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domenica 16 settembre 2018

Il grande festival del travestitismo ecclesiastico



Nel suo “Romanzo Infernale” pubblicato qualche giorno fa su Riscossa Cristiana, Alessandro Gnocchi aveva cucito insieme le tessere della cronaca edita e inedita, ricostruita grazie all’apporto di fonti di prima mano, con il filo di un pensiero libero da tutte le scorie della correttezza di ordinanza, fino a sbalzare dalla materia grezza il ritratto terrifico di una chiesa capovolta. Fino, cioè, a chiudere il cerchio intorno a “una chiesa invertita che professa una fede invertita e modella un uomo invertito che si alimenta di una spiritualità invertita, celebra un rito invertito in templi invertiti e pratica una morale invertita”. Detta altrimenti: una chiesa dedita al culto del demonio.
Il pezzo, com’era prevedibile, ha suscitato non poco scalpore, sicuramente ha agitato la palude mefitica in cui galleggia la stampa italiana che nutre le teste dei benpensanti, vincitrice del premio Omertà, Piaggeria & Clericalismo mentre impazza il maremoto ecclesiale scatenato dall’ordigno Viganò. Ma ha offerto la chiave di lettura capace di collegare tra loro una serie non finita di eventi dell’altro mondo, in apparenza distanti l’uno dall’altro, e di comprenderne il senso univoco, ultimo e spaventoso. E guardacaso, tutto torna.

