ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 29 marzo 2018

In qua nocte tradebatur

Meditazione per il giovedì santo di S. Alfonso Maria De’ Liguori

Risultati immagini per giudizio universale
I) Considera, come appena l’anima uscirà dal corpo, che sarà condotta innanzi al tribunale di Dio, per essere giudicata. Il giudice è un Dio onnipotente, da te maltrattato, adirato al sommo. Gli accusatori sono i demonii nemici: i processi i tuoi peccati: la sentenza è inappellabile: la pena un inferno. Non vi sono più compagni, non parenti, non amici; fra te e Dio te l’hai da vedere. Allora scorgerai la bruttezza de’ tuoi peccati, né potrai scusarli come ora fai. Sarai esaminato sopra i peccati di pensieri, di parole, di compiacenze, d’opere, d’omissione e di scandalo. Tutto si ha a pesare in quella gran bilancia della divina giustizia, ed in una cosa, in cui ti troverai mancante, sarai perduto.
Gesù mio e giudice mio, perdonami, prima che m’hai da giudicare.
II) Considera, come la divina giustizia dovrà giudicare tutte le genti nella valle di Giosafatte, quando (finito il mondo) risusciteranno i corpi per ricevere insieme coll’anima il premio o la pena, secondo le opere loro. Rifletti, come se ti danni, ripiglierai questo tuo medesimo corpo, che servirà per eterna prigione dell’anima sventurata. A quell’amaro incontro l’anima maledirà il corpo, e ‘l corpo maledirà l’anima; sicché l’anima ed il corpo, che ora si accordano in cercar piaceri proibiti, si uniranno a forza dopo morte per essere carnefici di se stessi. All’incontro se ti salvi, questo tuo corpo risorgerà tutto bello, impassibile e risplendente: e così in anima e corpo sarai fatto degno della vita beata. E così finirà la scena di questo mondo. Saran finite allora tutte le grandezze, i piaceri, le pompe di questa terra; tutto è finito. Vi restano solo due eternità, una di gloria e l’altra di pena; l’una beata e l’altra infelice: l’una di gaudii e l’altra di tormenti. Nel paradiso i giusti, nell’inferno i peccatori. Povero allora chi avrà amato il mondo, e per li miseri gusti di questa terra avrà perduto tutto, l’anima, il corpo, il paradiso e Dio.
III) Considera l’eterna sentenza. Cristo giudice si volterà contra i reprobi e lorodirà: L’avete finita, ingrati, l’avete finita? È già venuta l’ora mia, ora di verità e di giustizia, ora di sdegno e di vendetta. Su, scellerati, avete amata la maledizione, venga sopra di voi: siate maledetti nel tempo, maledetti nell’eternità. Partitevi dalla mia faccia, andate privi d’ogni bene e carichi di tutte le pene al fuoco eterno. «Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum» (Matth. 25.41). DopoGesù si volterà agli eletti, e dirà: Venite voi figli miei benedetti, venite a possedere il regno de’ cieli a voi apparecchiato. Venite, non più per portare dietro di me la croce, ma insieme con me la corona. Venite ad essere eredi delle mie ricchezze, compagni della mia gloria; venite a cantare in eterno le mie misericordie: venite dall’esilio alla patria, dalle miserie alla gioia, venite dalle lagrime al riso, venite dalle pene all’eterno riposo: «Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum». Gesù mio, spero anch’io d’esser uno di questi benedetti. Io v’amo sopra ogni cosa; beneditemi da quest’ora.
E beneditemi voi, Madre mia Maria.
https://www.riscossacristiana.it/meditazione-per-il-giovedi-santo-di-s-alfonso-maria-de-liguori/


Il giovedì santo la Chiesa fa memoria solenne di tre grandi misteri: l’istituzione della Santissima Eucarestia, del sacerdozio cattolico e la consegna del precetto della carità. Anticamente vi si aggiungeva anche la S. Messa per la remissione dei peccati per coloro che avevano affrontato la penitenza pubblica, restando privati dell’accesso alle celebrazioni per tutta la quarantena e che quindi potevano rientrare a pieno diritto nella comunità per partecipare alle funzioni del Triduo. Le funzioni liturgiche di questo giorno sono due: la messa crismale e la messa in Coena Domini.
