ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 26 febbraio 2018

"Suicidio assistito"

Zen: "Questo accordo è una resa, una svendita, un suicidio"

Il cardinale Giuseppe Zen Zekiun, vescovo emerito di Hong Kong, ha pubblicato ieri sul suo blog il seguente intervento, qui tradotto integralmente dal cinese.
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NUOVE DISCUSSIONI SUI NEGOZIATI SINO-VATICANI
Un sacerdote della Cina continentale ha condiviso le sue personali opinioni con dei laici, a proposito delle polemiche provocate dai negoziati tra Cina e Vaticano. Alcuni di essi mi hanno espresso il loro disagio e la loro perplessità. Visto che sono più vecchio di molti fedeli, sento il dovere di esprimere le mie posizioni; anche perché credo di avere il diritto di potermi difendere, viste le tante accuse di cui sono fatto segno.
Don Geng Zhanhe non vale più di me, per il titolo di cui si fregia di sacerdote "del Continente". È vero che ho lasciato il Continente prima della “liberazione” [comunista del 1949], ma le mie esperienze con le Chiese e le autorità governative del Continente accumulate tra 1989 e 1996 sono non meno ricche delle sue. Anche lui possiede delle conoscenze del mondo occidentale grazie a molti anni di studio, perciò possiamo discutere alla pari.

1. Don Geng afferma che è impossibile per gli ufficiali di curia non esser d'accordo con il papa, per il semplice fatto che sono stati scelti dal papa.
Prima di tutto, vorrei rispondere citando le esperienze che ho personalmente sofferto con la curia romana in questi anni.
Dopo il conclave [del 2005] papa Benedetto nominò prefetto di Propaganda Fide il cardinal Ivan Dias, il quale in passato aveva prestato servizio diplomatico per molti anni presso la segreteria di Stato, aveva coperto varie volte la carica di nunzio apostolico e aveva maturato esperienze pastorali nell’arcidiocesi di Bombay, insomma con un curriculum meraviglioso. Il fatto poi che era asiatico aveva rafforzato l’internazionalità della curia romana.
Purtroppo era anche allievo del cardinale Agostino Casaroli, ossessionato dalla Ostpolitik, una sorta di politica del compromesso. Anche l’allora sottosegretario della segreteria di Stato mons. Pietro Parolin era cresciuto alla scuola diplomatica di Casaroli. E sia l'uno che l'altro, Dias e Parolin, erano rimasti in perfetta sintonia nell’applicare l’Ostpolitik verso la Cina, facendo doppio gioco nei confronti delle indicazioni del papa Benedetto. Io, gran peccatore, una volta mi sono infuriato davanti a papa Benedetto, dicendogli: “Tu mi hai chiesto di aiutare la Chiesa del continente cinese, ma ho solo facoltà di parola, senza nessun potere concreto! Nessuno mi ascolta, perché non mi puoi dare una mano?” Egli mi rispose: “Non vorrei creare problemi”. Alla fine papa Benedetto ordinò di porre termine ai negoziati in corso. Il cardinale Ivan Dias si ritirò a 75 anni compiuti e Parolin fu trasferito altrove.
Con l'insediamento di papa Francesco, Parolin è ritornato a Roma, nominato segretario di Stato. Parolin si comporta in modo molto gentile, è dotato di un’arte diplomatica straordinaria. Tutti sono rimasti contenti di questa personalità. Ma egli continua ad essere ossessionato dall’Ostpolitik. Papa Francesco è ottimista e pieno di senso d’amore, desideroso di recarsi in Cina. Parolin gli offre la sua collaborazione ben volentieri, riferendogli le informazioni desiderate e risparmiandogli quelle preoccupanti, intanto però ha escluso il sottoscritto e l’arcivescovo Savio Hon – che siamo sia realistici che prudenti – dalla possibilità di dare qualsiasi contributo in proposito. Papa Francesco non ha mai avuto delle conoscenze dirette del partito comunista cinese e per giunta è male informato dalle persone che ha attorno. Queste persone vogliono far compromessi senza limiti, sono già disposti ad arrendersi completamente. Sulla base di quanto detto da papa Francesco al sottoscritto e all’arcivescovo Hon, egli non conosceva i dettagli del loro progetto. Qualora egli firmasse l'accordo da loro voluto, noi potremo soltanto accettarlo, senza protestare. Ma prima della eventuale firma, è nostro dovere far conoscere la verità delle cose, perché essi possano cambiare direzione ed evitare gravi pericoli per la Chiesa.
