ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 21 settembre 2018

Nunc et semper?

UN MESE DI VIGANÒGATE. NESSUNA SMENTITA, NESSUNA RISPOSTA. MCCARRICK: SI È COPERTO, SI COPRE E SI COPRIRÀ.


Domenica prossima, 23 settembre, saranno quattro settimane esatte dalla pubblicazione della testimonianza-denuncia dell’ex Nunzio negli Usa (ed ex Segretario del Governatorato) l’arcivescovo Carlo Maria Viganò.
È un documento che pone numerose precise questioni. Chi ha favorito, coperto e protetto l’ex cardinale Theodore McCarrick nella sua carriera di predatore omosessuale? Nel documento si fanno nomi precisi, e per ultimo della lista, si indica l’attuale Pontefice. Che avrebbe saputo dell’attività criminosa del cardinale dallo stesso Nunzio Viganò il 23 giugno 2013. E che avrebbe, nonostante questo, riabilitato il porporato; anzi si sarebbe fatto consigliare e guidare per la nomina di vescovi e cardinali ai lui graditi, quella che ormai si chiama la filiera McCarrick. Che comprende l’arcivescovo di Chicago, Blase Cupich; l’arcivescovo di Newark, Joe Tobin; l’arcivescovo di Washington, Donald Wuerl; l’attuale prefetto della Famiglia e Vita, Ken Farrell; il vescovo di San Diego, McElroy e altri ancora.

Nel viaggio di ritorno da Dublino il Pontefice ha affermato: non dirò una parola. Leggete e giudicate voi. In realtà ha parlato, non in maniera diretta, ma obliqua, come è solito fare, tentando di nobilitare sotto il manto del silenzio di Gesù l’assenza di una riposta doverosa a una domanda precisa. E insultando – anche qui, come è solito fare quando si trova in difficoltà – i suoi interlocutori: cani selvaggi, Grandi Accusatori (leggi demoni) ecc. ecc.
E in realtà, se esaminiamo quello che è accaduto in seguito, possiamo capire che una risposta c’è stata. Ed è drammatica. La “copertura” di McCarrick continua, sta continuando, e continuerà.
Da che cosa lo possiamo capire? Il Pontefice non ha risposto direttamente sul caso McCarrick. Ma ha parlato il cardinale Oscar Maradiaga; è la persona di più alto livello che goda della confidenza del sovrano, è presidente (confermato) del gruppo del C9, è stato difeso con una lettera dal papa nel bel mezzo della tempesta finanziaria e omosessuale che ha coinvolto lui e la sua diocesi (sulle pareti della cattedrale è stato scritto: Cardenal pedofilo). Insomma, le sue parole hanno un peso specifico importante. Sul caso McCarrick ha detto: “Non mi sembra corretto trasformare qualcosa che è di ordine privatoin una bomba che esplode in tutto il mondo e i cui frammenti fanno male alla fede di molti. Credo che questo caso di natura amministrativa avrebbe dovuto essere reso pubblico in base a criteri più sereni e più oggettivi, non con la carica negativa di espressioni profondamente amare”. (Il neretto è nostro).
Quindi, fino a quando il Pontefice non si degnerà di far sapere a un miliardo e duecento milioni di cattolici se il Papa ha coperto e vezzeggiato per cinque anni una persona che sapeva predatore omosessuale di seminaristi e preti, basandoci sulla fonte autorevole a lui più vicina dobbiamo pensare che a Santa Marta si consideri di “ordine privato” il fatto che un cardinale forzi e obblighi preti e seminaristi a fare sesso con lui; e che in fondo si tratti solo di un’infrazione di carattere amministrativo.