1) la messa crismale è celebrata dal vescovo diocesano nella chiesa cattedrale alla presenza di tutto il clero. È la celebrazione dove è più visibile esteriormente l’unitá del presbiterio diocesano attorno al pontefice di quella Chiesa. Nelle attuali norme è previsto che possa essere celebrata anche il mercoledì pomeriggio ma la collocazione ideale resta al giovedì mattina. In questo pontificale si consacra l’olio del Crisma e si benedicono gli oli dei catecumeni e degli infermi, utilizzati per la celebrazione dei sacramenti del battesimo, cresima, ordine e unzione. L’olio del crisma è quello proprio della consacrazione ed è consacrato a sua volta; anticamente venivano unti anche i re e gli imperatori cattolici (rimane traccia nella celebrazione odierna della “consacrazione” del sovrano del Regno Unito che, sebbene sia solo esteriorità a motivo dello scisma, è l’ultimo ricordo di questa usanza, persa del tutto in ambito cattolico). L’olio dei catecumeni è utilizzato per il battesimo e nel rito antico per l’ordinazione dei presbiteri. L’olio degli infermi è utilizzato per il sacramento dell’unzione perché dia sostegno e forza nella vecchiaia o nella malattia; è talvolta chiamata “estrema” perché è l’ultima unzione in ordine cronologico nella vita di una persona. Il Vescovo in questa messa dunque consegna ad ogni parroco gli oli necessari per amministrare questi sacramenti nelle varie comunità parrocchiali. È anche occasione per esaltare la grandezza dell’ordine sacro istituito proprio in questo giorno da Nostro Signore. La liturgia è festiva: si utilizza il colore bianco e tutti i simboli di gioia esclusi dal periodo quaresimale.
2) la messa in Coena Domini è normalmente celebrata nel pomeriggio o in serata. Data la sua importanza se ne può celebrare solo una in ogni comunità parrocchiale. Sono vietate le messe private. È anche fatto obbligo della celebrazione in canto: non è possibile la messa letta. In essa si esalta grandemente il mistero della Santissima Eucarestia istituita da Gesù nell’ultima cena. Al canto del Gloria si suonano campane e campanelli che poi taceranno fino al Gloria della Veglia Pasquale. Viene inoltre saltato il bacio di pace, in odio al bacio sacrilego che Giuda Iscariota diede al Signore prima di consegnarlo alle guardie. Al termine della S. Messa la pisside con le ostie consacrate viene portata con grande pompa in una cappella preparata a parte dove vi è tripudio di luci e di fiori. La comunità è invitata a sostare per un tempo congruo per l’adorazione personale.
Si ricorda inoltre la consegna del precetto della carità significata nel gesto evangelico della lavanda dei piedi che nella liturgia può essere inserito o nella Santa Messa o prima di essa. Attualmente vi è grande confusione su questo rito che pare essere il fulcro di tutto il giovedì santo, quando invece la liturgia lo prevede anche come facoltativo, certo riservato a fedeli di sesso maschile, possibilmente poveri. In antichità non nacque come gesto liturgico ma compiuto dal vescovo nel segreto delle mura domestiche, dove si usava offrire il pranzo a 12 poveri dopo avergli lavato in piedi.
Altri riti:
A) l’ufficio delle tenebre: è la celebrazione del mattutino e delle Lodi del giovedì, venerdì e sabato santo. Si chiama in questo modo perchè compiuto nelle prime ore del mattino alla sola luce di un candelabro con 15 candele. Alla fine di ogni salmo o lezione si spegne una candela fino a che ne rimanga solo una, simbolo di Cristo che vince le tenebre del peccato e della morte. Il candelabro utilizzato, di forma triangolare, è chiamato “tenebrario” o “saetta”.
