ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 5 luglio 2018

Microcefali

IL CONCILIO DEL TRADIMENTO


Il Concilio fu un tradimento gigantesco nei confronti della Chiesa: il suo coronamento consiste nella "rimozione della memoria", in modo che, i giovani non sappiano ciò che oggi viene spacciato per quello che "Cattolico non è" 
di Francesco Lamendola  


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Non è facile spiegare a una persona che ha meno di cinquant’anni il senso della presente riflessione: come, cioè, il Concilio Vaticano II si è risolto in un tradimento inaudito, di proporzioni drammatiche, della Chiesa cattolica. Una simile proposizione, agli occhi di una persona relativamente giovane, suona quasi come uno scherzo: ma come è possibile, dal momento che il Concilio è stato convocato dal papa Giovanni XXIII, si è svolto nel rispetto delle nome del diritto canonico, ed è stato adottato, dai papi successivi, quale punto di riferimento imprescindibile della pastorale, tanto che la Chiesa e il Concilio, ormai, sembrano esser diventati una cosa sola? 

Il Concilio, infatti, per quanti sono nati dopo di esso, ha sempre fatto parte del loro orizzonte, come l’evento ecclesiastico per antonomasia: il più importante, il più decisivo, quello a partire dal quale si pensa e si ragiona da cristiani, da cattolici moderni. Prima, non si sa bene come ragionassero e come sentissero i cattolici; certo in maniera, come dire, un po’ antiquata. Ma dal 1965, vuoi mettere, è tutta un’altra cosa. Per un giovane cattolico, pensare ai fatti del Concilio è la stessa cosa che pensare alla sua necessità, alla sua indispensabilità, alla sua provvidenzialità: non è stato forse definito, da voci autorevolissime, una seconda Pentecoste? Dunque, nessuno oggi può pensare la Chiesa senza il Concilio; e studiare la storia della Chiesa anteriormente ad esso, anche solo di pochi decenni, di pochi anni, acquista un sapore un po’ strano, quasi patetico, come sfogliare un vecchio album di fotografie ingiallite, e osservare, con un sorriso sulle labbra, gli abiti un po’ buffi dei nonni, i loro mobili un po’ così, le loro espressioni goffe, impacciate, davanti alla macchina fotografica. Senza dubbio, non erano abituati a posare spesso. E il fatto stesso che le foto dei nonni siano in bianco e nero, e che loro non avevano la televisione, o che, quando arrivarono le prime, erano appunto, anch’esse, in bianco e nero, tutto questo non fa che rafforzare quella patina strana, un po’ malinconica, che avvolge, nella nostra coscienza, loro e le loro esistenze: anche se sappiamo che, quando essi erano giovani, vivevano, tutto sommato, come oggi viviamo noi, nel senso che provavano sentimenti, emozioni, e avevano pensieri non del tutto diversi dai nostri, se non in alcuni contenuti specifici, nei quali si è maggiormente mostrato lo scorrere veloce del tempo; eppure, quando pensiamo a loro, non possiamo fare a meno di pensarli come delle creature un po’ strambe, un po’ obsolete, insomma improponibili. Tutto, di loro, ci appare buffo; il fatto che in viaggio di nozze, per esempio, si limitassero a fare un giro in carrozza, o, tutt’al più, un viaggetto di un giorno o due nella città più vicina… Ebbene, la stessa cosa, gli stessi pensieri e sentimenti provano i giovani cattolici, oggi, quando si trovano a pensare a com’era la Chiesa prima del Concilio. Le foto dei libri, i racconti dei nonni o dei bisnonni, quelli che ancora sopravvivono, hanno avvolto in una cortina favolosa quel passato, che appare incredibilmente remoto. E che buffi, quei parroci, che se ne andavano in giro con l’abito talare, anche quando uscivano dalla chiesa e sbrigavano le faccende d’ogni giorno, in mezzo alla gente. E le nonne, che si coprivano i capelli entrando in chiesa, e si sedevano in disparte, e recitavano interminabili rosari, e non si azzardavano a mangiare carne il venerdì:quante abitudini strane, sorpassate, che oggi nessuno si sognerebbe più di osservare. Figuriamoci; oggi si va a far la spesa alla domenica, nei supermercati e nei centri commerciali, e nessuno ci trova niente di strano; semmai, si salta la santa Messa, ma non ci si scorda di fare un bel giretto fra i negozi, in cerca dell’ultimo modello di telefonino, o dell’ultimo modello di scarpe firmate… Ora, noi siamo convinti che il Concilio, anche se ciò non era nelle intenzioni di tutti i padri conciliari, e forse neppure della loro maggioranza, fu, realmente, un gigantesco tradimento nei confronti della Chiesa; e che il suo coronamento consiste nella rimozione della memoria, in modo che i giovani non sappiano che ciò che oggi viene spacciato per cattolico, cattolico non è; non sappiano che la neochiesa si è resa protagonista di una gigantesca apostasia, e nessuno deve averne neanche il sospetto.

