ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 13 dicembre 2018

Il bonum certamen

RISPOSTA A PADRE CAVALCOLI - LA DISPUTA CON IL REVERENDO DOMENICANO SU STILUM CURIAE



Reverendo padre Cavalcoli,

Le sono grato per il tempo che mi ha dedicato, nel rispondere alle mie osservazioni. Non posso non rallegrarmi nel vedere che, al di là delle divergenze, ci unisce un grande amore per Nostro Signore e per la Sua Santa Chiesa. 

Avrei voluto controbattere ad alcuni punti che mi vedono in disaccordo con Lei, in particolare il voler affiancare la Santa Messa al rito riformato, del quale Ella stessa ammette l’avvicinamento alla Santa Cena luterana. In verità, basterebbe questo per farmi cantar vittoria, se solo considerassi la nostra disputa come una partita a scacchi: ormai il re è sotto scacco, e sarebbe questione di qualche mossa per chiudere. Ma le nostre non sono quaestiones disputatae, sulle quali è lecito ed anzi lodevole cimentarsi; qui stiamo parlando del cuore stesso della fede, ed entrambi vediamo la crisi presente, l’apostasia generale, il silenzio della Gerarchia. 

Non risponderò quindi alla presunta complementarietà dei due riti, per la quale si potrebbe rivisitare l’antico adagio: novus in vetere patet, vetus in novo latet. Né sull’aspetto divulgativo del Vaticano II: «Il linguaggio dei precedenti Concili è più preciso, ma più restrittivo; il linguaggio del Vaticano II è più elastico ma rischia l’equivoco». Elasticità ed equivocità sono più che sufficienti far farne un ἅπαξ che la Chiesa, quando ne saranno stati cacciati i mercanti che la infeudano, giudicherà. Le riconosco che, in merito all’ecumenismo, Ella segue una posizione ortodossa, ma non posso non farLe notare che - come ho scritto più volte - non possiamo limitarci all’aspetto teorico: la Gerarchia sconfessa quotidianamente il Magistero con incontri di preghiera in cui la communicatio in sacris con eretici e scismatici, e finanche con i pagani e gli idolatri, è data ormai come cosa normale. Quel che il Clero afferma dai pulpiti e ciò che comprendono i fedeli è l’esatto opposto di quel che la Chiesa insegna. Sarà anche vero che Dignitatis humanae può esser considerata compatibile con Mortalium animos: ma non è ciò che dicono gli esponenti della neo-chiesa, «col risultato che i protestanti sono rimasti tali e i cattolici diventano protestanti».  

Ella mi chiede: «Se un calvinista non crede nella transustanziazione, come fa ad usare la II Prex?» É proprio questa la cosa gravissima: mentre nell’antico rito l’intenzione e le finalità della Messa erano esplicitate non solo in termini generali, ma anche costantemente nei testi liturgici e massimamente durante il Canone, nel nuovo rito esse sono omesse a tal punto, che anche un luterano che non intende celebrare la Messa ma solo rievocare l’Ultima Cena può usare il Messale montiniano, perché non vi trova nulla che contrasti con i suoi errori. Quello stesso ministro eretico non potrebbe usare il Messale antico, perché tanto l’Offertorio quanto il Canone Romano lo costringerebbero a riconoscere il valore sacrificale del rito, ed i fini latreutico, di azione di grazie, propiziatorio ed impetratorio che egli nega. Avviene lo stesso anche nell’architettura sacra: un luterano non trova nulla di contrario ai suoi errori nell’assetto dell’altare a mò di tavola versus populum e nell’assenza del tabernacolo, mentre si rifiuterebbe di celebrare ad un altare tridentino, che da solo esprime la fede cattolica. E quando Ella dice che «nella Cena luterana non tutto è sbagliato», mi permetto di ricordarLe che quel che di accettabile vi è nella liturgia eretica è un residuo dell’integrità di bene ch’è stato usurpato alla Messa cattolica; e che ciò che di buono può esservi, è corrotto dagli errori cui si accompagna, come l’aqua limpida e pura è contaminata da una sola goccia di veleno. «Si insegni loro [scilicet, agli ereticiche essi, ritornando alla Chiesa, nessuna parte del bene che, per grazia di Dio, è finora nato in loro sarà loro tolta, ma che col loro ritorno questo bene sarà piuttosto completato e perfezionato. Non bisogna però parlare di questo argomento in modo tale che essi abbiano a credere di portare alla Chiesa, col loro ritorno, un elemento essenziale che ad essa sarebbe mancato fino al presente» (Istruzione Ecclesia Catholica agli Ordinari diocesani, sul Movimento ecumenico, 20 Dicembre 1949). Eppure Ella mi conferma: «Le modifiche da Lei accennate saranno pure in consonanza col rito protestante; ma essendo in sè innocenti, non c’è da preoccuparsi, bensì da rallegrasi che lì ci incontriamo con i protestanti», e ribadisce: «si può certo intuire la volontà del Liturgista di avvicinare la Messa cattolica alla Cena luterana». Di innocente, nel tacere la verità ed anzi nell’adeguare il rito cattolico alla sua parodia luterana, non vi è proprio nulla, perché una cosa può esser l’apostolato per il ritorno dei dissidenti in seno all’Unico Ovile, altra cosa è far propria l’espressione liturgica dei loro errori nella preghiera ufficiale della Chiesa, come se ciò non conducesse anche a far propria l’eresia: il che è sotto gli occhi di tutti. Chieda ad un fedele qualsiasi cos’è la Messa, ed avrà la definizione protestante della Santa Cena. 

