ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 23 giugno 2018

Più vicini all’essenziale

E' L'ESSERE CHE CI FA ESISTERE


Senza l’essere non saremmo. L’essere c’è perché c’è qualcosa; non abbiamo ancora definito questo “qualcosa” e nondimeno siamo certi che c’è, perché, diversamente, non ci saremmo noi, e non ci sarebbero neanche le nostre domande 
di Francesco Lamendola   

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Quassù, a due passi dalle nuvole, con l’aria frizzante e il venticello fresco del primo mattino, anche la mente sembra farsi più acuta, più tersa, più lucida. Siamo ai piedi di due alte e bellissime montagne, entrambe ben sopra i 3.000 metri: il Pelmo da una parte, la cui base non dista più di qualche centinaio di metri, sopra la linea scura della foresta di abeti; e il Civetta dall’altra, ancora cosparso di vasti campi di neve, nonostante la stagione così avanzata; e poco più in là, altre catene fantasticamente dentellate, schegge di antichi fondi marini prodigiosamente sollevati in alto, sempre più in alto, a intrecciare arabeschi fantastici, a disegnare contorni fiabeschi, simili a pizzi e merletti di calcare, sotto un cielo smisuratamente ampio, d’un blu surreale. E su tutto, un silenzio compatto, massiccio, sovrumano, rotto solo dallo sbattere improvviso di qualche lamiera alle raffiche di vento, sui tetti delle poche case del borgo appollaiato sulla cresta del colle, come un uccello dalle grandi ali pronto a spiccare il volo. Si potrebbe stare fermi per delle ore, per delle intere giornate, a contemplare un singolo scorcio, un singolo dettaglio di questo panorama mozzafiato, tanto indescrivibilmente bello quanto (per fortuna) sconosciuto ai più, ove il turismo di massa non è mai arrivato, anzi, dove anche il turismo individuale è assai raro e quasi impercettibile: niente alberghi, né ristoranti, né funivie, né, tanto meno, traffico stradale. È come essere in un altro mondo, fuori dalla routine della vita di città, ma anche fuori dai normali scenari, materiali e spirituali, ove si svolge la nostra vita. Qui ci si sente davvero più vicini all’essenziale; si sente che il novantanove per cento delle cose dietro le quali ci affanniamo, nel corso della nostra esistenza, sono, in se stesse, del tutto prive di valore; e ci si sente più che mai afferrati, quasi trascinati dall’ansia, dalla febbre di scoprire quell’un per cento restante, ove si annida la chiave di tutto, la risposta alle domande centrali della vita umana.

La stessa filosofia, considerata da quassù, assume un altro aspetto. Quante cose che vanno sotto il nome di “filosofia”, guardate con l’occhio esigente di chi mira all’essenziale, e non ha più tempo, né voglia di dedicare alcuna attenzione alle cose secondarie, agli arzigogoli del pensiero, agli orpelli coi quali si suole celare l’umana ignoranza, appaiono per ciò che realmente sono: polvere al vento, sabbia che si sfarina tra le dita. Quando si è giunti in un luogo elevato, quando si sono spesi anni e decenni nello studio e nella ricerca del vero sapere, e ci si è accorti che molte strade possono essere buone per giungere alla meta, ma tutte, alla fine, ci mettono di fronte al nostro limite, il limite umano, il limite ontologico, non si ha più alcun desiderio, come quando si è giovani, di buttarsi a capofitto in un nuovo libro, nel pensiero di un altro autore o di un’altra scuola o indirizzo o movimento, ma si valuta di primo acchito, in modo quasi perentorio, se un libro, se una filosofia è fatta di parole, di chiacchiere, di sofismi, oppure di sostanza; se è abbastanza umile e onesta da non ignorare il principio di realtà (questa è una mela, diceva san Tommaso ai suoi studenti; chi non è d’accordo, può uscire), ma anche abbastanza intraprendente e ardita da non fermarsi ad adorare l’esistente, da non rinchiudersi nella prigione del visibile, né nelle gabbie logiche del pensiero: perché la logica matematica è una buona cosa, ma esiste, accanto all’esprit de géométrie, diceva il buon Pascal, anche l’esprit de finesse, e la logica matematica, da sola, non basta a render ragione del grande mistero del reale. Ci vuole, non contro di essa, ma con essa, e oltre di essa, una forma ulteriore del conoscere, per la quale la nostra lingua non ha saputo nemmeno forgiare la parola adatta – intuizione è troppo vaga, troppo generica e, soprattutto, ha qualcosa di spiacevolmente soggettivo e quasi d’arbitrario – e che Pascal ha provato a esprimere con esprit de finesse, ossia spirito di finezza, ma questa “finezza”, a sua volta, andrebbe precisata e giustificata, e chi può farlo, se appunto ci mancano le parole per dirlo?

