ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 22 agosto 2018

Vatican Diciotti?

Quel che il papa dice. E quel che non dice


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Non è piaciuta a tutti la Lettera al popolo di Dio scritta da Francesco in seguito al deflagrare della crisi dopo il rapporto del gran giurì della Pennsylvania su mille casi di abusi a danno di trecento vittime nell’arco di settant’anni, con ampie coperture e insabbiamenti da parte delle gerarchie.
LifeSiteNews (https://www.lifesitenews.com/news/pope-francis-blames-u.s.-sex-abuse-crisis-on-clericalism-fails-to-mention-h) osserva che la lettera sta ricevendo critiche da parte dei fedeli perché non specifica le azioni concrete da adottare e ignora la questione di fondo dell’omosessualità dilagante nel clero.

Il papa punta il dito contro il «clericalismo», inteso come «un modo anomalo» di considerare e vivere l’autorità della Chiesa, ma la spiegazione appare nello stesso tempo vaga e fuorviante. Non si affronta seriamente il problema se non si riconosce la questione dell’omosessualità e il ruolo dei vescovi. Tuttavia le parole «vescovo» e «omosessualità» nella lettera non appaiono neppure una volta.
Come hanno osservato, per esempio, il cardinale Raymond Burke (qui il mio articolo in proposito: https://www.aldomariavalli.it/2018/08/18/il-venerdi-santo-della-chiesa-degli-stati-uniti/) e il vescovo Robert Morlino di Madison (https://www.aldomariavalli.it/2018/08/19/odiare-il-peccato-unica-via-contro-la-devastazione-nella-vigna-del-signore/) una crisi così drammatica come quella degli abusi non può essere fronteggiata senza riconoscere il problema dell’omosessualità e del permissivismo che si è insinuato nella Chiesa. Di pari passo occorre sottolineare che, per quanto i provvedimenti dei vescovi possano essere importanti, tocca al papa dimostrare che la Chiesa ha saputo risalire alle cause del fenomeno, così da essere in grado di disciplinare correttamente le situazioni.
Le statistiche contenute nel rapporto del gran giurì della Pennsylvania dicono che in tre quarti dei casi i preti incriminati erano omosessuali e in maggioranza sceglievano come vittime ragazzi adolescenti. Non è dunque corretto parlare di pedofilia o, per lo meno, solo di pedofilia. D’altra parte già il rapporto del John Jay College nel 2004 segnalava che l’81 per cento delle vittime era composto da maschi, per lo più adolescenti tra i quattordici e i diciassette anni.
Anche Marie Collins, vittima di abusi ed ex membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori (dalla quale si dimise per sottolineare il suo senso di frustrazione e l’inadeguatezza dell’organismo e) si dice perplessa circa la lettera del papa, e un altro commento significativo è poi quello dello scrittore Rod Dreher, autore del libro L’opzione Benedetto.
Nato metodista, convertito al cattolicesimo nel 1993 e poi, nel 2006, divenuto ortodosso proprio in seguito alle sue ricerche sulla rete segreta e potente dei preti omosessuali, Dreher (https://www.theamericanconservative.com/dreher/pope-francis-failed-letter-abuse/) osserva: «Se non avessi seguito questa storia da vicino per anni, sarei confortato dalla lettera del papa»; purtroppo però so che «è molto tardi» perché si possa ancora pensare che «le parole, da sole, siano credibili».
Papa Francesco, scrive Dreher, ha rilasciato «un torrente di buone parole», ma le azioni purtroppo non vi corrispondono.
Si prenda il caso di Donald Wuerl, l’arcivescovo di Washington amico dell’ex cardinale Mc Carrick (sospeso dopo essere stato riconosciuto colpevole di gravi abusi a danno di seminaristi) e adesso nell’occhio del ciclone, tanto che da più parti si invoca una sua rinuncia all’incarico.
Le dimissioni per raggiunti limiti di età di Wuerl (classe 1940, successore di Mc Carrick a Washington nel 2006) sono sul tavolo di papa Francesco già da due anni (tutti i vescovi cattolici, come si sa, si dimettono formalmente una volta compiuti i settantacinque anni), eppure nel caso dell’arcivescovo di Washington il pontefice non le ha accettate. Il che spinge Dreher a commentare: «Finché Donald Wuerl sarà a capo dell’arcidiocesi di Washington, le parole del papa [contro gli abusi] resteranno vuote».
Ma si prenda anche il caso del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, che fa parte della cerchia più ristretta dei consiglieri del papa, in quanto coordinatore del Consiglio dei nove cardinali incaricati della «grande riforma» che Francesco avrebbe dovuto condurre in porto. Ebbene, scrive Dreher, Maradiaga è al centro di «un enorme scandalo per omosessualità» che coinvolge il seminario della sua diocesi (l’ausiliare di Maradiaga si è dimesso dopo esser stato accusato di avere diverse relazioni omosessuali), eppure la posizione del cardinale honduregno (che ha già compiuto i fatidici settantacinque anni ed è dunque in età di pensione) sembra sempre più forte nella curia romana, tanto che le voci di corridoio nei sacri palazzi dicono che sarà confermato per almeno altri cinque anni (e nel frattempo, negli ultimi vent’anni, la popolazione cattolica in Honduras si è dimezzata, con masse di fedeli che sono passate al pentecostalismo o hanno abbandonato completamente il cristianesimo). L’unica cosa che mantiene Maradiaga al potere è la volontà di Francesco, per cui la conclusione di Dreher è la stessa di prima: «Finché Maradiaga rimane al potere, le parole del papa saranno vuote».
Insomma, conclude Dreher, occorre prestare attenzione non solo a ciò che il papa dice, ma anche a ciò che non dice.
