ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 19 aprile 2018

Ma verrà il tempo della verità

QUALE PROGETTO EDUCATIVO?


Dobbiamo tornare ad avere un progetto educativo. Verrà il tempo della verità quando la menzogna sarà svergognata e i falsi pastori appariranno per ciò che sono: traditori asserviti al nemico, utili idioti nelle mani del diavolo 
di Francesco Lamendola  
  
 0 340 PADRE SCHINING

La sempre più evidente latitanza di un progetto educativo nella società odierna è forse l'effetto più vistoso della lenta ma costante e metodica conquista della cultura di massa da parte della concezione naturalistica del reale. Detto in parole semplici: se la natura umana è buona in se stessa, allora basta accompagnarla: non c'è bisogno di educare, ma è sufficiente lasciare che il bambino si auto-educhi, ossia basta favorire le condizioni che fanno venire a galla, spontaneamente, le sue qualità e le sue virtù naturali. E siccome la natura è buona, non c'è nulla da vietare, non c'è nulla da sconsigliare: tutte le esperienze vanno bene, tutti gli istinti sono positivi, l'importante è che l'individuo si realizzi, senza limitazioni o mortificazioni da parte della società. Strana combinazione: i fautori della bontà naturale, alla Rousseau, sono anche gli accusatori della società, di qualsiasi società, in quanto portatrice di condizionamenti e pressioni che limitano la libera esplicazione dell'individuo e, appunto, la sua realizzazione. Ricordate la trappola sociale di Pirandello, e l'inferno sono gli altri di Sartre? Realizzarsi, ecco la meta della vita umana: ma una meta generica, che ciascuno può riempire coi contenuti che ritiene più confacenti al caso suo: perché si tratta di una "realizzazione" del tutto soggettiva, il cui criterio fondamentale è, in definitiva, l'utile, se non il piacere; e dal cui orizzonte viene bandito tutto ciò che sa di sacrificio, di rinuncia, di sublimazione di alcuni aspetti della propria natura. Logico: se la natura è buona, perché si dovrebbe reprimere qualcosa? E se il bambino è buono, perché vietargli qualcosa? Ed ecco la pedagogia del "vietato vietare" di sessantottesca memoria, o meglio l'anti-pedagogia del '68, in base alla quale chiunque osi dire "no" a qualcun altro, non può essere che un reazionario, un tiranno, un fascista, meritevole del massimo disprezzo e le cui parole non devono esser prese neanche in considerazione.