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Oggi studiare la storia della Chiesa anteriore aal Concilio, anche solo di pochi decenni, acquista un sapore un po’ strano, quasi patetico, come sfogliare un vecchio album di fotografie ingiallite

Per farsi un’idea di quel che veramente è stato il Concilio, di ciò che veramente ha rappresentato nella storia della Chiesa – oltre che, oseremmo dire, nel costume e perfino nell’antropologia di centinaia di milioni di persone, e non solo di fede cattolica – si deve ascoltare le poche voci fuori dal coro, come quella dello storico Roberto De Mattei; il quale, nella giornata di studi sul tema: Il modernismo, radici e conseguenze storiche, tenuto a Roma il 23 giugno 2018, ha osservato, fra le altre cose (il testo completo, con le note, è consultabile in rete, p. es. sul sito Chiesa e post concilio):
Scrivendo al card. Ottaviani il 9 maggio 1961, il cardinale Ernesto Ruffini) si esprimeva senza mezzi termini: “L’ho detto altre volte e lo ripeto: il modernismo, condannato da S. Pio X, oggi viene diffuso liberamente in aspetti ancor più gravi e più deleteri di quanto non fosse allora!”. Lo stesso cardinale Ruffini, assieme al cardinale Ottaviani aveva suggerito a Giovanni XXIII, succeduto a Pio XII nel 1958, di convocare un Concilio ecumenico, pensando che esso avrebbe condannato in maniera definitiva gli errori del tempo.Però Giovanni XXIII, nella allocuzione con cui inaugurò il Vaticano II, l’11 ottobre 1962, spiegò che il Concilio era stato indetto  non per condannare errori o formulare nuovi dogmi, ma per proporre, con linguaggio adatto ai tempi nuovi, il perenne insegnamento della Chiesa. Quel che in realtà accadde è che il primato attribuito alla dimensione pastorale operò una rivoluzione nel linguaggio e nella mentalità. Fu questo nuovo modo di esprimersi che, secondo lo storico gesuita padre John W. O’Malley, “segnò una rottura definitiva con i Concili precedenti”. I Padri conciliari erano affiancati da “esperti”, o “periti”, incaricati di redigere e rielaborare gli schemi e, spesso, di preparare gli interventi dei Padri. Molti di questi teologi erano stati sospettati di eterodossia durante il pontificato di Pio XII. Il primo obiettivo che essi raggiunsero fu quello di rigettare gli schemi conciliari delle commissioni preparatorie. Il rifiuto di questi schemi elaborati dai teologi della Scuola Romana, segnò una svolta capitale nella storia del Concilio Vaticano II. Un vescovo italiano, mons. Luigi Carlo Borromeo, fin dalla prima sessione del Concilio, annotava sul suo diario: “Siamo in pieno modernismo. Non il modernismo ingenuo, aperto, aggressivo e battagliero dei tempi di Pio X, no. Il Modernismo d’oggi è più sottile, più camuffato, più penetrante e più ipocrita. Non vuol sollevare un’altra tempesta, vuole che tutta la Chiesa si ritrovi modernista senza che se ne accorga. (…) Così il Modernismo d’oggi salva tutto il Cristianesimo, i suoi dogmi e la sua organizzazione, ma lo svuota tutto e lo capovolge. Non più una Religione che venga da Dio, ma una Religione che viene direttamente dall’uomo e indirettamente dal divino che è nell’uomo”. Mons. Borromeo intuì la “svolta antropologica” del Concilio Vaticano II che traduceva sul piano teologico il principio filosofico di immanenza del modernismo. Il maggior interprete di questa svolta fu il gesuita  Karl Rahner,  il teologo che esercitò la maggior influenza sul Concilio Vaticano II e sul post-concilio. I Padri conciliari conservatori avevano una chiara consapevolezza degli errori che serpeggiavano all’interno della Chiesa, ma sopravalutavano le proprie forze e  sottovalutavano quelle degli avversari, La Nouvelle théologie non era solo una scuola teologica, ma  un partito organizzato, con un obiettivo e una strategia ben precisi. La voce di mons. Antonino Romeo, che all’inizio di gennaio 1960 aveva sferrato su “Divinitas” un attacco a fondo contro l’Istituto Biblico, denunciando l’esistenza di una cospirazione articolata da parte dei neo-modernisti che operavano all’interno della Chiesa, rimase isolata. L’epoca del Concilio è anche quella della maggior diffusione del comunismo, il principale errore del XX secolo che il Vaticano II ignorò. Non è difficile cogliere nel “primato della pastorale”, che si fece strada in quegli anni, la trasposizione teologica del “primato della prassi” enunciato da Marx nelle sue Tesi su Feuerbach, con queste parole: “È nella prassi che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il mondano del suo pensiero” e “i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; ora però si tratta di mutarlo”. La teologia della liberazione dell’America Latina, nelle sue diverse versioni, fu il punto di confluenza tra la teologia progressista e il pensiero marxista del Novecento. L’incontro tra queste due correnti sta proprio nell’affermazione del primato della prassi, cioè nell’idea che più importante della verità è l’esperienza che si trae dall’azione. Perciò un teorico comunista degli anni Ottanta, Lucio Lombardo Radice, scriveva che l’essenza della teologia della liberazione sta nel “rovesciamento del rapporto teologia-prassi. Non una prassi da una teologia, ma una teologia a partire da una prassi di fede”.Coerentemente con questa prospettiva, Giuseppe Alberigo, che ha voluto fare della scuola di Bologna la continuazione di quella di Le Saulchoir,  affida alla storia il compito della “riforma ecclesiologica” auspicata dalla “nouvelle théologie” e, prima ancora, dal modernismo. Nel post-concilio, la prassi storica divenne un “locus theologicus”. Il rapporto verità-storia fu riformulato secondo il cardinale Walter Kasper, in forma di “teoria critica della prassi cristiana ed ecclesiale. “La teologia sviluppatasi nella recezione del Vaticano II si caratterizza dunque per la sua peculiare storicità”, scrive mons. Bruno Forte, riecheggiando il “Manifesto” di Le Saulchoir. È in questa prospettiva che bisogna collocare parole chiavi dell’epoca conciliare come “pastorale”, “aggiornamento”, “segni dei tempi”, che negli ultimi anni hanno operato una vera e propria rivoluzione culturale attraverso il linguaggio.

