ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 14 giugno 2019

La cosa più normale del loro mondo

Il cardinale Becciu cambia la dottrina

In una intervista di qualche giorno fa il prefetto della Congegazione per le cause dei Santi, cardinale Becciu, ha contraddetto magistero e buon senso a proposito di omosessualità. È l'emblema di una situazione di estrema confusione nella Chiesa.

                                     Il cardinale Angelo Becciu

Il diverso, perfino opposto, atteggiamento dei vescovi e dei sacerdoti riguardo all’omosessualità è l’emblema della grande confusione che regna nella Chiesa. Al punto che un cardinale, molto vicino a papa Francesco, su preti e omosessualità si permette di contraddire sia il magistero tradizionale della Chiesa sia specifiche indicazioni confermate da papa Francesco, il tutto con la massima naturalezza, come se stesse dicendo la cosa più normale del mondo. E tutto passa senza che a nessuno in Vaticano venga in mente come minimo di chiedere ragione al prelato di cosa abbia detto.


Stiamo parlando del cardinale Angelo Becciu, una carriera fulminea in questo pontificato, uomo di fiducia di papa Francesco, che lo ha prima chiamato a fare il numero 2 della Segreteria di Stato e poi a ricoprire il ruolo di prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Domenica scorsa Becciu è stato intervistato a Rep Idee (manifestazione culturale organizzata dal quotidiano Repubblica), e tra le altre cose – tra cui la solita tirata contro Salvini nel giorno del voto – ha pontificato su preti e omosessualità: «Essere gay non è un peccato – ha detto Becciu -, ma più che un'approvazione del mondo gay si tratta di rispetto, si può essere gay e vivere da bravo sacerdote. L'importante è rispettare il voto di castità, perché quella è la vera scelta».

È disarmante notare come un cardinale, un rappresentante di primo piano nella Chiesa, uno stretto collaboratore del Papa, possa usare un linguaggio mistificatorio e contraddire così apertamente il Magistero. Intanto l’uso del termine gay: va bene la semplificazione, ma il cardinale Becciu non può ignorare che, malgrado ciò che dice il mondo, parlare di gay è cosa ben diversa dal parlare di una persona con tendenze omosessuali. L’omosessualità è la descrizione di un orientamento sessuale che può avere diverse cause psicologiche, gay è invece un’identità socio-politica, l’affermazione di uno stile di vita. Usare le due parole come sinonimo è già un cedimento grave alla mentalità omosessualista.

Ma il peggio viene dopo: «Si può essere gay e vivere da bravo sacerdote». Non è questo che insegna la Chiesa. Il catechismo parla di «inclinazione oggettivamente disordinata», vale a dire che c’è un problema nella sfera affettiva che è ben più profondo della capacità di mantenersi casti. Non per niente la Ratio Fundamentalis Istitutionis Sacerdotalis, riaggiornata nel 2016 con il beneplacito di papa Francesco (clicca qui), prescrive che è inconciliabile una omosessualità radicata con la vocazione sacerdotale. Ed è ancora papa Francesco, nel libro “La forza della vocazione” pubblicato nel dicembre scorso, a ribadire il suo no ai preti-omosessuali: «È qualcosa che mi preoccupa, perché forse a un certo punto non è stato affrontato bene. Sempre sulla linea di quello che stavamo dicendo, ti direi che nella formazione dobbiamo curare molto la maturità umana e affettiva. (…) Quella dell’omosessualità è una questione molto seria, che occorre discernere adeguatamente fin dall’inizio con i candidati, se è il caso. Dobbiamo essere esigenti. Nelle nostre società sembra addirittura che l’omosessualità sia di moda e questa mentalità, in qualche modo, influisce anche sulla vita della Chiesa».

Nell’affermare che non c’è problema a essere sacerdote e anche gay, è inoltre implicito riconoscere l’omosessualità come una variante naturale, una delle tante possibili identità sessuali. È la negazione del progetto creatore di Dio che ha voluto l’uomo “maschio e femmina”, come ci ha ricordato il documento pubblicato nei giorni scorsi dalla Congregazione per l’educazione cattolica.

