ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 30 aprile 2018

La sofferenza vicaria

«Sono intervenuta tante volte per placare l’ira del Padre. Ho impedito l’arrivo di calamità offrendogli le sofferenze del Figlio sulla Croce, il Suo prezioso sangue e le anime dilette che Lo consolano formando una schiera di anime vittime»: il ruolo delle anime-vittima nel messaggio di Akita



Addentriamoci nel cuore del messaggio di Akita per scoprirne i tesori e le ricchezze. Un tema che si evidenzia all’interno del breve ma denso messaggio è la necessità e l’urgenza della riparazione e la nobilità della sofferenza vicaria.

Con sofferenza vicaria la Dottrina cattolica intende l’atto compiuto da anime generose (che si modellano sull’esempio di Cristo immolato per la salvezza del mondo) per il quale esse si “sostituiscono” in modo vicario ai peccatori nel soddisfare alla divina giustizia.

Di questa riparazione e di questa “vicaria spirituale c’è estremamente bisogno oggi perché, come Nostra Signora spiegò alla veggente, « il Padre Celeste è fortemente adirato e si prepara ad infliggere su tutta l’umanità un terribile castigo ».

Per placare la collera del Padre e per la salvezza dell’umanità, Maria e Gesù cercano anime che si offrano a Dio per riparare, con la loro sofferenza e povertà, i peccati degli uomini ingrati.

A queste “anime vittime” la Madonna chiede preghiera, penitenza e sacrifici coraggiosi affinché la Giustizia Divina venga mitigata.

E’ lo stesso messaggio di riparazione che ancora una volta si ripete, come nella maggior parte delle apparizioni mariane, soprattutto in quelle più recenti. Si nota, in effetti, con il passare degli anni, un crescendo di drammaticità innegabile della corruzione morale e spirituale del mondo che trova eco negli appelli della Madonna che sempre con più energia domanda corrispondenza alle sue richieste di preghiera e sacrificio. Ad Akita troviamo un esempio eloquente di tutto questo.

L’esempio della veggente, in fatto di sacrificio espiatorio, è di una forza straordinaria; la capacità di immolazione profusa da suor Agnes Sasagawa è commovente. La sua risposta alla Vergine SS. è stata davvero plenaria, senza riserve. Pare abbia davvero preso alla lettera quanto le chiedeva Nostra Signora in una delle sue visite: « Sii paziente. Sacrificati ed espia per i peccati del mondo ».

Suor Agnes da sempre è stata un’anima vittima. Già prima di convertirsi e consacrarsi al Signore « era malata dalla più tenera età. All’età di 19 anni era stata operata di appendicite ma durante l’anestesia un’iniezione praticata impropriamente le aveva provocato la paralisi. Inoltre il Marzo 1963 – nel periodo in cui, convertitasi, lavorava da catechista presso la parrocchia di Myoko Kogen – in occasione di una telefonata, si accorse di aver perso completamente l’udito (…). Questa infermità mette fine ai suoi compiti di catechista » (1).

La sera prima dell’apparizione dell’Angelo custode e poi di quella della Vergine nella cappella del convento, poi, cominciando a pregare « sente all’improvviso nel palmo della sua mano sinistra una ferita larga due centimetri e lunga tre, a forma di croce: all’apparenza sembra un graffio ma la sensazione è quella di una puntura profonda, come se avesse un ago nella mano che le impedisce di dormire (2).

L’esempio di pazienza di suor Agnes è luminoso. Nostra Signora, nel corso della seconda apparizione, insiste sul tema della necessità della riparazione: « Con Mio Figlio sono intervenuta tante volte per placare l’ira del Padre. Ho impedito l’arrivo di calamità offrendogli le sofferenze del Figlio sulla Croce, il Suo prezioso sangue e le anime dilette che Lo consolano formando una schiera di anime vittime (».

Maria SS., quale Avvocata della causa della nostra salvezza, si interpone tra la giustizia di Dio e l’umanità meritevole di castigo per i suoi innumerevoli peccati, come si evince anche nell’apparizione di La Salette allorché la Vergine Benedetta disse: « Da quanto tempo soffro per voi! Poiché ho ricevuto la missione di pregare continuamente Mio Figlio, voglio che non vi abbandoni, ma voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che Mi sono presa per voi ».