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Come mai Papa Giovanni XXIII, il "convocatore" del Concilio Vaticano II non ne vide i rischi e le subdole trame, mentre Monsignor Borromeo le vide e le capì al volo?

                                               Come il Concilio ha tradito la Chiesa

di Francesco Lamendola
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Vi è una lotta condotta all’interno della Chiesa per farne sparire il passato, per fare sparire la Tradizione della Chiesa

Conferenza stampa di Mons. Marcel Lefebvre in vista delle consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988
Ci siamo permessi di invitarvi come già abbiamo fatto tredici anni fa, nel 1975, al momento di avvenimenti difficili fra Roma ed Ecône e che ci riguardavano. Siamo di nuovo, si potrebbe dire, ad un’estate calda. 
Prima di arrivare agli avvenimenti di questi ultimi giorni e dei giorni prossimi, vorrei prima di tutto farvi una piccola esposizione, così che comprendiate meglio la situazione e nei resoconti che scriverete nei giornali possiate riportare, in quanto possibile, dei racconti obiettivi.
Occorre piazzare gli avvenimenti che accadono oggi e che accadranno domani – in particolare la consacrazione episcopale dei quattro giovani vescovi del 30 giugno – nel contesto delle nostre difficoltà con Roma, non solo dopo il 1970, dopo la fondazione di Ecône, ma dopo il Concilio.
Al Concilio, io e in certo numero di vescovi abbiamo lottano contro il modernismo e contro gli errori che stimavamo inammissibili e incompatibili con la fede cattolica. Il problema di fondo è questo. Si tratta di un’opposizione formale, profonda, radicale, contro le idee moderne e moderniste che sono passate attraverso il Concilio.
Voi mi direte: ma cos’è che vuole dire con questo? 
Ebbene, vi citerò alcuni elementi di questo modernismo. Per esempio l’accettazione dei Diritti dell’Uomo del 1789.
Parlo del diritto comune nella società civile di tutte le religioni, cioè il principio della laicità dello Stato.
Parlo dell’ecumenismo o l’associazione di tutte le religioni. È Assisi, è Kyoto, sono le visite alla Sinagoga, al tempio protestante.
E nella Chiesa, parlo della collegialità, con i sinodi, con le conferenze episcopali, parlo del cambiamento della liturgia, del cambiamento della catechesi, dell’aumento della partecipazione dei laici e delle donne negli ambiti religiosi.
Voi ne avete parlato nei vostri giornali, conoscete bene queste cose, perché tutto questo è apparso in occasione dei sinodi di Roma.
Parlo della negazione del passato della Chiesa. Vi è una lotta condotta all’interno della Chiesa per farne sparire il passato, per fare sparire la Tradizione della Chiesa.
Parlo di questa continua persecuzione contro coloro che vogliono restare cattolici, come lo erano i papi prima del Vaticano II.
Ecco qual è la nostra posizione. Noi continuiamo ciò che i papi hanno insegnato e hanno fatto prima del Vaticano II. Noi ci opponiamo a ciò che adesso hanno fatto i papi Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, perché hanno compiuto una rottura con i loro predecessori. Noi preferiamo la Tradizione della Chiesa all’opera di pochi papi che si oppongono ai loro predecessori.

Tuttavia, nel corso di questi anni abbiamo voluto conservare i contatti con Roma, da dopo il 1976, quando abbiamo ricevuto la «sospensione a divinis» perché continuavamo a fare delle ordinazioni sacerdotali. Abbiamo voluto conservare i contatti con Roma sperando che la Tradizione ritrovasse un giorno i suoi diritti. Ma è stato tempo perso.