La domanda sorge spontanea: è tollerabile che un cardinale di Santa Romana Chiesa, uno stretto collaboratore del Papa, vada in giro a diffondere errori, mistificando anche le parole del Papa stesso?

Riccardo Cascioli

http://lanuovabq.it/it/il-cardinale-becciu-cambia-la-dottrina

Gay pride, riparare si deve: lezione di Trieste a Genova
Nel capoluogo ligure Bagnasco e il suo ausiliare fermano i parroci sulla preghiera riparatrice al gay pride di domani. Ai cristiani Lgbt invece è concessa ogni anno una chiesa, con la presenza del vicario. Il silenzio degli uffici di curia, tra imbarazzi e convenienza. A Trieste invece è il vescovo Crepaldi in persona a promuovere un atto di riparazione dopo le espressioni blasfeme in sfilata. Perché i veri discriminati sono i fedeli ai quali viene impedito di pregare. 
A Genova sono vietate, ma a Trieste invece sono promosse direttamente dal vescovo. Stiamo parlando delle preghiere di riparazione sorte in questi ultimi anni a fronte dei gay pride che in giugno si snodano lungo la penisola. Com’è ormai costante, le kermesse arcobaleno danno il peggio di sé offrendo uno spettacolo disdicevole che spesso e volentieri offende il pudore e il sentimento religioso.
Dalla prima riparazione pubblica svoltasi a Reggio Emilia ad opera del Comitato Beata Scopelli due anni fa, in tutt’Italia si sono moltiplicate iniziative libere di fedeli non organizzati in movimenti specifici, per risarcire il Sacro Cuore di Gesù dello spettacolo blasfemo offerto dalla militanza gay. Quest’anno ad esempio ne sono state fatte ad Avellino, a Pavia e a Varese.
Ebbene, giungono in contemporanea due episodi che in un certo senso mostrano chiaramente lo stato di confusione con cui la Chiesa italiana affronta non solo i gay pride, ma anche in generale tutta l’offensiva omosessualista in corso.
Genova. A fronte del gay prideorganizzato per domani, 15 giugno, un gruppo di fedeli si è mosso con parroci conoscenti o di riferimento per recitare tre Rosari di riparazione al corteo arcobaleno. Si sarebbero dovuti tenere un Rosario e un’Adorazione eucaristica ieri nella chiesa di Santa Marta, oggi nella chiesa di San Pio X e domani nell’abbazia di Santo Stefano. Un vero e proprio “triduo riparatorio” – se così possiamo chiamarlo – perfettamente in linea con Miserentissimus Redemptor, l’enciclica di Pio XI sull’Atto di Riparazione al Sacratissimo Cuore di Gesù.
Ma mercoledì è arrivata la doccia gelataIl comitato ha informato che “la curia arcivescovile di Genova ha chiesto ai sacerdoti responsabili delle chiese di annullare i momenti di preghiera di riparazione pubblici già programmati. Invitiamo pertanto i fedeli interessati alla riparazione di pregare altrove, in comunione spirituale”.
La Nuova BQ è venuta a conoscenza che la segnalazione alla curia è partita da uno dei tre parroci, che, forse per eccesso di zelo, ha avvertito di quanto stava per fare nel concedere la chiesa per un atto di riparazione. A quel punto è arrivata una chiamata direttamente da parte del vicario generale e vescovo ausiliare Nicolò Anselmi che ha stoppato le iniziative di preghiera.
I tre parroci, in sostanza, hanno detto di aver ricevuto – questa informazione è stata ribadita alla Nuova BQ da uno dei promotori - una telefonata del vescovo ausiliare, il quale li ha informati che il cardinale Angelo Bagnasco (arcivescovo di Genova in foto) ha ritenuto inopportune queste iniziative.
Nel corso della giornata di ieri la Nuova BQ ha chiesto conto di questa versione e della notizia in sé rilanciata dalle agenzie, sia al cardinale Bagnasco sia al suo ausiliare. Ma nel primo caso, uno dei membri della segreteria, Giovanni Battista Valle ci ha risposto imbarazzato di non saperne nulla e di non poter né confermare né smentire; Nel secondo caso invece, la segreteria dell’ausiliare e vicario ci ha informato che Anselmi “è impegnato tutto il giorno in riunione e non può essere disturbato e che non si può lasciargli messaggi”. Un comportamento davvero poco trasparente dato che, ufficialmente, la diocesi non ha comunicato nulla, ma che forse svela una certa convenienza a non sollevare troppa polvere. 
