ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 15 novembre 2018

Il senso del limite umano

VERA SAPIENZA E QUELLA FALSA


La "vera sapienza" è un sapere che viene da Dio e che permette all’uomo di scendere nelle proprie profondità: altro che psicanalisi!. Un elogio dell’oscurantismo? Semplicemente un richiamo all’umiltà e al senso del limite umano 
di Francesco Lamendola  

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Che cos’è la sapienza, la vera sapienza? Non il sapere; la sapienza. La cultura moderna idolatra il sapere, parla sempre del sapere, che indica soprattutto una conoscenza extensive, una conoscenza scientifica, di tipo logico-matematico, o, quanto meno, una conoscenza certa, attestata mediante la comprensione delle cause dei fenomeni, come insegnava il buon Galilei. Ma la sapienza è qualcosa di più: è più vasta, più complessa, più ricca. È, per dirla con Pascal, l’esprit de géometrie più l’esprit de finesse. Non basta conoscere le cause per dire di conoscere davvero; bisogna anche conoscere chi è colui che conosce. Alla fine, ogni vera conoscenza riguarda l’uomo, riguarda noi stessi. Conosci te stesso, ammoniva la sapienza greca; altrimenti, tutto il tuo preteso conoscere poggerà inevitabilmente sul vuoto.

Ora, è impossibile conoscere l’uomo se lo si disgiunge da Dio: perché l’uomo è la creatura fatta da Dio a somiglianza di Lui stesso, e quindi trova solo in Dio il suo fine e la sua realizzazione, così come da Lui riceve il moto e la causa prima. Non c’è vera conoscenza dell’uomo e, a maggior ragione, non c’è vera sapienza, senza l’amore e il timor di Dio; qualunque umano che pretenda di reggersi su se stesso, di spiegarsi da se stesso, di giustificarsi da se stesso, è vano e risibile. Non esprime un vero sapere, ma un delirio; non corrisponde a un vero conoscere, ma ad una vana fantasticheria. Scrive San Paolo (Rm, 1, 20-22):
Essi sono inescusabili,  perché, pur avendo conosciuto Dio, non l'hanno glorificato come Dio, né l'hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d'intelligenza si è ottenebrato. Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti. 
E il Libro della Sapienza (1,6):
Amate la giustizia, voi che governate sulla terra, rettamente pensate del Signore, cercatelo con cuore semplice. Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui. I ragionamenti tortuosi allontanano da Dio; l'onnipotenza, messa alla prova, caccia gli stolti. La sapienza non entra in un'anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato. Il santo spirito che ammaestra rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati, è cacciato al sopraggiungere dell'ingiustizia. La sapienza è uno spirito amico degli uomini; ma non lascerà impunito chi insulta con le labbra, perché Dio è testimone dei suoi sentimenti e osservatore verace del suo cuore e ascolta le parole della sua bocca. 

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Nessuno nasce a caso, nessuno vive a caso; tutti siamo chiamati a svolgere la nostra parte, a rispondere alla nostra personale chiamata; tutti siamo necessari all’opera, ma nessuno vi è obbligato.

È vano, dunque, cercare la sapienza, se non si conduce una vita onesta, se non si è trasparenti di fronte a Dio: elemento, questo, la purezza, che la scienza moderna non calcola minimamente, anzi, del quale è pronta a ridere, se lo si fa presente. Eppure è così: la sapienza è resa possibile dall’amicizia con Dio; quindi, per aspirare ad essa, bisogna essere, o sforzarsi di essere, quali Lui ci vuole. Non si può vivere immersi nel fango delle passioni disordinate, la lussuria, la superbia, l’avarizia, e pretendere di arrivare alla sapienza; quindi, non si giungerà mai neppure alla conoscenza di se stessi. Per aver conoscenza di se stessi, bisogna essere amici di se stessi; ma per essere amici di se stessi, bisogna essere amici di Dio, e quindi improntare la propria vita al disegno che Egli ha per ciascuno di noi.Nessuno nasce a caso, nessuno vive a caso; tutti siamo chiamati a svolgere la nostra parte, a rispondere alla nostra personale chiamata; tutti siamo necessari all’opera, ma nessuno vi è obbligato. Si può anche rifiutarsi di ascoltare e seguire la chiamata; solo che, in tal caso, non si conoscerà un bel nulla, ma si condurrà una vita nelle tenebre dell’ignoranza. Anche se si possiede una laurea, o magari due, rilasciata dalla migliore università di questo mondo. C’è una bella differenza fra il conoscere le cose e il conoscere l’essenziale: la vera conoscenza è conoscenza dell’essenziale, non del superfluo. E, con tutto rispetto per la scienza, conoscere le fasi di Venere o il teorema di Pitagora è certo esaltante e corrisponde a una legittima attività dell’intelligenza, ma non esprime affatto l’essenziale. L’essenziale è ciò di cui non si può fare a meno per vivere bene. Si può vivere bene anche senza la scienza, senza sapere quale sia il nome della montagna più alta o dell’abisso marino più profondo; anche senza aver letto la Divina Commedia o la Summa teologica di San Tommaso d’Aquino.