Di fronte al rifiuto di Roma di prendere in considerazione le nostre proteste e le nostre richieste di ritorno alla Tradizione e al cospetto della mia età – poiché io oggi ho 82 anni, sono nel mio 83 anno, ed è evidente che sento avvicinarsi la fine – mi serve un successore. Non posso lasciare cinque seminari sparsi nel mondo senza un vescovo che possa ordinare questi seminaristi, poiché non si possono fare dei sacerdoti senza un vescovo. E fintanto che non ci sarà un accordo con Roma, non ci sarà alcun vescovo che accetterà di fare delle ordinazioni. Dunque mi trovo in un assoluto vicolo cieco e di fronte ad una scelta: o morire e lasciare i miei seminaristi nell’abbandono, lasciare orfani i miei seminaristi, o fare dei vescovi. Non ho scelta.
Allora ho chiesto a Roma più volte: lasciatemi fare dei vescovi, permettetemi di avere dei successori. È per questo che lo scorso 29 giugno [1987] ha fatto un’allusione chiara nella mia predica qui a Ecône in occasione dell’ordinazione dei seminaristi. Dissi che avrei fatto delle consacrazioni episcopali perché Roma non vuole ascoltarmi, non vuol capire e ci abbandona. Io mi vedo obbligato a darmi dei successori. Di conseguenza il prossimo 25 ottobre consacrerò dei vescovi per la mia successione.
Grande agitazione a Roma!

Fu a partire da quella dichiarazione che Roma si è smossa, profondamente, e così ho ricevuto una lettera il 28 luglio, dopo aver incontrato il cardinale Ratzinger il 14 luglio, al quale dissi: «o Roma mi permette di fare dei vescovi o me li faccio da me». Nella sua lettera del 28 luglio il cardinale Ratzinger mi rispose: «Per quanto riguarda i vescovi bisogna attendere che la vostra Fraternità venga riconosciuta. Per il resto, possiamo forse farvi delle concessioni, sulla liturgia, sull’esistenza dei vostri seminari e poi come di regola inviarvi un visitatore».

In effetti, io avevo chiesto una visita perché ci conoscessero, visto che non ci conoscono, che non vengono a vederci. Vi è stata dunque un’apertura da parte di Roma, in quel momento.
Confesso che ho molto esitato. Dovevo accettare questa apertura o dovevo rifiutarla? Ero molto portato a rifiutarla perché non ho alcuna fiducia in queste autorità romane, devo dirlo, poiché le loro idee sono completamente opposte alle nostre. Non siamo affatto sulla stessa lunghezza d’onda, dunque non avevo alcuna fiducia.

Siamo sempre stati perseguitati, era ancora l’epoca di Port-Marly, della persecuzione di Don Lecareux per le sue parrocchie, approvate da Roma peraltro, visto che i vescovi sono approvati da Roma. Tutto questo non ci ispirava affatto la fiducia di metterci nelle mani di Roma, di una Roma che combatteva la Tradizione.

Tuttavia abbiamo voluto fare uno sforzo: proviamo, andiamo a vedere quali possono essere le disposizioni di Roma nei nostri confronti. È con questo spirito che sono andato a Roma e che in seguito abbiamo ricevuto la visita del cardinale Gagnon. Sembra che questa visita sia stata favorevole. Confesso che non ne so niente, poiché non ho ricevuto una sola parola sul risultato di questa visita che ha avuto luogo sette mesi fa. L’ho detto al cardinale Ratzinger: è inammissibile. Si effettua una visita per sapere se noi facciamo bene, se facciamo male, se ci sono dei rimproveri da muoverci, se ci sono dei complimenti da farci, e non ci si dice niente. Non ho saputo niente della visita del 1974 dei due prelati belgi che sono venuti a visitare il seminario già quattordici anni fa. Non mi è mai arrivata una sola riga che mi dicesse quale fosse stato il risultato di quella visita.

Allora, il cardinale Gagnon è venuto e in seguito ci sono stati proposti dei colloqui per realizzare un protocollo che predisponesse un accordo destinato a mettere in essere le istituzioni che avrebbero retto la Tradizione.
E questi colloqui ci sono stati.
Confesso che io stesso avrei voluto partecipare al primo di questi colloqui, ma loro hanno preferito che io non ci fossi e che designassi un teologo e un canonista. È quello che feci. Designai Don Tissier de Mallerais e Don Laroche perché si recassero a Roma, per incontrarsi con i rappresentanti del cardinale Ratzinger. Questi erano in tre: un teologo, un canonista e il Padre Duroux che presiedeva la riunione.