Nonostante la veggente non abbia fatto difetto in fatto di generosità, l’Angelo che la introdusse al cospetto della Vergine ci tenne a farle comprendere una cosa: « la ferita della mano della Santissima Vergine Maria è molto più profonda della tua ». E, in effetti, la Fede ci insegna che le sofferenze della Madonna furono uniche, indefinite: l’intensità della sua compassione materna, dei suoi dolori non può essere comparata con quella di nessun santo, neanche con quella di tutti martiri messi insieme. È a ragione, infatti, che Ella è invocata dalla Chiesa quale Regina Martirum, Regina dei Martiri (3).

Così si esprime san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano« Al di sopra di san Lorenzo, arso vivo sulla graticola, di Stefano lapidato, di Bartolomeo scorticato, di Cassiano seviziato a morte dai suoi stessi studenti, di Pietro inchiodato sulla croce e di Andrea che vi fu legato, al di sopra di tutti i generi di supplizio dei martiri vi è la spada crudelissima che trapassò l’anima di Maria mentre contemplava con i propri occhi la morte di Cristo suo figlio. Le membra atrocemente tormentate del suo amatissimo figlio le causavano un dolore molto più intenso che se fosse stata tormentata lei stessa (Sermone sulla Natività, 1583) » (4).

Note:

1) R. Laurentin, Akita, in R. Laurentin-P. Sbalchiero, Dizionario delle Apparizioni della Vergine Maria, Art., pp. 823—824.

2) Ivi, p. 824.

3) Spiega opportunamente Papa Giovanni Paolo II: « In Lei (nella Vergine Maria) le numerose e intense sofferenze si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che se furono prova della sua fede incrollabile, furono altresi un contributo alla redenzione di tutti. In realtà, fin dall’arcano colloquio avuto con l’angelo, Ella intravide nella sua missione di madre la “destinazione” a condividere in maniera unica e irripetibile la missione stessa del Figlio”: Lettera apostolica Salvifici Doloris, § 25.

4) Citato da padre A. Apollonio, Le Litanie Lauretane: preghiera mariana, preghiera della Chiesa, Casa Mariana Editrice, Frigento 2013, p. 212.

ddentriamoci nel cuore dei messaggi di Akita per scoprirne i tesori e le ricchezze. Un primo tema che si evidenzia all’interno del breve ma denso messaggio di Nostra Signora di Akita e la necessità e l’urgenza della riparazione e la nobilità della sofferenza vicaria.

Con sofferenza vicaria la Dottrina cattolica intende l’atto compiuto da anime generose (che si modellano sull’esempio di Cristo immolato per la salvezza del mondo) per il quale esse si “sostituiscono” in modo vicario ai peccatori nel soddisfare alla divina giustizia.

Di questa riparazione e di questa “vicaria spirituale c’è estremamente bisogno oggi perché, come Nostra Signora spiegò alla veggente, « il Padre Celeste è fortemente adirato e si prepara ad infliggere su tutta l’umanità un terribile castigo ».

Per placare la collera del Padre e per la salvezza dell’umanità, Maria e Gesù cercano anime che si offrano a Dio per riparare, con la loro sofferenza e povertà, i peccati degli uomini ingrati.

A queste “anime vittime” la Madonna chiede preghiera, penitenza e sacrifici coraggiosi affinché la Giustizia Divina venga mitigata.

E’ lo stesso messaggio di riparazione che ancora una volta si ripete, come nella maggior parte delle apparizioni mariane, soprattutto in quelle più recenti. Si nota, in effetti, con il passare degli anni, un crescendo di drammaticità innegabile della corruzione morale e spirituale del mondo che trova eco negli appelli della Madonna che sempre con più energia domanda corrispondenza alle sue richieste di preghiera e sacrificio. Ad Akita troviamo un esempio eloquente di tutto questo.

L’esempio della veggente, in fatto di sacrificio espiatorio, è di una forza straordinaria; la capacità di immolazione profusa da suor Sasagawa è commovente. La sua risposta alla Vergine SS. è stata davvero plenaria, senza riserve. Pare abbia davvero preso alla lettera quanto le chiedeva Nostra Signora in una delle sue visite: « Sii paziente. Sacrificati ed espia per i peccati del mondo ».

