ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 4 maggio 2018

Il segreto di Gesù

LA FORZA DELLA PREGHIERA


«Venuta la sera Lui era ancora solo lassù». La preghiera notturna una speciale necessità dell’anima. La sola maniera per essere protetti contro il male è quella di ricordarsi della propria condizione creaturale e pregare sempre 
di Francesco Lamendola  

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L’episodio evangelico, piuttosto noto, di Gesù che cammina sulle acque, è preceduto da una notazione che ci conferma quanto la preghiera in solitudine, anche di notte, in cima a luoghi elevati, fosse per Gesù una vera e propria consuetudine, una parte essenziale della sua spiritualità e del suo ascetismo. Ci piace rileggerlo e meditarlo, anche per meglio comprendere il miracolo della sua apparizione sulla superficie del lago di Tiberiade, con le acque agitate e quasi in tempesta, e con il commovente tentativo di san Pietro di imitarlo, andandogli incontro, che per poco tuttavia non si conclude in tragedia (Matteo, 14, 22-33):
Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!»

Pressato dalle richieste della folla, di tutta quella umanità dolente che cerca sollievo ai propri mali fisici e morali, che gli domanda guarigioni e liberazioni dal maligno, Gesù non si nega, non si sottrae, non si risparmia; nondimeno, da molti particolari traspare la sua difficoltà, il suo disagio a dover stare in mezzo a tutta quella gente che lo cerca solo perché vuole dei segni, solo perché ha sentito dire che egli guarisce i malati ed esorcizza gli indemoniati, ma non per autentica fede nel Vangelo da Lui annunziato; non perché riconosce la verità delle sue parole o perché percepisce in Lui la presenza del Messia tanto atteso. Si ha l’impressione che la folla lo stanchi, con il suo incessante chiedere senza capire quel che Egli vuole anzitutto: una conversione dell’anima, di tutta l’anima, una rinuncia all’uomo vecchio, pieno di egoismo e di passioni disordinate, e la nascita dell’uomo nuovo, umile, paziente, mite, benevolo, e che si lascia guidare dall’alto perché si affida interamente a Dio, senza riserve, né mezze misure. E quando, dopo una intera giornata trascorsa in mezzo alla folla, a guarire malati, a esorcizzare posseduti, a predicare il Regno di Dio, ed è stanco, quasi esausto, non solo e non tanto fisicamente, ma interiormente, Egli sente un prepotente, un immenso bisogno di raccoglimento, e perciò di solitudine; avverte il santo bisogno di stare da solo, non per isolarsi dagli uomini, ma per ritrovare Se stesso e soprattutto per rimettersi in intima unione con il Padre celeste, col quale, in verità, è sempre rimasto strettamente unito, ma che, tuttavia, pressato da tante richiese umane, qualche volta inevitabilmente è rimasto un po’ sullo sfondo, presenza indefettibile e santificante, ma non così in primo piano come Egli avrebbe voluto. È come se nella giornata di Gesù Cristo, vero Dio ma anche vero uomo, il tempo si dilatasse, perché come uomo Egli è attratto dai suoi impegni e dalla sua missione di conversione degli uomini, ma come Dio sente il bisogno di stare sempre unito al Padre, ogni singolo istante, senza staccarsene mai, per poter fare totalmente, irrevocabilmente, sempre e solo la sua volontà, mai la propria. In Gesù è vivissima la coscienza di quanto sia facile scivolare nel peccato della superbia, e come da questo peccato non siano immuni, anzi, siano forse particolarmente tentate, proprio le persone di più intensa e di più ardente spiritualità, se trascurano, anche per poco, di fare riferimento sempre a Dio, di rivolgere a Lui ogni loro pensiero, ogni loro richiesta, e se pensano anche solo per un istante di avere dei meriti indipendentemente da Lui, di potersi vantare di qualcosa che non provenga da Lui. Perché è in quell’istante che il diavolo vede, e sa cogliere fulmineamente la breccia, per insinuarsi nella loro anima, per introdurvi il pungiglione velenoso della vanità e dell’orgoglio; e così, senza quasi che se ne rendano conto, riesce a separare quelle anime da Dio.
Nel suo libro più famoso, Memorie di un esorcista, padre Gabriele Amorth mette in guardia contro il pericolo di quella particolare tentazione, la tentazione della superbia, che non risparmia nemmeno i sacerdoti, né gli esorcisti. La superbia, magari parzialmente inconsapevole, può determinare, a sua volta, l’imprudenza; e l’imprudenza mette sempre l’uomo in una condizione di debolezza, di fragilità, di vulnerabilità, di fronte al male; mentre la sola maniera per essere protetti contro il male è quella di ricordarsi della propria condizione di creature, della propria piccolezza, della propria imperfezione, e quindi di pregare, pregare sempre, senza stancarsi mai (cfr. Luca, 18, 1). Come faceva appunto Gesù, il solo modello assolutamente infallibile per il cristiano. Non di rado il diavolo, nel corso di un esorcismo, svergogna il sacerdote rinfacciandogli qualche sua debolezza, qualche peccato