Una prima redazione venne approntata dopo quarantotto ore, essa regolava le questioni dottrinali e le questioni disciplinari. Noi fummo sorpresi di vedere che volevano farci firmare un testo dottrinale. Dopo l’apertura dimostrata l’anno prima dal cardinale Ratzinger con la sua lettera del 28 luglio, non erano più in ballo dei problemi dottrinali. Fummo quindi un po’ sorpresi che ci si rimettesse sotto gli occhi ciò che era stato oggetto di incomprensioni per quindici anni.
La nostra opposizione era dovuta precisamente a questioni dottrinali. Ma dal momento che l’articolo 3 della parte dottrinale del protocollo assicurava che potevamo riconoscere che nel Concilio, nella liturgia e nel Diritto Canonico, vi fossero dei punti che non erano perfettamente conciliabili con la Tradizione, la cosa ci soddisfaceva. In qualche modo ci si dava soddisfazione su questi punti. Questo ci permetteva di discutere certi punti del Concilio, della liturgia e del Diritto Canonico. Fu questo che ci permise di firmare questo protocollo dottrinale, senza il quale non l’avremmo firmato.

E poi si giunse alle questioni disciplinari. Vi era soprattutto la questione del vescovo, quella di un ufficio a Roma, nel quale Roma avrebbe avuto cinque membri e noi solo due. La cosa non ci piaceva molto. Discutemmo del fatto che in pratica eravamo messi in minoranza in questo ufficio di Roma, ma d’altra parte, in una certa misura eravamo esenti dalla giurisdizione dei vescovi.
Nel corso di una seconda riunione, questa volta con il cardinale Ratzinger e io stesso, insieme con i diversi teologi e canonisti, che avevano già discusso tra loro, giungemmo ad una conclusione accettabile, sulla carta.
Il cardinale Ratzinger firmò subito: io firmai ad Albano il 5 maggio. Così il protocollo fu firmato.
La stampa annunciò: accordo tra Mons. Lefebvre e il Vaticano. Sembra che le cose si sistemino, che tutto si sistemi.
Personalmente, come vi ho detto, io mi muovevo con sfiducia. Ho sempre provato un sentimento di sfiducia e devo confessare che ho sempre pensato che tutto quello che facevano era per ridurci ad accettare il Concilio e le riforme post-conciliari.
Essi non potevano ammettere, e d’altronde il cardinale l’ha detto recentemente in un’intervista ad un giornale tedesco: «Non possiamo accettare che dopo il Concilio vi siano dei gruppi che non ammettono il Concilio e le riforme che sono state fatte dopo il Concilio. Non possiamo ammettere una cosa così». Il cardinale l’ha ripetuto più volte: «Monsignore, vi è solo una Chiesa, non può esserci una Chiesa parallela.» Ed io gli ho detto: «Eminenza, non siamo noi che facciamo una Chiesa parallela, poiché noi continuiamo la Chiesa di sempre, siete voi che fate una Chiesa parallela, avendo inventato la Chiesa del Concilio, quella che il cardinale Benelli ha chiamato Chiesa conciliare Siete voi che avete inventato una Chiesa nuova, non noi, siete voi che avete fatto un nuovo catechismo, dei nuovi sacramenti, una nuova Messa, una nuova liturgia, non siamo noi. Noi continuiamo ciò che era stato fatto prima. Non siamo noi che facciamo una nuova Chiesa».

Noi abbiamo percepito, dunque, nel corso di questi colloqui, un desiderio, una volontà di condurci al Concilio. Ebbene, malgrado tutto, io ho firmato, ho cercato di dimostrare della buona volontà, ma dal giorno stesso in cui noi abbiamo deciso di firmare, a proposito del vescovo ho chiesto al cardinale Ratzinger: «Allora, adesso firmeremo il protocollo, potete darci già la data per la consacrazione del vescovo?» (era il 4 maggio) «Da qui al 30 giugno avete il tempo di darmi il mandato per il vescovo. Io personalmente ho partecipato alla presentazione dei vescovi, quand’ero delegato apostolico, di 37 vescovi, e so come si fa». Io avevo presentato i nomi. I nomi erano già sul tavolo del Vaticano, tre nomi, quello che si chiama una terna. È questo il termine classico a Roma per indicare i tre nomi dei vescovi proposti, e la Santa Sede sceglie tra questi tre nomi. Ho dunque dato tre nomi. «Da qui al 30 giugno avete il tempo per preparare, per fare un’inchiesta e per darmi il mandato». «Ah! No, no, no, è impossibile, il 30 giugno è impossibile» - «Allora quando? Il 15 agosto? Alla fine dell’anno mariano?» - «Ah!, no, no, no, Monsignore. Lei sa bene che il 15 agosto a Roma non c’è nessuno. Dal 15 luglio al 15 settembre ci sono le vacanze, non si può contare sul 15 agosto, non è possibile» - «Allora, diciamo il 1 novembre, per Tutti i Santi?» - «Ah!, non lo so, non glielo posso dire» - «Per Natale?» - «Non glielo posso dire».