D’altra parte, se la società è cattiva, perché limita la realizzazione del proprio “vero” io, o perché reprime gli istinti (Freud) o, comunque, perché gli altri, per il solo fatto di esistere, mi danno ombra, mi sottraggono, o minacciano di sottrarmi, ciò che altrimenti sarebbe senz’altro mio – non solo in termini di cose, ma anche e soprattutto di affetti, di gratificazioni emotive – è evidente chel’uomo moderno si trova in un vicolo cieco. Da un lato, per affermarsi, per realizzarsi, ha bisogno degli altri: se no, come farebbe a ottenere i riconoscimenti e le soddisfazioni alle quali ambisce ardentemente? Al tempo stesso, però, gli altri lo limitano, e perciò lo infastidiscono, sarebbe meglio che non ci fossero: gli applausi che gli altri ricevono, è come se venissero sottratti a lui; la stima, la simpatia, l’amicizia e l’amore che vengono rivolti agli altri, lui non li può ricevere, e dunque se ne ritiene ingiustamente defraudato. Di qui la sorda ostilità, il rancore appena dissimulato di tutti contro tutti, il ringhio e il brontolio che si potrebbero riconoscere, se si avesse un buon udito, al di sotto dei complimenti, degli auguri e delle parole di circostanza che ci si scambia nelle circostanze più varie della vita, dai matrimoni ai funerali. Appunto per tenere a bada questa ostilità latente, questa permanente mobilitazione di ciascuno contro chiunque altro, la società moderna si è messa d’accordo su un punto di capitale importanza: abolire il concetto del divieto, onde disinnescare almeno in parte l’aggressività che, altrimenti, potrebbe esplodere in qualsiasi momento, con conseguenze imprevedibili. Così, pur di non far infuriare i propri figli, i genitori rinunciano a sgridarli, qualora commettano una mancanza; per non scatenare la rabbia degli alunni, le maestre si auto-censurano e fingono di non aver visto, né udito; per non esasperare la collera dei tifosi, o dei manifestanti, o dei gruppetti estremisti, le pubbliche autorità cedono davanti a qualsiasi ricatto, perfino a quelli inscenati dai falsi profughi i quali, dopo aver provocato disordini e tumulti in un centro di accoglienza, magari perché il vitto e l’alloggio non sono di loro gradimento, rifiutano di accettare le disposizioni del magistrato, ad esempio l’allontanamento dei più facinorosi, e sfidano apertamente l’autorità dello Stato, di quel medesimo Stato al quale si sono rivolti per essere accolti, ospitati, protetti in nome del senso di umanità e di  solidarietà. In tal modo, cedendo di fronte alle minacce dei violenti, la società evita, effettivamente, l’esplosione dei conflitti: ma si può dire che abbia assolto ai propri compiti e ai propri doveri?Una società che si arrende davanti a qualsiasi ultimatum, che ha paura della violenza dei soggetti privati e non osa adoperare la forza di cui dispone, neppure nei casi più legittimi, che razza di società sarà mai? Non la si dovrebbe neppure chiamare società: è soltantoun accampamento provvisorio, in cui vige la legge del più forte e in cui impera il ricatto del buonismo a senso unico, per la gioia della cultura politicamente corretta, che è sempre dalla parte degli ultimi e dei più deboli: salvo non esser più capace, per una curiosa forma di cecità o di strabismo ideologico, di comprende chi siano realmente, oggi, i soggetti i più deboli e poveri: che, magari, non occorre andare a cercare sui barconi o nei centri di accoglienza.
Avete mai provato a osservare lo spettacolo di una città italiana, alle otto del mattino? Vedrete gli italiani che vanno a lavorare: a piedi, in bicicletta, in autobus, in automobile; ciascuno si affretta alla propria destinazione, ciascuno si accinge ad affrontare una giornata in fabbrica, in ufficio, in azienda, in laboratorio, o in un cantiere edile, per portare a casa uno stipendio e mantenere la propria famiglia, acquistare le cose necessarie, pagare le bollette, poter mandare i figli a scuola o all’università. E mentre si vede questa folla di uomini e donne e che si affrettano verso i loro luoghi di lavoro, sapendo che un ritardo di cinque minuti nel timbro del cartellino equivale alla perdita di un’ora di stipendio o di salario, ecco che in senso inverso, belli, belli, tranquilli e pacifici, vengono avanti a due, a tre, a quattro, a cinque, i profughi di professione, i finti richiedenti asilo, con la cuffia della musica negli orecchi, ben vestiti e ben nutriti, a spese della comunità, senza assolutamente niente da fare. Vanno a spasso, a far nulla, e, forse, a spacciare droga o compiere altri reati, in attesa che venga mezzogiorno, e arrivi l’ora di pranzo. Pranzo che riceveranno a domicilio, caldo e fumante, senza aver fatto nulla per guadagnarselo o meritarselo, anzi, spesso protestando perché non è sufficientemente vario o non soddisfa le loro aspettative. Poi, fino a sera, altre sei ore di attesa, prima che arrivi la cena. E così anche all’interno dei centri di accoglienza: gente che ciabatta