Tutti sappiano che le indicazioni della curia romana non sono necessariamente approvate dal papa. I fratelli e le sorelle del continente cinese non si lamentino con il papa a causa di certe incomprensioni.
2. Don Geng afferma che non possiamo criticare l'accordo, perché noi non ne conosciamo i contenuti.
Certo non si possono rendere pubblici tutti i contenuti del negoziato. Ma come uno dei due cardinali cinesi, non avrei il diritto di conoscerne i contenuti? Di fatto, per interdirci il diritto di parola, la commissione della Santa Sede per la Chiesa in Cina non è stata più convocata e l’arcivescovo Hon è stato mandato in esilio.
Anche se non conosciamo i contenuti del negoziato, ora dovremmo solo stare ad aspettare mani in mano e potremmo fare delle critiche solo a fatto compiuto?
Molti contenuti del negoziato sono stati rivelati, e quindi possiamo senz’altro commentarli esprimendo le nostre opinioni.
Secondo don Geng, soltanto i teologi e i canonisti hanno facoltà di critica, dimenticando che ci sarebbero anche gli storici. Ma non sono i successori degli apostoli a guidare la Chiesa? Senza dubbio, i singoli vescovi e cardinali possono commettere errori, anche Parolin potrebbe sbagliare. In vicende del genere anche il papa potrebbe finire in errore. Nella storia, un papa ebbe bisogno di ascoltare una santa donna.
L’elezione "democratica" [di ogni nuovo vescovo] e poi la sua nomina da parte della illegittima conferenza episcopale cinese significano che sarà il governo a scegliere il vescovo. Quindi l'ultima parola riservata al papa non potrà salvare la sua funzione; la formalità di mantenere l’autorità pontificia nasconderà il fatto che si sarà consegnata la reale autorità di nominare i vescovi nelle mani di un governo ateo.
Se papa Francesco in un domani accettasse un accordo del genere, non potrei criticarlo anche se non ne capirò la decisione. Ma adesso, prima dell’eventuale firma, ho il dovere di parlare a voce alta secondo la mia coscienza, ho il dovere di ribadire che si tratta di un accordo cattivo.
3. Don Geng afferma che l'accordo va fatto senza indugio (un concordato cattivo sarebbe meglio di niente?)
Per quale motivo? Perché la Cina diventa sempre più forte e vi saranno sempre più conflitti con il mondo occidentale, e quindi vi saranno misure di controllo sempre più rigide all’interno della Cina. Siccome non possiamo rovesciare il potere politico, possiamo solo scendere a compromessi con esso.
Sarebbe opportuno lasciare analizzare a dei commentatori politici se la Cina sia forte o debole. È vero che rovesciare un potere politico non è né il nostro compito né il nostro programma, a parte la nostra capacità umana. Ma è un fatto sotto gli occhi di tutti che le misure di controllo all’interno della Cina sono diventate sempre più rigide.
I campi estivi di molte parrocchie sono già stati proibiti. La diocesi di Shanghai fu premiata dal governo dopo le manifestazioni popolari di Piazza Tienanmen avvenute nel 1989, perché il seminario di Sheshan (Shanghai) aveva proibito ai seminaristi di scendere in piazza, e di conseguenza i figli dei fedeli poterono essere battezzati e fare la prima comunione (gli ufficiali governativi sono legge a se stessi, perché possono autorizzare ciò che la legge proibisce e proibire ciò che la legge autorizza). Di recente si trovano cartelli sulle porte delle chiese con la scritta “Vietato ai minori”.
Far compromessi potrebbe alleviare i controlli governativi?
Come il segretario di Stato vaticano, anche don Geng ha espresso la sua comprensione alle comunità clandestine dicendo che “le comunità clandestine finora esistono, ma lo spazio che ancora hanno non ci sarà più, devono farsi legittimare quanto prima, chiedendo il riconoscimento di Pechino”.
