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martedì 1 maggio 2018

Per i cristiani è il tempo della responsabilità?

IL CARDINALE
Incredibile Nichols: attacca chi ha difeso Alfie

Sconcertanti dichiarazioni del cardinale Nichols sul caso Alfie: sostiene a spada tratta medici e giudici con la loro teoria del "miglior interesse" e attacca quanti hanno lottato per la vita del piccolo Alfie.



Il cardinale di Westminster, Vincent Nichols, dice di credere che tutto il possibile è stato fatto per aiutare Alfie Evans; e ha criticato – senza specificare a chi si riferisse – coloro che hanno “cercato vantaggi politici” dalla tragedia, “senza conoscere i fatti”. Il porporato si trovava in Polonia, come inviato papale, e ha parlato all’agenzia KAI.

Il cardinale, con una visione tutta personale del catechismo e della situazione di Alfie, ha detto: “È importante ricordare che l’Alder Hey Hospital si è occupato di Alfie non solo per due settimane o due mesi, ma per diciotto mesi, consultandosi con i migliori specialisti del mondo – così che la posizione dei suoi dottori, secondo cui non poteva essere dato nessun aiuto medico ulteriore era molto importante. La Chiesa dice molto chiaramente che non abbiamo un obbligo morale di continuare una severa terapia quando non ha nessun effetto, mentre il Catechismo della Chiesa inegna anche che le cure palliative, che non sono una negazione di aiuto, possono essere un atto di pietà. Un’azione razionale, purificata dall’emozione, può essere un’espressione di amore; sono sicuro che Alfie ha ricevuto questo tipo di attenzione”.

Nichols era a Gniezno, come rappresentante del Pontefice per il sesto centenario della sede primaziale polacca. Ha detto che molti dei medici e delle infermiere che si sono occupati di Alfie erano cattolici, e che sono rimasti “profondamente offesi” dalle accuse mosse contro di loro, e ha detto di essere stato felice che i genitori del bambino alla fine abbiano raggiunto “accordo e armonia” con l’Alder Hey. Evidentemente non sa proprio nulla dell'epilogo della vicenda.

“È molto difficile - ha proseguito Nichols facendo propria l'ideologia del "miglior interesse" - agire nel miglior interesse di un bambino quando questo non è sempre quello che i genitori desiderano, ed è per questo che un tribunale deve decidere quello che è meglio non per i genitori, ma per il bambino”. Ha aggiunto: “La saggezza ci mette in grado di prendere decisioni basate sulla piena informazione, e molte persone hanno preso posizione sul caso di Alfie nelle settimane passate senza avere tali informazioni e non hanno agito per il bene di questo bambino. Sfortunatamente ci sono state anche persone che hanno usato la situazione per scopi politici”. In realtà a non essere informato sembra proprio il cardinale.

Il cardinale non ha spiegato – forse non gli è stato chiesto – come fosse possibile che la diocesi e i vescovi ignorassero che Tom e Alfie fossero cattolici (l’hanno scritto nel comunicato), così come non si è espresso sulla proibizione imposta ai genitori, nonostante l’intervento del Pontefice, del Bambin Gesù e dell’Italia, di portare Alfie a Roma. Una proibizione che molti anche nella Chiesa – il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin proprio oggi – hanno giudicato, e giudicano incomprensibile. E che alimenta, ovviamente, ogni genere di sospetti sull’Alder Hey Hospital. A questo punto c’è anche da chiedersi quali siano i motivi che portano la diocesi di Liverpool e la Chiesa di Inghilterra e Galles a schierarsi con tanta veemenza a fianco dell’ospedale. Coinvolto in passato in numerosi clamorosi scandali, relativi anche alla cura dei bambini.

Marco Tosatti
http://www.lanuovabq.it/it/incredibile-nichols-attacca-chi-ha-difeso-alfie

