ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 17 novembre 2018

La grande sfida che ci attende.

COME USCIRE DALLA CRISI ?


Come possiamo uscire dalla nostra crisi attuale? Viviamo nel trionfo "dell'irrazionalismo": quella in cui ci dibattiamo è una crisi di civiltà, ed è "la modernità" la crisi, la malattia e il tumore che sta corrodendo l’umanità 
di Francesco Lamendola  

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Come possiamo uscire dalla crisi morale e materiale che ci stringe e ci attanaglia da ogni lato? Questa è la domanda fondamentale che dovremmo farci; e tutta la nostra esistenza dovrebbe ricevere un certo orientamento a partire dalla risposta che siamo in grado di darle.Una cosa è certa: noi non usciremo dalla crisi, anzi, non avremo neppure la più piccola speranza di uscirne, finché non la riconosceremo per ciò che essa effettivamente è: una crisi totale, cioè una crisi di sistema. Non si può neanche immaginare di uscire dalla crisi economica, o da quella finanziaria, o da quella ecologica, senza fare una seria riflessione che abbracci anche la nostra crisi intellettuale, morale e spirituale. Non sono aspetti separati della nostra condizione attuale, ma le diverse facce di una sola condizione, cioè di una stessa crisi.

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Paradossalmente, l’unica civiltà che avrebbe potuto seriamente candidarsi a divenire la civiltà mondiale è stata proprio quella che l’Occidente ha rinnegato e ucciso in se stesso: quella cristiana. Fino a tutto il Medioevo, l’Europa era la cristianità e la cristianità era l’Europa.

Un tempo i sistemi erano chiamati, forse pomposamente, “civiltà”: dobbiamo quindi riconoscere che quella in cui ci dibattiamo è una crisi di civiltà. È la crisi del nostro modello di civiltà, della nostra via verso la civiltà, insomma della nostra civiltà in quanto tale. La civiltà moderna è totalmente, complessivamente in crisi; e, per quel che ci risulta, lo è sempre stata. Ne deduciamo che la civiltà moderna non è una civiltà che versa in uno stato di crisi, ma è la crisi che travaglia il mondo negli ultimi quattro secoli. La modernità è la crisi, è la malattia, è il tumore che sta corrodendo l’umanità. Non tutta l’umanità ha incubato questo tumore, ma tutta l’umanità ne sta soffrendo il decorso. Esso nasce in Europa, all’inizio del 1600, ma le prime cellule avevano incomiciato ad impazzire già tre secoli prima: è nel XIV secolo che si manifestano i primi segnali allarmanti e possiamo vederne il riflesso, anche allora, in tutti gli aspetti della vita pubblica, sia materiali che spirituali: dalla carestia, alla peste, alla guerra, allo smarrimento delle coscienze, alla secolarizzazione e all’irreligiosità. A partire dal XV secolo l’Europa ha comincia ad espandersi per mezzo delle grandi scopette geografiche: e subito il tumore comincia a galoppare negli altri continenti. Alcuni ne sono distrutti in pochi anni: è il caso del Nuovo Mondo, che non è nuovo per niente, ma che gli europei riducono a un deserto nel giro di poche generazioni e poi lo ripopolano, importandovi, naturalmente, popolazioni affette dalla stessa malattia dalla quale stavano fuggendo. Prendiamo il caso dei Padri Pellegrini del Mayflower: essi volevano lasciarsi alle spalle un vecchio mondo morente, e fondare una nuova patria, una nuova civiltà, su una terra vergine: tale era anche l’idea del filosofo Berkeley. Ma quale nuova civiltà si potrà mai fondare sul deserto creato da un genocidio e utilizzando gli uomini e le donne che si portano addosso i germi di una mortale malattia? Gli altri continenti, e soprattutto l’Asia, hanno opposto resistenza; la oppongono ancor oggi; e il divario tecnologico, ormai pressoché annullato, rende sempre più efficace la loro resistenza. La Cina, l’India, i Paesi islamici e perfino la Russia, che pure è un Paese europeo e cristiano, non vogliono, puramente e semplicemente, essere costretti ad adottare il sistema di vita occidentale, sebbene gli occidentali abbiano la pretesa di dare per scontato che la loro civiltà è il modello unico, insostituibile e insuperabile che l’intera umanità deve adottare, con le buone o con le cattive: democrazia, tecnologia e libero mercato. Accettano, ma facendone un uso almeno in parte diverso, la tecnologia; accettano solo parzialmente la democrazia e il libero mercato, oppure non li accettano affatto. Soprattutto, non accettano i cosiddetti valori occidentali: il liberalismo, l’edonismo, l’utilitarismo, l’ultraindividualismo.Quando hanno adottato le ideologie politiche ed economiche occidentali, come il comunismo o il capitalismo senza regole, o quando sono stati costretti a subirle, quei popoli ne hanno sofferto enormemente; scottati, non intendono ripetere l’esperimento. Sanno di essere depositari di un altro sistema di civiltà e non intendono rinunciarvi per occidentalizzarsi. Sanno che occidentalizzarsi, per loro, significherebbe la miseria, la marginalità e la sottomissione illimitata agli smisurati appetiti dell’Occidente.

