ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 9 maggio 2018

Lascia pur grattar dov’è la rogna

CONOSCENZA E RICONOSCENZA


La conoscenza senza riconoscenza: ecco "il peccato". Quando una società si allontana dalla Verità, che è Dio, cade fatalmente in preda ai "disordini", che sono l’effetto logico di una società, che ha voltato le spalle a Dio 
di Francesco Lamendola   

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Nel primo capitolo della Lettera ai Romanisan Paolo esprime con chiarezza le ragioni per cui i pagani sono inescusabili nella loro incredulità (poi spiegherà perché lo sono, a maggior ragione, anche i giudei); vale la pena di rileggerlo attentamente, visto che presenta delle impressionanti analogie con la situazione degli uomini d’oggi e, in generale, descrive la situazione dell’uomo che si rifiuta di riconoscere il suo Creatore e di rendergli lode, pur avendo gli strumenti intellettuali per rendersi conto sia della sua esistenza che della sua bontà, sapienza e perfezione, così come si riflettono nelle sue opere visibili (Rm. 1, 18-25):
In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.


Il peccato, dunque, è essenzialmente questo: conoscere la presenza di Dio, l’opera di Dio; conoscere che senza di Lui non saremmo niente, non esisteremmo neppure, e tuttavia non rendergli il dovuto omaggio, non lodarlo, non ringraziarlo, non trarre insomma le necessarie e doverose conseguenze dal riconoscimento del rapporto naturale e soprannaturale che lega le creature, dotate d’intelligenza e volontà, al loro Creatore. In un certo senso, il comportamento dell’uomo irreligioso è simile a quello di chi soggiorna in un albergo, mangia, beve, dorme, si gode le comodità e le bellezze del luogo, poi parte senza saldare il conto, senza ringraziare e senza rivolgere nemmeno un cenno di saluto verso coloro i quali gli hanno offerto tutte quelle cose. La sua non è solo disconoscenza, è un vero e proprio furto: è usare le cose buone, che Dio ha messo a disposizione dell’uomo, come se fossero di proprietà di quest’ultimo.
A questo proposito, una pagina interessante è stata scritta da monsignor Franco Cecchin nel suo libro Incontrare Cristo oggi. Commento esistenziale alla Lettera ai Romani (Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 1991, pp. 38-40):
… Secondo Paolo il peccato dei pagani è empietà (=non pietà, non religiosità). Se la “pietà”  nell’ambito religioso è la riverenza-devozione nei confronti di Dio, l’empietà è il rifiuto di un rapporto autentico nei confronti di Dio. E deriva dal “soffocamento della verità nell’ingiustizia”. La verità è conoscere l’unico Dio. Ai pagani è data la possibilità di conoscerlo attraverso il creato:  “Le sue perfezioni visibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute (1, 20). L’opera rivela il suo artefice.  A partire dal mondo si può risalire alle sue cause.  La natura è il libro aperto che parla di Dio.
