar, “Sharing the Homeland”, mira infatti a promuovere l’Islam “moderato”, rafforzando i valori della cittadinanza e della convivenza tra gli egiziani e contrastare le “fatwe devianti”, un recente studio pubblicato su El-Watan News rivela che, ad intra, i funzionari di Al-Azhar difendono e promuovono programmi scolastici contro la tolleranza e l’accettazione della minoranza cristiana copta in Egitto. Un comportamento condiviso dalla totalità dei funzionari di Al-Azhar che recentemente hanno rifiutato in blocco la proposta di incoraggiare la tolleranza e l’accettazione dei cristiani all’interno dei percorsi di studio, licenziando in tronco colui che aveva avuto l’ardire di proporre tale improponibile “riforma” curriculare. Faceva parte di tale “moderata” e “dialogante” università, come riporta sempre Islamofollia, anche il professore che chiese la testa di Hamed Abde-Sadam, un ex militante islamista passato sull’altra sponda, condannato a morte dagli ulema del Cairo perché accusato di aver offeso l’islam e il profeta Maometto.
L’estenuante e ambivalente doppio gioco di Al-Azhar ha finito per “disilludere” anche il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi, che salito al potere all’indomani del rapido fallimento della “primavera araba” con la deposizione forzata del rappresentate della Fratellanza musulmana Mohamed Morsi, aveva riposto tutte le sue speranze di riforma dell’islam in senso moderato proprio nel centro universitario del Cairo e nella sua guida, l’imam Ahmed al-Tayyib.
Aspettative definitivamente naufragate nell’aprile 2017, con la sonora bocciatura di una proposta di modifica della legislazione interna di Al-Azhar risalente al 1961, avanzata dal deputato Mohamed Abu Hamid, noto sostenitore di Sisi, finalizzata a ridurre l’assoluta autonomia dell’istituzione universitaria e dei suoi vertici, ponendoli sotto un parziale controllo governativo. L’iniziativa ha evidenziato però il forte sostegno di cui gode al-Tayyib tra le file dei parlamentari che si sono subito scagliati contro il disegno di legge inducendo anche coloro avevano precedentemente sostenuto la riforma universitaria a ritirare il loro sostegno, affermando che la nuova normativa avrebbe danneggiato il secolare status di Al-Azhar. Nell’occasione, come scrive sempre il Gatestone Institute, “il deputato Osama Sharshar presentò un memorandum, firmato dalla maggioranza dei 406 deputati, al presidente della Camera dei Rappresentanti, Ali Abdel Aal, nel quale chiedeva che il disegno di legge venisse accantonato, sottolineando come esso mirava a danneggiare una delle istituzioni della società egiziana”. L’8 maggio 2017, il disegno di legge è stato così archiviato e il giorno dopo una delegazione di parlamentari ha incontrato lo sceicco al-Tayyib, che li ha calorosamente ringraziati per la loro ferma opposizione al disegno di legge, sottolineando come ogni affronto rivolto contro Al-Azhar sia stato un duro colpo per l’Egitto, nella sua “esclusiva” posizione di “difensore dell’Islam” e del suo processo di “moderazione”. Parole, quelle del “Grande Imam di Al-Azhar”, che rappresentano ancora una volta una esemplare lezione di taqiyah secondo quanto professato dal Corano e fedelmente insegnato agli allievi della più importante istituzione universitaria islamica (Rodolfo de Mattei su “La Verità” del 28/01/2018)

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