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Quasi tutta la filosofia moderna si può definire in questi termini: non conduce da nessuna parte, dunque non serve. Da Kant in poi, il pensiero moderno ha rinunciato a pensare la cosa in sé, dunque ha rinunciato a pensare l’essere.

Una cosa, dopo molto riflettere, ci appare chiara: qualcosa esiste, dopotutto, e fornisce la base a tutto il resto, compreso il nostro desiderio di sapere e la nostra sete di verità; dunque, il fatto che c’è qualcosa, di cui siamo parte - o che è parte di noi, secondo i punti di vista – implica che si dia un principio d’esistenza, il principio dell’essere. L’essere c’è, perché c’è qualcosa; non abbiamo ancora definito questo “qualcosa”, e nondimeno siamo certi che c’è, perché, diversamente, non ci saremmo noi, e non ci sarebbero neanche le nostre domande. E se qualcuno ci venisse a dire che anche noi, dopotutto, potremmo essere solo il sogno che qualcun altro sta sognando, e che quindi “noi”, quali soggetti di qualsiasi cosa, potremmo anche non esserci per davvero, sorridendo risponderemmo che ciò potrebbe anche darsi, ma non modificherebbe di una virgola le nostre due affermazioni precedenti, che qualcosa esiste, e che ciò presuppone il dato dell’essere. Solo per il fatto che si dà l’essere, le cose sono; sui contenuti, poi, di quelle cose, si può discutere a lungo, ci si può dividere fra realisti, per i quali le cose sono quello che sono, e idealisti, per i quali le cose sono pensieri dell’essere; ma tutti devono inchinarsi davanti al dato originario dell’essere, senza il quale nulla sarebbe, né visibile, né invisibile. Le cose invisibili, infatti, si possono dedurre da quelle visibili e dal ragionamento, ma anche il ragionamento è una manifestazione dell’essere (cogito, ergo sum, diceva Cartesio), dunque qualcosa c’è, che sia pensiero, o estensione, o entrambe le cose, perché c’è l’essere. Diciamo meglio ancora: poiché vediamo, o deduciamo, o supponiamo, che delle cose esistono, ciò accade perché si dà un essere che rende possibile la loro esistenza, che si manifesta nella loro esistenza, che “riempie” la loro esistenza. Nulla esisterebbe senza l’essere, perché l’essere è la condizione necessaria di ogni altra cosa: la forma, il numero, il colore, eccetera. Tutte le proprietà delle cose, primarie e secondarie, si possono ricondurre a una sola proprietà originaria, l’esistere. Ma anche l’esistere  rimanda a un principio ulteriore, perché se una cosa esiste, potrebbe anche non esistere: l’esistenza di tutto ciò che esiste è relativa, è accidentale e non sostanziale. Qui davanti a noi, sopra di noi, c’è una montagna alta più di tremila metri, bella nella luce del tramonto, che ne imporpora le pareti millenarie; ma potrebbe anche non esserci; milioni di anni fa, in effetti, non c’era, e, al suo posto, c’era un mare tropicale, o piuttosto una laguna, popolata di piante acquatiche e di ammoniti. E andando ancora più indietro nel tempo, troviamo che non c’erano terre, né acque; che non c’era neppure il nostro pianeta; che non c’era il nostro sistema solare; che non c’era la nostra galassia; che non c’era questo universo (ma forse ce n’era un altro, o infiniti altri). Le cose esistono, perché partecipano di una qualità misteriosa, che è l’essere: misteriosa, perché le cose possono esistere o non esistere, ma, per esistere, devono esserci; e, per esserci, bisogna che abbiamo in sé l’essere, senza coincidere tuttavia con esso. Le cose hanno l’essere, ma non sono l’essere; l’essere è il quid grazie al quale le cose sono, e senza il quale, non sono.