Perché dal cielo Alfie ci interroga ancora


Ricevo e pubblico. L'autore, Francesco Arzillo, è magistrato amministrativo a Roma e studioso di filosofia e di diritto.
*
Caro Magister,
la vicenda di Alfie Evans ha suscitato riflessioni assai argomentate sotto tanti profili: morale, giuridico, politico, medico.
Non ripeterò quindi quanto è già stato scritto.
Vorrei però rimarcare l’assurdità di un sistema che consente di sottrarre ai genitori il potere di decidere anche qualora essi non possano essere accusati di trascuratezza o di un comportamento manifestamente lesivo della vita o della salute del bambino: con ciò sovvertendo incredibilmente la ragione stessa di questo tipo di intervento amministrativo-giudiziario, nel quale lo Stato è titolato ad agire come garante dei diritti del minore – "in primis", ovviamente, del diritto alla vita e alla salute – nel nome della comunità politica generale, sulla base di un criterio di sussidiarietà.
Occorre allora prendere atto di un dato: nell’epoca della globalizzazione lo Stato è vivo e vegeto, e anzi tende a farsi portatore delle istanze del neototalitarismo culturale “a senso unico”, prestando ad esse la sanzione della forza (non dico del diritto, se questo nome – che implica “giustizia” – ha ancora un senso). E quindi, nonostante la teorica apertura delle frontiere, si può vietare a una coppia di genitori di muoversi per far curare un bambino in un altro Paese, senza che le massime istituzioni politiche e giudiziarie europee muovano un dito.
Ma qual è questo “senso unico”?
L’ordinamento non vive nel vuoto e deve avere dei “principi di chiusura”. Il procedere “caso per caso” non può essere – e in realtà non è mai – un procedere cieco. Sotto questo aspetto "tertium non datur": ove non si ritenga di trovare questa guida – come è auspicabile – nel criterio del “favor vitae”, si lascerà spazio – non sempre consapevolmente – all’opposto criterio di tipo tanatologico, ossia a una presunzione di indegnità di un certo tipo di vita a essere vissuta, fino a prova contraria.
Quest’ultimo criterio incontra sicuramente un favore sempre più ampio nelle élite e si diffonde nel sentire del cosiddetto “ceto riflessivo”. Ciò nonostante – come le stesse reazioni inaspettate per diffusione e intensità alle decisioni su Alfie hanno dimostrato – si tratta di un criterio che non è ancora diventato indiscusso: e questo ad onta della koinè diffusa dalla stampa e dagli opinionisti “mainstream”, sistematicamente protesi all’esercizio di una manipolazione ideologica di lunga durata dell’opinione pubblica, in qualche caso muovendo da posizioni francamente tanatofile.
A questo riguardo sorprende – ma non tanto – la posizione iperstatalista manifestata in questa vicenda da non pochi alfieri dell’autodeterminazione biogiuridica: posizione solo apparentemente incoerente, ma in realtà perfettamente adeguata agli autentici presupposti sostanziali che ispirano questa forma di pseudoliberalismo, la quale non ha certamente di mira il bene della persona con i suoi diritti, di cui quello all’esistenza e alla vita è il primo per evidente priorità logica e assiologica.
Con il che l’individuo rimane un simulacro vuoto, abbandonato alle opposte ma concorrenti pulsioni di uno Stato e di un mercato solo apparentemente tra loro contrapposti, in realtà complementari nell’esercizio di un dominio non limitato da alcuna legge superiore: un dominio antiumano, puramente e semplicemente.
Per concludere, una nota positiva. È bello poter leggere, negli interventi del vescovo di Roma e del governo italiano, l’eredità viva di una gloriosa tradizione, che si esprime in una missione autenticamente universalistica, la quale ha ancora più senso nell’epoca presente, a fronte di ogni chiusura nazionalistica, ma anche di ogni riduzione meramente relativistica ed economicistica del grande fenomeno della globalizzazione.
C’è da sperare che la riflessione su questi temi continui senza censure. Non molti, infatti, sono disposti a comprendere questo “fenomeno ignoto all’antichità, che permea di sé le nostre società moderne in maniera così totale che la sua ubiquità non ci dà quasi la possibilità di renderci conto di esso: il divieto di fare domande”, inteso come “consapevole, deliberata e sapientemente elaborata ostruzione della 'ratio'” (Eric Voegelin, "Il mito del mondo nuovo", Milano, Rusconi, 1990, pp. 67-68).
Sotto questo aspetto, le domande poste con grande semplicità e dignità dai genitori di Alfie non hanno avuto risposta. Esse ci interrogano ancora.
Francesco Arzillo