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San Tommaso d'Aquino autore della Summa teologica

Ecco cosa manca alla cultura moderna, o per dir meglio, che cosa ha perso lungo la strada, nella costruzione del proprio sapere: l’umiltà di fronte a Dio. Quella humilitas che faceva dire a Dante (Inf., XXVI, 21-24):
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, / perché non corra che virtù nol guidi; / sì che, se stella bona o miglior cosa /  m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi
Ed è appunto l’assoluta mancanza di umiltà, la tracotanza, la hybris, che faceva dire a Galilei, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, per bocca di Salviati:
… l’intendere si può pigliare in due modi, cioè intensive o vero extensive: e che extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili, che sono infiniti, l’intender umano è come nullo, quando bene egli intendesse mille proposizioni, perché mille rispetto all’infinità è come uno zero; ma pigliando l’intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente, alcuna proposizione, dico che l’intelletto umano ne intende alcune cosí perfettamente, e ne ha cosí assoluta certezza, quanto se n’abbia l’istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l’aritmetica, delle quali l’intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di piú, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall’intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva, poiché arriva a comprenderne la necessità, sopra la quale non par che possa esser sicurezza maggiore.
Addirittura! Fra l’altro, si noterà che Galilei, dapprima, asserisce che l’intelletto umano ne intende alcune [proposizioni] cosí perfettamente, e ne ha cosí assoluta certezza, quanto se n’abbia l’istessa natura; e subito dopo, nello stesso periodo, precisa: credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva. Ma insomma sta paragonando il perfetto intendere dell’uomo a quello della natura, o a quello di Dio? Perché, evidentemente, non sono la stessa cosa: nessun filosofo farebbe una simile confusione. Ma Galilei, che non è filosofo, e che pure vuol fare, oltre allo scienziato, anche il teologo, li confonde; e questa confusione tradisce l’essenza riposta del suo pensiero: che, dietro la facciata di un ossequio formale alla religione cattolica, è, in effetti, pienamente naturalistico, degno erede delle premesse poste da Telesio, Bruno e Campanella. Ma se si confonde Dio con la natura, non si giungerà mai al vero sapere; tanto più se si guarda alla natura, come fa Galilei, come ad un inerte meccanismo, o, peggio, ad un nemico da sottomettere e da manipolare a piacimento. Come può giungere al vero sapere chi si pone in opposizione alla natura, quando l’uomo stesso è, per la sua dimensione fisica, parte integrante di essa? Si ricordi la cicala di Galilei nella “favola dei suoni” contenuta nel Saggiatore: dove l’animaletto viene vivisezionato e ucciso, senza che vi sia un benché minimo cenno di rammarico, al solo scopo (peraltro rimasto vano) di strapparle il segreto del suo frinire. Era nel giusto San Francesco, quando vedeva una fratellanza fra tutte le creature; ed è invece nel torto la scienza moderna, quando pensa di poter strappare alla natura i suoi segreti, trattandola alla stregua di un prigioniero da interrogare e, se necessario, anche da torturare, affinché riveli ciò che l’uomo non sa ancora. E, di nuovo, il problema è la fondamentale ignoranza riguardo a se stessi. Perché vuoi conoscere le cose, se non sai e non hai compreso nulla di te stesso? Anche Socrate confessa di essere stato attratto, in gioventù, dallo studio della natura; si è volto interamente alla filosofia quando ha compreso che solo così avrebbe potuto appagare la sete di una conoscenza vera e piena, non parziale, ma totale.

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Se si confonde Dio con la natura, non si giungerà mai al vero sapere.
  
La vera sapienza e quella falsa

di Francesco Lamendola
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