Secondo Paolo i pagani, pur conoscendo il creatore, non l’hanno riconosciuto. La conoscenza non è diventata riconoscimento. Cioè non gli hanno attribuito “gloria” e “rendimento di grazie”. Il peccato  non consiste propriamente nel non conoscere Dio, ma più precisamente nel non accoglierlo come il Signore della propria vita. Da qui la stoltezza che porta al rifiuto pratico dell’unico Dio. Il risultato è l’idolatria nelle sue varie espressioniL'idolatria è l'adorazione attribuita a oggetti o immagini cui si attribuiscono caratteri e poteri divini. E adorare significa pregare, onorare una certa realtà con culto religioso, con illimitata dedizione e obbedienza. Idolatra è quindi colui che riconosce come il Signore della propria vita non il Creatore, ma una cosa creata. La frase biblica "Dio li ha abbandonati" sottolinea, a tre riprese, come l'errore religioso colpevole trascini a peggiori disordini morali: adorazione della creatura al posto del creatore, abusi sessuali, ogni sorta di ingiustizia.
L'assolutizzazione delle cose porta allo stordimento, alla dissipazione e alla tacitazione della coscienza. E ciò che è più drammatico è l'accanimento nel male. Non solo si continuano a fare simili cose, ma anche si approva chi le fa. C'è un processo di razionalizzazione del male che si compie, a tal punto che lo si giustifica.  Il peccato porta già in se stesso le sue conseguenze e la sua condanna (cf Ez 23, 28-29; Is 64,6;  Sap 11, 15-16; 12, 23-27). Abbiamo un concetto di peccato molto formale e superficiale. Effettivamente il peccato non è semplicemente trasgredire la legge e disobbedire è soprattutto sbagliare bersaglio e fallire nella propria vita. E questo perché non si riconosce la signoria di Dio.
Al termine della presentazione di Paolo sulla situazione di peccato dei pagani dobbiamo precisare che:
- il suo è un discorso teologico e non fenomenologico (fa una riflessione di fede e non analizza le singole manifestazioni);
- esiste un unico Dio che si rivela a tutti nel creato (è affermata la possibilità umana di arrivare a Dio con la lettura intelligente della natura);
- la religione pagana obiettivamente rinnega Dio per adorare realtà create (il giudizio paolino sulla religiosità politeistica è negativo perché essa è idolatrica);
- la valutazione sul paganesimo è relativa al suo complesso e non riguarda necessariamente i singoli (qui non si parla della responsabilità dei singoli soggetti, ma dell'oggettività di una certa espressione  religiosa).
Certamente, e purtroppo, il quadro tracciato da Paolo sull'uomo che rifiuta il Creatore è preciso e drammatico nello stesso tempo: si tratta di una radicale alienazione, è l'essere dell'uomo che si perde come creatura chiamata a riconoscere il Creatore, come persona posta a dominare il mondo e a servirsene custodendolo, come polarità sessuale che si completa nell'incontro maschio-femmina come soggetto sociale operante all'insegna di una fattiva solidarietà e come coscienza che lucidamente discerne il bene dal male [...]. L'uomo, cioè, si vende, si sdoppia, è fuori di mente, è fuori di sé. Il peccato di idolatria sovverte l'equilibrio vitale dell'essere umano. Sbilancia il rapporto con Dio, con noi stessi, con gli altri e con la natura, è un vero disastro ecologico in tutti i versanti. Al riguardo non si tratta di avere toni apocalittici o di incutere paura, occorre soltanto aiutare noi e gli altri a prendere coscienza che l'umanità si sta distruggendo con le proprie mani non perché Dio l'ha abbandonata, ma perché essa ha abbandonato lui. Lo stile della nostra vita, le nostre scelte, purtroppo, non sono nella logica della Signoria di Dio, ma subiscono l'influsso schiavizzante delle cose (materialismo, edonismo, consumismo...): per questo la nostra vita si sta autodistruggendo.