Anche don Geng è consapevole che le comunità clandestine hanno ora uno spazio che non ci sarà più nel prossimo futuro. Forse alcuni fedeli di Hong Kong non sanno che in certe zone all’interno della Cina le comunità clandestine possiedono delle chiese e perfino delle grandi cattedrali, e le autorità governative non le hanno demolite. In alcune città, numerosi fedeli partecipano alle messe celebrate nelle case da sacerdoti clandestini, anche se i vicini lo sanno ma non l’hanno voluto denunciare, e nessuno risulta arrestato. Ma ora le situazioni stanno cambiando. Alcuni sacerdoti clandestini hanno avvertito i fedeli di non andare più alle loro messe, perché dal 1 febbraio le autorità governative hanno minacciato di applicare dei regolamenti restrittivi nei confronti delle religioni, col rischio che i fedeli siano arrestati.
Perché le autorità governative hanno tollerato attività religiose clandestine per così lungo tempo, ma ora vogliono applicare strettamente la legge? Perché la stessa Santa Sede sta aiutando le autorità di governo a far così. Come dire che chi non segue l’ordine del governo di obbedire alle Chiese ufficiali non segue neppure il papa.
Mi domando: con i compromessi che cosa si potrebbe ottenere? In che cosa consisterebbe la legittimazione delle Chiese clandestine? Che significa il riconoscimento di Pechino? Sarebbe la liberazione delle attività religiose? Tutte queste ipotesi sarebbero prodotti di pura fantasia? Riconoscere il titolo dei vescovi clandestini e chiedere loro di entrare nella così detta conferenza episcopale non equivale a metterli in una gabbia solo un po' più grande? È questa la libertà che si vuole? Un accordo cattivo potrebbe esser meglio di niente?
Don Geng ha dichiarato che se non si raggiungesse un accordo, il governo nominerebbe sempre più vescovi illegittimi con le procedure autonome, e quindi la Chiesa in Cina diverrebbe scismatica.
Ma la Chiesa cinese controllata dal governo in modo indipendente dalla Santa Sede non è già scismatica? Lo sarà solo con un numero accresciuto di vescovi illegittimi? Non lo sarebbe ancor di più se il papa volesse benedire i vescovi scelti dal governo e la Chiesa controllata dal governo?
4. La teoria di don Geng del "sacrificio" mi risulta semplicemente terrificante (non direi ridicola, perché non potrei mai riderci sopra).
Egli ha affermato che “certo non è giusto sacrificare due vescovi in comunione con il papa e chiedere loro di lasciare il posto a vescovi illegittimi e scomunicati”, aggiungendo con franchezza che “in futuro ai vescovi clandestini sarà chiesto di sacrificarsi”, ma “non fu giusto neppure che il Padre chiese al Figlio di morire crocifisso. Il principio supremo della Chiesa non è la giustizia, ma l’amore. A motivo dell’amore, si potrebbe sacrificare la giustizia”.
Ahi! Ma che teologia è? Se i nostri seminaristi salesiani ricevessero una formazione analoga dai loro docenti, io che proprio non voglio vedere un loro "sacrificio" di questo tipo, dovrei pregare il mio superiore provinciale di far andar via tutti i nostri ragazzi da quel seminario.
Don Geng non ha mai letto l’enciclica di papa Benedetto? La giustizia è il minimo che la carità richiede. La carità deve esser praticata nella verità, che è fondamento della carità. Senza la verità, la carità sarebbe un sacchetto vuoto, il quale si potrebbe riempire di tutto: di aborto, eutanasia, abiura religiosa. È vero che il Padre sacrificò il Figlio, ma fu l’uomo a crocifiggerlo. Gesù disse a Pilato: “Chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande”. Tutti quanti lo fecero morire peccarono. Certo Cristo poté perdonare loro, ma essi non diventarono apostoli.
Secondo il Vecchio Testamento, chi uccise i setti figli di quella povera donna? Fu la mamma stessa o furono altri?
Adesso non è il governo ateo a costringere i due vescovi a ritirarsi, ma è la Santa Sede a farlo.