B) la spogliazione degli altari: terminata la reposizione della Santissima Eucarestia nel tabernacolo, il sacerdote e i ministri tornano all’altare principale. Cambiati i paramenti e indossata solo una stola violacea, il sacerdote intona il salmo 21: “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”. Nel mentre gli incaricati cominciano a spogliare l’altare maggiore e gli altri laterali dei candelabri, fiori, tovaglie e ornamenti. Si prepara così la chiesa alle celebrazioni del venerdì santo, con il silenzio attonito e luttuoso che lo contraddistingue.
La liturgia "vespertina" del Giovedì Santo: storia e significato

Il Grande e Santo Giovedì tutta la Chiesa commemora l'Ultima Cena di Nostro Signore Gesù Cristo, durante la quali Egli donò se stesso, per anticipazione (dovendo ancora patire il sacrificio), ai suoi discepoli, il Corpo sotto specie di pane e il Sangue sotto specie di vino, istituendo così per la nostra salute il gran Sacramento dell'Eucaristia.

Volgendo il dramma divino al suo compimento, il Signore, dirigendosi volontariamente verso la Passione per la nostra salvezza, pronto a subire il tradimento di Giuda, l'arresto, l'umiliazione, la condanna e la morte in Croce, in segno d'amore vero e sincero, come servo lava i piedi ai suoi discepoli, dando un esempio mirabile di carità e umiltà alla sua Chiesa. Difatti, Egli, Dio, aveva annientato sé stesso assumendo forma di servo nella sua incarnazione, per restituire all'uomo quella sua partecipazione della divinità perduta in Adamo: e la restituisce mediante la Passione e l'Eucaristia. La celebrazione dunque dei misteri del Giovedì Santo (la lavanda, la Cena, il tradimento) è in fondo il primo ufficio della Passione: la lavanda è una purificazione indispensabile per l'Eucaristia, la nuova Pasqua, e nell'Eucaristia è già sotteso e anticipato il Sacrificio redentore. Così, anche i fedeli che purificati nel cuore ricevono l'Eucaristia, beneficiando dei meriti di quell'incommensurabile sacrificio, partecipando, quali membri del Corpo mistico di Cristo, anche alla comunione del suo Corpo fisico, troveranno il compimento della salute che nella Passione Nostro Signore ci ha procurata.


Tale mistero trova dunque la sua speciale esaltazione liturgica in questo giorno, che apre il Sacro Triduo di Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Poiché, poi, l'Ultima Cena fu un pasto serale, tale liturgia ha sempre avuto un carattere "vespertino". Ma cosa significa questa parola, se consideriamo che la possibilità di celebrare la Messa nel pomeriggio fu concessa solo da Pio XII nel 1953 (peraltro operando una forzatura del significato simbolico della Messa, e alterando pure le norme del digiuno eucaristico), e la prescrizione di celebrare la liturgia del Giovedì Santo in serata compare solo nella Settimana Santa riformata da Bugnini nel 1955, e non nel rito romano tradizionale?

Anzitutto, occorre analizzare storicamente il rito. A Roma, questo veniva celebrato nella Basilica del Laterano, ove i Sommi Pontefici presero residenza a partire dal V secolo. E' provato che nell'VIII secolo, in questo giorno, si celebrassero tre liturgie: due al mattino, una celebrata dal Pontefice per la benedizione degli olii santi (che nel Medioevo divenne una semplice benedizione priva di Eucaristia) e una per la riconciliazione dei pubblici penitenti (presto sparita, insieme alla pubblica penitenza); alla sera, infine, si celebrava l'Eucaristia per commemorare la Cena di Nostro Signore. E per accorciare i riti di una giornata liturgicamente molto intensa, e per avvicinare il più possibile la celebrazione al suo modello (l'Ultima Cena), i succitati sacramentari dell'VIII secolo ci attestano che quest'ultima Messa iniziava direttamente dalla Prefazio, omessi tutti i riti introduttivi e la parte dei catecumeni. Terminata questa liturgia, veniva riposto il Santissimo Sacramento per la liturgia dei Presantificati del giorno successivo. Indi, il Papa si recava in processione alla Basilica di S. Lorenzo, ove, facendo memoria del comandamento dell'amore, lavava i piedi a dodici suddiaconi, mentre i cardinali cantavano il Vespero.