Mi sono detto: è finita, ho capito. Ci si vuole menare per il naso, è finita, non ho più fiducia. E avevo ben ragione a non avere fiducia, ci si stava per giocare. Ho perso completamente la fiducia. E il giorno stesso, il 5 maggio, ho scritto una lettera al Papa e una al cardinale Ratzinger, dicendo: Avevo sperato di giungere ad un risultato, credo che sia tutto finito. Lo vediamo benissimo. Vi è una volontà da parte della Santa Sede di volerci sottomettere alla sua volontà e ai suoi orientamenti. È inutile continuare. Siamo agli antipodi gli uni dagli altri.
Evidentemente, a quel punto grande scompiglio a Roma per la lettera scritta da me: «Com’è che denunciate il protocollo, non è permesso, è deplorevole».

Sì, ma posso leggervi rapidamente alcuni passi della lettera che ho scritto: era il 6 maggio. Al corriere del cardinale era giunta una bozza di lettera da inviare al Papa nella quale bisognava che io chiedessi perdono, non per tutto questo, ma per tutto ciò che era stato fatto nel corso dei tredici anni passati, per i torti che avevo potuto avere, anche in buona fede. Sono loro che scrivono così perché io lo firmi, non io. «In tutta buona fede si possono commettere degli errori. Così, io vi prego umilmente di perdonare tutto ciò che nel mio comportamento o in quello della Fraternità ha potuto ferire il Vicario di Cristo e la Chiesa».

Tutte quelle cose che erano state messe da parte le si rimetteva nuovamente sotto i nostri occhi. Le vessazioni che si rimettevano sotto i nostri occhi manifestavano che nei nostri confronti vi era della mala volontà e che il solo desiderio della Santa Sede era di portarci al Concilio e alle sue riforme.

È per questo che vi è stata consegnata la lettera che alla fine, il 2 giugno, ho scritto al Papa.
«Santissimo Padre, i colloqui e gli incontri col Cardinale Ratzinger e i suoi collaboratori, benché abbiano avuto luogo in un’atmosfera di cortesia e di carità, ci hanno convinto che il momento di una collaborazione franca ed efficace non sia ancora arrivato», visto che lo scopo di questa riconciliazione non è affatto lo stesso per la Santa Sede e per noi. E aggiungevo: « È per questo che ci daremo noi stessi i mezzi per proseguire l’opera che la Provvidenza ci ha affidato».

Evidentemente, smarrimento a Roma!
Ho ricevuto, dopo, una lettera del Santo Padre, firmata da lui stesso, che mi supplicava di conservare l’unità, l’unità della Chiesa, di non dividere la Chiesa, di rimane nella fedeltà alla Chiesa.
Ma per l’esattezza, noi non ci troviamo nella stessa verità.
Per loro la verità è evolutiva, la verità cambia col tempo, e la Tradizione è il Vaticano II di oggi. Per noi la Tradizione è ciò che la Chiesa ha insegnato a partire dagli Apostoli fino ai giorni nostri. Per loro, no, la Tradizione è il Vaticano II, che riassume in sé tutto ciò che è stato detto precedentemente. Le circostanze storiche sono tali che oggi bisogna credere a ciò che ha fatto il Vaticano II. Quello che è accaduto prima, non esiste più. Appartiene al passato. È per questo che il cardinale non esita dire: «Il Concilio Vaticano II è un anti-Sillabo». Ci si chiede come un cardinale della Santa Chiesa possa dire che il Concilio Vaticano II sia un anti-Sillabo, atto del tutto ufficiale di Papa Pio IX nell’enciclica Quanta Cura. È inimmaginabile.
Io un giorno ho detto al cardinale Ratzinger: «Eminenza, bisogna che scegliamo: o la libertà religiosa com’è nel Concilio o il Sillabo di Pio IX. Essi sono in contraddizione e bisogna scegliere». Allora mi ha detto: «Ma. Monsignore, non siamo più ai tempi del Sillabo.» «Ah!, ho detto, allora la verità cambia col tempo. Allora, ciò che Lei mi dice adesso, domani non sarà più vero.  Non v’è più modo di intenderci, siamo in una continua evoluzione. Diventa impossibile parlare». Loro hanno questo nell’animo. E lui mi ha ripetuto: «Vi è una sola Chiesa, la Chiesa del Vaticano II.  Il Vaticano II rappresenta la Tradizione». Sfortunatamente, la Chiesa del Vaticano II si oppone alla Tradizione. Non è la stessa cosa.

Allora il Papa mi supplica di non rompere l’unità della Chiesa. Mi minaccia di sanzioni canoniche se io faccio queste consacrazioni il prossimo 30 giugno.
Io vi confesso che l’atmosfera nella quale si sono svolti i colloqui che hanno preceduto la redazione del protocollo, e poi i fatti che hanno interessato quelli che si sono riuniti a Roma, mi hanno dato da riflettere.

Il destino riservato ai rientrati.