È stato pubblicato su siti web cinesi che “il nostro nemico non ci ha fatto morire nonostante il lungo tempo di sofferenza, ma ora il nostro papa ci chiede di morire. Ebbene, siamo pronti a morire”.
Don Geng non sa distinguere tra la svendita abietta e la sopraffazione sofferente, il suicidio volontario e la ferita subita, la resa sfacciata e il fallimento infelice. Che tristezza!
Cardinale Giuseppe Zen
Predecessore del predecessore del vescovo di Hong Kong

Settimo Cielo di Sandro Magister 25 feb

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/02/25/zen-questo-accordo-e-una-resa-una-svendita-un-suicidio/

UN ESPERTO USA DI CINA COMUNISTA SPIEGA PERCHÉ L’ACCORDO VOLUTO DALLA DIPLOMAZIA VATICANA SARÀ UN DISASTRO PER I CATTOLICI.
Steven W. Mosher è uno studioso di scienze sociali americano, un attivista pro-life e uno scrittore. La sua specializzazione è la Cina, in particolare per gli aspetti collegati al controllo della crescita della popolazione e la demografia. È presidente del Population Research Institute, e si occupa di diritti umani in Cina. In precedenza è stato Direttore al Centro di Studi Asiatici del Claremont Institute, e membro della US Commission on Broadcasting in Cina.
Nei giorni scorsi ha pubblicato su OnePeterFive un articolo sulla diplomazia vaticana verso Pechino, e su quello che molti danno per un accordo imminente fra la Santa Sede e la Cina comunista, e che ha sollevato molte discussioni. Ve lo proponiamo, vista la particolare competenza dell’autore in materia.
Non molto dopo essere diventato cattolico, all’inizio degli anni ’90, ho viaggiato in Cina per imparare quale fosse la situazione dei miei correligionari sotto il comunismo. Erano divisi in due campi opposti, o così credevo all’epoca, alcuni appartenevano alla chiesa controllata dallo Stato, la cosiddetta Chiesa patriottica cinese, mentre altri appartenevano alla Chiesa cattolica in comunione con Roma.
In verità, non consideravo molto quelli che frequentavano le “chiese patriottiche”. Credevo che questi fossero cattolici con “c” minuscola, che erano scesi a compromessi con, o avevano proprio capitolato alle richieste del partito di tagliare i legami con la Chiesa universale e il suo capo, il vescovo di Roma.
La mia simpatia era riservata per i cattolici della Chiesa sotterranea. Questi erano vescovi, preti e laici che avevano rifiutato coraggiosamente le richieste del partito di rompere con Roma nel 1958. Invece, erano scesi nelle catacombe, rischiando arresti, prigione, tortura e talvolta persino la morte per restare fedeli. Guidati per decenni da vescovi coraggiosi ordinati segretamente dal papa, questi cattolici avevano sopportato decadi di persecuzioni restando leali alla sola vera fede.
In breve, credevo che i membri della Chiesa sotterranea fossero eroici, mentre quelli che riempivano i banchi della Chiesa patriottica fossero più o meno codardi. Poi andai a visitare il rappresentante non ufficiale del Vaticano in Cina, che chiameremo mons. Nonini.
Lo status del monsignore era, naturalmente, anomalo, vista la mancanza di relazioni diplomatiche fra il Vaticano e la Cina. Era accreditato alla Repubblica cinese di Taiwan e aveva il suo officio a Hong Kong, ancora governata dai britannici, ma quasi tuto il suo lavoro quotidiano era occuparsi della Chiesa in Cina.
Mons. Nonini era a stretto contatto con i vescovi sia della Chiesa sotterranea che di quella Patriottica, e aveva una storia sorprendente – e molto più incoraggiante – da raccontare sulle relazioni reciproche, e con Roma.
“Le divisioni profonde del passato sono in via di guarigione” mi disse. “Dopo la fine della Rivoluzione Culturale fu dichiarata un’amnistia generale, e i vescovi sotterranei e i preti che erano stati imprigionati per decadi per rifiuto della Chiesa patriottica furono liberati dalle prigioni e sono andati a evangelizzare in tutta la Cina”.