Durissima è poi la reazione alla lettera del papa di una delle mille vittime che al gran giurì della Pennsylvania hanno raccontato di essere state molestate per anni. Il documento di Francesco, dichiara Jim Faluszczak, quarantanove anni, ex prete che ora assiste le vittime di abusi, «non offre soluzioni su come la Chiesa dovrebbe combattere il fenomeno». E «se il papa non riesce a trovare soluzioni, meglio che si ritiri, così da consentire ai cattolici di mettere al suo posto un altro papa in grado di agire».
Intanto, mentre sul britannico Catholic Herald la lettera del papa è giudicata «inadeguata» e «piena di cliché» (http://www.catholicherald.co.uk/commentandblogs/2018/08/21/pope-franciss-letter-on-abuse-was-not-enough-we-need-action/), c’è chi propone di azzerare la Conferenza episcopale degli Stati Uniti.
È il caso di Jason Scott Jones, che su LifeSiteNews (https://www.lifesitenews.com/opinion/enough-its-time-to-disband-the-us-bishops-conference) scrive: «È tempo di sciogliere la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti. Invece di perdere tempo in stupide dichiarazioni politiche su questioni come immigrazione, riscaldamento globale e sindacati, i vescovi devono concentrarsi su tre cose: rendere facilmente disponibili i sacramenti (specialmente la confessione); ricostruire l’educazione cattolica fatiscente e assicurarsi che i nostri bambini non vengano abusati sessualmente».
I vescovi, scrive Jones, sono responsabili dell’ambito spirituale e i laici sono responsabili della cristianizzazione dell’ambito temporale, ma questa fondamentale differenza tra la gerarchia e il laicato è stata completamente dimenticata. I vescovi, quando si occupano della vita dei laici, dovrebbero assumere posizioni forti su questioni non negoziabili come l’aborto, le unioni omosessuali e la protezione dei bambini; invece, concentrati come sono sulla promozione di cause «liberal», non si occupano della salvezza delle anime. Nel frattempo l’educazione cattolica si è disintegrata, i sacramenti sono abusati (quanti cattolici americani ricevono l’Eucaristia anche se si confessano raramente o mai?), e i nostri figli sono a rischio proprio quando si trovano tra coloro con cui dovrebbero essere più sicuri. «I vescovi non sono amministratori, né attivisti. Sono pastori. Esistono per uno scopo: aiutare i cristiani a raggiungere il paradiso».
Cardinali e vescovi come Wuerl, continua l’autore, hanno perfino provato a usare il la Conferenza episcopale degli Stati Uniti per impedire ai colleghi di parlare di argomenti politicamente delicati, ma questa non è una sorpresa dal momento che il 40 per cento dei fondi arriva ai vescovi dal governo federale degli Stati Uniti.
Che la situazione sia ormai in gran parte fuori controllo è confermato dalle iniziative di legge che in diverse parti del mondo hanno messo nel mirino il sacramento della confessione.
Scrive Sandro Magister (http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/08/19/chiesa-sotto-attacco-fuori-legge-il-sacramento-della-confessione/): «In Australia, nel territorio della capitale Canberra, il segreto della confessione è da giugno perseguibile come un reato, qualora il sacerdote che venisse a conoscenza, mentre amministra il sacramento, di un abuso sessuale su minori non lo denunciasse alle pubbliche autorità… I vescovi dell’Australia hanno reagito difendendo l’intangibilità del sigillo della confessione, la cui trasformazione in reato mette a rischio la stessa libertà religiosa. Ma il primo ministro del Nuovo Galles del Sud, uno dei sei Stati che compongono la federazione australiana, ha già chiesto che la legge sia discussa e approvata a livello federale, rendendola valida per l’intero paese».
E l’Australia non è un caso a sé. «In India, a fine luglio, la Commissione nazionale per le donne ha raccomandato al governo di New Delhi di mettere fuori legge il sacramento della confessione in tutto il paese, al fine di evitare i ‘ricatti’ che i sacerdoti potrebbero esercitare contro le donne».
«Già nel 2011, in un’Irlanda scossa dall’esplosione degli abusi sessuali commessi da preti cattolici, l’allora primo ministro Enda Kenny sostenne che ”i sacerdoti dovrebbero avere l’obbligo di legge di denunciare i casi di abuso appresi in confessione”».
E come dimenticare il Cile, dove «i magistrati che stanno investigando sugli abusi sessuali compiuti da vescovi e sacerdoti, e che hanno già chiamato a testimoniare, tra gli altri, l’arcivescovo di Santiago, cardinale Ricardo Ezzati Andrello, stanno valutando se interrogare anche papa Francesco in persona, sulla base dei reati – come la distruzione di archivi compromettenti – da lui denunciati nella lettera ai vescovi cileni dello scorso mese di maggio»?
Insomma, la Chiesa che in campo morale ha abbassato la guardia in nome del dialogo con il mondo, ora si trova sotto accusa proprio da quello stesso mondo.
E completiamo il quadro, almeno per ora, con i commenti di due cardinali.
Il primo è Joseph Tobin, arcivescovo di Newark negli Stati Uniti, il quale, dopo che sei sacerdoti rimasti anonimi hanno denunciato sulla Catholic News Agency che all’origine egli abusi c’è la «sub-cultura gay», si è rivolto così ai preti della sua diocesi: «Nessuno mi ha mai parlato di una simile sotto-cultura. D’ora in poi ai preti sarà vietato parlare con i giornalisti e tutte le eventuali richieste dovranno essere riferite al responsabile dell’ufficio comunicazioni sociali della diocesi».
Che dire? Complimenti per la lungimiranza!
Il secondo è il neo-cardinale messicano Sergio Obeso Rivera, il quale, secondo quanto riferisce Crux (https://cruxnow.com/church-in-the-americas/2018/08/21/mexican-cardinal-says-abuse-victims-should-think-about-skeletons-in-their-own-closet/) ha detto che le vittime degli abusi dovrebbero «vergognarsi di parlare perché anche loro hanno scheletri negli armadi».
Che dire?
Senza parole.
Aldo Maria Vlli