Leggo: «Non sono un modernista. Ma se si apprezza il nuovo, non per questo si è dei modernisti, se questo nuovo è buono e in continuità con l’antico. E questo è ciò che intendo dire, questa è stata l’opera del Concilio». Non vedo nulla di buono né in continuità con l’antico, nella situazione presente della Chiesa. Non stiamo parlando di casi rari e condannati dall’Autorità, ma dell’Autorità stessa che se ne fa promotrice e che presenta il Vaticano II come il primo concilio della nuova religione, della neo-chiesa che si definisce conciliare. E dire che lo ammette Lei stesso: «Anche il fatto che una donna nel corso della Messa proclami le Letture precedenti al Vangelo o dia un annuncio ai fedeli o distribuisca la Comunione o la Comunione nella mano sono cose che in duemila anni non si erano mai viste». Dov’è questa fantomatica continuità con l’antico? E perché, visto che si proclama la fedeltà alle Sacre Scritture, si è abolita senza ragione l’antichissima tradizione di velare il capo delle donne (suore comprese), che pure è prescritto da San Paolo (I Cor 11, 1-6 e 13-16)? E non trova contraddittorio, reverendo Padre, affermare: «Le scelte liturgiche della Chiesa non esprimono sempre lo sviluppo armonico di un dato precedente, ma possono esprimere una novità assoluta o un cambiamento di direzione», quando sostiene che la condizione per non esser Modernisti è che vi sia «continuità con l’antico»?

Mi pare di aver portato numerosi esempi a conforto delle mie argomentazioni, ma non posso non notare da parte Sua - ritengo in buonafede - la volontà di non vedere la realtà, cercando di adeguarla a un postulato indimostrabile, anzi sconfessato ampiamente dai fatti. Una volontà incomprensibile, vista la débâcle totale ed assoluta di questi ultimi decenni. Capisco che per Lei può esser difficile e probabilmente fonte di gran pena vivere coerentemente con la Sua fede e con il Sacerdozio che ha ricevuto in senso alla Chiesa conciliare, senza sentirsi un paria. Ma se continuerà a difendere contro ogni ragionevolezza il parto di quella setta di eretici che si è infeudata nella Chiesa, Ella vanificherà quel Sacerdozio e quella fede, e dovrà renderne conto a Dio. Il Signore non Le chiederà se ha difeso un documento pastorale che Ella riconosce gravemente lacunoso ed equivoco, ma se ha combattuto ilbonum certamen. Probabilmente, se Lei ed io ci parlassimo a tu per tu, senza render di pubblica ragione le nostre riflessioni, Ella direbbe ciò che molti altri confratelli pensano: siamo ostaggi di una Gerarchia composta in massima parte di Modernisti - me ne ha citati molti, tutti con cariche ufficiali e incarichi di prestigio - che non ci aiuta né a render onore a Dio né a condurre a Lui le anime. Quel poco che riusciamo a fare, lo facciamo remando contro chi viceversa dovrebbe aiutarci, difenderci, incoraggiarci. 

Ma siccome scriviamo entrambi su un blog e siamo letti da molti fedeli e certamente da parecchi Superiori, ecco l’appello ecumenico: «Basta, dunque, da una parte, con le opposizioni, l’elitarismo, le lamentele, i litigi, le piccinerie, le rigidezze, i passatismi, i complessi di superiorità, e dall’altra con l’indisciplina, il modernismo, l’offesa alla tradizione, le volgarità, le buffonerie, la demolizione, la trascuratezza, la sciatteria, gli empi arbitrii, le profanazioni, le baldorie fuori luogo, i raduni mondani, le manifestazioni pauperistiche, i comizi politici, le chiassate e gli spettacoli sconci nelle chiese, i sacrilegi, le condanne reciproche e gli esclusivismi, che ignorano o disprezzano le sagge direttive della Chiesa, Madre e Maestra e sono la rovina del culto di Dio». Ma se mi permette, preferisco esser tacciato di elitarismo, di essere un passatista, di aver complessi di superiorità per il fatto di voler rimanere Cattolico, piuttosto di finire nella ben più cospicua schiera di chi si macchia di indisciplina, modernismo, offesa alla tradizione, volgarità, buffonerie, demolizione, trascuratezza, sciatteria, empi arbitrii, profanazioni, baldorie fuori luogo, raduni mondani, manifestazioni pauperistiche, comizi politici, chiassate, spettacoli sconci nelle chiese e sacrilegi. Il Salmista era forse un elitario, quando proclamava: «Io mi glorio nel Signore»? La Verità che proclamiamo, appartiene a Dio, ch’è Verità Egli stesso. E se ci fa caso, coloro che formulano queste accuse alla parte sana della Chiesa non lo fanno per invitare l’interlocutore ad essere umile, ma per disprezzo verso ciò ch’egli difende, riconoscendo con questo di sentirsi superiori a quei rigidi che non si rassegnano a piegare il capo dinanzi all’idolo conciliare. Quelli che gettano sassi, per usar le alate espressioni del regnante Pontefice, mentre bisognerebbe costruir ponti. 