Nel Medioevo, con la scomparsa delle due liturgie mattutine, l'anomalia di un'Eucaristia serale venne presto sanata, spostando la commemorazione della Cena del Signore al mattino, e dotandola di una struttura completa. L'introito fu tolto dal martedì precedente, così come il Vangelo, quello della Lavanda (nel tardo medioevo, poi, al martedì passò la lettura della Passione di S. Marco); la colletta è la stessa del Venerdì Santo; la lettura dell'Apostolo è un pezzo della lunga pericope della lettera ai Corinti già letta durante l'ufficio vigiliare delle Tenebre. La liturgia è celebrata in paramenti bianchi, in onore di festa, ma non mancano gli accenni penitenziali (come già detto, Eucaristia e Passione sono inscindibili), per esempio l'omissione del salmo Introibo come in tutte le messe del tempo di Passione.


Dopo questa parte collazionata, segue il Canone, oggi con alcune particolari e speciali memorie della Mistica Cena, che già i papi Vigilio e Innocenzo I attestano in uso a Roma, in alcune lettere. Infine, si distribuisce l'Eucaristia, che un tempo era obbligatoria in questo giorno (così aveva prescritto Papa Sotero, decimo pontefice romano, ma la prescrizione cadde dopo non molto; cionondimeno, i messali del Concilio di Trento solo in questo giorno contenevano le istruzioni per la comunione al popolo, normalmente non considerata parte del rito della Messa); non tutta l'Eucaristia viene però consumata, ma una minima parte viene custodita per i riti dei Presantificati del giorno successivo. Essa verrà custodita in un sacello denominato "Sepolcro", cui è portata in solenne processione, continuamente incensata e onorata con l'inno Pange lingua. A questo punto, subito in coro si cantano i Vespri, che fanno parte della medesima liturgia (nulla di strano che si cantino al mattino, poiché per questioni relative al digiuno in tutti i monasteri, conventi e capitoli, da diversi secoli, i Vespri si cantano prima del mezzogiorno durante la Quaresima), al termine dei quali il Sacerdote e gli accoliti provvedono alla spoliazione degli altari, mentre si canta il salmo XXI, contenente il noto e appropriato versetto Diviserunt sibi vestimenta mea, et super vestem meam miserunt sortem.
Il carattere "vespertino" di questa liturgia è dunque non tanto reale, ma simbolico, poiché viene celebrata insieme ai Vespri. Durante tutto il Triduo, l'Ufficio Divino (ad eccezione dell'ufficio vigiliare "delle Tenebre", ossia il Mattutino e le Lodi) è officiato sine cantu, la qual cosa non significa che non venga cantato, ma che non si usano le melodie dell'ochtoechos per i salmi, ma tutto è intonato recto tono.
Nel tardo pomeriggio di questo Santo Giovedì, poi, si sarebbe tenuto il rito del Mandatum, ovverosia la lavanda dei piedi. Scesa la notte, sarebbero iniziati i riti del Venerdì Santo con l'ufficio vigiliare "delle Tenebre".

Una cosa molto simile avviene nel rito greco: il Sacerdote, al mattino del Giovedì Santo, rivestito dei paramenti viola, inizia il Vespero con le preghiere serali, le letture quaresimali, l'Apostolo e il Vangelo (come nelle grandi feste). Terminato il Vangelo (che in realtà è una collazione di tutti e quattro i Vangeli canonici, e quanto a contenuto è paragonabile al Passio che si legge la domenica delle Palme nel rito romano), il Sacerdote prosegue celebrando la Divina Liturgia con l'anafora di San Basilio, iniziando dal grande introito (durante il quale, però, non si canta come al solito l'inno cherubico, ma eccezionalmente il tropario Τοῦ Δείπνου σου τοῦ μυστικοῦ). Anche nel rito bizantino viene consacrata e custodita dell'Eucaristia in avanzo rispetto a quella distribuita durante la Comunione, non tanto per i Presantificati (che non sono previsti dal rito greco al Venerdì Santo), ma per le necessità di tutto l'anno (Comunione agl'infermi, ad esempio). Anche qui, secondo un uso assai consolidato nella pratica greca, i Vespri e la Liturgia si celebrano insieme al mattino, mentre in serata (il typikòn costantinopolitano dice "all'ora prima della notte", cioè circa le 19) viene cantato il Mattutino delle Sante Sofferenze del Signore, conosciuto anche come "Ufficio dei 12 Vangeli", il primo rito del Santo Venerdì.