Applicate a questo tutto l’armamentario del “metoo” femminile e immaginate i risultati… altro che Weinstein.
È un’illazione, direte. Visto che non sappiamo se realmente sia questa la posizione del vertice. Ma una conferma, e fattuale, non di parole c’è, eccome. Ed è l’atteggiamento che il Pontefice, e di conseguenza il Vaticano, hanno assunto verso i vescovi americani. Che sono venuti per chiedere una cosa ben precisa: un’indagine apostolica, cioè organizzata e diretta dalla Santa Sede sul caso McCarrick, sulla sua carriera, sulle coperture, in America e a Roma, che gli hanno permesso, nonostante quello che faceva (ci è giunta notizia persino di un party organizzato in suo onore da ambienti omosessuali ai Castelli…) di volare alto nel firmamento ecclesiastico. Fino a quando non ci si è messa di mezzo la giustizia laica, e allora anche la Chiesa ha dovuto svegliarsi, e in fretta.
Bene: la richiesta di un’indagine “apostolica” è stata semplicemente respinta al mittente. E a ragione. Davanti a un’inchiesta del genere non ci sono porte o dossier che possano restare chiusi. Ed evidentemente né il Pontefice né la Segreteria di Stato – né tantomeno i cardinaloni citati da Viganò – desiderano che porte e dossier vengano aperti. Quindi, la copertura continua. Quindi, cari cattolici, rassegnatevi a convivere con il dubbio, e a questo punto forse con qualche cosa di più di un dubbio, che l’attuale Pontefice abbia coperto, e continui a coprire un cardinale predatore omosessuale. Non è una sensazione gradevole; perché toglie valore e credibilità a tutte le parole, anche quelle sane e giuste. Ma se logica e fatti hanno un senso, che cosa possiamo pensare di diverso? Solo dei poveri illusi – o persone che cercando di illudere –  possono pensare che alla riunione di febbraio delle conferenze episcopali si voglia dare “una stoccata definitiva” al problema degli abusi, che i complici della Bergoglio Press Gang continuano a chiamare pedofilia, per non usare il termine vero: omosessualità clericale pervasiva. E giustamente i commentatori in America giudicano negativamente il “no” romano a un’indagine apostolica su McCarrick.
Chiudiamo con una constatazione. Sono passate quattro settimane dalla pubblicazione della testimonianza Viganò. E non è stata registrata nessuna smentita delle sue affermazioni. Un timido tentativo sul caso Kim Davis ha visto una risposta devastante – e sostanziata da un documento – dell’ex nunzio. Nel frattempo è emersa una lettera dell’allora Sostituto alla Segreteria di Stato Sandri che confermava quanto dichiarato da Viganò. Nessuna delle persone chiamate in causa – nessuna – ha detto: non è vero. I giornalisti, con rare eccezioni, si sono spesi nell’opera di denigrazione personale di Viganò e di chi crede alla sua testimonianza; e lì si sono fermati. E anche questo rinforza l’idea che sia affidabile. Figuriamoci se qualche giornalista del cerchio magico non avrebbe potuto trovarsi, per caso, nelle mani una o due carte per smentire l’ex nunzio. Dobbiamo pensare, allora, che le carte le abbia in mano proprio Viganò. E che siano vincenti. Viviamo tempi veramente terribili, per chi cerca di avere ancora fiducia in questa Chiesa.