Suor Agnes da sempre è stata un’anima vittima. Già prima di convertirsi e consacrarsi al Signore « eramalata dalla più tenera età. All’età di 19 anni era stata operata di appendicite ma durante l’anestesia un’iniezione praticata impropriamente le aveva provocato la paralisi. Inoltre il Marzo 1963 – nel periodo in cui, convertitasi, lavorava da catechista presso la parrocchia di Myoko Kogen – in occasione di una telefonata, si accorse di aver perso completamente l’udito (…). Questa infermità mette fine ai suoi compiti di catechista » (1).

La sera prima dell’apparizione dell’Angelo custode e poi di quella della Vergine nella cappella del convento, poi, cominciando a pregare « sente all’improvviso nel palmo della sua mano sinistra una ferita larga due centimetri e lunga tre, a forma di croce: all’apparenza sembra un graffio ma la sensazione è quella di una puntura profonda, come se avesse un ago nella mano che le impedisce di dormire (2).

L’esempio di pazienza di suor Agnes è luminoso. Nostra Signora, nel corso della seconda apparizione, insiste sul tema della necessità della riparazione: « Con Mio Figlio sono intervenuta tante volte per placare l’ira del Padre. Ho impedito l’arrivo di calamità offrendogli le sofferenze del Figlio sulla Croce, il Suo prezioso sangue e le anime dilette che Lo consolano formando una schiera di anime vittime (».

Maria SS., quale Avvocata della causa della nostra salvezza, si interpone tra la giustizia di Dio e l’umanità meritevole di castigo per i suoi innumerevoli peccati, come si è visto anche nell’apparizione di La Salette allorché la Vergine Benedetta disse: « Da quanto tempo soffro per voi! Poiché ho ricevuto la missione di pregare continuamente Mio Figlio, voglio che non vi abbandoni, ma voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che Mi sono presa per voi ».

Nonostante la veggente non abbia fatto difetto in fatto di generosità, l’Angelo che la introdusse al cospetto della Vergine ci tenne a farle comprendere che: « la ferita della mano della Santissima Vergine Maria è molto più profonda della tua ». E, in effetti, la Fede ci insegna che le sofferenze della Madonna furono uniche, indefinite: l’intensità della sua compassione materna, dei suoi dolori non può essere comparata con quella di nessun santo, neanche con quella di tutti martiri messi insieme. È a ragione, infatti, che Ella è invocata dalla Chiesa quale Regina Martirum, Regina dei Martiri (3).

Così si esprime san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano: « Al di sopra di san Lorenzo, arso vivo sulla graticola, di Stefano lapidato, di Bartolomeo scorticato, di Cassiano seviziato a morte dai suoi stessi studenti, di Pietro inchiodato sulla croce e di Andrea che vi fu legato, al di sopra di tutti i generi di supplizio dei martiri vi è la spada crudelissima che trapassò l’anima di Maria mentre contemplava con i propri occhi la morte di Cristo suo figlio. Lemembra atrocemente tormentate del suo amatissimo figlio le causavano un dolore molto più intenso che se fosse stata tormentata lei stessa (Sermone sulla Natività, 1583) » (4).

Note:

1) R. Laurentin, Akita, in R. Laurentin-P. Sbalchiero, Dizionario delle Apparizioni della Vergine Maria, Art., pp. 823—824.

2) Ivi, p. 824.

3) Spiega opportunamente Papa Giovanni Paolo II: « In Lei (nella Vergine Maria) le numerose e intense sofferenze si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che se furono prova della sua fede incrollabile, furono altresi un contributo alla redenzione di tutti. In realtà, fin dall’arcano colloquio avuto con l’angelo, Ella intravide nella sua missione di madre la “destinazione” a condividere in maniera unica e irripetibile la missione stessa del Figlio”: Lettera apostolica Salvifici Doloris, § 25.

