ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 21 marzo 2018

Il signor Bergoglio ha parlato in tutt’altro modo

GESU' LAMPADA PER I MIEI PASSI



Ed ecco dice Gesù io sono con voi ogni giorno sino alla fine del mondo. Non dice: io sarò con voi ma dice: io sono con voi, usa il presente:"come potremmo dubitare di una simile promessa uscita dalle labbra del divino Maestro?" di Francesco Lamendola  

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Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino: questi versetti del salmo biblico (119, 105) mi risuonano alla mente mentre dirigo i miei passi verso la chiesetta di San Rocco, nel minuscolo borgo in riva al lago, nell’ora del tramonto invernale che già imbrunisce le superfici. È un piccolo lago prealpino, stretto nella piega dei monti, le sponde meravigliosamente verdeggianti nella bella stagione, ora avvolte in un velo di nebbia, le acque strette nella morsa del ghiaccio. Le vette sono nascoste in una coltre di foschia, mentre il sole al tramonto getta un ultimo guizzo di luce sulla porta della chiesetta che, come so prima ancora di spingerla, è sempre aperta. Non c’è nulla da rubare, e poi questa borgata di sei o sette case, in parte abitate da stranieri, è come se fosse alla fine del mondo: la strada termina qui e incomincia subito il bosco, col sentiero di sassi che corre tutto intorno al lago, lungo la sponda; nessuno potrebbe arrivare e ripartire velocemente, anzi, è quasi impossibile arrivare fin qui con la macchina, per la mancanza di spazio fra i vecchi muri e i cortili invasi dalla vegetazione. Meglio fermarsi prima e lasciare l’automobile all’imbocco del borgo, dopo il ponte, non lungi dalla centrale idroelettrica.