L’essere è dunque una qualità e, nello stesso tempo, una sostanza: è una qualità, allorché si manifesta negli enti, come ciò che li fa esistere; ma è una sostanza, considerato in se stesso, perché le cose traggono la loro origine dall’essere, ma l’essere non trae la sua origine dalle cose. Le cose, gli enti, non coincidono con l’essere, e questo è il grande errore del panteismo: perché il panteismo identifica il mondo con Dio, cioè le cose con l’Essere, mentre l’essere (con la minuscola) è ciò che spiega l’esistenza delle cose, ma non si esaurisce nelle cose, altrimenti, quando le cose “finiscono”, dovrebbe esaurirsi anch’esso. Invece, l’essere seguita ad esserci, come è provato dal fatto che alcune cose scompaiono, ma non tutte, anzi, l’equilibrio complessivo fra ciò che esiste e ciò che cessa di esistere, non sembra mai alterarsi in modo apprezzabile. Alcune cose scompaiono, altre appaiono; ma l’avvicendarsi dell’esistente e del non più esistente, o del non ancora esistente, pare che segua un ritmo inalterabile, e, per noi, non comprensibile nella sua ultima essenza. Tutto quel che noi possiamo dire, è che qualcosa esiste, e quindi che qualcosa c’è; ma non possiamo dire cosa sia questo qualcosa, basandoci sulle cose che esistono, perché le cose che esistono cessano poi di essere, nessuna è eterna, e questo ci fa capire che le cose partecipano dell’essere, ma non sono l’essere. A rigore, le cose manifestano un loro esserci: ci sono, qui e ora; ma dov’erano prima, e dove andranno poi, non lo sappiamo. Dunque, gli enti sono accidentali, perché si manifestano nel loro esserci, ma si tratta, per definizione, di un essere contingente, di un essere limitato, che coincide con l’esistere, mentre il vero essere è incommensurabilmente più ampio, più profondo, più radicale: è la condizione che rende possibile l’esistenza. Noi viviamo in un mondo di cose, ma nessuna cosa esisterebbe se non ci fosse l’essere, che permette loro di esserci (o di non esserci affatto, o di non esserci più, o di non esserci ancora). Dal fatto di provare la sete, per esempio, non deduciamo che l’acqua esiste: se la sete non esistesse, non esisterebbe neppure l’acqua, perché non avremmo bisogno di dissetarci; chi non è soggetto a soffrire la sete non ha necessità di vivere in un mondo ove ci sia l’acqua. Le cose che esistono rimandano ad altre cose che esistono, alcune visibili, altre invisibili; e le cose che ci sono, rimandano a quelle che non ci sono. Nessuna cosa è obbligata ad esserci, perché nessuna cosa ha un essere che le sia dovutol’essere delle cose è gratuito, è una circostanza, o, se vogliamo metterla in questi termini (teologici), un dono. Un dono presuppone un donatore; se a qualcuno questa similitudine non piace, la ritiriamo, e diciamo soltanto: l’essere delle cose è partecipazione all’essere. Ma se si partecipa a qualcosa, vuol dire che qualcosa esiste indipendentemente da noi, e che noi non siamo un tutt’uno con esso. Perciò gli enti partecipano all’essere, ma non sono l’essere. Se fossero l’essere (panteismo), sarebbero eterni, mentre vediamo che non lo sono. Fra un certo numero di anni, noi saremo tutti morti, e perfino le cose di cui ci serviamo, e che paiono destinate a durare, finiranno. L’albero possente piantato davanti a questa casa, un frassino, è molto antico: una targhetta ricorda che già esisteva alla metà del XVIII secolo. Pure, non esisterà per sempre: un violento temporale, o un incendio, lo potrebbero distruggere questa notte stessa, e domani non ci sarà più. Anche noi siamo degli enti; anche noi partecipiamo dell’essere, ma non siamo l’essere. Se fossimo l’essere, saremmo eterni: ma c’è stato un tempo in cui non esistevamo, e ci sarà un tempo in cui non esisteremo più (i solipsisti non sarebbero d’accordo con queste due ultime affermazioni, obiettando che, a rigore, non possiamo dire né che non c’eravamo, né che non ci saremo, ma solo che ci siamo adesso; ma i solipsisti sono gente che ha tempo da perdere per amore dei sofismi, mentre noi, lo abbiamo già confessato, siamo diventati impazienti di fronte a qualsiasi perdita di tempo, perché quanto più s’intuisce che l’essenziale è, per ciascuno di noi, la sola cosa che conta, non si ha più voglia di perder tempo).

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Se fossimo l’essere, non dovremmo essere eterni? Noi partecipiamo all’essere, lo abbiano in qualche modo ricevuto. E' da qui che si deve ripartire: è l’essere che ci fa esistere; senza l’essere, non saremmo.  

È l’essere che ci fa esistere

di Francesco Lamendola


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