Una cosa pressoché identica al rito greco avviene in quello ambrosiano, dove si celebrano i Vespri al mattino, iniziando con il lucernarium come sempre, e poi, dopo le letture vigiliari, si prosegue con la celebrazione della Messa iniziando dal Vangelo, in cui si legge la Passione secondo S. Matteo e, al termine, la reposizione del Sacramento in un sacello. Dal rito romano è mutuato il rito della lavanda dei piedi (che nell'uso bizantino, invece, è una consuetudine episcopale, non celebrata pubblicamente), che viene effettuato nel pomeriggio, in paramenti viola (mentre sono rossi alla Messa).

Duole constatare che in una prospettiva difficilmente definibile e logicamente ingiustificabile, coloro che hanno tentato di scardinare il rito romano nel 1955 hanno preteso di ripristinare la "veritas horarum" delle liturgie della Settimana Santa, con gravissime conseguenze sulla pietà popolare (per esempio, sul tempo di adorazione del Sacramento riposto nel sacello) e sull'ordine dei riti, gravemente turbato. Spostando alla sera la liturgia della Cena del Signore, per esempio, è venuto meno il tempo per il rito del Mandatum, e dunque questo è stato inserito alla bell'e meglio in mezzo alla Messa, creando uno scompenso liturgico inaudito e antitradizionale. Dipoi - cosa più assurda - si è tanto insistito per avere una liturgia pienamente vespertina, sovvertendo qualsiasi ordine simbolico (Cristo è il sole di giustizia che sorge: che senso ha celebrare l'Eucaristia mentre il sole tramonta?), e poi si è abolito (sia dai riti della liturgia della Cena del Signore, che in toto dall'ufficio del Giovedì Santo) il canto del Vespero, ossia l'elemento che precipuamente conferiva carattere serotino alla celebrazione, facendola calzare sia simbolicamente che storicamente coll'evento commemorato. Incoerenze purtroppo non isolate nel pessimo tentativo di riforma (o meglio, perfettamente riuscito tentativo di distruzione) dei riti centrali della vita di un cristiano, dei riti del cuore di tutto l'anno liturgico, dei riti dell'istituzione della nostra salvezza...

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL GIOVEDI’
MEDITAZIONE PER IL GIOVEDÌ.
Sopra l’istituzione del SS. Sacramento.
Mediteremo sopra l’istituzione del SS. Sacramento fatta da Cristo in questo giorno. C’immagineremo di vedere Gesù nel cenacolo, che con insolita gioia, stando per separarsi dagli Apostoli, dà loro l’ultimo addio, comunica le sue ultime volontà e fa a tutti i suoi seguaci il gran dono dell’Eucaristia. Assisteremo a sì commovente spettacolo e rileveremo come Gesù in questo Sacramento si dia a noi come compagno del nostro pellegrinaggio, come prezzo della redenzione, come cibo d’immortalità.


PUNTO 1°.
Gesù ci si dà come compagno di pellegrinaggio.
