ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 4 aprile 2019

Christus non vivit?

La “Christus vivit” e quella strisciante antipatia verso la dottrina


https://www.vaticannews.va/content/dam/vaticannews/multimedia/2019/04/01/Foto%20Lev%20-%20Christus%20vivitAEM.jpg/_jcr_content/renditions/cq5dam.thumbnail.cropped.750.422.jpeg8 Immagine aggiunta)
Dall’esortazione post sinodale Christus vivit, dedicata ”ai giovani e a tutto il popolo di Dio”, emerge un aspetto: l’antipatia, da parte di chi ha steso il documento, nei confronti dei contenuti dottrinali e morali.
Basta leggere qui: «Per quanto riguarda la crescita, vorrei dare un avvertimento importante. In alcuni luoghi accade che, dopo aver provocato nei giovani un’intensa esperienza di Dio, un incontro con Gesù che ha toccato il loro cuore, vengono loro proposti incontri di “formazione” nei quali si affrontano solo questioni dottrinali e morali: sui mali del mondo di oggi, sulla Chiesa, sulla dottrina sociale, sulla castità, sul matrimonio, sul controllo delle nascite e su altri temi. Il risultato è che molti giovani si annoiano, perdono il fuoco dell’incontro con Cristo e la gioia di seguirlo, molti abbandonano il cammino e altri diventano tristi e negativi. Plachiamo l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali e, soprattutto, cerchiamo di suscitare e radicare le grandi esperienze che sostengono la vita cristiana» [n. 212].