Settimo Cielo di Sandro Magister 01 mag


UN SISTEMA EUGENETICO

Ecco come hanno fatto morire Alfie
Alfie ha retto la rimozione dei sostegni vitali, ma l'Alder Hey ha negato l'ossigeno portato poi al piccolo senza autorizzazione. Il piccolo non è stato alimentato per 36 ore e l'infezione al polmone non è stata curata ma era comunque stabile, tanto che Thomas era convinto di avere quasi un piede fuori dall'ospedale che ha negoziato il silenzio della stampa in cambio di più apporti vitali. Poco prima della morte al piccolo sono stati somministrati dei farmaci.
- INCREDIBILE NICHOLS: ATTACCA CHI HA DIFESO ALFIE, di Marco Tosatti
- «MI VERGOGNO DI ESSERE CATTOLICO INGLESE», di Jean Pierre Casey
- DOSSIER: LA BATTAGLIA DI ALFIE
È vero che la cosa più scandalosa accaduta al piccolo Alfie Evans è che sia stato intubato e ventilato per 15 mesi e che gli sia stata negata la tracheostomia, perché ad un mese dal ricovero (dicembre 2016) si è deciso che doveva morire senza neppure provare a fare una diagnosi. Infatti, anche se i giornali hanno scritto che Alfie era affetto da una malattia mitocondriale non c’è uno straccio di esame clinico che lo dimostri.
È poi sicuramente sconcertante il fatto che i tubi della ventilazione di Alfie furono sostituiti oltre 5 mesi dopo la loro applicazione e che perciò furono trovati pieni di muffa, come suo padre ha mostrato con un plico di foto (alcune da noi pubblicate) che provano le numerose negligenze dell’Arder Hey Hospital di Liverpool. Prove che hanno colpito profondamente anche Mariella Enoc, presidente del Bambin Gesù, a cui è stato negato di entrare nella stanza di Alfie dall’ospedale inglese. Insomma è vero tutto ciò, ma Alfie non è morto solo per questo. 
Alfie una volta rimossa la ventilazione ha subìto un trattamento tremendo.Essendo che i suoi polmoni erano abituati a dilatarsi meccanicamente, i medici avrebbero dovuto “svezzarlo” per non provocarne la morte immediata. Cosa che comunque non si è verificata anche se dopo lo stop delle macchine il piccolo aveva contratto un'infezione polmonare.
Per questo Alfie, come aveva spiegato a Thomas un medico italiano con cui era in contatto, avrebbe avuto bisogno di una terapia antibiotica immediata che gli è stata negata. Eppure, nonostante tutto questo, il piccolo ha respirato comunque senza alcun aiuto per ore, dato che medici gli avevano negato anche la mascherina necessaria ad aiutare la sua respirazione comunque autonoma.
Perciò, la sera di lunedì 23 aprile, dopo la rimozione della ventilazione alle 22.15 italiane, Thomas ha lanciato un appello chiedendo che qualcuno portasse dell’ossigeno in ospedale, ma la barriera di polizia all’entrata ha impedito qualsiasi intervento esterno. A quel punto uno dei legali della famiglia, Pavel Stroilov, è corso all’Alder Hey Hospital chiamato da Thomas. Mentre Stroilov entrava hanno cercato di seguirlo altre sei persone, una con la mascherina in mano che ha provato ad entrare con lui senza successo. Questa ha però pensato bene di lanciare la mascherina sopra la testa degli agenti, permettendo al legale di portarla ai genitori di Alfie. A quel punto il piccolo, che aveva già dimostrato una stazza da leone, smentendo l’avvocato dell’ospedale, Michael Mylonas, che in udienza aveva rassicurato il giudice Hayden sul fatto che la morte di Alfie sarebbe stata immediata alla rimozione della ventilazione, è stato aiutato a respirare.
Ma, ancora una volta, i medici hanno provato a privare il bambino anche dellamascherina, con la scusa che non proveniva dall’Alder Hey. E per ben due volte hanno dato ordini di staccarla, finché Thomas non ha minacciato una denuncia, visto che il protocollo di morte approvato dal giudice Hayden non parlava né di privazione dell’ossigeno né di sospensione della nutrizione. Per la stessa ragione Thomas ha ottenuto che il piccolo, privato della nutrizione per ben 36 ore fosse alimentato. Sì, Alfie è rimasto senza cibo per 36 ore, un tempo lunghissimo per un bambino così piccolo, il cui cuore aveva già sostenuto uno sforzo enorme dopo la rimozione violenta della ventilazione senza svezzamento. 
Inoltre, quando poi l’alimentazione è stata fornita era comunque a livelli minimi. Il bambino è vissuto minacciato dai medici e difeso dai suoi genitori per 4 giorni, aprendo di tanto in tanto gli occhi, reagendo. Così, per silenziare la stampa l'ospedale ha promesso a Thomas più ossigeno e più sostegni vitali. Due ore prima di morire la saturazione dell'ossigeno era a 98 e i battiti di Alfie erano a 160, tanto che Thomas era convinto che lo avrebbero lasciato andare presto a casa (così gli aveva detto l’amministrazione ospedaliera nel pomeriggio di venerdì). Prima di morire, mentre Thomas era uscito un istante, lasciando Kate in dormiveglia e un altro familiare in stanza, un'infermera è entrata e ha spiegato che avrebbe dato al bimbo quattro farmaci (non si sa quali) per curarlo. Dopo circa 30 minuti la saturazione è scesa a 15. Due ore dopo Alfie era morto. 
