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giovedì 3 maggio 2018

Un gioco di balocchi

DOTTRINA SOCIALE
Ma che ignoranza il cardinale Marx

La sconcertante presa di posizione del cardinale Marx, che ha detto che senza Karl Marx non ci sarebbe Dottrina sociale della Chiesa. Un'operazione infantile, un gioco di balocchi. Il marxismo è la negazione dell’uomo perché è la negazione di Dio. Tra di esso e la Dottrina sociale della Chiesa non può esserci nessun rapporto se non di contrapposizione.



Dopo l’arcivescovo Sorondo, ora tocca al cardinale Reinhard Marx. Il primo, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, aveva dichiarato che il Paese ove oggi viene meglio realizzata la Dottrina sociale della Chiesa è senz’altro la Cina. Il secondo, in una intervista alla "Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung", ora afferma che senza Karl Marx non ci sarebbe Dottrina sociale della Chiesa.

Nella sintesi dell’intervista apparsa sul sito ufficiale della Conferenza episcopale tedesca (vedi qui) in occasione del 200mo compleanno del filosofo di Treviri che cadrà il 5 maggio prossimo, l’arcivescovo di Monaco dichiara di essere sempre stato molto colpito dalle parole del Manifesto del Partito Comunista ove si direbbe che “Il mercato non ci porta automaticamente ad una società giusta”, Per questo, il cardinale vede nel marxismo un “correttivo” del capitalismo: "Prosperità e profitto non sono l’unica cosa a cui una società debba tendere". Secondo il cardinale è il caso di ricordare i 200 anni dalla nascita di Karl Marx perché “le sue analisi hanno contribuito alla nascita della Dottrina sociale della Chiesa”.


Marx avrebbe mostrato – secondo il cardinale - che il mercato non è così innocente e che se i danni umani e ambientali provocati dal capitalismo sono stati in seguito ridotti, il merito va dato a chi lo ha criticato e non ai successi del capitalismo stesso. Karl Marx è stato uno dei “primi scienziati sociali seri” in quanto avrebbe spiegato i processi in riferimento alle “relazioni reali” perché i diritti rimangono incompleti se si prescinde dai loro aspetti materiali.

Certamente, secondo il cardinale, non si può separare completamente il pensiero di un filosofo da quanto ne hanno fatto altri in seguito, però non si deve nemmeno appiattire le due cose l’una sull’altra, sicché non si può attribuire a Marx lo stalinismo o i gulag. Inoltre Marx ha fatto delle interessanti previsioni sul populismo di destra e xenofobo dei nostri giorni, spiegandolo come effetto delle nuove divisioni sociali indotte dal capitalismo.

Nelle affermazioni dell’Arcivescovo Sorondo e ora in quelle del cardinale Marx non si riesce a capire se sia più profonda l’ignoranza sulla Cina per l’uno e sul marxismo per l’altro o se sia più profonda l’ignoranza della Dottrina sociale della Chiesa. Quest’ultima ipotesi è, naturalmente, più allarmante, trattandosi di due eminenti uomini di Chiesa. Ma è più probabile che le varie ignoranze procedano insieme.

La riduzione del marxismo a incolore socialdemocrazia che vuole correggere le disfunzioni del mercato abbandonato al capitalismo, magari mediante l’intervento dello Stato, è ridicola, perché proprio contro queste posizioni “lassalliane” aveva lanciato i suoi strali Karl Marx. Ridurre il marxismo ad un fervorino moralista circa il profitto che non deve essere il fine ultimo della società [ma quando mai Marx avrebbe scritto queste cose?], vorrebbe dire trasformare quella ideologia in un’etica da Onlus. Intendere poi il “materialismo” marxista come una forma di “realismo” significa non aver letto nemmeno Maritain, il quale affermava che quando Marx dice “realismo” intende “materialismo”. Come poi un cardinale possa sostenere che sul materialismo possa fondarsi “uno dei primi scienziati sociali seri” è cosa che stupisce non poco.

Che poi il Marxismo del Manifesto abbia determinato la nascita della Dottrina sociale della Chiesa è una testi incomprensibile. Ci fu un tempo in cui molti sostenevano che la Dottrina sociale della Chiesa sarebbe nata in ritardo, quindi dopo il marxismo e su sua influenza. Ma oggi nessuno sostiene più questa tesi. Innanzitutto perché la Chiesa si era mossa ben prima della Rerum novarum, specialmente in Germania con Von Ketteler, secondariamente perché quando esce il Manifesto del 1848 il Marxismo come movimento non esisteva ancora. Ma anche esaminando la cosa dal punto di vista teorico e dottrinale e non solo da quello storico, la Dottrina sociale della Chiesa nasce per ridare il giusto posto a Dio nel mondo che le ideologie ottocentesche volevano usurpare per sé. La Dottrina sociale della Chiesa, dal punto di vista teoretico, nasce da Vangelo e dal diritto naturale e non dalla critica marxiana al capitalismo, e intende ripristinare i diritti di Dio nella società degli uomini. Di tutto il resto essa si occupa di conseguenza e solo in questa luce.

La riduzione del marxismo operata dal cardinale Marx va quindi di pari passo con la riduzione della Dottrina sociale della Chiesa, presentata come un discorsetto sul profitto che non deve essere tutto o sui limiti del mercato. Per dire sciocchezze simili non c’era bisogno né del marxismo né della Dottrina sociale della Chiesa.

Al marxismo non interessa niente della giustizia sociale, considerata un pregiudizio borghese, né dei diritti individuali, dato che l’uomo deve riscoprirsi come “essere generico”, e la critica al capitalismo non viene fatta in nome della persona umana e della sua dignità ma delle leggi materiali della storia che condurranno volenti o nolenti ad una società senza Dio, senza Stato e senza classi. Stabilire relazioni nominalistiche tra il Manifesto e la Rerum novarum è operazione infantile, un gioco di balocchi. Il marxismo è la negazione dell’uomo perché è la negazione di Dio. Tra di esso e la Dottrina sociale della Chiesa non può esserci nessun rapporto se non di contrapposizione.

Stefano Fontana

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