Lettera al Popolo di Dio di papa Francesco contro gli abusi sessuali

Il santo Padre Francesco ha scritto e pubblicato ieri, una Lettera a tutto il Popolo di Dio per indire momenti di “digiuno e penitenza” a causa degli scandali di abusi sessuali perpetrati ai danni dei più deboli e vulnerabili minori da parte di sacerdoti e gerarchia… Al termine della stessa vi sarà proposto di rileggere la Lettera che papa Benedetto XVI scrisse nel 2010 – Anno Sacerdotale – a riguardo degli scandali nella Chiesa in Irlanda… In casi come questi non c’è da commentare o discutere, ma molto da pregare e fare. Per chi volesse invece intraprendere altri argomenti sulla questione, proponiamo per ora l’ottima riflessione di Marco Tosatti, qui
E ancora da La NBQ: IL PAPA SCRIVE DI ABUSI: L’omosessualità devasta la Chiesa, ma non se ne parla più – di Stefano Fontana, vedi qui.
Arriva la “Lettera del Papa al popolo di Dio” che conferma un dato ormai inequivocabile: di omosessualità la Chiesa di oggi non vuole più parlare, il tema è formalmente escluso dalla predicazione (si legga qui il suo insegnamento precedente). Se ci guardiamo intorno dobbiamo constatare che tutti, nella Chiesa, hanno da tempo cessato di valutare moralmente l’omosessualità e addirittura evitano di parlarne. Il tema è sparito dalle omelie, dai discorsi, dalla stampa cattolica. Rimane l’espressione solo in qualche iniziativa pastorale rivolta ad includere le coppie omosessuali nel tessuto ecclesiale con modalità espressive che sanno solo di accoglienza e mai di valutazione.
-Il PAPA CHIEDE PENITENZA di Lorenzo Bertocchi
-“E’ OMOSESSUALITA'”. VESCOVO TUONA CONTROCORRENTE di Marco Tosatti
Se volete la nostra umile opinione stringata, è la seguente: è una Lettera melliflua, acquosa e molto insipida….   e questo perché quando in una Lettera si omettono alcuni passaggi fondamentali per andare alla sorgente del problema (come di fatto ha indicato il prof. Fontana e Tosatti), il contenuto perde di credibilità …. ma in certi casi noi, sull’immediato, ragioniamo come il Vangelo insegna: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere…» (Mt.23,2-3)… preghiamo e digiuniamo, ma non taciamo, operiamo denunciando il male e il peccato, chiamandoli con i suoi nomi oggi omessi da questa gerarchia….
«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26). Queste parole di San Paolo risuonano con forza nel mio cuore constatando ancora una volta la sofferenza vissuta da molti minori a causa di abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate. Un crimine che genera profonde ferite di dolore e di impotenza, anzitutto nelle vittime, ma anche nei loro familiari e nell’intera comunità, siano credenti o non credenti. Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità.
1. Se un membro soffre
Negli ultimi giorni è stato pubblicato un rapporto in cui si descrive l’esperienza di almeno mille persone che sono state vittime di abusi sessuali, di potere e di coscienza per mano di sacerdoti, in un arco di circa settant’anni. Benché si possa dire che la maggior parte dei casi riguarda il passato, tuttavia, col passare del tempo abbiamo conosciuto il dolore di molte delle vittime e constatiamo che le ferite non spariscono mai e ci obbligano a condannare con forza queste atrocità, come pure a concentrare gli sforzi per sradicare questa cultura di morte; le ferite “non vanno mai prescritte”. Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare. Il cantico di Maria non si sbaglia e, come un sottofondo, continua a percorrere la storia perché il Signore si ricorda della promessa che ha fatto ai nostri padri: «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc1,51-53), e proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.
Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli. Faccio mie le parole dell’allora Cardinale Ratzinger quando, nella Via Crucisscritta per il Venerdì Santo del 2005, si unì al grido di dolore di tante vittime e con forza disse: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! […] Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr Mt 8,25)» (Nona Stazione).
2. Tutte le membra soffrono insieme
La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale, «perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché “anche Satana si maschera da angelo della luce” (2 Cor 11,14)» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 165). L’appello di San Paolo a soffrire con chi soffre è il miglior antidoto contro ogni volontà di continuare a riprodurre tra di noi le parole di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).
Sono consapevole dello sforzo e del lavoro che si compie in diverse parti del mondo per garantire e realizzare le mediazioni necessarie, che diano sicurezza e proteggano l’integrità dei bambini e degli adulti in stato di vulnerabilità, come pure della diffusione della “tolleranza zero” e dei modi di rendere conto da parte di tutti coloro che compiono o coprono questi delitti. Abbiamo tardato ad applicare queste azioni e sanzioni così necessarie, ma sono fiducioso che esse aiuteranno a garantire una maggiore cultura della protezione nel presente e nel futuro.
Unitamente a questi sforzi, è necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria e ci porta a guardare nella stessa direzione dove guarda il Signore. Così amava dire San Giovanni Paolo II: «Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49). Imparare a guardare dove guarda il Signore, a stare dove il Signore vuole che stiamo, a convertire il cuore stando alla sua presenza. Per questo scopo saranno di aiuto la preghiera e la penitenza. Invito tutto il santo Popolo fedele di Dio all’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno secondo il comando del Signore,[1] che risveglia la nostra coscienza, la nostra solidarietà e il nostro impegno per una cultura della protezione e del “mai più” verso ogni tipo e forma di abuso.
E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita.[2] Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente»[3]. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo.
E’ sempre bene ricordare che il Signore, «nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo. Perché «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 11).
E’ imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui. La coscienza del peccato ci aiuta a riconoscere gli errori, i delitti e le ferite procurate nel passato e ci permette di aprirci e impegnarci maggiormente nel presente in un cammino di rinnovata conversione.
Al tempo stesso, la penitenza e la preghiera ci aiuteranno a sensibilizzare i nostri occhi e il nostro cuore dinanzi alla sofferenza degli altri e a vincere la bramosia di dominio e di possesso che tante volte diventa radice di questi mali. Che il digiuno e la preghiera aprano le nostre orecchie al dolore silenzioso dei bambini, dei giovani e dei disabili. Digiuno che ci procuri fame e sete di giustizia e ci spinga a camminare nella verità appoggiando tutte le mediazioni giudiziarie che siano necessarie. Un digiuno che ci scuota e ci porti a impegnarci nella verità e nella carità con tutti gli uomini di buona volontà e con la società in generale per lottare contro qualsiasi tipo di abuso sessuale, di potere e di coscienza.
In tal modo potremo manifestare la vocazione a cui siamo stati chiamati di essere «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1).
«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme», ci diceva San Paolo. Mediante l’atteggiamento orante e penitenziale potremo entrare in sintonia personale e comunitaria con questa esortazione, perché crescano tra di noi i doni della compassione, della giustizia, della prevenzione e della riparazione. Maria ha saputo stare ai piedi della croce del suo Figlio. Non l’ha fatto in un modo qualunque, ma è stata saldamente in piedi e accanto ad essa. Con questa posizione esprime il suo modo di stare nella vita. Quando sperimentiamo la desolazione che ci procurano queste piaghe ecclesiali, con Maria ci farà bene “insistere di più nella preghiera” (cfr S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 319), cercando di crescere nell’amore e nella fedeltà alla Chiesa. Lei, la prima discepola, insegna a tutti noi discepoli come dobbiamo comportarci di fronte alla sofferenza dell’innocente, senza evasioni e pusillanimità. Guardare a Maria vuol dire imparare a scoprire dove e come deve stare il discepolo di Cristo.
Lo Spirito Santo ci dia la grazia della conversione e l’unzione interiore per poter esprimere, davanti a questi crimini di abuso, il nostro pentimento e la nostra decisione di lottare con coraggio.
Vaticano, 20 agosto 2018
Francesco