Per quanto riguardava la Chiesa patriottica, Nonini mi sorprese dichiarando che il cento per cento dei laici e quasi tutti i preti e i vescovi erano rimasti leali al Magistero. “Quasi tutti i vescovi ordinati illecitamente hanno chiesto al Santo Padre di essere riconosciuti come legittimi” mi disse. “E quasi tutti, dopo che abbiamo esaminato la loro figura e il comportamento, sono stati riconosciuti. Le uniche eccezioni sono i vescovi patriottici di Pechino, Shanghai e un paio di altre grosse città. Hanno fatto troppi compromessi”
Concluse dicendo: “La Chiesa è ora più unita di quanto lo sia mai stata dopo la Rivoluzione Comunista. Si ricostruiscono chiesa, e si riaprono seminari. Anche se può sembrare dall’esterno che ci siano ancora due Chiese in Cina, all’interno della Cina ce n’è una sola”.
Mi rallegrò moltissimo sapere che la Chiesa sotterranea era in grado in maniera crescente di uscire dalle catacombe, e in molte parti della Cina, di predicare il Vangelo apertamente e fare conversioni. Era ancora più sorprendente che la Chiesa patriottica, che aveva cominciato come un’organizzazione comunista pensate per cooptare e gradualmente estinguere il cattolicesimo in tutta la Cina, era stata trasformata dall’interno dai cattolici fedeli che si vedevano parte della Chiesa universale”.
L’unità ritrovata dei cattolici cinesi descritta da mons. Nonini non aveva niente a che vedere né con la pressione politica né con le aperture politiche verso Pechino dei diplomatici vaticani. Era sorta dal basso verso l’alto, non dall’alto verso il basso.
Non era una soluzione perfetta – restavano alcune ferite profonde di decadi di divisione fomentata dalla politica – ma era una che funzionava. Dopotutto, era stata costruita a livello di parrocchie e diocesi dai reali protagonisti – i cattolici cinesi – con il quieto incoraggiamento e appoggio dell’allora papa, Giovanni Paolo II.
Il Partito comunista ufficialmente ateo, e i suoi agenti, restavano una presenza incombente e ostile su entrambe le Chiese, ma per un tacito accordo era tenuto fuori dagli accordi locali che permettevano ai cattolici di entrambe di esistere e cooperare persino. I vescovi sotterranei, con il permesso del Vaticano, nominavano i loro successori. L’Associazione patriottica nominava i suoi vescovi, ma questi quasi sempre cercavano, e quasi sempre ottenevano, la consacrazione del papa.
Questa la più o meno felice situazione ottenuta dalla Chiesa cinese, che aveva a lungo sofferto, all’alba del XXI secolo.
Poi la Segreteria di Stato vaticana, che ha suoi rappresentanti praticamente in tutti i Paesi del mondo, decise di aprire discussioni formali con la Cina popolare. L’attuale cardinale Pietro Parolin, che era stato precedentemente impegnato nello stabilire relazioni diplomatiche con il Messico e con i negoziati con il Vietnam, fu incaricato dell’impresa. Stabilì contatti diretti con Pechino nel 2005 con l’obiettivo di firmare un accordo scritto con il regime ateo sull’ordinazione dei vescovi.
Questo fu un errore enorme da parecchi punti di vista.
Per prima cosa, attirò l’attenzione dello Stato-Partito cinese sulle attività della Chiesa cattolica in Cina. Mentre il Messico è stato prevalentemente cattolico per secoli, e il Vietnam ha una delle più ampie popolazioni cattoliche dell’Asia, i cattolici in Cina sono una piccola minoranza, sparpagliata in comunità in largo e in lungo in Cina. Come tali, potevano evangelizzare, costruire chiese e anche aprire seminari, attraendo nel frattempo una relativamente piccola attenzione ostile da parte del governo centrale. “Le montagne sono alte, l’imperatore è lontano”, dicono i cinesi.