Gesù, nella notte in cui doveva essere tradido, in qua nocte tradebatur (I Cor., XI, 23), per farci meglio comprendere il suo immenso amore, dopo aver compiuto con i suoi apostoli la cena legale e lavato loro i piedi, torna a mensa e preso del pane nelle sue mani adorabili, alzati gli occhi al cielo, lo benedice, lo spezza e lo distribuisce ai suoi Apostoli dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. E prendendo poscia il calice, rende grazie e dice: Bevetene tutti, questo è il mio sangue, il sangue del nuovo testamento, che sarà sparso per voi in remissione dei peccati. In virtù di queste parole onnipotenti il pane e il vino, conservando le sole apparenze, si tramutano nel corpo e nel sangue di Gesù. E questo prodigio si opererà sempre sui nostri altari; perché Gesù Cristo ha detto ancora agli Apostoli e a tutti coloro che ad essi succederanno nel sacerdozio: Fate questo in memoria di me. Così adunque Gesù ha mantenuto la sua promessa di non lasciarci orfani, così ha dimostrato quanto sia vero che prova la sua delizia restare con gli uomini: deliciæ meæ esse cum filiis hominum [Prov., VIII, 31); così ha comprovato con quanta verità Egli si sia rivolto alle anime tribolate per dir loro: Venite ad me omnes qui laboratis et honerati estis, et ego reficiam vos (MATTH., XI, 28): Venite a me, voi tutti che siete sotto il peso dei travagli, ed Io ristorerò le vostre forze; così si è dato realmente, come si esprime S. Tommaso: in socium nostræ peregrinationis, come compagno del nostro pellegrinaggio! – O caro Gesù, come mi conforta il sapere che nel duro cammino da percorrere per giungere alla patria celeste, voi mi siete amabile compagno nel SS. Sacramento! Nei momenti difficili, oh, valgono più due minuti passati con fede e con amore davanti a Voi che non le giornate intere con coloro stessi che sembrano i più grandi amici e consolatori!
PUNTO 2°.
Gesù si dà come prezzo della redenzione.
Gesù nell’istituire il SS. Sacramento dell’Eucaristia anticipò altresì il sacrificio della croce, sebbene in modo incruento, e creando sacerdoti gli apostoli con la facoltà di crearne altri e ordinando loro di fare ancor sempre ciò che aveva fatto Egli, istituì pure l’Eucaristia come sacrificio, che rifacesse presente lo stesso sacrificio del Calvario. Gesù nel sacrificio del Calvario ha pagato il prezzo della nostra redenzione; ma opera la stessa cosa nella SS. Eucaristia, col darsi anche qui in pretium redemptionis, essendo che tutto nel sacrificio della Santa Messa è commemorazione viva della passione del Divin Salvatore: recolitur memoria passionis eius. Ivi il sacerdote, dicendo la stessa parola di Gesù: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi; questo è il calice del mio sangue che sarà sparso per la remissione dei peccati; compie una misteriosa immolazione: Gesù è sacrificato sopra l’altare in nostro luogo; e l’amorosa sostituzione del Calvario si ripete ogni mattina. Ogni mattina, mentre noi stessi dovremmo morire, Gesù muore misticamente per adorare il suo Divin Padre, per ringraziare la sua bontà, per placarne la giustizia e coprire col suo sangue la moltitudine dei nostri peccati. Ecco perché il Signore ci risparmia non ostante le nostre colpe e ci fa ancora scendere sul capo una pioggia continua di benedizioni e di grazie che ci aiutano a operare la nostra salute. Gesù nell’Eucaristia, continuando a darsi in prezzo della nostra redenzione, ottiene per noi grazia e misericordia. Qual conto non dovrai dunque fare, o anima mia, della santa Messa? Con quali sante disposizioni non dovrai celebrarla o assistervi?
PUNTO 3°.
Gesù si dà come cibo d’immortalità.