da una camerata a un corridoio, dal corridoio alle docce, in attesa che arrivi l’ora di mangiare, un mangiare gratuito e procurato dal lavoro altrui. Non raccolgono le foglie del cortile, non spostano una matita dal tavolo, si rifiutano di compiere anche il più piccolo lavoro - e lo dicono anche ai giornalisti che li vanno a intervistare - a meno di ricevere formale assicurazione che le loro domande di asilo verranno accolte. Allora sì, forse. Ma le cose funzionano in un ben strano modo, in Italia. Da noi, se e quando arriva la concessione del diritto di esser considerati profughi, essi devono lasciare i centri di accoglienza e arrangiarsi da soli; mentre gli altri, i nullafacenti, restano al caldo, protetti e accuditi. Una logica perfetta, vero? E così per un anno, due anni, tre anni, sempre senza far nulla, assolutamente nulla, se non osservare gli italiani che vanno a lavorare e, non di rado, entrare nelle loro case vuote per saccheggiarle, mentre i povero fessi sono a sgobbare in fabbrica, o in negozio. Respinta la prima richiesta di asilo per ragioni umanitarie, si fa la seconda, poi la terza. Tanto, non costa nulla: legioni di sindacalisti sono lì a sobillarli, presentano loro i moduli già prestampati, e li assicurano che, in ogni caso, loro in Italia ci resteranno, comunque vada a finire la farsa delle domande di accoglienza. Perché è una farsa, e lo sanno tutti: tutti sanno che almeno nove su dieci di loro non sono affatto profughi, non fuggono da alcuna guerra o calamità. E tutti sanno che, giunti sui barconi davanti alle nostre coste, non sono affatto dei naufraghi: sono persone che volontariamente son salite a bordo, e che poi, con la complicità di scafisti e organizzazioni non governative, nonché di qualche cattivo prete che s’immagina di essere un nuovo Mosè chiamato a salvare i suoi fratelli dalle onde del Mar Rosso (ne abbiamo già parlato in un apposito articolo: Non ci manca nulla: ora abbiamo anche il nuovo Mosè, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06/09/2017), non chiedono, bensì pretendono di essere accolte nel nostro Paese e di poterci rimanere, o passare in altri Paesi europei. E la stessa cosa, su un piano solo apparentemente diverso, succede nelle nostre famiglie: il papà e la mamma non osano dire una parola di rimprovero ai loro pargoletti, perché temono di infliggere loro chi sa quali orrendi traumi: così, almeno, assicurano legioni di sociologi e psicologi moderni e progressisti; e ciò paiono confermare le pagine di cronaca nera, sempre doviziose di bambini che s’impiccano o che si gettano dalla finestra perché non hanno retto allo stress di un brutto voto a scuola, o di un rimprovero da parte dei genitori. Se, poi, allo sventurato babbo scappa un ceffone, un meritatissimo, sonoro ceffone al pargoletto in vena di capricci, apriti cielo: come minimo il fellone dovrà chiedere scusai in ginocchio, e supplicarlo di non chiamare il telefono azzurro e i carabinieri.
A questo stato di follia collettiva, che implica il totale svuotamento di senso sia della famiglia, sia della scuola, si è giunti per gradi; lo stadio finale, quello odierno, vede anche la Chiesa, nella persona dei suoi ministri e nell'esercizio della sua autorità, allinearsi sulle posizioni naturaliste e russoviane, al punto che essa quasi non osa più pronunciare la parola "peccato" e che, più in generale, si limita a parlare quasi esclusivamente delle cose di quaggiù e della vita terrena, senza neanche nominare la vita vera, cioè la vita eterna, per timore di compromettere la propria popolarità e la presa, peraltro assolutamente illusoria e inconsistente, che essa esercita, o crede di esercitare ancora, sulla vita delle persone. E se anche la Chiesa cattolica rinuncia ad insegnare una morale assoluta e non relativa; se anche il papa afferma che la coscienza individuale, e non la retta dottrina, è l'istanza preposta a decidere delle scelte morali, vuol dire che siamo arrivati proprio alla frutta. Certo, i cattolici progressisti non vedono questo "nuovo corso" del magistero e della pastorale come un regresso o come una resa al mondo, ma, al contrario, come un fruttifero rinnovamento, che consentirà alla Chiesa di porsi maggiormente in sintonia con la società e con le singole persone: ma, quanto a questo, saranno i frutti a mostrare se l'albero era buono oppure no, e quel che si può vedere sin da ora è semplicemente desolante. Logico: si può fare qualsiasi cosa, se si possiede abbastanza faccia tosta, ma non si può pretendere che la mistificazione più spudorata non rechi con sé le inevitabili conseguenze. Gesù Cristo non è venuto a dire, come Aleister Crowley, Fa' ciò che vuoi, ma: Sia fatta la volontà del Padre nostro celeste; e come Lui ama voi, così anche tu ama Lui sopra ogni cosa, e ama il tuo prossimo come te stesso

Dobbiamo tornare ad avere un progetto educativo

di Francesco Lamendola
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