ignorato da tutti gli altri: ciò conferma che vi è un solo modo per strappare le armi dalle sue mani, quello di non offrire alcuna presa alle sue tentazioni, mediante una continua ricerca della propria santificazione. Certo, è lapalissiano, ma conviene ripeterlo: se si vuole restare uniti a Dio, bisogna staccarsi dai vizi e confidare in Lui solo; ogni altra fiducia di tipo umano, nella propria intelligenza, nella propria forza di volontà, nel proprio vigore fisico, poggia letteralmente sul vuoto, perché noi, in quanto creature umane, siamo nulla, quando arriva il momento della prova. Come dice san Paolo in quel famoso passo della Lettera agli Efesini (6, 12), per combattere la battaglia contro le forze del male occorre indossare la corazza della fede, perché solo per mezzo di essa si può affrontare e superare la prova della tentazione.
Gesù, dunque, anche quella sera, si era ritirato sul monte a pregare; era già buio, era calata la notte, ma Lui era lassù, da solo, in fervido colloquio col Padre suo. Come uomo, Gesù era l'uomo assolutamente perfetto: la fame, la sete, la stanchezza, il sonno, non potevano avere la meglio su di Lui, perché era sempre unito a Dio: privo della cicatrice del Peccato originale, quindi privo della concupiscenza, la sua volontà, la sua mente e il suo cuore erano tutt'uno con il Padre suo. Da ciò questo bisogno di pregare, di isolarsi, di ritagliare del tempo da dedicare esclusivamente a Dio: per quanto indaffarato, per quanto assorbito dai problemi e dalle sofferenze degli uomini, mai si dimenticò di non essere venuto per risolverli, come se fosse stato una specie di eroe vendicatore,  o una sorta di giustiziere; mai pensò di presentarsi agli uomini come un Messia di quaggiù, come l'annunciatore di un Regno che appartiene al mondo. Questo errore, gravissimo, e tale da condurre a un completo fraintendimento e rovesciamento del Vangelo, è oggi, purtroppo, particolarmente frequente da parte del clero: mai, però, nelle parole e nei gesti di Gesù, troviamo il minimo indizio che Egli si sia lasciato afferrare e assorbire dalle cose di quaggiù, fino a sbilanciare il suo messaggio in un senso terreno e immanentista. Del resto lo dice esplicitamente, nell’episodio di Marta e Maria: la parte migliore che l’uomo può scegliere non è quella del fare, ma dell’ascolto della parola di Dio. È dall’ascolto che viene la fede, ed è la fede che guida e sorregge l’agire: perché l’uomo, da solo, agisce male, perfino nei casi – e non sono frequenti - nei quali riesce a vedere giusto. Pur senza essere un rassegnato e un fatalista, il cristiano sa di non essere chiamato a rifare il mondo, ma a rifare se stesso; e sa che solo partendo da lì, anche il mondo comincerà ad essere un luogo migliore. Ma è pur sempre un luogo provvisorio, e il cristiano sa che non ci si deve affezionare alla casa più della vita che essa custodisce: non scambia il guscio per la sostanza. La smania del fare nasce da una mentalità mondana e cela il mal seme della superbia: la pretesa, cioè, di voler migliorare l’opera di Dio. Se nel mondo c’è il male, non è per “colpa” di Dio, che lo ha creato perfetto, ma per colpa dell’uomo, che non ha saputo fare buon uso della condizione privilegiata a lui riservata fra tutte le creature. Pertanto, egli sa che il suo vero compito non è cambiare il mondo e perfezionare l’opera di Dio, ma cambiare il proprio cuore, da cui provengono sia il male che il bene.
Gesù chiede anzitutto la fede; a chi mostra di averla, o almeno di desiderarla, concede il suo aiuto, ad esempio la guarigione; alla sorella di Lazzaro, assicura perfino la risurrezione del fratello, morto da quattro giorni (Giovanni, 11, 25-26): Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?».Ed è per mancanza di fede che Pietro, quella notte sul lago, comincia ad affondare, ed è preso dal terrore; e ciò che Gesù vuol fargli capire è appunto questo: che è necessario aver fede, e che nulla è impossibile a Dio, se si ha fede in Lui. Quanto ai miracoli, Gesù non avrebbe potuto farli, o non tutti, semplicemente in quanto uomo; in quanto uomo, e sia pure assolutamente santo, anche Lui era soggetto a dei limiti; infatti, dopo quaranta giorni di digiuno nel deserto, anch’egli, finalmente, aveva provato i morsi della fame. E quando venne flagellato, coronato di spine, crocifisso e trafitto con la lancia, morì, proprio come muoiono tutti gli esseri umani. Ciò significa che era umano, che aveva dei limiti, ma appunto quanto alla sua natura umana. In Lui, però, vi erano due nature: vi era anche la natura divina. E con la sua natura divina, nulla poteva resistergli: infatti nemmeno la morte ebbe potere su di Lui, ed Egli ne spezzò i lacci e uscì dal sepolcro, vittorioso. La Resurrezione di Cristo è il trionfo della sua divinità, ed è la glorificazione del suo Corpo mortale, divenuto definitivamente immortale: un Corpo trasfigurato, simile a quello che avranno anche le anime dei giusti, dopo la morte e il giudizio finale.