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La potenza materiale si è rivolta contro gli uomini, li minaccia, li spaventa: sia con la prospettiva di una guerra atomica, sia con quella di un disastro ambientale dalle dimensioni planetarie, sia con una manipolazione della materia che calpesta tutte le frontiere della morale.

Paradossalmente, l’unica civiltà che avrebbe potuto seriamente candidarsi a divenire la civiltà mondiale è stata proprio quella che l’Occidente ha rinnegato e ucciso in se stesso: quella cristiana. Fino a tutto il Medioevo, l’Europa era la cristianità e la cristianità era l’Europa. Al principio dell’età moderna, dall’espansione europea, è nato l’Occidente, cioè il prolungamento artificiale della società europea; ma intanto quella civiltà ha conosciuto la rottura irreparabile della propria unità, con la cosiddetta riforma protestante, che in realtà è stata una rivoluzione, la più radicale di tutte le rivoluzioni: una rottura totale e definitiva con la Tradizione cristiana. La separazione della Chiesa d’Oriente non era stata altrettanto traumatica, poiché scaturiva da circostanze più politiche che religiose; ma la rivoluzione di Lutero e Calvino ha creato due Europe, e con ciò stesso l’inizio della fine della civiltà europea. Tuttavia, poiché l’Europa era in piena espansione sul piano geografico, economico, militare, tale agonia è passata inosservata: e ancora per tre secoli l’Europa, sempre più padrona dei destini del mondo, si è inebriata allo spettacolo della propria grandezza. Ma era la grandezza del moribondo, che ha i giorni contati: in tutti i viaggiatori intelligenti che hanno percorso l’Africa, l’Asia e l’America Latina nel corso del XIX secolo e nella prima metà del XX, si nota lo stesso stato d’animo che traspare dal pensiero dei filosofi più acuti dello stesso periodo: l’Occidente celebra i suoi ultimi trionfi all’esterno, ma la campana a morto per la sua civiltà è già suonata, e presto verrà il redde rationem. Al Cairo come a Calcutta, a Saigon come a Giakarta, gli europei, già prima della Seconda guerra mondiale, sentivano di essere condannati, di avere il tempo contato e di godere gli ultimi riflessi di luce della loro morente civiltà, ancora potente sul piano materiale, ma svuotata di forza morale. Dai romanzi di E. M. Forster in India e dai reportage di André Gide in Africa traspare la consapevolezza che presto gli europei avrebbero perso il dominio sui popoli coloniali, perché la sola forza materiale non è sufficiente, né giustifica alcuna seria pretesa di superiorità sugli altri. La forza morale del’Europa era stata quella spirituale, cioè il cristianesimo. Da quando il cristianesimo si è spezzato in due tronconi contrapposti e da quando le idee moderne sono penetrate nella concezione del Vangelo, quella forza ha cominciato a venir meno e infine si è dissolta. Su che cosa possono fondare la pretesa di esportare in tutto il mondo la loro civiltà, oggi, gli occidentali? Sulla tecnologia? Troppo poco. Sulla democrazia e il libero mercato? Ma gli altri popoli non li riconoscono, non li accettano. Sul cristianesimo, allora? Ma non ce l’hanno più:gli occidentali hanno ucciso il cristianesimo e hanno costruito una civiltà anticristiana, la civiltà moderna, che nega i valori dello spirito ed esalta solo il fare, il successo, il profitto, il risultato, e, appunto, l’efficienza materiale che viene dalla tecnica e dal denaro.

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La modernità è la crisi, è la malattia, è il tumore che sta corrodendo l’umanità. Oggi vediamo chiaramente che la civiltà moderna è giunta al capolinea; ed è giunta al capolinea perché non è mai stata una vera civiltà, ma solo una anti-civiltà: perchè nata per distruggere la Tradizione cristiana !