Non sappiamo quanto Alfie sarebbe vissuto se appropriatamente aiutato e curato, non sappiamo se esami approfonditi sarebbero giunti a formulare una diagnosi e quindi a trovare una cura, non sappiamo nemmeno se Alfie era ridotto in quelle condizioni per qualche responsabilità interna ad un ospedale il cui curriculum passato è a dir poco mostruoso (come si legge in questo e questo articolo, dove tanti indizi rendono l’ipotesi quanto meno ammissibile se non provata). Quel che è certo però è che non possiamo dire che il bambino sia morto solo per la rimozione dei sostegni vitali.
Come aveva scritto il noto genetista e direttore scientifico dell’Ospedale Bambin Gesù, Bruno dalla Dallapiccola, «il piccolo Alfie non potrà resistere a lungo senza l’apporto di sostanze nutrizionali attraverso flebo. Senza l’apporto nutrizionale, infatti, la sopravvivenza può variare da poche ore a qualche giorno». Certo «la durata della sopravvivenza è condizionata dalle condizioni di partenza del paziente», sebbene nel caso di Alfie «non possiamo pronunciarci con certezza». Ad ogni modo, aveva concluso Dallapiccola, «indipendentemente dal fatto che il piccolo continui a respirare autonomamente, ora la mancanza di apporto nutrizionale rappresenta un’emergenza».
Anche Angelo Selicorni, noto genetista italiano, due giorni dopo la rimozione della ventilazione era intervenuto così: «Staccato dalle macchine il bambino ha “resistito” per ore senza “alcuna intenzione di morire”». Questa svolta, ha continuato «pone qualche dubbio sulla  “terminalità” del suo stato». 
Alfie già affaticato e sottoposto a trattamenti violenti è stato privato del tutto dell’antibiotico necessario a curare l’infezione e poi del cibo e dell’ossigeno per troppe ore. Chi non vuole prendere posizione si nasconde dietro al mantra del “caso troppo complicato” i cui confini sarebbero difficili da stabilire. Ma forse manca il coraggio di guardare la realtà e di affermare che qui siamo davanti ad un caso di accanimento eutanasico palese? È chiaro che se per i medici la vita di Alfie era "futile", quindi un peso e un costo che non valevano la pena di essere sostenuti, l’approccio clinico verso di lui non poteva che essere fino alla fine quello di eliminarlo. Come ha scritto sempre Selicorni: «Se io considero la vicenda di Alfie un disvalore, una storia umana inutile, senza senso, non posso che pensare che prima ne pongo fine e meglio è». 
Una fantasia? Nel 2012 erano scoppiate numerose polemiche a causa di denunce effettuate da pazienti coinvolti nel Liverpool Care Pathaway, il programma di trattamento fine vita allora in vigore in Gran Bretagna. Una infermiera dell'Alder Hey, Bernadette Loyd, stanca di vedere casi simili, aveva scritto al ministero della salute denunciando i modi con cui bambini e neonati muoiono. «Morire di sete è terribile, ed è inconcepibile che dei bambini debbano morire così. I genitori si trovano a un bivio e si sentono quasi costretti a scegliere questa via perché i medici dicono che i loro bambini avranno pochi giorni di vita. Ma predire la morte è molto difficile e ho visto anche un gruppetto di bambini che sono tornati a vivere, dopo che il Lcp era stato avviato e interrotto». «Ho anche visto morire bambini morire terribilmente di sete perché l'idratazione viene sospesa fino a quando non muoiono. Ho visto un ragazzo di 14 anni con il cancro morire con la lingua incollata al palato, quando i medici si sono rifiutati di idratarlo. La sua morte è stata vissuta con angoscia da lui e da noi infermieri. Questa è l'eutanasia che entra dalla porta anteriore». Il Sistema sanitrio nazionale aveva risposto alla Loyd senza entrare nel merito: «Le cure per il fine vita devono soddisfare i più alti criteri professionali e bisogna sapere stare accanto ai genitori del bambino durante il processo decisionale».
Ecco cosa ha fatto il martirio di Alfie, oltre che convertire tanti cuori: ci ha costretti a unirci contro un mostro, a guardare alla brutalità di un sistema eugenetico travestito da democrazia. Un sistema con un potere illimitato sulla persona e considerato una religione civile dalla politica e dalla giustizia inglesi. Un potere che schiaccia tante altre vite fragili e che diffonde una mentalità utilitaristica che bisogna cominciare a combattere se non si vuole fare la stessa fine. Ma chissà, forse la storia di Alfie svelerà molto di più, perché a molti resta una domanda: cosa giustifica l'accanimento dell'ospedale terrorizzato dall'idea che il piccolo fosse trasferito altrove? Cosa ha fatto tremare l'Alder Hey Hospital?
Benedetta Frigerio
Alfie, per i cristiani è il tempo della responsabilità