0 VITELLO DORO
Il peccato di idolatria sovverte l'equilibrio vitale dell'essere umano: e questo significa che quando una società si allontana dalla Verità, che è Dio, cade fatalmente in preda ai disordini.

Non tutto ci trova d’accordo in questa esegesi, specialmente là dove si coglie lo sforzo di attenuare i toni adoperati da san Paolo, quasi che il cristiano, nell’annunciare la Parola di Dio, dovesse innanzitutto preoccuparsi di non spaventare, di non disgustare, di non allontanare alcuno; invece, come direbbe Dante, lascia pur grattar dov’è la rogna: perché, sempre secondo il sommo Poeta, le parole rudi e franche suscitano, al principio, un sapore di forte agrume, ma poi si rivelano benefiche, perché aprono la strada a un doveroso ripensamento morale. 

La conoscenza senza riconoscenza: ecco il peccato

di Francesco Lamendola
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E' VERO CHE DIO E' MORTO ?

Ma è proprio vero che Dio è morto?Quando una semplice chiacchiera viene promossa al rango di verità filosofica. Genialità di Nietzsche ma l’uomo senza Dio torna ad essere un nulla come dice Dostoevskij meno ancora di un insetto 
di Francesco Lamendola  

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La società moderna e contemporanea si caratterizza, per sua stessa ammissione, come la società della morte di Dio. Questo, almeno, è quanto si dice e si ripete, e lo si ripete perché lo si sente dire, e lo si sente dire perché alcuni, che possiedono molto potere e molta visibilità, in quanto controllano l’informazione e la cultura, lo dicono e lo ripetono fino all'ossessione. Così, alla fine, tutti lo dicono ma nessuno saprebbe indicare con certezza da dove sia partita la voce; tutti danno per scontato che la cosa sia pacifica e incontri il consenso generale, ma nessuno saprebbe mostrare e spiegare perché Dio sia morte, quando e come. In questo modo una semplice chiacchiera viene promossa al rango di verità filosofica, e persino di dogma religioso, beninteso in quella particolare religione che è la religione della scienza; come un'araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Il fatto è che questa presunta verità poggia su un passaggio indimostrato e indimostrabile: lo spostamento - hegeliano - dall'essere al pensiero, e quello - kantiano - dalla cosa in sé al fenomeno. Così, una volta si diceva Dio è, oggi si usa la stessa espressione, ma s'intende, invece: gli uomini credono che Dio è (o che non è). Non conta più ciò che è, ma ciò che si pensa che sia. Quindi l'espressione Dio è morto è un'espressione-truffa: in realtà, con essa non s'intende dire che Dio è morto, ma che la gente non crede più alla sua esistenza. In particolare, dopo Auschwitz si è sostenuto che Dio non c'è più, non può esserci, perché, se ci fosse, non avrebbe permesso che Auschwitz accadesse. Anche questo è uno pseudo ragionamento: senza addentrarci nella dimensione propriamente filosofica, e limitandoci a restare in superficie, cioè a considerare l'aspetto logico di quell'enunciato, osserviamo che un evento storico non può mai smentire, di per sé, una realtà metafisica. Gli eventi storici non dimostrano proprio nulla al di là della storia (ed è già assai dubbio che possano dimostrare qualcosa anche al di qua di essa). Se Dio, realtà infinita, dovesse dipendere dal verificarsi, o dal non verificarsi, di questa o quella circostanza finita, allora non sarebbe più Dio: sarebbe un'altra cosa; sarebbe, appunto, solo e unicamente la nostra credenza di Dio.
Ad ogni modo, dopo aver precisato ciò, prendiamo pure per buona, sotto il profilo teorico e per puro amore d'ipotesi, l'affermazione: Dio è morto. Oggi la si dà quasi per scontata: nessuno si prende più la briga di dimostrarla, perché nessuno si dà la pena di smentirla. Ma è proprio vero che Dio è morto, ossia che è morto nella coscienza delle persone? I sacerdoti che assistono i moribondi, che li confessano e che impartiscono loro l'estrema unzione, sanno bene che non è così, ma che è vero il contrario. Perfino una gran parte degli atei più irriducibili, giunti davanti al grande passo, dubitano delle loro certezze, e sembrano voler tornare a ciò che sapevano un tempo, a ciò che tutti sanno e credono fin da bambini: che Dio esiste; che la nostra vita esiste grazie a Lui; che a Lui si deve tornare e a Lui si deve rendere conto dell'uso che di essa avremo fatto. Questo è quanto sanno e credono quasi tutti, specie quando sono lontani dalla nefasta influenza di una piccola minoranza d’intellettuali nichilisti e irreligiosi, e, non sentendosi osservati, né giudicati, lasciano trasparire il loro autentico sentire, che corrisponde, in sostanza, a ciò che è stato insegnato loro nell’infanzia, e che avevano poi messo in un cassetto, o in un armadio, senza dedicarvi alcuna attenzione. Di fronte alle prove più severe della vita, però, e lontano dai libri e dalle chiacchiere pseudo filosofiche, la fede in Dio torna a farsi avanti, istintivamente: perfino il terribile Voltaire, come ricorda il teologo Antonio Livi, sentendosi presso a morire, volle il prete accanto a sé, tanto poco si fidava delle sue “certezze” irreligiose e anticattoliche. Si dirà che simili contraddizioni dipendono dalla paura dell’ignoto e non riflettono un sentimento sincero; eppure a noi sembra che in poche altre circostanze della vita si è inclini alla sincerità, e dunque a lasciar trasparire i propri veri pensieri e sentimenti, come quando si è di fronte al mistero della morte.