Affranto, ma ubbidiente, il comitato spontaneo di fedeli ha dovuto ripiegare su preghiere di riparazione private che si svolgeranno nella giornata di domani in un luogo segreto, come se fossimo tornati ai tempi delle catacombe. Resta il grandissimo caos per un comportamento che la curia di Genova non sembra aver alcuna intenzione di spiegare.
E’ curioso però che, mentre si negano d’imperio preghiere riparatrici per il gay pride in sé, non solo per le eventuali blasfemie proferite, dall’altro lato si aprono più che volentieri le porte alle chiese per le ormai classiche veglie antiomofobia. In San Pietro in Banchi ad esempio, le veglie omoeretiche si svolgono almeno dal 2017. E anche quest’anno, il 12 maggio scorso, la chiesa è stata aperta in occasione di una Preghiera ecumenica per le vittime dell’omofobia, della transfobia e di tutte le discriminazioni per un evento promosso dal Gruppo Bethel di persone Lgbt credenti liguri con la collaborazione della Cgil (perché?), dell’Associazione Princesa (fondata da don Andrea Gallo per i diritti dei trans) e dal Coordinamento Liguria Rainbow.
Ma c’è di più: a presiedere la veglia del 2017 c’era proprio il vescovo Anselmi. Ecco spiegato forse il perché proprio dall’ausiliare è arrivato lo stop riparatorio. Ma non deve stupire nemmeno questo doppiopesismo tipicamente clericale: ai gay pride ormai partecipano anche i gruppi dei cristiani Lgbt. Da un lato dunque si chiudono le chiese a chi prega per riparare gli affronti, dall’altro gli stessi affronti vengono compiuti proprio sotto gli occhi di persone che si dichiarano espressamente cattoliche.
Veniamo ora alla pars construens di questa storiaA Trieste il comportamento del vescovo è stato l’opposto di quello di Genova. Qui, il FVG pride ha lasciato dietro di sè ferite spirituali considerevoli. Basti pensare che durante il corteo è girata via social una foto di un cartello recante una storpiatura del Padre Nostro e dell’Ave Maria così disgustosa che in pochi sono riusciti a portare a termine la lettura. Ebbene: a fronte di questi oltraggi a Dio, a Gesù Cristo e alla Madonna, l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi ha disposto egli stesso la recita di un atto di riparazione.
Così recita il comunicato emesso proprio dalla diocesi di Trieste: “A seguito di alcune espressioni pubbliche, offensive e discriminatorie della fede cristiana, avvenute nell’ambito del Gay pride tenutosi a Trieste alcuni giorni orsono, si celebrerà una preghiera di riparazione il 13 giugno, a partire dalle 20.30, presso il Santuario diocesano di Monte Grisa”.
La decisione di Crepaldi mostra chiaramente che riparare si può e si deve. Perché a Genova invece questa opposizione? Sbaglierebbe chi pensasse che siamo di fronte a due approcci diversi e a due sensibilità egualmente accettabili. No, una è cattolica, l’altra non è altro che un ripiegare la testa di fronte ad un potere minaccioso che fa la voce grossa e intimidisce.
Per capire chi dei due vescovi  occupi una posizione piuttosto che l’altra basti vedere come vengono trattate le vere vittime e i veri discriminati di questo impazzimento, i quali non sono gli omosessuali “gaii” in giro per le strade e per le chiese, dato che quest’anno le veglie omoeretiche si sono svolte senza alcun intoppo, ma i cattolici silenziati, umiliati e trattati come “nemici” proprio dai loro stessi pastori. Sono loro le vere vittime della discriminazione della prepotenza "cattomosex". 
Andrea Zambrano

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