Ma una volta che Pechino è entrata in negoziati formali con il Vaticano, comunque, lo Stato-partito ha cominciato a prestare molta più attenzione alle attività dei fedeli locali di questo “ostile potere straniero”. In altre parole, il semplice fatto dei negoziati ha disegnato un bersaglio sulla schiena dei cattolici cinesi. Lo “spazio” in cui operavano ha cominciato a restringersi sotto l’occhio attento della sorveglianza di Stato.
I diplomatici vaticano non sembrano aver compreso che stavano trattando con una dittatura di un partito unico che era di gran lunga più brutale e molto meno tollerante di ogni espressione religiosa del Messico degli anni ’90 o del Vietnam del 2000. Agli occhi del Partito Comunista Cinese, la fede in ogni religione trascendentale, specialmente in quelle con legami stranieri come il cattolicesimo, è sospetta, e persino un tradimento.
Il problema è ancora più profondo di questo. Come ho scritto in Bully of Asia, dal massacro di Tien An Men del 1989, il Partito Comunista cinese ha promosso una forma di narcisismo nazionale estremamente tossico. Al popolo cinese viene costantemente detto che loro, la loro cultura e il loro Paese sono per natura superiori a ogni altro popolo, cultura o Paese che sia mai esistito. Essere considerati fra i discendenti del dragone, insiste la propaganda di Partito, fa parte di uno dei più grandi fenomeni della storia umana. Significa essere parte del “Regno al Centro della Terra”, e meritarsi di dominare lee gente inferiore della periferia.
La religione di Stato della Cina, in altre parole, è la Cina in se stessa. “Socialismo con caratteristiche cinesi” è il suo catechismo, i membri del Partito sono i suoi preti, e il “leader centrale” Xi Jinping serve da Pontefice massimo. Tutta la Cina è il suo tempio, all’intrno dei cui sacri confini la gente è incoraggiata a venerare la sua propria grande collettiva – e il “leader centrale” Xi, naturalmente.
Ecco perché l’insistenza del card. Parolin verso i leader cinesi per dire che “la Chiesa in Cina non vuole rimpiazzare lo Stato” non riesce a ridurre i loro sospetti. Si basa su una distinzione occidentale Chiesa-Stato che semplicemente non esiste nella storia cinese e che il Partito Comunista cinese, in questo momento, fa del suo meglio per cancellare una volta di più.
Davvero, questa e altre malinformate dichiarazioni possono in realtà acuire i sospetti dei leader anziani della Cina, dal momento che credono, con l’antico stratega cinese Sun Tzu, che “ogni guerra è inganno”. Ma anche se accettano la pretesa del card. Parolin che in Cina (a differenza, mettiamo, della Polonia) la Chiesa non vuole rimpiazzare lo Stato, c’è sempre il problema che vuole rimpiazzare lo Stato come Chesa. In Cina, ricordiamo, lo Stato aspira a essere la Chiesa, e si aspetta che tutti i cinesi ne siano membri leali.
Ma forse il più grosso errore fatto dai diplomatici vaticani ne loro negoziati con la Cina è stato quello di insistere, secondo il costume dei circoli diplomatici occidentali, sulla necessità di un accordo scritto. Un accordo informale sarebbe stato molto più appropriato nel contesto culturale cinese.
Considerate la posizione di un funzionario comunista nell’Ufficio Affari religiosi che diciamo, ha qualche simpatia per la Chiesa cattolica. Un funzionario del genere potrebbe trovare possibile adattarsi a rispettare i termini di un accordo informale sulla creazione dei vescovi, anche se i termini di quell’accordo non fossero interamente graditi ai suoi superiori.
C’è un precedente per una situazione del genere. Ci fu, per un certo periodo, un accordo informale fra l’Ufficio Affari religiosi e il Vaticano, secondo cui il primo avrebbe nominato, e il secondo approvato, nuovi vescovi per la Chiesa patriottica.
Quell’accordo, non sorprendentemente, cessò di funzionare non molto dopo che i negoziati formali cominciarono nel 2005. Perché? Perché, specialmente, il Vaticano chiese di metterlo per iscritto. Come risultato di questo errore, almeno otto vescovi sono stati ordinati illegalmente dal Partito Comunista cinese da allora.