Scriveva lo storico Paolo Brezzi nel libro Cristianesimo e civiltà (Roma, Colletti, 1944, pp. 123-5): 
L'attuale crisi è più grave di molte altre subite dall'umanità perché sono caduti gli stessi concetti direttivi dell'agire umano, i principi della nostra ragione: che cosa è il vero? che cosa il giusto? ci chiediamo oggi in tanta ridda di sistemi, di dottrine, di miti. In altri termini, non preoccupa soltanto il fatto che vi sia una dilagante immoralità, ma che non si sappia più che cosa è la moralità, privata e pubblica, della vita e degli affetti; non interessa sapere se ai nostri giorni si commettono più colpe di un tempo, ma si deve ammettere che ormai a ben pochi importa di conoscere cosa è il dovere. Le basi stesse del consorzio umano sembrano messe in pericolo e ciò minaccia tutta l'esistenza della nostra civiltà.
Questo costituisce la vera tragedia del nostro mondo; se si perdono la consapevolezza dei valori e la sensibilità necessaria per applicarli a tempo e luogo, che cosa resta? rimane purtroppo quello che ognuno può constatare, cioè il trionfo dell'irrazionalismo, l'intolleranza e la pratica della violenza come norma dell'agire quotidiano. Ritorna a dominare nell'uomo l'istinto, ci si accontenta di superficialità, si segue non quello che conviene ma quello che colpisce; mancando il senso critico, la vita si esaurisce in un dilettantismo impressionistico. Così la personalità va perduta perché non vi è più coordinazione tra le diverse attività umane e l'opera di un essere ragionevole e responsabile si disperde in vari gesti compiuto sotto l'impero della necessità o per semplice abitudine. Non è il caso di esemplificare perché l'esperienza di ciascuno di noi ci offre mille casi, ed invece scendere a particolari renderebbe ancor più penose queste realistiche considerazioni.
È stato osservato molto giustamente che tutto ciò è conseguenza di un'unica concezione del mondo, fondamentalmente errata: il fare per il fare.
È la illusione faustiana che si perpetua e si diffonde: ad essa bisogna opporre invece il principio del primato del pensiero sull'azione. Lo sforzo, celebrato troppe volte come qualche cosa di eroico, esaltato come espressione di potenza umana, è in realtà un non senso se non è diretto da un'idea, e ad esso deve essere anteposta la contemplazione, non intesa come qualche cosa di inerte e di sterile, ma come la saggia preparazione e la sempre rinnovata riserva di energie: "credidi propter quod locutus sum" (Psal CXV, 10), ossia qualsiasi opera esterna deve essere frutto di sovrabbondanza interiore se vuol essere duratura ed efficace. 
La salvezza verrà non da rimedi empirici, ma da una radicale purificazione dell'animo; quando fosse risvegliato il senso di responsabilità in ogni uomo, quando la consapevolezza della bellezza della verità fosse presente in tutti, chi potrebbe più temere circa le sorti della civiltà? Né quel che si chiede è troppo difficile anche se impone lunga e faticosa opera di educazione, dato che noi amiamo più pascerci di idee che di illusioni, e ben pochi sanno resistere alla voce della coscienza ed al fascino di un alto ideale, purché l'animo sia sgombro da passioni e la mente liberata dall'ignoranza.
È, ancora una volta, un invito alla formazione di un "habitus" di vita, ed è, come si vede, un richiamo al programma più genuino del Cristianesimo. Educare l'uomo sembra la cosa più ovvia, ed invece è tanto controversa! Pochi si accordano nell'accettare tale programma e preferiscono solleticare gli appetiti, favorire le tendenze meno nobili od illuder gli uomini con false promesse; pochissimi poi applicano il vero metodo educativo, perché anche non provocando il male, non seguono la natura nella sua azione, non ne studiano le leggi, non ne favoriscono lo sviluppo. Che chiede il Cristianesimo? profonda vita interiore, concentrazione degli sforzi in funzione dei supremi fini dell'esistenza, salde convinzioni, serietà morale, nobile condotta, abolizione di ogni superficialità, cura dell'essenziale; e non sono questi i migliori principi pedagogici in vista di un'educazione non soltanto religiosa ma profondamente umana e largamente comprensiva di ogni necessità vitale?

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Come pretendere che le altre civiltà ci seguano docilmente sulla strada della nostra follia? Ora come ora, solo la Russia potrebbe candidarsi a svolgere il ruolo di civiltà mondiale. Lo potrebbe anche il resto dell’Europa, l’Italia specialmente, ma solo a patto di ritornare alle proprie radici.

Come possiamo uscire dalla nostra crisi attuale?

di Francesco Lamendola

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