La piccola chiesa è stata costruita su un rialzo del terreno, meno di un poggio, più di un semplice dislivello; è circondata da un minuscolo giardino e vi si accede per alcuni scalini fra due muretti di pietra, dopo aver varcato un cancelletto di ferro.  È un edificio semplicissimo, non antico e privo di qualunque interesse storico o artistico, risalente al XIX secolo; niente a che fare con la torre longobarda, forse romana, e con la chiesa dalla fondazione altomedievale che s’innalza sulla riva dell’altro lago, quello che si apre più a valle, il secondo di una serie di tre. All’interno, silenzio, come in un mondo ovattato e un po’ misterioso, quasi assorto: lo spazio ottagonale è modesto, ma non trasmette alcun senso di angustia; disadorno, pressoché spoglio, e tuttavia ordinato e pulito. Evidentemente, c’è qualche buona persona che se ne occupa, almeno quanto basta a mantenerlo in condizioni accettabili. Le pareti sono solide e spesse, come quelle delle case di campagna e delle stalle, fatte per trattenere il calore nei mesi invernali e per respingerlo all’esterno in quelli estivi. Pochissimi arredi, niente di valore: un altare di legno, una bianca tovaglia su cui è posato un vaso di ciclamini; quattro banchi e alcune sedie per i pochissimi fedeli, perché qui non si dice mai la Messa, perfino nella parrocchiale la Messa domenicale è stata soppressa; le pareti spoglie intonacate di bianco, il nudo pavimento, il soffitto da cui pende una lampada in ferro battuto; una pala di modestissima fattura, dietro l’altare, ma vecchia d’un buon paio di secoli: San Rocco con il cane che gli reca la pagnotta fra i denti, dove si posa l’ultima luce del giorno morente, entrando dalla finestra dai vetri gialli; qualche lampada di cera sull’apposito sostegno metallico; una minuscola sacrestia con un vecchio armadio e che, ormai, non viene più utilizzata da nessuno. Mezzo secolo fa, quando la borgata era più popolosa e tutti i paesini della valle vivevano l’ultimo periodo di vitalità economica e demografica – c’era perfino la fermata della stazione ferroviaria, sull’altra sponda del lago, sulla linea a binario unico che si apre la strada verso il passo, a forza di gallerie; e una minuscola edicola di giornali per i viaggiatori che prendevano il treno – il prete ci veniva, in questa chiesetta. C’erano preti in abbondanza, allora; e il seminario vescovile, una dozzina di chilometri a valle, era frequentato da alcune decine di ragazzi. Altri tempi. Ora chissà da quanto un sacerdote non varca più questa soglia, a eccezione di una sola volta l’anno: nella ricorrenza di San Rocco, il giorno dopo Ferragosto.
Lascio correre lo sguardo fra i banchi, lungo le pareti, poi sulla superficie della pala polverosa, infine sulla statua di legno della Madonna, anch’essa di poco o nessun pregio, e torno col pensiero a quel tempo, che non è poi così lontano, ma che pare inghiottito nelle profondità dei secoli, misurando l’ampiezza delle cose sopravvenute: lo spopolamento e l’impoverimento dell’Italia, l’abbandono della montagna, la secolarizzazione, la crisi delle vocazioni, l’affievolimento e il progressivo spegnersi del sentimento religioso; e, quel che è peggio di tutto, lo snaturamento della dottrina da parte di un clero progressista e modernista che vuol reagire alla fuga dalla Chiesa gettando via da un canto duemila anni di Tradizione e di Magistero, e strizzando l’occhio furbescamente – misera furbizia, invero - al mondo moderno, ai suoi falsi miti, ai suoi idoli e ai suoi feticci, alla sua pretesa di esaltare l’uomo, i suoi diritti a senso unico, compreso quello di ricevere i Sacramenti anche in stato di peccato morale, e quello, se possibile ancor più sacrilego, di guadagnare la salvezza eterna senza merito alcuno. E un profondo senso di malinconia mi s’insinua nell’anima, insieme al freddo della sera che avanza.
Ecco, ora il sole è scomparso e la luce si è spenta; nel piccolo locale scendono le ombre della notte. San Rocco, con la sua barba bianca, il suo mantello e la sacca da viaggio, scivola silenziosamente nell’oscurità, insieme al cane con la pagnotta fra i denti. Mi volgo e torno fuori, nell’aria umida  di marzo; getto un ultimo sguardo all’edificio sacro che ha conosciuto tempi migliori, al campanile, al muretto che cinge il minuscolo spazio esterno, all’ombra degli alberi; apro e richiudo il cancello di ferro e mi ritrovo davanti alle vecchie case di pietra, con i ciuffi dell’erba che cresce fra i sassi qua e là, e che paiono uscite da una cartolina dell’Ottocento, o meglio, da un vecchio Presepe artistico, fatto di legno, gesso e terracotta. C’è persino una fontana con la vasca in pietra, entro cui sgorga, freschissima, l’acqua dal fianco della montagna. È quasi incredibile che esistano ancora degli angoli come questo, dove il tempo sembra essersi fermato; molti abitanti delle città, probabilmente, non ne immaginano neppure l’esistenza. Penso a quando la borgata era relativamente popolosa, e non c’erano, come adesso, case vuote e abbandonate, che vanno lentamente in rovina; a quando erano tutte famiglie italiane, nate e vissute in questi luoghi, mentre ora molte sono straniere, provenienti da altre culture, da altre civiltà; e a quando anche la piccola chiesa, la domenica, doveva essere affollata di fedeli, anche se i battesimi, le comunioni e i matrimoni, senza dubbio, venivano officiati non qui, ma nella parrocchiale del borgo principale, sull'altra sponda del lago, o addirittura in città, antichissima sede episcopale. Le loro preghiere sono salite al cielo per tante generazioni, insieme al fumo dell'incenso; e la visione della vita, i valori, gli insegnamenti della religione cattolica hanno forgiato quelle persone, di padre in figlio, nel corso dei secoli, attraverso guerre, carestie, terremoti, dando loro la forza di andare avanti, di lavorare la terra e procurarsi onestamente il pane, di creare delle famiglie, di allevare dei figli, di passare il testimonio ai nipoti. Valori come la pietas verso Dio, la famiglia, la patria; come l'onestà, la laboriosità, la perseveranza, la solidarietà. Gli uomini non erano mai del tutto soli: avevano il Padre celeste, e, sulla terra, dei parenti, degli amici, delle figure sagge alle quali rivolgersi nei momenti difficili. Certo non si rivolgevano allo psicanalista o all'assistente sociale; semmai pregavano e facevano un voto alla Madonna. Le donne non riuscivano ad avere un figlio? Si rivolgevano a Maria Vergine e a san Giuseppe. Le madri vedevano il figlio, alpino, partire per la guerra? Lo affidavano all'Angelo custode. Le cose avevano un senso: la famiglia, il lavoro, il risparmio, anche lo svago: tutto, dalla nascita alla morte, era illuminato dall'amore e dal timor di Dio.
Non che quegli uomini e quelle donne fossero dei santi; erano spesso, invece, dei peccatori: bevevano, bestemmiavano, violavano i comandamenti: però sapevano di essere peccatori, si pentivano, si confessavano, chiedevano perdono e facevano la pace con Dio. Non accampavano scuse per giustificarsi, neanche la più ovvia: la povertà. Si prendevano sulle spalle il carico delle loro colpe; e poi, quando era troppo pesante per le loro forze, aprivano il cuore a Dio per ricevere il suo perdono. Forse ricadevano nel peccato; non erano dei santi: ma non baravano al gioco, non spacciavano il male come bene, né denigravano il bene come male. Non erano ancora infettati dalla peste del relativismo; non si costruivano alibi per i loro fallimenti, l’inconscio, l’educazione ricevuta, la figura autoritaria del padre, i traumi infantili e tutte le altre balle della cultura moderna, vittimista e paurosa di qualsiasi assunzione di responsabilità verso le proprie azioni. Sapevano che c'è un giusto giudice, già in questa vita: la vita stessa; e che per meritare la stima dei parenti e degli amici c'è una sola maniera sicura, rigare dritto; il resto sono solo chiacchiere, e non conta nulla. E penso a quale immenso beneficio, quale immenso sollievo, quale immenso conforto è stato, per tutti quegli uomini, i nostri nonni, i nostri genitori, possedere l'amore e il timore di Dio, farsi piccoli davanti a Lui. Ora le cose sono cambiate, l'uomo non vuole più sentirsi piccolo, né peccatore; non sa cosa sia il timor di Dio, anche perché non vuole  avere alcun dio sopra di sé: il suo dio è il suo ventre, il suo portafoglio, il potere che riesce a esercitare sugli altri. Ma non è più felice e nemmeno più in pace con se stesso e con il prossimo, di quanto lo fossero i nostri nonni; ed è terribilmente, insopportabilmente solo. Dispone di molte cose, di molte più cose dei suoi antenati, e di una sofisticata tecnologia; ma ha perduto se stesso.
Mentre mi avvio nella sera di questo inverno che pare non voler più finire, mi risuonano alla mente le parole del salmista:
Lampada per i miei passi è la tua parola, / luce sul mio cammino. / Ho giurato, e lo confermo, / di seguire i tuoi precetti di giustizia. / Sono stanco di soffrire, Signore, / dammi vita secondo la tua parola. / Signore, gradisci le offerte delle mie labbra, / insegnami i tuoi giudizi. / La mia vita è sempre in pericolo, / ma non dimentico la tua legge…