Non è difficile vedere perché chiedere a un funzionario comunista di stendere un accordo scritto formale metterebbe fine a ogni speranza di un reale compromesso. Qualche funzionario formulerebbe, e tanto meno chiederebbe ai suoi superiori di firmare, un accordo che dia al Vaticano – cioè una potenza straniera – un controllo reale sulla nomina dei vescovi cinesi in una Chiesa retta da cinesi? I leader del partito avrebbero un colpo apoplettico al mero suggerimento di violare in questo modo la sovranità della Cina. Un funzionario che suggerisse questo sarebbe, al minimo, rimosso.
Come se questi passi falsi non fossero abbastanza da parte dei diplomatici vaticani, la Cina, sotto la guida dittatoriale di Xi Jinping, sta diventando sempre più ostile alle fedi religiose e alla loro manifestazione. Nell’ultimo Congresso del Partito, a ottobre, Xi ha chiesto controlli più severi sulle attività religiose, insistendo sul fatto che il Partito deve “esercitare una leadership totale su tutte le aree di impegno in ogni parte del Paese”.
Come risultato, è stata emanata una nuova legislazione che proibisce le attività religiose non autorizzate. Secondo un prete della Chiesa sotterranea, le nuove regole dicono che “tutti i siti religiosi devono essere registrati, nessuna attività religosa può essere svolta al di fuori degli eventi registrati, il clero non registrato non può celebrare liturgie religiose, e che i minori e i membri del Partito non possono entrare in Chiesa…lo spazio vitale della Chiesa diventa sempre minore”.
Qualcuno in Vaticano ha letto queste nuove regole, che rendono chiaro che la Cina sta rapidamente tornando a uno stile maoista? A qualcuno è venuto in mente che questo può essere un momento particolarmente poco adatto a obbligare la Chiesa sotterranea a subire l’abbraccio forzato del Partito Comunista cinese?
A dispetto della crescente intransigenza di Pechino, il card. Parolin ha continuato a inseguire un accordo scritto. Il suo inopportuno desiderio ha reso chiaro a tutti, e anche alle sue controparti a Pechino, che acconsentirebbe praticamente a ogni richiesta. Non a caso, Pechino si è lanciata sulla giugulare: la completa estinzione della Chiesa sotterranea a cominciare dai suoi vescovi.
La Cina ha informato il Segretario di Stato vaticano che per raggiungere un accordo devono accader due cose.
Primo: il Santo Padre deve, senza eccezione, consacrare tutti i vescovi patriottici che per buone ragioni lui stesso e papa Benedetto avevano respinto prima.
Secondo, deve eliminare la Chiesa sotterranea a cominciare dai suoi vescovi. Gli anziani vescovi della Chiesa sotterranea devono essere mandati in pensione forzatamente e rimpiazzati con vescovi patriottici scelti da Pechino, mentre i vescovi sotterranei giovani devono essere assegnati a ruoli subordinati nella Chiesa patriottica.
Con la semplice promessa di un accordo futuro, il Vaticano si è inchinato a queste richieste. Questo è perché di recente abbiamo dovuto assistere allo spettacolo lancinante del vescovo sotterraneo Peter Zhuang di 88 anni forzato dagli emissari del cardinale Parolin a consegnare la sua diocesi di Shantou al vescovo patriottico scomunicato Huang Bingzhang. Sempre per questo un vescovo più giovane, Joseph Guo della provincia del Fujian è stato retrocesso ad assistente di un vescovo patriottico illegittimo.
Il processo continuerà ovviamente fino a che l’ultimo dei circa 30 vescovi sotterranei sarà stato messo da parte o a tacere, in un modo o nell’altro.
E’ stata la prospettiva di questa svendita della Chiesa sotterranea che ha fatto viaggiare a Roma il card. Joseph Zen, per supplicare in favore dei suoi correligionari il papa in persona. Sembra che il Papa abbia detto al cardinale Zen che “non vogliamo un altro Mindszenty”.
Ma questi negoziati, ostinatamente sbagliati, politicamente ingenui, hanno già creato, nel vescovo Zhuang, “un altro Mindszenty”. E ora abbiamo la prospettiva di decine di altri casi del genere in futuro.

MARCO TOSATTI

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