Ma a furia di costruir ponti, la neo-chiesa si è lasciata invadere dagli eretici, dai lussuriosi e dalla feccia dell’umanità, mentre avrebbe dovuto convertirli per accoglierli nella Cittadella, figura della Gerusalemme celeste. E qui non possiamo non vedere l’opera di Satana, che è riuscito a reclutare tra i suoi servi lo stato maggiore dell’armata cattolica, seminando disordine ed ammutinamento tra i soldati. Lei parla della Chiesa come Madre e Maestra, ma Ella confonde una Gerarchia corrotta dall’errore e dal vizio con la Sposa di Cristo, e pare non volersi rassegnare all’evidenza, come se denunciando l’infedeltà dei Pastori si potesse in qualche modo macchiare l’istituzione ch’essi indegnamente rappresentano. 

Ci troviamo oggi a vivere in una situazione storica praticamente identica a quella che  la Chiesa affrontò all’epoca dell’eresia ariana: la maggioranza dei Vescovi era eretica, ed aveva l’appoggio - caso più unico che raro - dell’autorità civile, con un Giuliano l’Apostata che si avvaleva della complicità degli ariani per riconvertire i templi cattolici al culto pagano. Anche Sant’Atanasio era un passatista, un elitario, un rigido, dinanzi all’apostasia della Gerarchia. É così difficile comprendere che la crisi odierna è uguale e peggiore di quella ariana? Non ne uscì la Chiesa, pur dopo secoli, più forte e salda? Non giudichiamo il comportamento di tanti Prelati di allora come vera e propria codardia, connivenza con l’errore, brama di mantenere le cariche pur di non proclamare la verità, ricoprire funzioni di nomina imperiale con lo scopo di demolire dall’interno la Chiesa? E cosa vi è di così diverso da quel che avviene oggi? 

Vorrei chiederLe, se dopo aver enumerato tutti quegli eretici e sacrileghi - cui aggiungerei la schiera dei lussuriosi molestatori di fanciulli e sodomiti che quotidianamente vengono condannati da tribunali civili dopo decenni di coperture ecclesiastiche - Ella non si domandi: Chi li ha ordinati sacerdoti? chi li ha consacrati Vescovi? chi ha loro imposto il galero cardinalizio? chi li ha nominati alle più alte cariche nella Curia, nelle Conferenze Episcopali, negli Atenei pontifici? chi li ha chiamati come esperti al Concilio? Eppure si sapeva, e si sapeva ch’essi erano non solo viziosi immorali, ma anche eretici dichiarati. Questa generazione perversa e degenere (Fil 2, 15) è riuscita ad assurgere ai vertici della Chiesa non con la violenza, ma ex audientia Sanctissimi. Se ne faccia una ragione, prima che assieme ad essa vengano trascinati nel fango anche i tanti, tantissimi buoni sacerdoti che finora hanno subìto in silenzio per timor di scandalo. Oportet ut scandala eveniant. 

Sono certo che, quando la Chiesa si sarà liberata dei nemici che l’eclissano nella sua dottrina, nella sua morale e nella sua liturgia, una delle prime cose che spariranno sarà il rito riformato. Spero che allora, obbediente all’autorità legittima del Romano Pontefice, Ella accetterà di buon grado di celebrare quel venerando Rito cattolico, adoperandosi perché i fedeli ne traggano quei frutti spirituali ch’Ella loda ed apprezza. E che, con pari obbedienza all’Autorità, abbandoni la difesa di quello che allora sarà finalmente condannato come Conciliabolo di Roma. 

Durante l’Avvento la liturgia canta: Veni Emanuel, captivum solve Israël. Vieni, o Emanuele: libera Israele prigioniero. Una preghiera che invoca da Dio la conversione dell’antico Israele, affinché cada il velo che gli impedisce di riconoscere il Salvatore e Nostro Signore Gesù Cristo; e la conversione del nuovo Israele ch’è la Chiesa Santa, oggi prigioniera della haereticorum perfidia. Possa questo auspicio unirci intorno al Re Bambino.

Dormi, o Celeste: i popoli
Chi nato sia non sanno;
Ma il dì verrà che nobile
Retaggio tuo saranno;
Che in quell’umil riposo,
Che nella polve ascoso,
Conosceranno il Re.

13 Dicembre 2018
Santa Lucia Vergine e Martire
Copyright MMXVIII - Cesare Baronio


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