Ripenso alle chiese della mia infanzia: da quella del ricordo più antico, il santuario dell’isola di Barbana, immerso in un giardino simile al Paradiso terrestre, ma quasi perso nella nebbia del tempo, fino a quella che ho visto per ultima, prima di lasciare per sempre la terra natia, la pieve di San Lorenzo a Sauris di Sopra, sospesa come una nuvola sulla valle, a oltre millequattrocento metri d’altezza, con il suo campanile dal tetto acutissimo, in stile austriaco, slanciato dritto verso il cielo;  e nel mezzo, anche geografico, la cattedrale bellissima della città natale, che tutti chiamano semplicemente il duomo, dedicata a Santa Maria Annunziata, nella cui parrocchia ho ricevuto quella formazione cristiana che, una volta impressa, non se ne va più, per quanto le vicende della vita possano poi condurci fino ai lidi più lontani, in tutti i sensi della parola “lontano”. Quanto tempo è passato. Cosa strana, ora è giunto l’impensabile: il giardino si è coperto di rovi, la fonte si è disseccata, la luce si sta spegnendo velocemente. Gli uomini d’oggi sono pieni di dubbi, di lacerazioni, di rimorsi, e avrebbero più che mai bisogno di essere confortati, riscossi, restituiti alla retta via; avrebbero più che mai bisogno di sentire dal clero le parole di ieri, di sempre, le Parole del Vangelo, nella loro perenne validità, limpide, forti, incuranti del tempo e delle mode; avrebbero più che mai bisogno di un clero fedele, che custodisce il Deposito della fede, senza nulla aggiungere, perché presumere di aggiungere, di cambiare, di migliorare, equivale a tradire, equivale a non aver capito nulla, a non aver fiducia nei piani eterni di Dio, e volersi sostituire ad essi, anteporre ad essi la saggezza umana, pensando – miserabile e ridicola superbia – che se non si “aggiorna” il Vangelo, gli uomini d’oggi non vorranno ascoltarlo. Mille volte sciocchi, mille volte pazzi: codesti neopreti modernisti credono forse che fosse cosa più facile predicarlo al tempo di Gesù? O ai tempi di san Paolo? O al tempo dei martiri, quando gli imperatori pagani si divertivano a trasformare i corpi dei cristiani in torce umane, per illuminare il buio della notte, oppure a  gettarli fra i denti delle belve feroci, per il sollazzo del popolaccio assetato di sangue umano? O magari credono che sia facile essere cristiani in tanti luoghi del mondo d’oggi, dove basta essere sorpresi con il Vangelo fra le mani per finire, nel migliore dei casi, in una prigione? Possibile non abbiano ancora capito, dopo duemila anni, che la forza del Vangelo è nella sua apparente debolezza, ma soprattutto nella sua coerenza cristallina; e che esso è capace di smuovere le montagne, purché coloro i quali lo annunziano non dubitino mai, neppure per un istante, che Dio li sorreggerà attraverso qualsiasi prova, e che mai si deve scendere a patti con lo spirito del mondo, mai bisogna tacere e voltar la testa dall’altra parte davanti a ciò che offende Dio e la stessa legge naturale, come il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, le oscene unioni omosessuali e perfino l’adozione di bambini da pare di simili coppie?
Eppure, anche ieri, il signor Bergoglio ha parlato in tutt’altro modo, e proprio ai giovani, ai ragazzi, agli adolescenti, a quelli che più di tutti avrebbero necessità di udire parole di verità, di certezza, di orientamento nel caos dilagante. 

Lampada per i miei passi è la tua Parola

di Francesco Lamendola

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