Questo passaggio è significativo perché dimostra che il documento è stato scritto non tanto guardando ai bisogni e alle domande dei giovani d’oggi, bensì sulla base delle idiosincrasie di certi ex giovani, ora anziani, legati all’idea che «le  questioni dottrinali e morali» non contano e provocano solo noia.
Chi si occupa di giovani sa che nel nostro tempo il problema non è fornire «intense esperienze» e occasioni di incontri forti dal punto di vista emozionale. Quelle le possono trovare ovunque perché il mondo ne offre a profusione. Ciò che i giovani chiedono, magari in modo confuso ma non per questo meno evidente, è proprio il contrario. Poiché vivono nella società «liquida», piena di possibili esperienze ma priva di punti di riferimento morali e di significati razionali, hanno sete di dottrina, di pensiero strutturato, di contenuti, di regole, e quando trovano qualcuno in grado di soddisfare questa loro sete non si annoiano per niente, ma anzi si dimostrano grati, perché scoprono orizzonti nuovi, dei quali nessuno gli aveva mai parlato. E scoprono il valore dell’autorità.
Sentite che cosa mi scrive un educatore cattolico: «Nella mia esperienza di diversi decenni di lavoro con i giovani liceali prima e universitari e lavoratori dopo, ho proprio sperimentato l’opposto di quanto sostiene la Christus vivit. Ho sperimentato la richiesta da parte dei giovani di essere aiutati in un giudizio sulle questioni di cui la scuola e l’università e altri luoghi non parlano. Ma quali giovani hanno ascoltato i vescovi e il papa per giungere a simili affermazioni?».
L’amico Andrea Mondinelli propone di mettere a confronto il passaggio citato dalla Christus vivit con il magistero espresso da san Pio X nella Acerbo nimis, dove si afferma l’essenzialità della dottrina, perché “l’intelletto, se manchi di vera luce, cioè della cognizione delle cose divine, sarà come un cieco che presti il braccio ad altro cieco, e cadranno entrambi nella fossa”.
È così. E solo una visione ideologica della realtà può sostenere che il problema, oggi, sia di «placare l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali».
Queste espressioni le usavano i sessantottini quando se la prendevano con il nozionismo e contestavano ogni tipo di autorità. Ma oggi suonano anacronistiche.
La diffidenza, per non dire l’ostilità, nei confronti della dottrina e delle norme morali emerge in altri punti della Christus vivit. Come quando mette in guardia dal rischio di «soffocare» i giovani «con un insieme di regole che danno del cristianesimo un’immagine riduttiva e moralistica» [n. 233]. Soffocare? Ma se è proprio la mancanza di direttive morali (gli educatori lo sanno molto bene) a condurre la persona allo squilibrio interiore e all’infelicità?
Sprezzante verso dottrina e morale, la Christus vivit a un certo punto sostiene la necessità di una pastorale «sinodale» e «popolare» per i giovani. Etichette che utilizzano aggettivi in voga, ma non dicono molto. Anzi, non dicono nulla.
Ben diverso il tono e il contenuto della Fides et ratio di Giovanni Paolo II, là dove spiega che per promuovere sia la dignità di ogni essere umano sia l’annuncio del messaggio evangelico è urgente «portare gli uomini alla scoperta della loro capacità di conoscere il vero e del loro anelito verso un senso ultimo e definitivo dell’esistenza» [n. 102].
Conoscere il vero e il bello, dare senso alla vita. La grande sete dei giovani è questa. C’è bisogno di un pensiero filosofico orientato in senso autenticamente cristiano. Occorre fondare una nuova alleanza tra ragione umana e parola divina, come non ha mai smesso di insegnare Benedetto XVI.
C’è da dubitare che le «pastorali sinodali», qualunque sia il significato di queste fumose espressioni burocratico-clericali, possano contribuire ad avvicinare i giovani a Dio.
Aldo Maria Valli
Giovani, il Papa: stop all’«ansia» da dottrina
Pubblicata l’esortazione apostolica Christus vivit, che fa seguito al Sinodo sui giovani. Molti i temi trattati: giovani santi, donne e diritti, sessualità e omosessualità, fake news, migranti e cambiamenti climatici, clericalismo come causa di abusi, ecc. Con un invito a placare «l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali» e morali.
Christus vivit, «Cristo vive». Questo il titolo dell’esortazione apostolica pubblicata ieri ma nata dall’esperienza del Sinodo dedicato ai giovani, che ha avuto luogo a Roma nell’ottobre del 2018. Una lettera in cui in alcuni paragrafi il papa si rivolge specificamente alle nuove generazioni, in altri a tutto il Popolo di Dio.
Nel testo si fa notare come “la gioventù non è un oggetto che può essere analizzato in termini astratti” perché non esiste “la gioventù”, ma “esistono i giovani con le loro vite concrete”. Francesco parla di una “Chiesa che si lascia rinnovare” e chiede al Signore di liberarla “da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile”. Al tempo stesso, però, il rinnovamento da lui auspicato non può passare attraverso la tentazione di cedere “a tutto ciò che il mondo le offre”. Bergoglio scrive poi che i membri della Chiesa non devono essere “tipi strani”, ma mostrare il coraggio di “essere diversi”, testimoniando “la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale”.
Secondo il pontefice argentino, i giovani non chiedono “una Chiesa sulla difensiva”, che sta “continuamente a condannare il mondo”. In questo discorso rientra anche un passaggio della Christus vivit particolarmente degno di nota, laddove il papa scrive che i giovani “non vogliono vedere una Chiesa silenziosa e timida, ma nemmeno sempre in guerra per due o tre temi che la ossessionano”.
