ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 6 aprile 2018

Una parola farlocca

I FRUTTI DELL'ALBERO


Dai suoi frutti si riconosce l’albero. Tutte le fedi e confessioni si equivalgono? Non credere né al Vangelo, né in Gesù Cristo, né in ciò che la Chiesa ha insegnato fin dall’inizio significa semplicemente non essere cristiani 
di Francesco Lamendola  

 0 140 CROCE PENDOLA

Il fedele è un credente; è uno che crede in qualcosa, ma non nel senso comunemente attribuito a quella parola, bensì in senso teologico: credere nel senso di riporre la propria certezza in una verità soprannaturale, che poi non è affatto una verità, ossia una fra altre, bensì crede nella verità: la sola, al di fuori della quale  non ce ne sono altre, né potrebbero esservi, per una evidente contraddizione di ordine logico. Certo, questo fa a pugni con il modo di pensare del mondo moderno, fondato su ciò che esso chiama pluralismo, come se fosse una virtù, mentre è assai più giusto e obiettivo chiamarlo relativismo, e non ci pare che sia una virtù, perché riteniamo che relativizzare il concetto della verità non sia una operazione né bella, né buona. Anche se il signor Bergoglio è di diversa opinione e non si stanca mai di ribadire, specie conversando con il suo grande amico Eugenio Scalfari, il classico intellettuale radical chic, ricco come un nababbo, massone, rigorosamente anticristiano e anticattolico, che la Chiesa, dice lui, ha il dovere di aprirsi al mondo moderno. Aprirsi? Ecco una parola farlocca, una parola truffa, ma spacciata per moneta buona e addirittura beatificata dall’alto della cattedra di san Pietro. 