Scrive, dunque, Nietzsche nel § 125, intitolato L'uomo folle, del libro terzo del La gaia scienza (traduzione di Francesca Ricci, Roma, Newton Compton, 1996, pp. 134-135):
Non avete sentito parlare di quell'uomo folle che, nel chiarore del mattino, accendeva una lampada, andava al mercato, gridava incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!". Poiché molti di coloro che si trovavano là non credevano in Dio, suscitò una gran risata. "Si è forse perduto?", disse uno. Ha smarrito la strada, come un bimbo?", disse un altro. "O forse si è nascosto? ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?". E così gridavamo e ridevano insieme. Il folle balzò in mezzo a loro e li trafisse con lo sguardo. "Dov'è andato Dio?", gridò. "Ve lo dico io: L'ABBIAMO UCCISO NOI, - voi e io. Noi tutti siamo i suoi assassini. Ma come abbiamo fatto? Come siamo riusciti a bere tutto il mare, fino all'ultima goccia? Chi ci ha dato la spugna per cancellare tutto l'orizzonte?  Che cosa abbiamo fatto, quando abbiamo svincolato questa terra dal suo sole? ma in che direzione si muove, adesso? In che direzione ci muoviamo noi?  Lontano da ogni sole? Non precipitiamo sempre più?  E all'indietro, di lato, in avanti, da ogni parte? Esistono ancora un sotto e un sopra? Non vaghiamo attraverso un nulla infinito? Non avvertiamo l'alito dello spazio vuoto? Non fa più freddo? Non scende di continuo la notte, sempre più notte? Non occorre accendere la lampada anche al mattino? Non sentiamo il frastuono dei becchini che stanno seppellendo Dio? Non sentiamo ancora l'odore della putrefazione divina  anche gli dei si putrefanno?  Non è troppo grande per noi, la grandezza di questa azione?  Non dobbiamo divenire dei noi stessi, per essere degni di lei? Non c'è mai stata azione più grande - e chi nasce dopo di noi appartiene, in virtù di questa azione, a un storia più elevata di quanto non sia stata la storia fino ad oggi!". A questo punto il folle tacque e riprese ad osservare i suoi ascoltatori; anch'essi tacevano, guardandolo estraniati. Infine egli gettò per terra la sua lampada, che andò in mille pezzi e si spense. "Sono venuto troppo presto", disse, "non è ancora l'ora. Questo evento enorme è ancora per strada, in cammino - non è ancora giunto alle orecchie degli uomini. Lampo e tuono hanno bisogno di tempo, la luce degli astri ha bisogno di tempo, le azioni degli uomini hanno bisogno di tempo,  anche dopo essere state compiute, per essere viste e udite. Questa azione è ancora più lontana degli astri più lontani, - EPPURE SONO STATI LORO A COMPIERLA!". Si dice anche che il folle, quello stesso giorno, sia penetrato in diverse chiese e vi abbia intonato il suo "Requiem aeternam deo". A chi lo conduceva fuori e cercava di farlo parlare, rispondeva sempre: "Che cosa sono ormai queste chiese, se non le tombe e i monumenti funebri di Dio”.
Invero, a distanza di quasi un secolo e mezzo - La gaia scienza fu pubblicata nel 1882 - appare ancor più la grandezza isolata di Nietzsche ed è ancor valida l'osservazione dell'uomo folle: Sono venuto troppo presto! Infatti, è evidente che, fra tutti gli uomini presenti al mercato, l'uomo folle, che viene identificato, semplicemente, come l'annunciatore della morte di Dio, era il solo uomo autenticamente religioso: il solo che avesse capito la portata abissale della sua morte, il solo che si rendesse conto di quale compito immenso l'umanità si era caricata sulle spalle: quella di trasformare gli uomini in dei, per essere all'altezza dell'azione compiuta e per colmare il vuoto spaventoso che essa ha creato. Non siamo progrediti di un passo: gli uomini d'oggi non sembrano avere elaborato la morte di Dio, né averne tratto le necessarie conseguenze. Diciamo questo restando nella prospettiva di Nietzsche, che è una prospettiva radicalmente naturalista e immanentista; e ponendoci dal suo punto di vista, che è un punto di vista lucido e onesto, ma che noi non condividiamo, anzi, che respingiamo fermamente. Nietzsche, però, come tutti gli uomini geniali - i quali, nella storia, si contano sulle dita delle mani - aveva visto più in là dei suoi contemporanei, molto più in là dei vari Feuerbach, Marx, Darwin, Comte, Taine e di tutti i positivisti e gli scientisti i quali pensavano non vi fosse alcun problema nel sostituire Dio con la scienza, il progresso, la tecnica, eccetera; e aveva  compreso il rischio terribile cui si espone una società che rinuncia a Dio, ma non ha niente con cui sostituirlo e che, quindi, procede poggiando i piedi sul vuoto. 
Ma è proprio vero che Dio è morto?

diFrancesco Lamendola
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