[1] «Questa specie di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» ( Mt 17,21).
[2] Cfr Lettera al Popolo di Dio pellegrino in Cile, 31 maggio 2018.
[3] Lettera al Cardinale Marc Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016.

Pubblichiamo qui a seguire la Lettera pastorale di Benedetto XVI ai cattolici d’Irlanda (ma anche a tutto il mondo cattolico), la prima di un Pontefice su questo triste argomento.
Il testo del documento firmato dal Papa nella solennità di san Giuseppe con l’intenzione di favorire un «processo di pentimento, guarigione e rinnovamento» 
Gli interventi di Benedetto XVI sulla questione degli abusi esplosi nell’Anno Sacerdotale 2009-2010
La Lettera ai cattolici d’Irlanda è solo l’ultima presa di posizione di Benedetto XVI sullo scandalo degli abusi sessuali sui minori all’interno della Chiesa. Con sofferenza e determinazione, specie negli ultimi quattro anni, il Papa ha affrontato in diverse circostanze il grave fenomeno, con parole di netta condanna per i colpevoli e di pietà per le vittime. Alessandro De Carolis le ricorda in sintesi in questo servizio del 2010:
“Profonda vergogna” per gli abusi e per un tradimento così ignominioso da parte di un ministro consacrato. Schiettezza nel riconoscere l’errata gestione del fenomeno nel passato, rigore nel colpirlo, ma soprattutto solidarietà e “assistenza” alle vittime, accompagnate da una volontà di “riconciliazione” e da un deciso lavoro di rinnovamento morale del clero e della società. Sono questi i concetti-cardine che Benedetto XVI ha messo in chiaro in questi anni, ogniqualvolta la situazione di Chiese particolari – in Irlanda, Stati Uniti, Australia, Canada – ha reso necessario un suo intervento sui temi degli abusi sui minori. E’ un sabato, il 28 ottobre 2006, quando proprio al cospetto dei vescovi irlandesi che sono in Vaticano in visita ad Limina, il Papa si sofferma su casi di abuso – tanto più “dolorosi”, ammette, quando a “compierli è un ecclesiastico” – delineando una linea di comportamento:
“It is important to establish the truth…
E’ importante stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi”.
 
Il 15 aprile 2008, Benedetto XVI è in volo verso gli Stati Uniti dove è consapevole che ad attenderlo vi sono una Chiesa in “crisi” per lo scandalo e una società che aspetta da lui parole di giustizia. E il Pontefice non si sottrae fin dalle risposte offerte ai cronisti che lo interpellano sull’aereo papale:
 
“We will absolutely exclude paedophiles from…
Escluderemo rigorosamente i pedofili dal sacro ministero: è assolutamente incompatibile e chi è veramente colpevole di essere pedofilo non può essere sacerdote. Ecco, a questo primo livello possiamo fare giustizia ed aiutare le vittime, che sono profondamente provate (…) Poi, c’è il piano pastorale. Le vittime avranno bisogno di guarire e di aiuto e di assistenza e di riconciliazione”.
Il giorno successivo, il 16 aprile, incontrando i vescovi statunitensi a Washington, Benedetto XVI afferma pubblicamente di provare “profonda vergogna” per quanto è successo. Confessa un “enorme dolore” per il “comportamento gravemente immorale” di tanti sacerdoti e riconosce che la pur non facile vicenda “è stata talvolta gestita in pessimo modo”. La pietà del Papa è tutta per le vittime degli abusi e lo sprone per i vescovi è perché adottino “misure e strategie” a tutela dei soggetti più “vulnerabili”, i bambini:
“Children deserve to grow up with…
I bambini hanno diritto di crescere con una sana comprensione della sessualità e il ruolo che le è proprio nelle relazioni umane. Ad essi dovrebbero essere risparmiate le manifestazioni degradanti e la volgare manipolazione della sessualità oggi così prevalente; essi hanno il diritto di essere educati negli autentici valori morali radicati nella dignità della persona umana”.
 