Prendo l’esempio di Dom Augustin, che ha un convento a Flavigny nel quale vi sono 24 sacerdoti che ho ordinato io stesso, dei benedettini, il quale mi lascia e mi dice: «Monsignore, non posso più rimanere con Lei, mi riunisco a Roma; rientro nell’obbedienza con Roma; non posso rimanere con Lei». Bene, si è riunito a Roma con la speranza che potesse conservare la Tradizione, che potesse conservarla nel suo monastero, cioè conservare la Messa tradizionale per i suoi monaci, per la Messa conventuale. Ebbene, Roma ha preteso che la Messa conventuale fosse quella del Concilio e non la Messa antica. Invece di dire: potete conservare la Tradizione, si cambia la Tradizione.

Prendiamo un secondo esempio: ancora un monastero, Fontgombault. Essi hanno accettato per obbedienza di conservare per quindici anni la Messa nuova, perché i vescovi avevano detto che bisognava prendere la nuova Messa, ed essi l’hanno fatto. Arriva l’indulto di Roma: tutti quelli che hanno accettato la nuova Messa, ormai possono dire la Messa antica. Questo si applicava perfettamente a Fontgombault. Rifiuto dell’arcivescovo di Bourges. Non potete dire la Messa antica per la Messa conventuale. Dovete conservare la nuova Messa, è così. L’Abate di Fontbombault si reca alla Congregazione per il Culto, a Roma, a parlare col cardinale Mayer, che gli dice: «Sa, è difficile, cerchi di vedere il Papa». Il Papa lo rimanda dal cardinale Mayer, dicendo: «Fate uno sforzo, forse la cosa si può sistemare…». Il cardinale Mayer finisce col rimandarlo al vescovo di Bourges, ed essi sono sempre con la nuova Messa per la Messa conventuale. Eppure rispondono perfettamente alle condizioni previste dall’Indulto.

Non possiamo avere fiducia, non è possibile. E io vi faccio un ultimo esempio: un esempio straordinario.
Senza dubbio avrete sentito parlare, e due anni fa avete scritto degli articoli nei giornali, sui transfughi di Ecône, i famosi transfughi di Ecône! Erano andati via da qui, da Ecône, nove seminaristi. Quello che era a capo di questa piccola ribellione, Don…, era rimasto in seminario per un certo tempo, nascondeva bene il suo giuoco, ed era riuscito a convincere altri otto seminaristi a lasciare Ecône. Egli si era messo in contatto con Don Grégoire Billot, che è qui in Svizzera, a Baden; Don Billon era in contato col cardinale Ratzinger, egli parla tedesco. Telefonò al cardinale Ratzinger: «Ecco, a Ecône vi sono nove seminaristi che sono pronti ad andarsene. Cosa potete promettere loro? Cosa potete fare per loro?»
Oh! formidabile, un’occasione unica; si promisero loro mari e monti, ve ne saranno altri che se ne andranno. E il cardinale Ratzinger lo disse esplicitamente: «Sono felice che si siano di quelli che lasciano Ecône e spero che ve ne saranno altri che seguiranno i primi».
Voi lo sapete molto bene, si costituì il famoso seminario Mater Ecclesiae, diretto da un cardinale, il cardinale Innocenti, con il cardinale Garrone e un terzo cardinale, il cardinale Ratzinger, approvato dal Papa ufficialmente ne L’Osservatore Romano. Una storia mondiale. Tutti i giornali del mondo hanno parlato di questo seminario tradizionale fatto con i transfughi di Ecône e che raccoglieva anche dei seminaristi che avevano la stessa sensibilità.

Essi sono partiti e si sono ritrovati, forse, una ventina di seminaristi. Vi assicuro che vale la pena leggere la lettera che in questi giorni ci ha inviato Don… che fu l’istigatore dell’abbandono di questi seminaristi. Egli scrive: «Mi dispiace» a lettere maiuscole nella lettera, «mi dispiace, abbiamo perduto tutto, non è stata mantenuta alcuna promessa. Siamo dei miserabili, non sappiamo neppure dove andare».
Ben gli sta, a questa gente che ha voluto riunirsi a Roma!
Questo sarà il nostro caso.
Ne siamo sempre più persuasi.
Più riflettiamo sull’atmosfera di questi colloqui, più ci rendiamo conto che si è in procinto di tenderci una trappola, di piegarci, e che domani ci si dirà: ormai la Messa tradizionale è finita, bisogna accettare la nuova Messa. Non bisogna essere contro la nuova Messa. E questo ce l’hanno già detto.
Ecco un esempio che ha dato il cardinale Ratzinger: «Per esempio, a Saint-Nicolas-du-Chardonnet, Monsignore, quando il protocollo sarà firmato e le questioni saranno regolate, è evidente che Saint-Nicolas-du-Chardonnet non può rimanere com’è adesso. Perché? Perché Saint-Nicolas è una parrocchia di Parigi e dipende dal cardinale Lustiger. Quindi sarà assolutamente necessario che nella parrocchia di Saint-Nicolas-du-Chardonnet vi sia una Messa nuova regolarmente, tutte le domeniche. Non si può accettare che i parrocchiani che desiderano una Messa nuova non possano recarsi nella loro parrocchia per avere questa nuova Messa.» Lo vedete! È l’inizio della penetrazione: accettare la nuova Messa, allinearci… Non è possibile! Noi ci sentiamo presi in un ingranaggio da cui non possiamo uscire.
Delle difficoltà inestricabili sorgeranno con i vescovi, con i movimenti delle diocesi, che vorranno che noi collaboriamo con loro, se saremo riconosciuti da Roma.
Avremo tutte le difficoltà possibili e immaginabili. Allora, è per questo che io ho pensato e che mi è sembrato in coscienza che non potevo continuare.
Ho deciso… Da qui la mia lettera del 2 giugno al Santo Padre e l’annuncio della consacrazione dei quattro vescovi che si terrà il 30 giugno.
Voi avete sui fogli che vi abbiamo consegnato le indicazioni su questi futuri vescovi.