Marco Tosatti

21 settembre 2018 Pubblicato da  12 Commenti --

TERREMOTO IN VATICANO : 6 ANNI E 4 MESI A DON MAURO GALLI CHE NEL 2011 TENTO’ DI VIOLENTARE UN 15 ENNE. BERGOGLIO SAPEVA DELL’INCHIESTA GIUDIZIARIA SU DON GALLI, ED HA NOMINATO L’ arcivescovo DELPINI RAPPRESENTANTE DEI VESCOVI ITALIANI AL SINODO DEI GIOVANI…


Sei anni e quattro mesi.

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Una sentenza senza pubblico quella che il giudice Ambrogio Moccia pronuncia in primo pomeriggio in una aula vuota, fuori da ogni orario prestabilito, per evitare il chiasso mediatico. Solo il campanello dell’usciere e le sue parole ben scandite davanti a nessuno, come in un romanzo di George Simenon . Una formula che somiglia al grido di una giustizia che non può fermarsi al “silenzio e preghiera” invocato da papa Francesco.
E per la prima volta condanna un prete incensurato a una pena così alta per abuso sessuale su minore, colpevole di aver tentato di violentare un ragazzo di 15 anni.
Quella che si dice essere una sentenza esemplare (più il divieto di avere contatti con minorenni e l’interdizione perenne dai pubblici uffici) si abbatte su Don Mauro Galli, sacerdote di 38 anni che la sera del 19 dicembre 2011 invito a dormire” nel lettone” un giovane di Rozzano, paesone dell’Interland di Milano.
Era il suo confessore, il suo padre spirituale, doveva accompagnarlo al Natale e invece lo accompagno’ fra le lenzuola.
Don Mauro non ha mai negato il fatto, l’ ha definito “una leggerezza” e ha giurato di essersi fermato lì, di averlo solo toccato sul petto per evitargli-in quella notte agitata dagli incubi-di cadere dal letto.
Ben diversa è la verità della vittima, che la mattina dopo parlo’ con i genitori e subito cominciò a stare male, a subire pesanti contraccolpi psicologici. Nei giorni successivi furono coinvolti anche l’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini e il vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada , che a quel tempo erano vicario diocesano di zona e responsabile dell’inserimento dei giovani sacerdoti. Pur essendo a conoscenza degli abusi, furono loro a decidere di spostare semplicemente il prete nell’occhio del ciclone da Rozzano (due oratori) a Legnano (quattro oratori), sempre inserito nella pastorale giovanile, quindi sempre a contatto con adolescenti.
E solo dopo la denuncia penale dei genitori del ragazzo avviarono l’indagine canonica. Anche l’allora arcivescovo di Milano, Angelo Scola, in una lettera alla famiglia della vittima, scrisse che i suoi collaboratori si erano comportati “in modo maldestro”. Ora monsignor Delpini convive con l’imbarazzo di non aver denunciato un colpevole, pure se solo in primo grado. Per la famiglia sono stati anni durissimi, trascorsi fra crisi psicologiche e paure per i tentativi di suicidio del giovane, che alla notizia della condanna del prete si è sciolto in un lungo pianto al telefono con la madre.
Una famiglia solida, fortemente cattolica, che all’inizio era determinata a trovare dentro la Chiesa la strada per rivedere la luce.
Ma poi, davanti alla strategia attendista e dilatoria dell’arcidiocesi, ha preferito denunciare tutto ai carabinieri aprendo la porta all’inchiesta giudiziaria. La pubblica accusa rappresentata dal pm Lucia Minutella, aveva chiesto 10 anni e otto mesi “Le aggravanti della condizione di inferiorità psicofisica del ragazzo, del divario di età e dello stato di soggezione legato al ruolo dell’imputato di sacerdote, padre spirituale, educatore e insegnante”. Nella requisitoria aveva annullato l’effetto del risarcimento di 150.000 € (che ha indotto i genitori della vittima a non costituirsi parte civile) con parole urticanti: “Le sofferenze del ragazzo e dei suoi familiari non possono essere ripagate da un pagamento in denaro, al di là dell’importo. Anzi vi è una discrasia evidente nella difesa dell’imputato, data dall’avere risarcito un danno che si ritiene di non avere cagionato”. L’avvocato Mario Zanchetti , difensore di Don Galli e da 15 anni legale dell’arcidiocesi milanese, aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste e in subordine perché “non è emersa la prova del reato”.
La linea difensiva è stata quella della inattendibilità, Della simulazione, dell’invenzione. “Solo dopo la denuncia penale”, ha sottolineato il legale che ha interposto appello alla sentenza, “il ragazzo ha cominciato a vivere il ruolo di rinunciante cospargendo il racconto di elementi di inattendibilità”.
A questo punto per lui doveva valere il vecchio motto del diritto romano: in dubio pro reo. “Ci sono fatti di rilevanza etica e canonica in questa triste vicenda, ma non di rilevanza penale. C’è un abuso di relazione, di comportamento, non un abuso sessuale”.
Il tribunale si è fatto la condizione opposta e la sentenza definitiva a intossicare di nuovo il mondo cattolico da tempo alle prese con una resa dei conti di intensità mai vista prima rispetto alla pedofilia e all’omosessualità. La diocesi di Milano ha osservato da molto vicino e con molto imbarazzo l’evolversi del dibattimento. Ieri ha emesso un comunicato nel quale prende atto della sentenza” ed esprime vicinanza ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto.
Mentre la giustizia penale fa il suo corso, l’arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di Don Mauro Galli, affidato alla responsabilità del tribunale ecclesiastico”. Incardinato in questa triste vicenda di abusi c’è un aspetto politico che spicca. Quando papa Francesco ha nominato Delpini arcivescovo di Milano e Tremolada vescovo di Brescia, era a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria su Don Galli e delle mosse poco ortodosse dei due sacerdoti nel gestire la delicatissima situazione. Lo si evince dal carteggio che la famiglia della vittima (con pressanti richieste di far conoscere la verità) attenuto con gli UFFICI VATICANI della Congregazione per la Dottrina della Fede.
E non più tardi di un mese fa, pur essendo il procedimento alla vigilia di una sentenza anche clamorosa come in effetti è stata, ha promosso Delpini rappresentante dei vescovi italiani al sinodo mondiale dei giovani previsto in ottobre in Vaticano. A conferma di una stima a prova di bomba.
Fonte : LaVerita’

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