C’è in queste parole un’eco nemmeno troppo lontana per quella dura frase di Gesù del Vangelo di Marco – “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare – rievocata dal Papa l’8 febbraio di quest’anno nell’udienza alla plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Un’eco presente anche il 17 aprile 2008, nella Messa celebrata al Nationals Stadium di Washington, quando dopo averlo fatto con i vescovi per il Papa arriva il momento di esprimere la propria sofferenza e il proprio desiderio di rinascita al cospetto dell’intera America:
 
“No words of mine could describe the pain…
Nessuna mia parola potrebbe descrivere il dolore ed il danno recati da tale abuso. È importante che a quanti hanno sofferto sia riservata un’amorevole attenzione pastorale. Né posso descrivere in modo adeguato il danno verificatosi all’interno della comunità della Chiesa. Sono già stati fatti grandi sforzi per affrontare in modo onesto e giusto questa tragica situazione e per assicurare che i bambini – che il nostro Signore ama così profondamente e che sono il nostro tesoro più grande – possano crescere in un ambiente sicuro”.
 
Un momento delicato e toccante matura nel pomeriggio di quella giornata. Nella Cappella della Nunziatura a Washington, Benedetto XVI riceve alcune vittime di abusi sessuali da parte del clero, ascolta le loro storie, li consola, incoraggia le loro famiglie. Una scena che si ripete in modo analogo tre mesi dopo. Lo scenario questa volta è l’Australia, dove il Pontefice si è recato per gli atti conclusivi della Gmg. L’incontro avviene a Sydney il 21 luglio, durante una Messa che il Papa celebra alla presenza di un gruppo rappresentativo di vittime. Ma anche in questo caso, già sull’aereo che il 12 luglio è in viaggio per l’Australia, Benedetto XVI condanna la pedofilia e quella corrente di pensiero che a metà del secolo scorso aveva tentato di affrancarla:
 
“Now, it must be stated clearly…
Ora, chiariamo che la dottrina cattolica non ha mai fatto sua questa idea. Esistono cose che sono sempre cattive, e la pedofilia è sempre cattiva. Nella nostra educazione, nei seminari, nella formazione permanente che offriamo ai sacerdoti dobbiamo aiutarli a essere veramente vicini a Cristo (…) quindi, faremo tutto il possibile per chiarire qual è l’insegnamento della Chiesa e per aiutare nell’educazione, nella preparazione al sacerdozio (…) Penso che questo sia il senso fondamentale del ‘chiedere scusa’.”
E il Papa non si stanca di manifestare il proprio dispiacere una settimana più tardi, nella Messa concelebrata con il clero locale, condannando “in modo inequivocabile” quelli che definisce “misfatti che costituiscono un così grave tradimento della fiducia”. E ancora, quello degli abusi è un dolore che si rinnova il 29 aprile 2009, quando Benedetto XVI riceve in udienza una delegazione di aborigeni canadesi. Durante l’incontro si parla, tra l’altro, delle violenze fisiche e sessuali inflitte ad alcuni dei bambini autoctoni che frequentavano le scuole cosiddette “residenziali” istituite a fine Ottocento dal governo federale canadese e in parte gestite dalla Chiesa locale.
013 Teologia Chiesa 3
1. Cari fratelli e sorelle della Chiesa in Irlanda, è con grande preoccupazione che vi scrivo come Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati.
Come sapete, ho recentemente invitato i vescovi irlandesi a un incontro qui a Roma per riferire su come hanno affrontato queste questioni nel passato e indicare i passi che hanno preso per rispondere a questa grave situazione. Insieme con alcuni alti prelati della Curia Romana ho ascoltato quanto avevano da dire, sia individualmente che come gruppo, mentre proponevano un’analisi degli errori compiuti e delle lezioni apprese, e una descrizione dei programmi e dei protocolli oggi in essere. Le nostre riflessioni sono state franche e costruttive. Sono fiducioso che, come risultato, i vescovi si trovino ora in una posizione più forte per portare avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche più ampie legate all’abuso dei minori secondo modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del Vangelo.
2. Da parte mia, considerando la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata a esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese, ho deciso di scrivere questa Lettera Pastorale per esprimervi la mia vicinanza, e per proporvi un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione.
In realtà, come molti nel vostro Paese hanno rilevato, il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa. Tuttavia il compito che ora vi sta dinnanzi è quello di affrontare il problema degli abusi verificatosi all’interno della comunità cattolica irlandese e di farlo con coraggio e determinazione. Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti sono stati fatti, ma molto di più resta da fare. C’è bisogno di perseveranza e di preghiera, con grande fiducia nella forza risanatrice della grazia di Dio.
Al tempo stesso, devo anche esprimere la mia convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la Chiesa in Irlanda debba in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre a uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro.
Mentre affrontate le sfide di questo momento, vi chiedo di ricordarvi della “roccia da cui siete stati tagliati” (Is 51, 1). Riflettete sui contributi generosi, spesso eroici, offerti alla Chiesa e all’umanità intera dalle passate generazioni di uomini e donne irlandesi, e lasciate che ciò generi slancio per un onesto auto-esame e un convinto programma di rinnovamento ecclesiale e individuale. La mia preghiera è che, assistita dall’intercessione dei suoi molti santi e purificata dalla penitenza, la Chiesa in Irlanda superi la presente crisi e torni a essere una testimone convincente della verità e della bontà di Dio onnipotente, rese manifeste nel suo Figlio Gesù Cristo.
3. Storicamente i cattolici d’Irlanda si sono dimostrati una enorme forza di bene sia in patria che fuori. Monaci celtici come San Colombano diffusero il vangelo nell’Europa Occidentale gettando le fondamenta della cultura monastica medievale. Gli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente che derivano dalla fede cristiana, hanno trovato espressione nella costruzione di chiese e monasteri e nell’istituzione di scuole, biblioteche e ospedali che consolidarono l’identità spirituale dell’Europa. Quei missionari irlandesi trassero la loro forza e ispirazione dalla solida fede, dalla forte guida e dai retti comportamenti morali della Chiesa nella loro terra natìa.
Dal Cinquecento in poi, i cattolici in Irlanda subirono un lungo periodo di persecuzione, durante il quale lottarono per mantenere viva la fiamma della fede in circostanze pericolose e difficili. Sant’Oliviero Plunkett, l’arcivescovo martire di Armagh, è l’esempio più famoso di una schiera di coraggiosi figli e figlie dell’Irlanda disposti a dare la propria vita per la fedeltà al Vangelo. Dopo l’Emancipazione Cattolica, la Chiesa fu libera di crescere di nuovo. Famiglie e innumerevoli persone che avevano preservato la fede durante i tempi della prova divennero la scintilla di una grande rinascita del cattolicesimo irlandese nell’Ottocento. La Chiesa fornì scolarizzazione, specialmente ai poveri, e questo avrebbe apportato un grande contributo alla società irlandese. Tra i frutti delle nuove scuole cattoliche vi fu un aumento di vocazioni:  generazioni di sacerdoti, suore e fratelli missionari lasciarono la patria per servire in ogni continente, specie nel mondo di lingua inglese. Furono ammirevoli non solo per la vastità del loro numero, ma anche per la robustezza della fede e la solidità del loro impegno pastorale. Molte diocesi, specialmente in Africa, America e Australia, hanno beneficiato della presenza di clero e religiosi irlandesi che hanno predicato il Vangelo e fondato parrocchie, scuole e università, cliniche e ospedali, che hanno servito sia i cattolici, sia la società in genere, con particolare attenzione alle necessità dei poveri.
In quasi tutte le famiglie dell’Irlanda vi è stato qualcuno – un figlio o una figlia, una zia o uno zio – che ha dato la propria vita alla Chiesa. Giustamente le famiglie irlandesi hanno in grande stima e affetto i loro cari, che hanno offerto la propria vita a Cristo, condividendo il dono della fede con altri e attualizzandola in un amorevole servizio di Dio e del prossimo.
4. Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un velocissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici. Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal concilio Vaticano ii fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da una buona intenzione ma errata, a evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti.
Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare:  procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona. Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione.
5. In diverse occasioni sin dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ho incontrato vittime di abusi sessuali, così come sono disponibile a fare in futuro. Mi sono soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro sofferenza, ho pregato con e per loro. Precedentemente nel mio pontificato, nella preoccupazione di affrontare questo tema, ho chiesto ai vescovi d’Irlanda, in occasione della visita ad Limina del 2006, di “stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte a evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i princìpi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi” (Discorso ai Vescovi dell’Irlanda, 28 ottobre 2006).
Con questa Lettera, intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale. Mi rivolgo ora a voi con parole che mi vengono dal cuore, e desidero parlare a ciascuno di voi individualmente e a tutti voi come fratelli e sorelle nel Signore.
6. Alle vittime di abuso e alle loro famiglie

Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi hanno sperimentato che, quando erano sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto era loro accaduto, nessuno li ha ascoltati. Voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto. Tuttavia, le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue sofferenze redentrici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male è infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel potere risanatore del suo amore sacrificale – anche nelle situazioni più buie e senza speranza – che porta la liberazione e la promessa di un nuovo inizio.
Rivolgendomi a voi come pastore, preoccupato per il bene di tutti i figli di Dio, vi chiedo con umiltà di riflettere su quanto vi ho detto. Prego che, avvicinandovi a Cristo e partecipando alla vita della sua Chiesa – una Chiesa purificata dalla penitenza e rinnovata nella carità pastorale – possiate arrivare a riscoprire l’infinito amore di Cristo per ciascuno di voi. Sono fiducioso che in questo modo sarete capaci di trovare riconciliazione, profonda guarigione interiore e pace. 
_030 Settimana Santa 77. Ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi

Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che sono sacerdoti hanno violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa. 
Vi esorto a esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e a esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia della vera correzione. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio.
8. Ai genitori

Siete stati profondamente sconvolti nell’apprendere le cose terribili che ebbero luogo in quello che avrebbe dovuto essere l’ambiente più sicuro di tutti. Nel mondo di oggi non è facile costruire un focolare domestico ed educare i figli. Essi meritano di crescere in un ambiente sicuro, amati e desiderati, con un forte senso della loro identità e del loro valore. Hanno diritto a essere educati ai valori morali autentici, radicati nella dignità della persona umana, a essere ispirati dalla verità della nostra fede cattolica e ad apprendere modi di comportamento e di azione che li portino a una sana stima di sé e alla felicità duratura. Questo compito nobile ed esigente è affidato in primo luogo a voi genitori. Vi esorto a fare la vostra parte per assicurare la miglior cura possibile dei ragazzi, sia in casa che nella società in genere, mentre la Chiesa, da parte sua, continua a mettere in pratica le misure adottate negli ultimi anni per tutelare i giovani negli ambienti parrocchiali ed educativi. Mentre portate avanti le vostre importanti responsabilità, siate certi che sono vicino a voi e che vi porgo il sostegno della mia preghiera.
9. Ai ragazzi e ai giovani dell’Irlanda

Desidero offrirvi una particolare parola di incoraggiamento. La vostra esperienza di Chiesa è molto diversa da quella dei vostri genitori e dei vostri nonni. Il mondo è molto cambiato da quando essi avevano la vostra età. Nonostante ciò, tutti, in ogni generazione, sono chiamati a percorrere lo stesso cammino della vita, qualunque siano le circostanze. Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani. Ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr. Eb 13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia! Lui solo può soddisfare le vostre attese più profonde e dare alle vostre vite il loro significato più pieno, indirizzandole al servizio degli altri. Tenete gli occhi fissi su Gesù e sulla sua bontà e proteggete nel vostro cuore la fiamma della fede. Insieme con i vostri fratelli cattolici in Irlanda guardo a voi perché siate fedeli discepoli del nostro Dio e contribuiate con il vostro entusiasmo e il vostro idealismo tanto necessari alla ricostruzione e al rinnovamento della nostra amata Chiesa.
10. Ai sacerdoti e ai religiosi dell’Irlanda

Tutti noi stiamo soffrendo come conseguenza dei peccati di nostri confratelli che hanno tradito una consegna sacra o non hanno affrontato in modo giusto e responsabile le accuse di abuso. Di fronte all’oltraggio e all’indignazione che ciò ha provocato, non soltanto tra i laici ma anche tra voi e le vostre comunità religiose, molti di voi si sentono personalmente scoraggiati e anche abbandonati. Sono consapevole inoltre che agli occhi di alcuni apparite colpevoli per associazione, e siete visti come se foste in qualche modo responsabili dei misfatti di altri. In questo tempo di sofferenza, voglio darvi atto della dedizione della vostra vita di sacerdoti e religiosi e dei vostri apostolati, e vi invito a riaffermare la vostra fede in Cristo, il vostro amore verso la sua Chiesa e la vostra fiducia nella promessa di redenzione, di perdono e di rinnovamento interiore del Vangelo. In questo modo, dimostrerete a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr. Rm 5, 20).
So che molti di voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciononostante, è essenziale che collaboriate da vicino con coloro che hanno l’autorità e che vi adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci. Soprattutto, vi esorto a diventare sempre più chiaramente uomini e donne di preghiera, seguendo con coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione. In questo modo, la Chiesa in Irlanda trarrà nuova vita e vitalità dalla vostra testimonianza al potere redentore del Signore reso visibile nella vostra vita.
11. Ai miei fratelli vescovi
Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori abbiano mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori sono stati commessi nel trattare le accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l’estensione e la complessità del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che sono stati commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell’affrontare i casi di abuso dei ragazzi, continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza. Chiaramente, i  superiori  religiosi  devono  fare  altrettanto. Anch’essi  hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le norme della  Chiesa  in  Irlanda  per  la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste e aggiornate e che siano applicate in modo pieno e imparziale in conformità con il diritto canonico.
Soltanto un’azione decisa portata avanti con piena onestà e trasparenza potrà ripristinare il rispetto e il benvolere degli Irlandesi verso la Chiesa alla quale abbiamo consacrato la nostra vita. Ciò deve scaturire, prima di tutto, dall’esame di voi stessi, dalla purificazione interiore e dal rinnovamento spirituale. La gente dell’Irlanda giustamente si attende che siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità, che ricerchiate ogni giorno la conversione personale. Per loro, secondo l’espressione di Sant’Agostino, siete vescovi; eppure con loro siete chiamati a essere seguaci di Cristo (cfr. Discorso 340, 1). Vi esorto dunque a rinnovare il vostro senso di responsabilità davanti a Dio, a crescere in solidarietà con la vostra gente e ad approfondire la vostra sollecitudine pastorale per tutti i membri del vostro gregge. In particolare, siate sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti. Siate un esempio con le vostre stesse vite, siate loro vicini, prestate ascolto alle loro preoccupazioni, offrite loro incoraggiamento in questo tempo di difficoltà e alimentate la fiamma del loro amore per Cristo e il loro impegno nel servizio dei loro fratelli e sorelle.
Anche i laici devono essere incoraggiati a fare la loro parte nella vita della Chiesa. Fate in modo che siano formati in modo tale che possano dare ragione in modo articolato e convincente del Vangelo nella società moderna (cfr. 1 Pt 3, 15), e cooperino più pienamente alla vita e alla missione della Chiesa. Questo, a sua volta, vi aiuterà a ritornare a essere guide e testimoni credibili della verità redentrice di Cristo. 
12. A tutti i fedeli dell’Irlanda
L’esperienza che un giovane fa della Chiesa dovrebbe sempre portare frutto in un incontro personale e vivificante con Gesù Cristo in una comunità che ama e che offre nutrimento. In questo ambiente, i giovani devono essere incoraggiati a crescere fino alla loro piena statura umana e spirituale, ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale. Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa. Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficienti:  vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede. Camminando sulla via indicata dal Vangelo, osservando i comandamenti e conformando la vostra vita in modo sempre più vicino alla persona di Gesù Cristo, farete esperienza del profondo rinnovamento di cui oggi vi è così urgente bisogno. Vi invito tutti a perseverare lungo questo cammino.