4) Citato da padre A. Apollonio, Le Litanie Lauretane: preghiera mariana, preghiera della Chiesa, Casa Mariana Editrice, Frigento 2013, p. 212.
https://gloria.tv/article/sAn6qwoZSAtK1wci3HHd8dcMs


Perché non far leva sulla "fede" della gente nella verità di Fatima e Lourdes per salvare la "Fede"? La geniale proposta di Vittorio Messori

Come uscire dal lungo Inverno mariano, dal grande freddo che ha colpito, nella stessa Chiesa cattolica, il culto della Vergine Maria e che ha messo tra parentesi la devozione per la Madre di Gesù? Questa domanda è un po’ il filo conduttore degli oltre 60 capitoli di Ipotesi su Mariadi Vittorio Messori, il volume, edito da Ares, che è la nuova edizione ampliata del libro uscito sempre da Ares dieci anni fa. Nasceva, allora, il libro come raccolta dei Taccuini mariani scritti da Messori per il mensile «Jesus». Terminata la collaborazione con la rivista, Messori non ha smesso di interessarsi alla questione mariana, come testimoniano anche i recenti libri o gli articoli del «Corriere». Un interesse che si accompagna con la polemica: il bersaglio è quello che Messori chiama il «teologicamente corretto», cioè i «cattolici adulti» per niente in sintonia con gli ultimi due dogmi (l’Immacolata concezione, 1854; l’Assunzione, 1950) e scettici verso la devozione popolare, specie riguardo alle apparizioni mariane, ai miracoli, alle guarigioni.

Alla base di questa posizione critica, Messori vede «un contagio protestante». Cioè la volontà di conformarsi al pensiero dei teologi riformati nell’idea — per Messori falsa — di conciliare religione e modernità. Le Chiese riformate, come è noto, oltre a condannare la venerazione dei santi come paganesimo, non solo rifiutano i dogmi dell’Immacolata e dell’Assunzione, ma considerano il culto di Maria una sorta di pericolosa idolatria. Del resto — in Ipotesi su Maria la citazione ritorna spesso — il più importante teologo protestante, Karl Barth, definiva la mariologia «escrescenza tumorale del cattolicesimo». Ma il neoprotestantesimo diffuso fra i cattolici all’indomani del Concilio Vaticano II ha, per Messori, anche il difetto di arrivare a tempo scaduto, quando cioè «le comunità protestanti storiche sono morenti, fornite di cattedre universitarie ma quasi del tutto prive di popolo».

Parla, Messori, da «cattolico normale», libero dai complessi di inferiorità. È un credente, ma conosce e discute le idee dei critici che rileggono i testi evangelici alla luce della scienza e distinguono il Cristo storico dal Cristo della fede. In polemica con i protestanti, lui non considera solo la Scrittura, ma anche la tradizione importantissima proprio per quanto riguarda Maria. Parla a nome dei «semplici cattolici attardati, legati ancora a miti e favole che la scienza ha dissolto».

Per questo, interessato a ritrovare il calore della fede popolare (la vecchina che recita il rosario), dedica gran parte delle sue pagine alle apparizioni e ai santuari sorti dove la Vergine si è manifestata. Lourdes, Fatima, ma anche la parigina Rue du Bac (qui la Madonna parlò a Catherine Labouré nel 1830, chiedendole di far forgiare una medaglia con la sua immagine e dodici stelle), La Salette, Saragozza, dove si venera la Madonna del Pilar (a un suo famoso miracolo Messori ha dedicato un libro). Santuari che la Chiesa ha riconosciuto, anche se recentemente — prima e dopo Medjugorje — si moltiplicano le apparizioni su cui la Chiesa non si è ancora pronunciata.

In tutti questi luoghi, osserva Messori, coloro che vedono la Madonna sono persone umili, i pastori di Fatima, la poverissima Bernadette: a volte sono semianalfabeti. Ma dove la sociologia vede allucinazioni provocate dal disagio, Messori vede la conferma del versetto in cui Gesù dice: «Ti benedico Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli».


Su Lourdes Messori si sofferma a lungo. Ripercorre la storia delle apparizioni (1858) e delle critiche che comunque non hanno scalfito la reputazione del santuario, dedica molte pagine alla figura di Bernadette Soubirous e al crescente numero di pellegrini che fin da subito si recarono alla grotta dei Pirenei nonostante l’ostilità delle autorità e dell’opinione pubblica francese, anticlericale e incline a leggere quei fatti come visioni di una povera isterica. Spiega la complessa procedura per riconoscere un miracolo (ufficialmente sono 65), senza dimenticare le migliaia di guarigioni attestate, anche se non rientrano nel numero ristretto di avvenimenti inspiegabili scientificamente.