Torna talmente, che non mancano di arrivare, puntuali, le conferme di quanto veniva rivelato e ricostruito in quella inchiesta, una parte fondamentale della quale era dedicata al fenomeno del travestitismo sacrilego, habitus diffuso tra i chierici corrotti della neochiesa portati a esibirlo indifferentemente negli ambienti profani così come nei luoghi benedetti. Insomma, tanto nel bordello quanto in sagrestia. O ancora – apoteosi dell’orrore – sia quando maneggiano la vil materia si quando toccano il corpo di Nostro Signore.
Ebbene, il grande festival del travestitismo ecclesiastico è stato celebrato ufficialmente in quel di New York il 7 maggio 2018, subito dopo la concelebrazione, avvenuta tra Liverpool e Roma, dell’omicidio rituale del piccolo Alfie Evans.
Di quello specialissimo Met Gala – intitolato “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination” (ovvero: “Corpi celestiali: moda e immaginazione cattolica”) – è tornato a parlare oggi il Corriere della Sera regalandoci un ulteriore tassello da attaccare al romanzo infernale, perfettamente organico al resto della trama. Anzi, pare di leggere il prosieguo del racconto della fonte fashion-newyorkese intervistata da Alessandro Gnocchi.
La notizia fresca non è altro che l’ennesimo scandalo interno alle gerarchie, esploso stavolta nel cuore di Roma. A carico del maestro dello storico coro della Cappella Sistina, monsignor Massimo Palombella, e del direttore amministrativo Michelangelo Nardella, era già scattata mesi fa un’indagine vaticana per i reati di riciclaggio, peculato e truffa che aveva portato alla sospensione di quest’ultimo dal servizio. Ma ora è emerso, e di ciò rende conto il Corriere, che le accuse verso il maestro Palombella non riguardavano soltanto profili di carattere economico-amministrativo, ma investivano anche la sfera sessuale. Il caso sarebbe montato proprio lo scorso maggio in concomitanza con lo svolgersi del Met Gala, quando un gruppo di mamme dei piccoli coristi, vedendo girare su whatsapp le foto sconcertanti dell’evento, hanno protestato sia presso la Segreteria di Stato sia presso il prefetto della casa pontificia, monsignor Georg Gänswein. Gli scatti incriminati, diffusi sui social, ritraevano i pueri in mezzo alla bolgia trash in cui, insieme a vari prelati d’alto bordo in stato di eccitazione orgiastica, si aggiravano la papessa Rihanna con spacco inguinale, Jared Leto vestito da Gesù Cristo, Jennifer Lopez in croce, un presepe intero issato sulla testa di Sarah Jessica Parker e tante altre belle mise blasfeme e discinte. Il taglio del tutto inatteso impresso all’inedito show avrebbe spinto molti dei genitori dei bambini in trasferta a esprimere la propria indignazione e a quel punto, per connessione, sarebbe emersa anche la discutibile condotta pregressa del direttore del coro, implicato in ripetuti episodi di maltrattamenti e a quanto pare di molestie e di abusi.
Il selfie che ritrae un corista adulto inebriato dal corpo a corpo con Rihanna abbigliata in paramenti papali, mitra e nudità assortite rappresenta il manifesto dell’evento clerical-mondano, istantanea in cui è distillato tutto il marcio che pervade, dal centro alle periferie, la chiesa degenerata.
Dietro pose non rubate ma spesso procacciate apposta per la circolazione autocelebrativa, in un delirio esibizionista e dissacratorio, ci stanno sacerdoti incaricati di prendersi cura dei bambini.
Questi precettori in abiti religiosi, pervertiti e corruttori, con i loro superiori compiacenti, hanno passato il segno: a New York sono arrivati a ostentare l’ebbrezza per la trasgressione e la voluttà del travestimento. La dice più che giusta il cardinal Ravasi, mente e braccio di tutta l’iniziativa per parte vaticana, quando da anfitrione dell’evento, a proprio agio più che mai dietro le quinte e sotto i riflettori della ribalta, gigioneggia che “l’uomo è ciò che veste”. Ed è vero. È tanto più vero dentro la dimensione alienante della parata clerical-fashion: indossando i paramenti ci si trasforma in qualcosa di diverso, si può diventare sacerdote o drag queen. A scelta. E l’opulenta bellezza delle vesti liturgiche confezionate per rendere gloria a Dio diventa, su indegni indossatori, strumento di depravazione estetizzante.
Ecco che l’abuso verso i bambini si consuma doppiamente: non solo attraverso la violenza fisica, ma addirittura col renderli incolpevoli comparse di un film osceno proiettato in mondovisione. Le macine da mulino non fanno parte della sceneggiatura, quelle sì sono passate definitivamente di moda.
È molto chiaro a questo punto che la performance messa in scena a New York, ossia l’amplesso tra il mondo della moda e la chiesa del mondo, all’insegna del lusso, della lussuria e dell’abuso sfacciato quanto rivoltante delle cose e delle persone, non è stato uno scivolone della chiesa in uscita sfuggita per errore al controllo dei registi vaticani. No. È stato la celebrazione solenne della neochiesa omofila e pedofila, il festone di debutto della lobby gay ecclesiale nella società ultra vip dello spettacolo globale. Qualcosa di programmato e preparato da anni e infine realizzato solo quando i tempi erano maturi, a partire – fatalità – dai luoghi dove McCarrick e il suo giro altolocato coltivavano il loro rigoglioso vivaio di ninfetti.
La scorsa primavera, forse, la sacra corona unita delle cosche arcobaleno annidate nei posti di potere pensava davvero di avere in mano la partita e di essere a un passo dalla vittoria, al punto da gettare ogni maschera per mostrare alla luce del sole i propri riti invertiti su altari e palcoscenici dell’America, di Roma e del mondo cattolico intero, già bollito a puntino nel brodo dell’amoris laetitia.
Non era nel conto, però, la calamità naturale arrivata d’improvviso a fine estate, che porta il nome dei tanti inquirenti delle procure d’oltreoceano titolari di fascicoli incendiari e porta il nome, soprattutto, di un alto prelato esperto di diplomazia vaticana, che avendo il polso della situazione, evidentamente sentiva che il bubbone era pronto per scoppiare.
Ora che sta venendo giù tutto, come un castello di carte, è davvero il momento, per chierici e laici, di decidere da che parte cadere, se dalla parte della chiesa invertita o dalla parte della Chiesa di Cristo.
– di Elisabetta Frezza
By Redazione On 15 settembre 2018 · 4 Comments

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