13. Cari fratelli e sorelle in Cristo, è con profonda preoccupazione verso voi tutti in questo tempo di dolore, nel quale la fragilità della condizione umana è stata così chiaramente rivelata, che ho desiderato offrirvi queste parole di incoraggiamento e di sostegno. Spero che le accoglierete come un segno della mia spirituale vicinanza e della mia fiducia nella vostra capacità di rispondere alle sfide dell’ora presente traendo rinnovata ispirazione e forza dalle nobili tradizioni dell’Irlanda di fedeltà al Vangelo, di perseveranza nella fede e di risolutezza nel conseguimento della santità. Insieme con tutti voi, prego con insistenza che, con la grazia di Dio, le ferite che hanno colpito molte persone e famiglie possano essere guarite e che la Chiesa in Irlanda possa sperimentare una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale.
14. Desidero proporvi alcune iniziative concrete per affrontare la situazione.
Al termine del mio incontro con i vescovi dell’Irlanda, ho chiesto che la quaresima di quest’anno sia considerata tempo di preghiera per una effusione della misericordia di Dio e dei doni di santità e di forza dello Spirito Santo sulla Chiesa nel vostro Paese. Invito ora voi tutti a dedicare le vostre penitenze del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011, per questa finalità. Vi chiedo di offrire il vostro digiuno, la vostra preghiera, la vostra lettura della Sacra Scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda. Vi incoraggio a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad avvalervi con maggiore frequenza della forza trasformatrice della sua grazia.
Particolare attenzione dovrà anche essere riservata all’adorazione eucaristica, e in ogni diocesi vi dovranno essere chiese o cappelle specificamente riservate a questo fine. Chiedo che le parrocchie, i seminari, le case religiose e i monasteri organizzino tempi per l’adorazione eucaristica, in modo che tutti abbiano la possibilità di prendervi parte. Con la preghiera intensa di fronte alla reale presenza del Signore, potete compiere la riparazione per i peccati di abuso che hanno recato tanto danno, e al tempo stesso implorare la grazia di una rinnovata forza e di un più profondo senso della missione da parte di tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli.
Sono fiducioso che questo programma porterà a una rinascita della Chiesa in Irlanda nella pienezza della verità stessa di Dio, poiché è la verità che ci rende liberi (cfr. Gv 8, 32).
Inoltre, dopo essermi consultato e aver pregato sulla questione, intendo indire una visita apostolica in alcune diocesi dell’Irlanda, come pure in seminari e congregazioni religiose. La visita si propone di aiutare la Chiesa locale nel suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i competenti uffici della Curia romana e la Conferenza episcopale irlandese. I particolari saranno resi noti a suo tempo.
Propongo inoltre che si tenga una missione a livello nazionale per tutti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi. Nutro la speranza che, attingendo dalla competenza di esperti predicatori e organizzatori di ritiri sia dall’Irlanda che da altrove, e riesaminando i documenti conciliari, i riti liturgici dell’ordinazione e della professione e i recenti insegnamenti pontifici, giungiate a un più profondo apprezzamento delle vostre rispettive vocazioni, in modo da riscoprire le radici della vostra fede in Gesù Cristo e da bere abbondantemente dalle sorgenti dell’acqua viva che egli vi offre attraverso la sua Chiesa.
In questo Anno dedicato ai Sacerdoti, vi raccomando in modo del tutto particolare la figura di san Giovanni Maria Vianney, che ebbe una così ricca comprensione del mistero del sacerdozio. “Il sacerdote, scrisse, ha la chiave dei tesori del cielo:  è lui che apre la porta, è lui il dispensiere del buon Dio, l’amministratore dei suoi beni”. Il Curato d’Ars ben comprese quanto grandemente benedetta è una comunità quando è servita da un sacerdote buono e santo:  “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio può dare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della divina misericordia”.
Per intercessione di san Giovanni Maria Vianney possa il sacerdozio in Irlanda riprendere vita e possa l’intera Chiesa in Irlanda crescere nella stima del grande dono del ministero sacerdotale.
Colgo questa opportunità per ringraziare fin d’ora tutti coloro che saranno coinvolti nell’impegno di organizzare la visita apostolica e la missione, come pure i molti uomini e donne che in tutta l’Irlanda stanno già adoperandosi per la tutela dei ragazzi negli ambienti ecclesiali. Fin da quando la gravità e l’estensione del problema degli abusi sessuali dei ragazzi in istituzioni cattoliche cominciarono a essere pienamente comprese, la Chiesa ha compiuto una grande mole di lavoro in molte parti del mondo, al fine di affrontarlo e di porvi rimedio. Mentre non si deve risparmiare alcuno sforzo per migliorare e aggiornare procedure già esistenti, mi incoraggia il fatto che le prassi vigenti di tutela, fatte proprie dalle Chiese locali, siano considerate, in alcune parti del mondo, un modello da seguire per altre istituzioni.
Desidero concludere questa Lettera con una speciale Preghiera per la Chiesa in Irlanda, che vi invio con la cura che un padre ha per i suoi figli e con l’affetto di un cristiano come voi, scandalizzato e ferito per quanto è accaduto nella nostra amata Chiesa. Mentre utilizzerete questa preghiera nelle vostre famiglie, parrocchie e comunità, possa la Beata Vergine Maria proteggervi e guidarvi lungo la via che conduce a una più stretta unione con il suo Figlio, crocifisso e risorto. Con grande affetto e ferma fiducia nelle promesse di Dio, di cuore imparto a tutti voi la mia Benedizione Apostolica come pegno di forza e pace nel Signore.
Dal Vaticano, 19 marzo 2010, Solennità di San Giuseppe

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