Se aprirsi vuol dire accogliere la mentalità moderna, la visione moderna del reale, le concezioni moderne circa l’etica, la politica, la società, la cultura, la scienza, l’arte, la filosofia, la religione, ebbene, allora diciamo senz’altro che il signor Bergoglio sta sostenendo un concetto che non è cattolico, che non è coerente con il Vangelo, che non si armonizza con l’insegnamento del nostro Signore Gesù Cristo (perché il nostro Signore, giova ricordarlo a chi se ne stesse dimenticando, è Gesù Cristo e non il signor Bergoglio). Credere al Vangelo, credere in Gesù Cristo, credere a tutto ciò che la Chiesa ha sempre insegnato, non inventandolo da se stessa, ma nel suo Nome, sulla duplice base della Tradizione e della Scrittura: questo, e non altro, significa essere cattolico. Credere a ciò che la Chiesa ha insegnato fino al 1054, e poi no, significa essere ortodosso. Credere a ciò che la Chiesa ha insegnato fino al 1517, e poi no, significa essere protestante. Non credere né al Vangelo, né in Gesù Cristo, né in ciò che la Chiesa ha insegnato fin dall’inizio, significa non essere cristiani. Tutto questo dovrebbe essere di una evidenza addirittura tautologica. Eppure, strano a dirsi, c’è bisogno di ripeterlo: perché proprio chi dovrebbe custodire questa lapalissiana verità, non lo fa, anzi, è impegnato nell’operazione contraria: insinuare l’idea che tutte le fedi e le confessioni si equivalgono, che tutte le strade portano a Dio, e che non c’è una differenza sostanziale fra esse, anche perché, parole testuali del signor Bergoglio, Dio non è cattolico.
Ma il signor Bergoglio è cattolico? E un po’ difficile che lo sia, e per sua stessa ammissione. Per lui, la dottrina  - cattolica, evidentemente – è una cosa buona se unisce, cattiva se divide: ha espresso più volte, e in maniera molto esplicita, questo concetto. Ora, il cattolicesimo ha una sua dottrina, e non potrebbe non averla. Il cattolicesimo non è una corrente d’opinione: è una dottrina. I cattolici, di fronte a una questione morale, non interrogano innanzitutto la propria coscienza, come pure ha asserito il signor Bergoglio: interrogano la dottrina. La dottrina non è una cosa arcigna e sgradevole, inventata da qualche prete inacidito e da qualche teologo vendicativo: è il Vangelo di Gesù Cristo, esposto e tramandato dal Magistero della Chiesa. Della Chiesa cattolica: non della chiesa luterana, o presbiteriana, o anglicana: il che dovrebbe chiarire, una volta per tutte, cosa è il vero e cosa il falso ecumenismo. È vero l’ecumenismo che mira a riportare ad unità i cristiani, sotto le ali della Chiesa cattolica e secondo il suo Magistero, che poi è il Magistero perenne, fino a quando gli scismatici non vennero ad attaccarlo e a pretendere di modificarlo. È falso e deleterio un ecumenismo nel quale i cristiani ritrovano l’unità accordandosi su una dottrina di compromesso, mezza vera e mezza no, mezza autentica e mezza eretica. E andiamo oltre. Se preservare l’unità fosse lo scopo della dottrina, tanto varrebbe dire che il cattolicesimo non deve avere alcuna dottrina, e, se per caso ce l’ha, che se ne deve spogliare come di un’inutile zavorra, perché è evidente che, volendo conservare l’unità ad ogni costo, si finisce per prendere  a  bordo tutti, cani e porci. Per essere più precisi: i non cristiani all’esterno (ed ecco gli islamici alla santa Messa, ecco il bacio del signor Bergoglio al Corano: libro nel quale si nega la divinità di Cristo e si qualifica di infedele chi la professa) e i non cattolici all’intero (ed ecco gli eretici che, imbaldanziti, escono dalle loro tane e danno l’assalto al vertice stesso della Chiesa: il che sta accadendo ora, sotto i nostri occhi, con la rivincita e il trionfo dell’eresia modernista, peraltro lungamente preparata e accarezzata dai vari Buonaiuti, Teilhard, Rahner, Kasper, Bianchi, eccetera). Quanto ai cosiddetti “fratelli maggiori”, come Giovanni Paolo II chiamava gli ebrei, l’assicurazione, resa sempre dal signor Bergoglio - ma implicita nella svolta della Nostra aetate, cioè fin dal 28 ottobre 1965 – che essi hanno già il privilegio della salvezza, perché l’Antica Alleanza è sempre valida e il rifiuto di Gesù Cristo da parte loro non l‘ha incrinata - è semplicemente eretica. Essa equivale a dire che farsi circoncidere o farsi battezzare è la stessa cosa, e che essere giudei o cristiani si equivale. In tal caso, resta da capire cosa sia venuta a fare Gesù Cristo sulla terra: perché mai si sia preso il disturbo di incarnarsi, Lui, la Seconda Persona della Santissima Trinità; perché abbia affrontato le tentazioni del demonio, insegnato, predicato, fatto miracoli, eseguito esorcismi e guarigioni; perché sia andato incontro alla Passione e alla Morte, e perché poi sia risorto dal sepolcro il terzo giorno. A quanto pare, avrebbe potuto benissimo risparmiarsi la fatica. I Giudei erano già salvi, in ogni caso; ed essendo loro il popolo eletto, ciò che Iddio aveva operato nei confronti dell’umanità, nella sua infinita Provvidenza, era già più che sufficiente. Non c’era bisogno di null’altro. Dunque, non c’era nemmeno bisogno del Vangelo e del cattolicesimo.
Ed eccoci tornati alla piena conferma del fatto che il signor Bergoglio non è cattolico, né vuole esserlo. Anzi, gli dà fastidio essere considerato tale, così come gli danno fastidio i veri cattolici – basti pensare, fra le altre cose, alla drammatica vicenda dei Francescani e della Francescane dell’Immacolata, da lui perseguitati con l’accanimento di un nemico – e gli dà pure fastidio che qualcuno pensi che Dio è cattolico. Quando proprio deve benedire – ma ciò che predilige più di tutto è seminare dubbi, confusione, turbamento nelle anime dei credenti – gli piace benedire nel nome di Dio, Padre di tutte le fedi e di tutte le confessioni: sue parole testuali; parole che avrebbero fatto sobbalzare sulla cattedra Pio XII o qualsiasi altro papa di qualsiasi epoca anteriore al Concilio, cioè di uno qualsiasi dei 260 papi che si sono succeduti al timone della Chiesa cattolica nell’arco di millenovecento anni circa. Queste logiche conclusioni ci dicono due cose: primo, che se il signor Bergoglio non è cattolico, né vuole esserlo, allora non è nemmeno papa e non lo si deve considerare tale; secondo, che il Concilio ha operato una frattura decisiva nella storia del Magistero, il che pone l’alternativa secca: o era falsa ed eretica la Chiesa di prima del Concilio, da san Pietro a Pio XII, oppure è falsa ed eretica la chiesa odierna. Ma delle due, ci sembra evidente che è vera la prima delle due possibilità: innanzitutto perché la Chiesa fondata da Gesù Cristo, e da Lui personalmente e direttamente affidata a san Pietro, è la Chiesa delle origini, la Chiesa così come Gesù stesso ha voluto che fosse, e che poi, nel corso del tempo, si è adornata dei Santi, dei Martiri, dei teologi e dei mistici più grandi che la storia del cristianesimo abbia avuto; mentre la chiesa del post Concilio, nel momento in cui ha preteso di riformulare tutta una serie di verità assodate e costantemente insegnate dal Magistero, si è messa, da se stessa, in discontinuità con la Tradizione. Inoltre non ha dato dei frutti neanche lontanamente paragonabili a quelli delle fasi precedenti, anche limitando lo sguardo agli ultimi decenni precedenti l’evento del Concilio. In luogo di un san Giovanni Bosco, un don Lorenzo Milani; in luogo di un san Pio da Pietrelcina, un Enzo Bianchi; in luogo di un san Pio X, un Bergoglio. In luogo dei martiri del Messico, della Spagna, della Russia, i preti gay, le suore che cantano e ballano, i sacerdoti che si fanno crocifiggere per fare spettacolo, o che dicono la santa Messa con i burattini. In luogo di un ragazzo come José Sánchez del Rio, che si fa martirizzare per non rinnegare Gesù Cristo, e disegna in terra una croce col suo stesso sangue, prima di morire, abbiamo i seminari vuoti; invece di santa Maria Goretti, una bambina di undici anni che muore dopo aver perdonato il disgraziato che, non riuscendo ad abusare di lei, l’aveva pugnalata a morte, abbiamo la signora Francesca Immacolata Cahouqui. Gesù diceva: riconoscerete l’albero dai frutti: ebbene, sono questi i frutti del Concilio, se si ha il coraggio di guardarli in faccia.
Ma se il papa non è cattolico, e se non è nemmeno il papa; e se quella che oggi si spaccia per la vera chiesa non è la vera chiesa, ma una sua goffa e deforme contraffazione: allora chi o che cosa si cela dietro una mistificazione, anzi, per chiamare le cose con il loro nome, dietro un tradimento così enorme, così abominevole, dal momento che mette in gioco la salvezza di milioni e milioni anime e rischia di compromettere – per quanto le formiche umane siano in grado di fare una cosa del genere – i disegni ineffabili della divina Provvidenza riguardo all’umanità? 

Dai suoi frutti si riconosce l’albero

di Francesco Lamendola
continua su: