ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 11 gennaio 2019

Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?

Chiese da matti ! III

(l’orrenda, insopportabile, “arte sacra” modernista)


Concludiamo questa rassegna dell’orribile architettura sacra modernista con un’ultima carrellata di obbrobri architettonici, iniziando dalla  cattedrale di Cristo Re a La Spezia, di forma cilindrica, opera  dell’architetto Brenno del Giudice : 




Cattedrale di Cristo Re a La Spezia


per passare  poi alla famosa “chiesa al cubo” di Foligno, opera dell’archistar Massimiliano Fuksas  che, a quanto dicono, sembra essersi convertito durante la costruzione di questo singolare edificio (forse per un senso di colpa?),

“Chiesa al cubo” - Foligno

… e dopo il cilindro ed il cubo, poteva forse mancare un’altra figura geometrica? Certo che no! ed allora ecco una chiesa a forma di parallelepipedo, a Conegliano Veneto; si tratta della  chiesa della Visitazione della Beata Vergine,  meglio nota con il nome Santa Maria delle Grazie, opera dell’architetto Nerino Meneghello :




Chiesa Santa Maria delle Grazie - Conegliano Veneto


Chiudiamo questa breve carrellata di immagini con la chiesa dell’architetto milanese Cino Zucchi, “Resurrezione di Gesù”, a Sesto San Giovanni, un’opera talmente surreale ed enigmatica che neppure Giorgio De Chirico (noto per i suoi soggetti astratti) sarebbe riuscito ad immaginare:



Chiesa della Resurrezione di Gesù - Sesto San Giovanni


Non presentiamo qui alcune famose opere, non tanto per ragioni di spazio, quanto perché sicuramente note al grande pubblico, e per il fatto che chiunque, con un computer ed un poco di tempo a disposizione, può rintracciarne le immagini in rete; ci riferiamo alla chiesa dell’architetto Michelucci, sull’autostrada del sole, a Firenze, al nuovo santuario di Nostra Signora di Guadalupe, a Città del Messico, al nuovo santuario di Nostra Signora di Fatima, in Portogallo, alla basilica del Santo Rosario di Lourdes, dedicata a San Pio X, ed infine alla nuova chiesa dedicata a Padre Pio, a San Giovanni Rotondo.

Ed ora apriamo ad alcune considerazioni critiche  di esponenti del cattolicesimo tradizionalista.

Questo il parere del professor Francesco Lamendola, storico ed apologeta cattolico :

Le chiese post-conciliari, secondo i cattolici  progressisti, non devono spiccare architettonicamente rispetto al contesto circostante, non devono contrastarlo. Passando per la strada, tali edifici “sacri” si possono perfino non notare, o scambiarli, semplicemente, per delle palestre, dei cinema, delle piscine: a mala pena si vede una croce che svetta incongrua e smarrita in cima ad essi, quasi meravigliata d’essere lì; per tutto il resto, niente che faccia pensare a una destinazione sacra, niente che si distingua dalle architetture profane circostanti… a partire dagli anni Sessanta del Novecento, si è verificata nel campo delle arti sacre la stessa cosa che è accaduta per la liturgia, per la teologia, per la catechesi e per la pastorale: in nome del “nuovo”, si è voluta consumare una vendetta sull’antico, si son voluti tagliare i ponti col passato, all’insegna del motto: «Non si torna indietro!» . Si è voluto colpire al cuore il legame con il passato, in nome di un peccato d’orgoglio: che quel passato fosse divenuto un peso ingombrante ed inutile, che quelle generazioni di preti e di fedeli non avessero capito la vera essenza del cristianesimo e che occorresse ripartire da zero, o quasi, facendo “tabula rasa” della tradizione. la fede non deve più essere contemplazione, meditazione, raccoglimento, ma bensì fare, operare, agire, in omaggio alla filosofia della “praxis” (marxiana?). Se l’occhio ha bisogno di bellezza, l’anima ha bisogno di raccoglimento: e la verità del cristianesimo, che si presenta come eterna, non deve correr dietro alle mode, ma restare salda come roccia: solo così può attirare a sé il mondo confuso, angosciato, disperato”.


Ecco adesso il parere del giornalista  Camillo Langone sulla chiesa cubica di Foligno :

L’ecomostro di Foligno, non riesco a definirlo in altro modo perché chiamarlo chiesa è una bestemmia e c’è il rischio di incappare nell’ira di Dio, è una enorme pubblicità negativa, un colossale respingente per turisti. Basta osservarlo per pochi secondi, anche solo in foto, anche solo su internet, e se hai prenotato una vacanza in regione immediatamente telefoni per disdirla. Meglio una camera con vista sul Petrolchimico di Marghera: è più romantica … il cubo di Fuksas è in esplicita polemica con il Vangelo, il Catechismo della Chiesa Cattolica, l’Ordinamento del Messale Romano, il magistero di Papa Benedetto XVI. Scusate se è poco… la carenza di immagini si configura come un boicottaggio all’Incarnazione, il concetto cruciale di Dio che si fa uomo, di Dio presente… Il cubo di Foligno sembra la versione ingrossata e grigiastra della Kaaba, luogo sacro islamico, meta dei pellegrinaggi alla Mecca”.
(Il Giornale, 27-04-2009).

Vediamo ora  cosa pensa della Cattedrale di Cristo Re “un turista sincero e sconcertato”, come si definisce un anonimo blogger, di ritorno da una visita a La Spezia:
L’esterno dell’imponente edificio è fortemente caratterizzato dalla sua pianta circolare e dal paramento esterno, a forma di iperboloide a una falda … immaginatevi un grande stadio circolare interamente di cemento armato, costruito spianando una collina e cinturato alla base da una lunga teoria di negozi - negozi - sotto ad un porticato … dentro è comunque curiosa, non c'è che dire, perché bruttezza a parte (e brutta è, brutta forte) segue comunque la pianta circolare esterna anche nella disposizione delle colonne di cemento armato che la sostengono e delle panche per i fedeli… insomma, tipo un'arena per i combattimenti clandestini di galli, con il ring – pardòn, l'altare - al centro e il pubblico intorno che fa le scommesse - cioè, le offerte. Roba da prendere l'architetto Brenno del Giudice e spedirlo a fare il fuochista su un cacciatorpediniere della Marina ancorato al porto, in partenza per una missione suicida nel Golfo Persico”.

Vediamo infine cosa pensava delle chiese moderniste Rino Camilleri, noto autore cattolico, appena due anni or sono, il 2 giugno 2016 : 
Scordatevi la riconoscibilità a distanza degli edifici religiosi: oggi le nuova chiese sono costruite secondo criteri architettonici finalizzati a nascondere lo scopo. Insomma, le chiese non sono più a forma di chiesa: col tetto a spiovente e il campanile con la croce sopra… C’era un tempo in cui si sapeva com’erano fatte le chiese: si riconoscevano a prima vista…  il convegno internazionale “Viste da fuori” (da oggi al 4 giugno 2016) organizzato dalla Cei (vescovi) e dal Cna (architetti) … si svolgerà, significativamente, al monastero di Bose e dibatterà di chiese moderne... temiamo che neanche il convegno caverà un ragno dal buco, viste le interviste all’(arci)vescovo Bruno Forte e al (don) responsabile per la Cei dei Beni culturali & nuovi edifici… con alate parole e circonvoluzioni semantiche essi dimostrano come le cose non solo resteranno così, ma la direzione è ormai fissa, perciò scordatevi la riconoscibilità a distanza degli edifici religiosi… la Chiesa ha cessato da tempo di essere del cosiddetto “popolo di Dio”. Appartiene ai preti, è cosa loro, e guai a dirgli niente”. 


A conclusione di questa galleria degli orrori è utile ricordare la forma che per quasi due millenni ha caratterizzato gli edifici sacri,  quella “a croce latina”, una vera e propria catechesi a beneficio delle classi più umili e meno acculturate, come pure dei fedeli colti e raffinati. Vediamo quindi alcuni stralci di un  articolo “a tema” ,  apparso qualche anno fa in rete :


La Croce che dà forma alla Chiesa



Basilica di Santa Croce - Firenze


... È dalla Croce che ci viene ogni beneficio spirituale, ogni grazia e l’efficacia dei Sacramenti. Per questa ragione, la Chiesa, da sempre, ha voluto esaltare il Crocifisso, offrendolo continuamente alla contemplazione dei suoi fedeli. Dunque, tutta la spiritualità cattolica è basata sulla Croce! … Togliere dai nostri occhi il Crocifisso significa perdere il senso del dolore, significa perdere il senso della vita.
Ecco perché il Crocifisso, forma simbolica della nostra Religione, ha improntato la stessa “pianta” della chiesa, racchiudendo in essa un universo simbolico che ha conferito al suo edificio il carattere di “luogo sacro”.

Nel “Dizionario di Architettura” leggiamo: «L’antica Basilica di San Pietro, a Roma, iniziata intorno al 320 D.C. e consacrata nel 326 da Papa Silvestro I, costituiva uno dei primi esempi di architettura cristiana. Aveva la tipica pianta basilicale a croce latina, con aula divisa in cinque navate longitudinali e incrociata perpendicolarmente da un transetto».
Più avanti leggiamo: «Tra l’VIII e l’XI secolo si impose, nell’edilizia ecclesiastica occidentale, la pianta a forma di croce (croce “latina”, cioè con assi di lunghezza diversa), che riprendeva la forma simbolica per eccellenza della Religione cristiana. Il braccio corto della croce (transetto) distingue nettamente il presbiterio dalla navata centrale».

Nel “Dizionario” di Viollet-Le-Duc si legge: “Nella maggior parte delle “piante” delle chiese del Medio Evo, dal XI al XIV secolo, si osserva che l’asse della navata e quello del Coro formano una linea spezzata al transetto. È un simbolismo commovente; è un atto di fede sublime agli occhi di un architetto cristiano! …

Concepire lo spazio sacro della chiesa come qualcosa di estetico (cosa usuale al giorno d’oggi) significa non aver capito niente!
La chiesa non è importante o “sacra” perché è bella, comoda, funzionale. Che differenza ci sarebbe, allora, tra l’edificio religioso ed una sala polifunzionale? Nessuna! Infatti, non è un caso che molte chiese, oggi, assomiglino a sale polifunzionali. A monte di tali costruzioni esiste, dunque, un concetto annebbiato di cristianesimo e, forse, un cristianesimo che ha perso il senso della propria Tradizione.

Il credente che si affaccia all’interno di un’antica basilica si trova davanti ad una prospettiva, davanti ad un cammino con una meta: l’abside e il santuario.
La parte iniziale della chiesa (Nartece) simboleggia lo stadio esistenziale di chi si avvicina per la prima volta al cristianesimo. Chi attendeva di essere battezzato sostava nell’area accanto alla porta d’ingresso. Tutta l’area interna (Navata), invece, simboleggia il cammino della Fede del credente. Il Santuario, luogo dov’è posto l’altare e dove si celebra l’Eucarestia, rappresenta il luogo della visione, il luogo in cui la luce di Dio giunge agli uomini per illuminarli. Così, non desta meraviglia che la maggioranza delle chiese antiche siano rivolte con l’abside a est, luogo dove sorge il sole  … Ecco dunque la Croce, pianta del luogo sacro, sola, immensa, con la sua navata, il suo transetto e il suo Santuario, imprimere all’edifico sacro tutta la spiritualità cattolica basata sulla Croce: l’essenza di Dio, l’essenza del Sacrifico di Cristo sulla Croce, l’essenza del cammino di Fede del credente per la sua salvezza.

Questa “croce immensa” del luogo sacro, quindi, è un “atto di fede” e, nello stesso tempo, manifestando l’eccellenza e la sovranità di Dio, come pure la nostra dipendenza da Lui, è anche un grandioso ed esteriore “atto di culto.

di
 Catholicus


Chiese da matti ! II

(l’orrenda, insopportabile, “arte sacra” modernista)

Affrontando il tema della moderna architettura sacra, blasfema e dissacratoria, la volta scorsa  abbiamo riportato il parere di un grande esperto di arte sacra del secolo scorso,  il cardinale Celso Costantini, che dedicò a questo tema un ampio saggio monografico.
Anche altri autori, più recentemente, hanno analizzato la deriva dell’arte sacra modernista. Nel precedete articolo abbiamo visto il parere del professor Roberto De Mattei. Vediamo adesso Aldo Maria Valli, che  ne ha parlato con riferimento alla chiesa intitolata a Santa Teresa di Calcutta, a Ponte di Nona, nella periferia di Roma.
Vediamo brevemente il suo pensiero:

Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? (2 Sam 7)




Chiesadi Santa Teresa di Calcutta, Roma, quartiere Ponte di Nona


In morte della bellezza

Ogni volta che viene consacrata una nuova chiesa sono contento, perché Dio ha una nuova casa e le persone un luogo dove pregarlo. Se poi il luogo in cui la chiesa è consacrata è una periferia desolata, ancora meglio: in mezzo ai palazzoni-dormitorio, dove magari non c’è neanche una piazza per incontrarsi, la chiesa diventa un’isola di umanità e di speranza in un mare di grigiore reale ed esistenziale.

Tra le periferie più desolate ci sono quelle romane, e dunque quando su «Roma sette», supplemento di «Avvenire», ho letto che a Ponte di Nona sarà presto consacrata una chiesa intitolata a Santa Teresa di Calcutta, ho pensato: che bello!
Poi purtroppo ho visto la foto.
Questa nuova chiesa, devo dire, non è brutta. È orrenda. E allora mi sono chiesto: perché? Voglio dire: perché una chiesa così orrenda? E perché le chiese nuove sono tutte immancabilmente orrende? Che cosa abbiamo fatto di male noi cattolici contemporanei per meritarci chiese che fanno letteralmente spavento? Quale colpa dobbiamo espiare?

Mi piacerebbe chiederlo ai vescovi e ai responsabili diocesani che si occupano di queste cose. Qui non posso pubblicare immagini, ma vi chiedo di andare a vedere in internet. Se cercate la nuova chiesa dedicata a Santa Teresa di Calcutta, a Ponte di Nona, a Roma (via Guido Fiorini, 12) la trovate subito. Purtroppo.
Penso che se avessero chiesto di disegnarla a un bambino di sei anni il risultato sarebbe stato di gran lunga migliore. Come definire questa presunta chiesa? Un magazzino? Un hangar? Un pezzo di fabbrica? Un bunker? Una casamatta?
Secondo l’architetto, del quale per carità non faccio il nome, vista di profilo la chiesa può contenere l’immagine di Madre Teresa in preghiera. Ci vuole una certa immaginazione. Il problema è che, di profilo o non di profilo, questo edificio resta orrendo. Quello che dovrebbe essere il campanile sembra una lunga zanna cariata, oppure una specie di torretta industriale, o una cabina elettrica non terminata. Quanto al corpo centrale, potrebbe sembrare la tribuna di uno stadio, ma una brutta tribuna di un brutto stadio.

E vogliamo parlare dell’interno? Un grande vuoto. Di una freddezza sconcertante. Penso che un deposito di frigoriferi, al confronto, trasmetta più calore.
Ora torno alla domanda di prima: perché? Perché le chiese di questi nostri tempi devono essere così orrende? Perché ci siamo condannati alla bruttezza estrema, senza speranza? Perché gli architetti ai quali vengono commissionate non sanno fare altro che tirare linee dritte come se fossero alle prese con il progetto d’un supermarket? Perché ignorano del tutto il bisogno di raccoglimento e di intimità spirituale? Perché non possiedono nemmeno una briciola di senso del sacro?
Ma, soprattutto, perché le nostre diocesi si rivolgono proprio a questi architetti che sembrano ignorare tutto della vita della Chiesa? Perché, a dirla tutta, i nostri vescovi commissionano chiese a chi, con ogni evidenza, la Chiesa la odia? Possibile che non ci sia in giro un architetto dotato di un minino di pietà per i fedeli e di un minimo di amore per nostro Signore?

Mentre scrivo, mi viene in mente una possibile risposta. Forse è tutto un calcolo astuto. Siccome le liturgie, in queste nostre chiese di questi nostri tempi, sono spesso, a loro volta, orrende, ecco che i signori vescovi pensano: per liturgie orrende ci vogliono chiese orrende, è una questione di coerenza. Per liturgie sciatte, a base di schitarrate e canti sguaiati, con altoparlanti che ti sfondano i timpani, cori stonati,  preti che pensano di essere a un talent show
e fedeli che si comportano come se fossero al centro commerciale, è giusto mettere a disposizione chiese adeguate.
Non so se questo sottile ragionamento – che comunque è un’ipotesi –  sia animato anche da un intento pedagogico, ma penso di no. Probabilmente l’intento è soltanto punitivo.

Ma ecco che mi si propone un’altra risposta. E se fossimo davanti, ancora una volta, al vecchio complesso d’inferiorità che immancabilmente coglie molti nostri pastori? Se, semplicemente, facendo costruire queste chiese che sembrano magazzini, i nostri pastori pensassero di essere «moderni»? Probabilmente anche loro le considerano orrende, ma per non mostrarsi arretrati e inadeguati dicono che sono belle, innescando così un equivoco terribile e senza fine, a causa del quale gli architetti presentano progetti sempre più orrendi e i vescovi dicono che sono sempre più belli.
Il problema è che le vittime finali siamo noi poveri fedeli, costretti a frequentare luoghi di culto dai quali, se non fossero stati consacrati ufficialmente, staremmo certamente alla larga, tanto sono repellenti.

Mi viene da sorridere, amaramente, pensando che noi contemporanei, capaci solo di sfornare chiese orribili e agghiaccianti, ricorriamo all’espressione «secoli bui» per parlare del Medioevo, quando i nostri progenitori costruivano cattedrali meravigliose, capaci di indurre a pensieri di fede perfino gli atei più incalliti. Se quelli erano «secoli bui», i nostri che cosa sono? Una cosa è certa: le chiese nuove, al contrario delle cattedrali medievali, riescono a indurre pensieri di ateismo perfino nei cattolici più devoti.

Non so se ci avete fatto caso, ma nelle chiese nuove, in questi ambienti terribili che non sembrano case di Dio ma luoghi di punizione e perdizione, non si sa letteralmente dove guardare. Non avendo un’anima, non hanno un centro. Per trovare il tabernacolo, un visitatore può impiegare un bel po’, e magari alla fine non lo trova. Non c’è niente che conduca lo sguardo e lo spirito verso il cuore della chiesa.
Tutto sembra pensato, piuttosto, per sviare e confondere. Tutto sembra pensato e progettato perché tra lo spazio di fuori, quello della quotidianità, e lo spazio di dentro, quello che dovrebbe essere lo spazio sacro, non ci sia alcuna differenza. Bruttezza fuori, bruttezza dentro. Anonimato fuori, anonimato dentro. Appiattimento fuori, appiattimento dentro.

Ora, io so bene che il buon Dio non si fa problemi e abita tra noi ovunque. Ma perché noi non siamo più capaci di rendergli gloria? Perché facciamo di tutto per accoglierlo male? Perché i nostri pastori si ostinano a trovargli case così terribili, così inospitali, così fredde, quasi che, anziché invitarlo a entrare, lo volessero cacciar via?
Sento già la risposta: ma tu sei un vecchio conservatore e consideri brutto tutto ciò che è moderno e bello solo ciò che è antico!
Eh no, cari miei. Io sarò pure un vecchio conservatore, ma considero brutto ciò che è oggettivamente brutto, e rivendico il diritto di dirlo a voce alta. E forse, se ci mettessimo in tanti, a dirlo, qualcosa potrebbe cambiare.

Da Platone a san Tommaso, la bellezza è un attributo della verità e dunque di Dio. Noi invece inseguiamo la bruttezza. Perché? Solo stupidità? Solo sciatteria? No, senz’altro c’è di più. Immersi in un  pensiero che prova odio per l’idea stessa di verità e considera inesistente il bene oggettivo, non possiamo far altro che consegnarci al brutto. È fatale. Ma che questo avvenga con il timbro dei pastori mi mette una grande tristezza.
Se è vero, come scrisse Dostoevskij, che la bellezza salverà il mondo, mi sa tanto che noi dobbiamo considerarci spacciati.

Aldo Maria Valli



Tra i moderni critici d’arte sacra che hanno affrontato il tema della deriva modernista nell’edificazione dei nuovi edifici di culto dall’epoca del CV II in poi, citiamo adesso Carlo Cresti, fiorentino, architetto e storico dell’architettura, recentemente scomparso.
Crespi alcuni anni or sono affrontò il tema in esame in un suo interessante articolo, tratto dalla rivista “Fare decorazione”, che riportiamo qui di seguito:
Chiese sempre più brutte. E’ ora di dire basta!

Carlo Cresti (Firenze 1931), architetto e ordinario di Storia dell’Architettura nell’Università di Firenze, è tra i maggiori studiosi italiani nel settore, con interessi che spaziano dalla storia dell’architettura rinascimentale, moderna e contemporanea, all’archeologia industriale, alla storia della città e del territorio, alla museologia. Tra le sue numerosissime pubblicazioni: Architetti e ingegneri nella Toscana dell’Ottocento(1978); Architettura e fascismo (1986); Orientalismi nelle architetture d’Occidente(1999); Museologia e museografia. Teoria e prassi
Collaboratore di quotidiani e riviste d’architettura italiane e internazionali, è stato direttore della rivista La Nuova Città fondata da Giovanni Michelucci. Attualmente dirige Architettura &Arte, il cui fascicolo 2-4/2012, dedicato al tema Architetture e culto cattolico, si apre con il testo che qui riportiamo. L’appello appassionato di Cresti pone il problema dell’oblio, da parte dei committenti come dei progettisti, di una topica di riferimento valida, plausibile, capace di reggere il tempo. Ringraziamo l’editore Angelo Pontecorboli, al cui link il saggio di Cresti è consultabile (http://www.pontecorboli.com/architetturaarte/aa/cattolico_2-4-2012.pdf). 
Se negli ultimi anni sono state costruite e ancora oggi si continuano a edificare tante orribili chiese che offendono le città, il paesaggio, e il sentimento religioso, la colpa è certamente da assegnare agli architetti, ma anche, in egual misura, alle autorità ecclesiastiche le quali disinvoltamente affidano gli incarichi di progettazione e sovvenzionano le realizzazioni di simili turpitudini. Anzi, siccome gli architetti sono sempre stati mercenari (ossia servitori per mercede), disponibili ad assecondare qualsiasi capriccio del committente, viene fortemente da sospettare che le colpe maggiori, le responsabilità riguardanti le recenti chiese orribili siano da attribuire alla committenza di preti cosiddetti “progressisti”, dispensatori di premi e di incarichi preferibilmente alle archistar, col consenso delle commissioni diocesane di arte sacra che approvano i suddetti orrori.
E’ pure da supporre che ciò avvenga perché i componenti delle commissioni d’arte sacra, spesso ignari di competenze architettoniche, ambiscono esibizionisticamente ad apparire “moderni”, e di larghe idee “avanguardiste”. E’ sintomatico che San Vincenzo de’ Paoli dicesse, non tanto paradossalmente: «La Chiesa non ha nemici peggiori dei preti».




Richard Meier, Chiesa di Tor Tre Teste, 1998-2002, Roma.



Giorgio Adelmo Bertani, Francesca Vezzali, Centrale per il teleriscaldamento, 1995-97, Reggio Emilia.
A cominciare da due orrori che hanno preceduto quelli attuali, ossia dalla cattedrale di La Spezia progettata da Adalberto Libera nel 1969 (una torta rotonda neanche ben lievitata), 



Cattedrale di Cristo Re a La Spezia

e dalla chiesa di Gibellina Nuova ideata da Ludovico Quaroni dopo il terremoto del Belice del 1968 (una infantile, instabile palla di cemento davanti ad una inutile cavea), 



Nuova chiesa madre a Gibellina Nuova

viene da domandarsi chi ha offerto credito alle scarse attitudini progettuali degli autori delle successive, innumerevoli e sacrileghe chiese-garage, chiese-discoteca, chiese-depositi industriali, chiese-palasport, chiese-supermercati.
Un tempo nella chiesa il fedele vedeva la prefigurazione del paradiso, la Gerusalemme celeste, il mistero della fede, l’incarnazione eucaristica. Oggi invece, molte delle chiese di “ultima generazione” si configurano come veri e propri vilipendi alla religione e atti di violenza al senso del sacro. Ormai sempre più si realizzano chiese che istigano alla imprecazione piuttosto che invitare alla preghiera. Sempre più si commissionano, con compiacimento, progetti ad architetti miscredenti, in odore di estremo nichilismo. Non si lamentino quindi i sacerdoti se le chiese “moderne” e “progressiste” vanno spopolandosi di fedeli e se, esponenzialmente, va crescendo l’invasione e l’arroganza degli infedeli. 




Chiesa di Tor Bellamonaca, Roma, costruita nel 1985-1987

È giunto dunque il momento di dire basta alla troppo lunga e recente stagione delle chiese indecenti, che vanificano il concetto di sacralità; ossia necessita denunziare, ad esempio ed emblematicamente, le oscenità architettoniche costituite dalle gratuite vele (misere e mal riuscite imitazioni di quelle dell’Opera House di Sidney) di cui è dotata la chiesa di Dio Padre Misericordioso a Tor Tre Teste (2003), alla periferia romana, disegnata dalla immancabile archistar a stelle e strisce; necessita esprimere medesimo dissenso per il macchinoso profilo a lanciamissili della chiesa di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bellamonaca (1987), palesemente mutuato dal retorico e comunista monumento moscovita allo Sputnik (1964). È doveroso altresì indicare al pubblico ludibrio il kitsch hi-tech del tempio santuario di San Giovanni Rotondo (2004) che pare la macroapertura di un forno multiplo o l’ingresso di una esorbitante aviorimessa, nonché il repellente brutalismo del cubo-bunker in cemento armato (blasfema versione della Kaaba) destinato alla chiesa di San Giacomo a Foligno (2004), dovuto alla sinistra, pontificante presuntuosità di un raccontatore di pseudo “nuvole”. Altrettanta indignazione deve essere manifestata per la cappella al mare a Marsascala in quel di Malta, proposta nel 1991 dalla scarsa progettualità di un geometra-laureato, con croce irriverentemente messa in diagonale, copiata dalla croce inclinata della cappella funebre Bausano realizzata nel 1952 dall’architetto Venturelli nel cimitero di Torino, e ancora per il meschino connotato di scatolare, prosaica sede di supercoop assegnato dallo stesso geometra-laureato alla chiesa di San Giovanni Apostolo a Ponte Oddi di Perugia (2006) con la croce sdraiata sul tetto per essere avvistata da fedeli che forse si recano a Messa in elicottero.
Dio perdoni gli architetti, dall’appellativo più o meno stellare, che generano tali mostri.

Si può inoltre esprimere tutto il legittimo disprezzo per la gigantesca autorimessa che dovrebbe conferire misticità al santuario di San Gabriele al Gran Sasso, e per quella sorta di capannone da cementificio edificato all’ingresso di Borgo San Sepolcro. Ma l’elencazione potrebbe proseguire in quantità inenarrabile. È pertanto necessario che le autorità religiose non perseverino nell’accettazione di oltraggiose chiese firmate da architetti-Attila, da progettisti senz’anima, ma si preoccupino di far costruire chiese idonee a ricevere i superstiti fedeli per il raccoglimento e la preghiera; non stiano ad ascoltare le vuote argomentazioni giustificative degli archi-snob; evitino di dare incarichi a progettisti che non condividono la fede, che disprezzano la religione cattolica e i suggestivi cerimoniali liturgici; evitino di seguire la moda corrente della globalizzazione che è l’alibi dell’abdicazione alla propria identità; non rinunzino alla opportuna visibilità dei tradizionali, insostituibili segni della cristianità; decidano saggiamente di tornare al valore del messaggio architettonico della forma, rifuggendo dal “minimalismo” che non è espressione di “sensibilità sociale”, bensì dimostrazione di assenza di creatività.
Così facendo, ossia rivalorizzando la funzione dottrinale e simbolica della chiesa, si può sperare di frenare il montante processo di scristianizzazione. Tornando a dare importanza all’educazione della bellezza, come forma sensibile mediante la quale si rappresenta la verità, si può sperare di restituire autenticità e vitalità al rapporto tra architettura e dimensione del sacro.
Altrimenti si moltiplicheranno le chiese ecomostri, gli scempi deturpanti, gli aspetti degradanti degli edifici che anziché destinati al culto della preghiera sono soltanto adatti ad ospitare predicatori di sociologie da marciapiede. Bisogna impedire il ripetersi della triste evidenza che «Il Verbo non si fece Carne bensì Cemento», come qualcuno, con ragione, ha scritto.