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La sola maniera per essere protetti contro il male è quella di ricordarsi della propria condizione di creature, della propria piccolezza, della propria imperfezione, e quindi di pregare, pregare sempre, senza stancarsi mai (cfr. Luca, 18, 1).


«Venuta la sera, Lui era ancora solo, lassù»

di Francesco Lamendola
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Via dall’Omelia – 3 – Fastidio

Contrariamente a quanto possiate pensare, noi demoni non siamo per niente contenti quando un’omelia allontana le persone. Un sacerdote che accontenta sempre il suo uditorio, non lo mette mai in difficoltà, dice cose che piacciono a tutti, invece ecco, quello è il tipo che fa per noi.
Coloro ai quali viene detto che non hanno bisogno di cambiare rimarranno le orribili persone che sono. Se è detto che l’errore è accolto, continueranno a sbagliare e anzi diverranno sempre più miserabili. Il che ci sta benissimo. Quando una disposizione fastidiosa per il peccatore viene rimossa, noi malvagi ci sentiamo compresi e vincenti.
Che peccato che il Figlio del Nemico-che-sta-Lassù non abbia adottato questo criterio! Non avrebbe avuto bisogno bisogno della croce, non ce ne sarebbe stato motivo. Avrebbe avuto tutto il potere e la gloria; il nostro potere, la nostra gloria. Invece con lui, troppo scostante, sono rimasti solo i quattro gatti che sapete.
Noi, invece, accogliamo tutti. A parte loro.
(Da “I consigli di Zio Berlicche”, Malabolgia editore)
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