Gesù nella SS. Eucaristia ha trovato il modo non solo di restare sempre con noi e di sacrificarsi per noi sui nostri altari, ma di darsi ancora in cibo all’anima nostra e in cibo di immortalità: in cibum immortalitatis. Parlando Egli di questo cibo e paragonandolo alla manna fatta da Dio cadere nel deserto a sostentamento degli Ebrei, diceva: Coloro che mangiarono la manna morirono, ma chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. E d ora dal santo tabernacolo continua a dire: Mangiate il mio Corpo e bevete il mio Sangue; compite la vostra perfezione, fate pago il vostro amore e il mio. La morte è nelle vostre viscere per il peccato; ma voi unitevi a me, Io sono la risurrezione e la vita: ego sum resurrectio et vita (Jo., XI, 25); io sono la vita che illumina lo spirito, la vita che dilata il cuore, la vita che corrobora la volontà, la vita che soffoca le passioni, la vita che fa germogliare la purità nei sensi, la vita che prepara la carne alla gloriosa risurrezione. E se è così, come non accostarci sovente e bene a questo cibo santissimo? Deh! oggi particolarmente che la Chiesa ricorda questa grande istituzione, e invita intorno all’altare i fedeli, andiamo a disfogare davanti a Gesù i sensi della nostra gratitudine per sì gran dono, risoluti di giovarcene per la nostra salute.
ORATIONES
205
Deus, qui prò redemptione mundi voluisti nasci, circumeidi, a Iudæis reprobari, a Iuda traditore osculo tradì, vinculis alligari, sicut agnus innocens ad victimam duci atque conspectibus Annæ, Caiphæ, Pilati et Herodis indecenter offerri, a falsis testibus accusari, flagellis et opprobriis vexari, sputis conspui, spinis coronari, colaphis cædi, arundine percuti, facie velari, vestibus exui, cruci clavis affigi, in cruce levari, inter latrones deputari, felle et aceto potari et lancea vulnerari, Tu, Domine, per has sanctissimas pœnas tuas, quas ego indignus recolo, et per sanctam Crucem et Mortem tuam, libera me a pœnis inferni et perducere digneris, quo perduxisti latronem tecum crucifixum. Qui cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas Deus per omnia sæcula sæculorum. Amen.
Quinquies: Pater, Ave et Gloria.
 Indulgentia trium annorum [3 anni].
Indulgentia quinque annorumsi feriis sextis Quadragesimæ oratio recitata fuerit. [nel venerdì di quaresima. ndr.]
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, sj. Quotidie per integrum mensem oratio devote recitata fuerit (S. C. Indulg., 25 aug. 1820; S. Pæn. Ap., 6 oct. 1933 et 7 mart. 1941).
207
Eccomi ai vostri piedi, Nazareno Gesù; ecco la più miserabile delle creature, che viene alla vostra presenza, umiliata e pentita. Misericordia di me, o Signore, secondo la vostra grande misericordia! Peccai e contro di voi furono le mie colpe. A voi però appartiene l’anima mia, perché l’avete creata e redenta col prezioso Sangue vostro. Deh! fate che l’opera vostra non si perda, e abbiate pietà di me. Datemi lagrime di penitenza: perdonatemi, che sono vostro figlio: perdonatemi come perdonaste al ladro pentito: guardatemi dall’alto dei cieli e beneditemi.
Credo in Deum etc., …
Indulgentia trium annorum (S. C. Indulg., 26 iun. 1894; S. Paen. Ap., 12 maii 1931).
209
O mio Dio Crocifisso, eccomi ai piedi vostri, non vogliate rigettarmi ora che mi presento a voi come peccatore. Vi ho offeso tanto per il mio passato, Gesù mio, ma non sarà più così. Dinanzi a voi, mio Dio, presento tutte le mie colpe…, già le ho considerate e vedo che non meritano perdono; ma deh! date uno sguardo ai vostri patimenti e guardate quanto vale quel Sangue, che scorre dalle vostre vene. Chiudete, mio Dio, in questo momento gli occhi ai miei demeriti e apriteli agli infiniti meriti vostri e giacché vi siete compiaciuto morire per i miei peccati, perdonatemeli tutti, affinché mai più senta il peso di essi, perché quel peso, o Gesù, troppo mi opprime. Aiutatemi, mio Gesù, voglio ad ogni costo divenire buono; togliete, distruggete, annientate tutto ciò che si trova in me non conforme alla vostra volontà. Vi prego però, Gesù, ad illuminarmi, affinché possa camminare nel vostro santo lume (S. Gemma Galgani).