Ci parla di Fatima (1917), dei tre pastori, del miracolo del sole che danza, dei tre segreti l’ultimo dei quali — un’allusione all’attentato al Papa — fu rivelato proprio a Giovanni Paolo II, sopravvissuto ai colpi sparati da Ali Agca. Ci sono poi altri santuari, piccoli e non, luoghi dove andare non solo per chiedere una grazia, ma per compiere un’esperienza che in qualche modo ci invita alla preghiera, a una sorta di guarigione interiore.

Da una ricerca sulla religiosità degli italiani realizzata dall’Università Cattolica di Milano con il sostegno della Cei (l’ha pubblicata Mondadori nel 1995) su un campione di 4.500 italiani, fra i 18 e i 74 anni, in 166 comuni della penisola, risulta che il 55,7 per cento degli interpellati ritiene che le apparizioni della Madonna a Lourdes e Fatima «sono segni della presenza di Dio in mezzo agli uomini», mentre il 29,4 si dichiara incerto, ma possibilista. Se si confrontano questi dati con le risposte ad altri quesiti (la resurrezione dei morti: solo il 27,5 per cento ci crede; la Chiesa cattolica è un’organizzazione voluta e assistita da Dio: il 41,5 dice sì), non si può non vedere l’importanza del culto mariano nella popolazione italiana. Del resto, sempre la stessa indagine ci dice che il 46,8 per cento degli italiani nelle sue preghiere si rivolge alla Madonna, e solo il 38,2 a Cristo. Da qui, dunque, parte il «suggerimento pastorale» di Messori alla Chiesa: «Perché non far leva proprio sulla straordinaria fiducia che la gente (giovani compresi) ripone nella verità di luoghi come Fatima e Lourdes? Perché non partire da lì per una rievangelizzazione che potremmo dire “deduttiva”: dalla realtà di quei fatti, cioè, alle verità di fede che presuppongono e che confermano?».

Di Ranieri Polese

Fonte:


www.corriere.it/…/vittorio-messor…

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Le apparizioni, e in particolare le apparizioni mariane, possono essere un grandissimo aiuto per chi è tentato nella fede.
Oggi regna l’incredulità. Perché non pensare che la Madonna appaia proprio per darci un segno che Dio c’è, e che è presente? Vorrei citare a questo proposito una bellissima pagina di Vittorio Messori, intellettuale convertito, sull’importanza che può avere un’apparizione nella vita del credente. Non è infatti un mistero che molti hanno trovato, o ritrovato, o conservato, o confermato la fede grazie a qualche apparizione mariana. Scrive dunque, fra l’altro, Vittorio Messori:

"Occorre non stancarsi di ripetere che al fondo della crisi che attanaglia tutto il cristianesimo - Chiesa cattolica compresa - c’è la crisi della fede. Una realtà drammatica e, dunque, sgradevole: non stupisce che molti non vogliano prenderne coscienza e neanche sentirselo dire. Eppure, è necessario il coraggio della verità: dietro l’accumulo delle parole e delle infinite dispute teologiche e pastorali che ci affliggono, c’è forse una fede che non è più sicura di se stessa. Ci si affanna attorno al cantiere del palazzo ecclesiale, litigando su come restaurarlo e aggiornarlo: ma sono sempre più rari coloro che osano scendere in cantina per saggiare la consistenza delle fondamenta, per constatare se le basi ci sono ancora. Dietro tutto il parlare aleggia una domanda tanto inquietante quanto inespressa e rimossa: ma questa fede che si stiracchia di qua e di là cercando risposte a tutti i problemi, questa fede, è ancora 'vera'? O non sarà, per caso, un’illusione? Questi vangeli sui quali dice di reggersi tutta la piramide, possiamo prenderli ancora sul serio così come fecero i cristiani, i cattolici delle generazioni che ci hanno preceduti?.