L’Osservatore Romano pubblicherà la scomunica, una dichiarazione di scisma, evidentemente.
Cosa vuol dire questo?
Scomunica da parte di chi? Da una Roma modernista, da una Roma che non ha più perfettamente la fede cattolica. Non si può dire che quando c’è una manifestazione come quella di Assisi, si è sempre cattolici. Non è possibile. Non si può dire che quando vi è Kyoto e le dichiarazioni che sono state fatte ai giudei in Sinagoga e la cerimonia che ha avuto luogo a Santa Maria in Trastevere l’anno scorso in piena Roma, non si può dire che si sia ancora cattolici. È scandaloso. Non si è più cattolici.
Allora saremo scomunicati da dei modernisti, da della gente che è stata condannata dai papi precedenti. Allora, cosa potrà mai fare una cosa così? Noi siamo condannati da della gente che è condannata e dovrebbe essere condannata pubblicamente. La cosa ci lascia indifferenti. In tutta evidenza la cosa non ha valore.
Dichiarazione di scisma: scisma con chi, col Papa successore di Pietro? No, scisma col Papa modernista, sì, scisma con le idee che il Papa diffonde dappertutto, le idee della Rivoluzione, le idee moderne. Sì. Noi siamo in stato di scisma con questo. Noi non l’accettiamo. Certo.
Noi non abbiamo personalmente alcuna intenzione di rompere con Roma. Noi vogliamo essere uniti alla Roma di sempre e siamo convinti di essere uniti alla Roma di sempre, perché nei nostri seminari, nelle nostre predicazioni, in tutta la nostra vita e nella vita dei cristiani che ci seguono, noi continuiamo la vita tradizionale com’era prima del Concilio Vaticano II e che è stata vissuta per venti secoli. E allora, non vedo perché saremmo in rottura con Roma perché facciamo ciò che Roma stessa a consigliato di fare per venti secoli. Questo non è possibile.

Ecco la situazione attuale. Bisogna comprenderla bene, per non cavillare su di essa.

Allora si può pensare: avrete un vescovo, bene. Potrete avere un po’ più di membri nel consiglio romano.
Ma non è questo che ci interessa. Quello che ci interessa è il problema di fondo che è sempre dietro di noi e che ci fa paura. Noi non vogliamo essere dei collaboratori della distruzione della Chiesa. Nel mio libro Lettera ai cattolici perplessi, io ho scritto, l’ho chiuso così: «Quando il buon Dio mi chiamerà, non voglio che mi chieda: che cosa hai fatto laggiù sulla terra? Hai contribuito ha demolire la Chiesa». Non è vero, io non ho contribuito a demolire la Chiesa. Io ho contribuito a costruirla. Quelli che la demoliscono sono quelli che diffondono delle idee che distruggono la Chiesa e che sono stati condannati dai loro predecessori.

Ecco il succo di questi avvenimenti. Questi avvenimenti che stiamo per vivere in questi giorni, faranno sicuramente parlare e ci sarà un mucchio di gente alla cerimonia del 30 giugno per la consacrazione di questi quattro nuovi vescovi che saranno al servizio della Fraternità. Ebbene! Questi quattro vescovi saranno al servizio della Fraternità, ecco!
Dunque, quando io sparirò, colui che avrà in principio la responsabilità delle relazioni con Roma, sarà il Superiore generale della Fraternità, Don Schmidberger, che ha ancora sei anni di superiorato generale da compiere. È lui che eventualmente terrà da allora i contatti con Roma per continuare i colloqui, se proseguiranno o se saranno mantenuti, cosa che è poco probabile di questi tempi, visto che L’Osservatore Romano uscirà con un titolo a caratteri cubitali: «Scisma di Mons. Lefebvre, scomunica…».
Nel corso di x anni, forse due, forse tre anni, non lo so, quello che ci sarà è la separazione.
Mons.Marcel Lefebvre - Ecône, 15 giugno 1988