La nuova chiesa di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo


Chiudiamo questa carrellata riportando il parere di un famoso, quanto polemico, critico d’arte, Vittorio Sgarbi:

L’opinione di Vittorio Sgarbi, valido critico d’arte, seppur non credente.

Le chiese moderne nella maggior parte dei casi sono brutte, perché è diminuito il senso del sacro”. Lo dice in questa intervista a La Fede Quotidiana il noto critico di arte Vittorio  Sgarbi.

Sgarbi, recentemente Daverio ci ha detto che in tanti casi le chiese moderne sono brutte, condivide?
” Sì, ma io queste cose le ho dette prima di Daverio. Bisogna analizzare le cause di questa bruttezza”.

Prego…
” Vedo un calo della idea generale di bellezza, questo succede in molti campi. Eppure, la bellezza, che è ricollegata  allo studio e alla conoscenza, è fondamentale. Il senso estetico  va a farsi benedire. In quanto alle chiese, il problema è più particolare”.

Perchè?
” La bruttezza, meglio lo scadimento estetico, è causato dalla stessa idea di  Chiesa  voluta dal Concilio Vaticano II. Non sta a me giudicare se  bene o male, però l’ ideale conciliare di Chiesa, orientata all’orizzontale e non al verticale, ha trasformato la progettualità dei nuovi edifici che sono brutti e senza troppi giri di parole, causano il vomito. Credo che  nella maggior parte dei casi le chiese moderne sono brutte, perchè è diminuito il senso del sacro”.

Addirittura il vomito…
” Prenda quella di San Giovanni Rotondo che pure porta la firma di  Renzo Piano, è orribile. Un’ altra causa  è che, rispetto al passato, gli architetti spesso sono scelti tra non credenti, tra chi non ha fede o disconosce la religione e questo inevitabilmente influisce sia sulla ispirazione, che sull’ opera d’ arte. Ma le ribadisco che la causa prima è lo spirito del Vaticano II, dove la Chiesa cattolica ha preferito guardare all’ io invece che a Dio”.

Anche nella liturgia avviene questo?
” Certo, anzi direi che è l’ ambito più evidente assieme all’ arte. Quella antica era molto più coerente con la idea del sacro e del mistero, l’ attuale è insensata , oltre che banale. L’ orientamento del celebrante deve essere ad  Oriente, perché guarda al Sole sorgente che è Dio, il ministro guida i fedeli e media verso il divino. E’ una sorta di direttore di orchestra  e allora avete mai visto un direttore  che guarda la platea al posto di rivolgersi ai suonatori? Anche la nuova liturgia risponde  alla idea di mettere l’ uomo al centro al posto di Dio,  e le dico di più…”.
Avanti…
” Con la riforma liturgica sono stati compiuti  misfatti architettonici senza precedenti. Hanno edificato al centro dei presbiteri tavolacci simili alla macelleria rovinando l’ estetica di  tante opere di arte, hanno alterato  l’ estetica con danni irreparabili, uno scempio  “.
Le piace Papa Francesco?
” A me sì. Lui è ateo, per questo lo amo. Egli mette l’ uomo al posto di Dio, con lui, interprete del Vaticano II, il protagonista  è l’uomo terreno e sociale, non più Dio. Fa parte  della idea progressista della Chiesa. Le ripeto,  è ateo “.
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2735_Catholicus_Chiese_da_matti_2.html

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