Nell’esortazione si cita un esempio specifico: “Una Chiesa eccessivamente timorosa e strutturata può essere costantemente critica nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni. Viceversa, una Chiesa viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza. Può ricordare la storia e riconoscere una lunga trama di autoritarismo da parte degli uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista. Con questo sguardo sarà capace di fare proprie queste rivendicazioni di diritti, e darà il suo contributo con convinzione per una maggiore reciprocità tra uomini e donne, pur non essendo d’accordo con tutto ciò che propongono alcuni gruppi femministi”.
Nella Christus vivit si ricordano poi le esperienze di alcune figure morte in gioventù - da san Domenico Savio a santa Giovanna d’Arco, da san Francesco d’Assisi a santa Teresa di Gesù Bambino e altri ancora - che hanno dato esemplare testimonianza di santità, dimostrando come “nel silenzio e nell’anonimato” si possa vivere a fondo il Vangelo. Dei giovani di oggi, in base alle conclusioni tratte dai lavori del Sinodo, il testo passa poi ad analizzare quelle che sono le situazioni difficili: “[…] adolescenti che restano incinte e la piaga dell’aborto, così come la diffusione dell’HIV, le diverse forme di dipendenza (droghe, azzardo, pornografia, ecc.) e la situazione dei bambini e ragazzi di strada, che mancano di casa, famiglia e risorse economiche”. Francesco invita a non fare l’abitudine di fronte a questi drammi perché “quel dolore non se ne va, ci accompagna ad ogni passo, perché la realtà non può essere nascosta”.
La cultura globalizzata, secondo il pontefice, sarebbe all’origine di un’estraneità tra generazioni che ha preso il posto della precedente condizione di conflittualità. La relazione tra giovani e adulti non tocca più la dimensione culturale ed educativa con inevitabili conseguenze anche nell’ambito della trasmissione della fede. La Christus vivit affronta anche il capitolo legato alla sessualità: secondo il papa, in un mondo che enfatizza quest’aspetto è “difficile mantenere una buona relazione col proprio corpo e vivere serenamente le relazioni affettive”.
La parola “omosessualità” compare nel testo quando si rimanda al documento finale del Sinodo dell’ottobre scorso, citando l’“esplicito desiderio di confronto [dei giovani, ndr] sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all’omosessualità”.
Tra le sfide che presenta loro l’epoca contemporanea sicuramente una delle più rilevanti è quella costituita dall’ambiente digitale. Nel testo vengono presentati vantaggi e rischi: web e social network, pur costituendo un “luogo irrinunciabile per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali”, possono diventare anche canali di “diffusione della pornografia e di sfruttamento delle persone a scopo sessuale o tramite il gioco d’azzardo” e spesso ostacolano “lo sviluppo di relazioni interpersonali autentiche”. Tra le conseguenze negative del processo di digitalizzazione, il papa annovera anche il fenomeno delle fake news, definite “espressione di una cultura che ha smarrito il senso della verità e piega i fatti a interessi particolari”.
Un paragrafo dell’esortazione è dedicato al tema dei migranti indicati come “paradigmi del nostro tempo”. La preoccupazione della Chiesa, scrive Francesco, non si concentra soltanto su coloro i quali scappano dalla guerra, dalla fame e dalla violenza ma anche su quelli in fuga dai “disastri naturali dovuti anche ai cambiamenti climatici”. Citando un passaggio del documento della riunione pre-sinodale, il papa scrive che “i fenomeni migratori suscitano allarme e paure, spesso fomentate e sfruttate a fini politici” provocando la diffusione di “una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi, a cui - a suo dire - occorre reagire con decisione”.
Alla luce di questa considerazione, Bergoglio fa un appello “ai giovani di non cadere nelle reti di coloro che vogliono metterli contro altri giovani che arrivano nei loro Paesi, descrivendoli come soggetti pericolosi e come se non avessero la stessa inalienabile dignità di ogni essere umano”. 
Anche il problema degli abusi commessi da membri del clero trova spazio nel documento pubblicato ieri: come sua causa principale viene indicato il clericalismo che “espone le persone consacrate al rischio di perdere il rispetto per il valore sacro e inalienabile di ogni persona e della sua libertà” e viene definito “terreno fertile per tutti questi abomini”. 
Tra le indicazioni prospettate per la pastorale giovanile allo scopo di attirare le nuove generazioni verso l’esperienza del Signore, Francesco ammette di non condividere l’organizzazione di “incontri di «formazione» nei quali si affrontano solo questioni dottrinali e morali sui mali del mondo di oggi, sulla Chiesa, sulla dottrina sociale, sulla castità, sul matrimonio, sul controllo delle nascite e su altri temi”. Secondo il papa, infatti, il risultato vedrebbe uno scenario in cui “molti giovani si annoiano, perdono il fuoco dell’incontro con Cristo e la gioia di seguirlo, molti abbandonano il cammino e altri diventano tristi e negativi”. A tal proposito, Bergoglio rivolge un appello: “Plachiamo l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali e, soprattutto, cerchiamo di suscitare e radicare le grandi esperienze che sostengono la vita cristiana”. 
Nico Spuntoni

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