Indulgentia quingentorum (500) dierum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie per integrum mensem devote repetita (S. Pæn. Ap., 16 febr. 1934 et 26 nov. 1934).
210
Adesto nobis, Domine Deus noster; et quos
sanctæ Crucis laetari facis honore, eius quoque
perpetuis defende subsidiis. Per Christum Dominum
nostrum. Amen (ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque (cinque anni) annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo
quotidie per integrum mensem oratio pia mente iterata fuerit (S. Pæn. Ap., 14 sept. 1934).
211
Deus, qui prò nobis Filium tuum Crucis patibulum
subire voluisti, ut inimici a nobis expelleres
potestatem: concede nobis famulis tuis;
ut resurrectionis gratiam consequamur. Per
eumdem Christum Dominum nostrum. Amen
(ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana orationis recitatione in integrum mensem adducta (S. Pænit. Ap., 22 nov. 1934).
212
Deus, qui unigeniti Filii tui pretioso Sanguine,
vivificæ Crucis vexillum sanctificare voluisti:
concede, quæsumus, eos qui eiusdem sanctæ
Crucis gaudent honore, tua quoque ubique protectione
gaudere. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen (ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote reiterata fuerit (S. Pæn. Ap., 7 febr. 1935).
213
Domine Iesu Christe, Fili Dei vivi, qui hora
sexta prò redemptione mundi Crucis patibulum
ascendisti et Sanguinem tuum pretiosum in remissionem
peccatorum nostrorum f udisti ; te humiliter
deprecamur, ut post obitum nostrum paradisi
ianuas nos gaudenter introire concedas:
Qui vivis et regnas in sæcula sæculorum. Amen
(ex Missali Rom.).
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem oratio pie recitata fuerit (S. Pæn. Ap., 18 iul. 1936).
191
Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi;
quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.
Indulgentia trium annorum (S. Paen. Ap., 2 febr. 1934).
Fidelibus vero, qui pio animi affectu in Passionem ac Mortem D. N . I . C. Credo una cum supra relata precatiuncula recitaverint, conceditur: [il Credo e la preghiera con animo contrito ed partecipe della Passione e morte di N. S. G. C. –ndr.-]
Indulgentia decem annorum;
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem eamdem recitationem pia mente persolverint (S. Pæn. Ap., 20 febr. 1934).
192
Signore, vi ringrazio che siete morto in Croce
per i miei peccati (S. Paolo della Croce).
Indulgentia trecentorum dierum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocation quotidie per integrum mensem devote iterata (S. Pæn. Ap., 18 ian. 1918 et 10 mart. 1933).
HYMNUS
193
Vexilla Regis prodeunt,
Fulget Crucis mysterium,
Qua vita mortem pertulit,
Et morte vitam protulit.
Quae vulnerata lanceae
Mucrone diro, criminum
Ut nos lavaret sordibus,
Manavit unda et sanguine.
Impleta sunt quae concinit
David fideli Carmine,
Dicendo nationibus:
Regnavit a ligno Deus.
Arbor decora et fulgida,
Ornata regis purpura,
Electa digno stipite
Tarn sancta membra tangere.
Beata, cuius brachiis
Pretium pependit saeculi,
Staterà facta corporis,
Tulitque praedam tartari.
0 Crux, ave, spes unica,
Oentis redemptae gloria ! (1)
Piis adauge gratiam,
Reisque dele crimina.
Te, fons salutis, Trinitas,
Collaudet omnis spiritus:
Quibus Crucis victoriam
Largiris, adde præmium. Amen.
(ex Brev. Rom.). 
(1) LocoGentis redemptæ gloria, dicatur: Tempore Passionis: Hoc Passionis tempore! — Tempore Paschali: Paschale quæ fers gaudium! — In festo Exaltationis Crucis: In hac triumphi gloria! 
Indulgentia quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem hymnus pie recitatus fuerit (S. C. Indulg., 16 ian. 1886; S. Pæn. Ap., 29 apr. 1934).