Per dirla con le domande più semplici e, dunque, davvero 'di fondo': ma Dio, c’è davvero? E se c’è, davvero si è manifestato in quel Gesù che non sarebbe solo un profeta, seppure il più grande, ma addirittura il Suo figlio unigenito? E se sì, davvero la vita di quel Cristo continua in una Chiesa, corpo di cui Egli è il capo, rendendosi di nuovo presente attraverso i sacramenti che quella Chiesa amministra?.

Siamo, tutti, oggi, figli della cultura del sospetto, che ammette soltanto l’opinione, accusando di fanatismo chi affermi che la Verità esiste ed è conoscibile; una cultura non soltanto secolarizzata ma che, riducendo il mondo a un villaggio, ci ha resi consapevoli della molteplicità delle religioni, mettendo in crisi la pretesa di assolutezza e di unicità del cristianesimo; partecipiamo (se ancora vi partecipiamo) di una Chiesa dove certi settori dell’intellighenzia teologica ai nostri dubbi rispondono con dubbi ancora maggiori, alle nostre domande su ciò che è essenziale rispondono divagando o proponendo riforme della struttura clericale dove invece il problema è la fede che regge quella struttura. Per questo - e per molto altro ancora - rischia di essere davvero esitante il nostro 'sì' ai tre interrogativi basilari che dicevamo. Qui - e non in altro - sta il motivo della crisi dell’apostolato, della missione: come propagare la fede se noi stessi, magari segretamente, non siamo più del tutto convinti che sia 'vera'; o almeno, che sia indispensabile, che sia l’unica che salva?


Se tutto rischia di sfuggirci, di sgretolarsi, occorrerebbe - nelle ore di dubbio e di sconforto - un 'piolo' solido a cui aggrapparsi. Per me (e non pretendo di assolutizzare la mia esperienza: la stessa fede vive diversamente in ogni vita) quel 'piolo' cui mi abbarbico quando mi minaccia la noche obscura è - paradossalmente - un colpo di vento. Quello che - verso le 11,30 di giovedì 11 febbraio 1858 - spazzò la piccola spiaggia tra il costone della montagna e le rive del Gave di Pau, a ovest di una borgata chiamata Lourdes.

Il racconto di Bernadette, la luminosa testimonianza della sua vita non certo a caso inserita nel canone dei santi, 133 anni non solo di guarigioni inspiegabili ma di frutti di fede, di speranza, di carità: tutto questo non può dare adito a dubbi. Chiunque esamini con oggettività il dossier di Lourdes non può non finire con l'arrendersi a quanto affermava il decreto del 18 gennaio 1862 del vescovo di Tarbes:
 'Noi affermiamo che l’Immacolata Maria, Madre di Dio, è realmente apparsa a Bernadette Soubirous'. Ciò che è seguito non ha fatto che confermarlo.

Ma allora, ne vengono logicamente delle conseguenze. Lourdes, in effetti, è una sintesi completa della fede: l’apparizione della grotta conferma non solo che Dio c’è, ma che è il Dio cristiano. Anzi, per dirla con Jean Guitton, che 'Dio è cattolico'. Maria appare confermando
 ('Que soy era Immaculada Councepciou') un dogma proclamato dal Papa quattro anni prima; fa il segno di croce; tiene tra le mani un rosario; chiede 'ai preti' che lì 'si venga in processione' e che 'si costruisca una cappella'; esorta a penitenza e invita a pregare per la conversione dei peccatori; ribadisce la verità del vangelo anche rivelandosi alla più piccola, povera, umile, ignorante fra le creature. Il dogma e il culto 'romani' ricevono, qui, una conferma divina. La roccia della grotta di Massabielle può essere anche la roccia cui aggrapparsi non solo per perseverare nella fede, ma anche nella fede come, malgrado tutto, è insegnata e vissuta nella Chiesa cattolica.

Per questo, un’apparizione può essere un dono prezioso, quell’aiuto di cui abbiamo oggi bisogno: la doverosa prudenza non deve trasformarsi nel rifiuto previo di un gesto di misericordia per l’incredulità che ci minaccia".


Tratto da:
«Vivaio» sul quotidiano Avvenire del 13 gennaio 1991.