ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 6 giugno 2019

Possiamo ancora farcela?

AGENTI PATOGENI DEL NICHILISMO


Le forze del male hanno assunto i panni della quotidianità? Prima regola di sopravvivenza: eliminare i parassiti. Il vile tradimento di una casta di privilegiati parassiti: gli intellettuali, veri agenti patogeni del nichilismo 
di Francesco Lamendola  

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Il Lancillotto di Chrétien de Troyes pone un problema ermeneutico piuttosto imbarazzante, perché esalta quell’amore-passione fuori del matrimonio, rispetto al quale i precedenti romanzi dell’autore, Erec et Enide e Cligès, avevano eretto il loro inno di superiorità all’amore coniugale. Come risolvere questa contraddizione? 

La maggior parte degli storici della letteratura e dei critici propende per una spiegazione di ordine pratico e contingente: il Lancillotto, come del resto lo stesso Chrétien afferma nella dedica, nasce da una richiesta di Maria di Champagne, per cui il poeta avrebbe ceduto alle pressioni di questa, e si sarebbe adattato a scrivere una storia nella quale non credeva intimamente, tanto che si sarebbe costantemente servito dell’ironia per prendere le distanze dal suo contento. In effetti, è difficile immaginare una spiegazione diversa. In Erec ed Enide e nel Cligès, Chrétien ha mostrato come il vero amore sia l’amore fra marito e moglie, il solo capace di portare la relazione fra uomo e donna su un piano di totale nobiltà e di assoluta spiritualità, mentre l’amore passionale dell’amico per la sua dama conduce inevitabilmente al disordine dei sensi, all’adulterio e al disonore. Come potrebbe adesso magnificare l’amore di passione, quasi folle, sconsiderato e carico d’implicazioni così disonorevoli, che travolge un cavaliere come Lancillotto allorché s’invaghisce della regina Ginevra?

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Noi stiamo finanziando i parassiti e gli agenti patogeni che ci stanno conducendo alla morte. Noi stiamo consentendo a una folla di sedicenti artisti, cantanti, attori, divi dello spettacolo di vario genere, giornalisti e conduttori televisivi, strapagati e assurdamente privilegiati, di spargere a piene mani i bacilli della malattia fra i nostri giovani!

Ebbene, un problema ermeneutico simile a questo si pone, ma su una scala immensamente più vasta, e non solo per la letteratura, ma per tutte le manifestazioni dell’arte e del pensiero, allorché si considera non una singola opera, ma tutto l’insieme della produzione letteraria, filosofica, figurativa della modernità; quando si allarga lo sguardo fino ad abbracciare l’intero panorama culturale moderno, cinema e teatro compresi. Come lo si deve interpretare: seriamente o ironicamente? La visione della vita, della società, della famiglia, del lavoro, dell’amicizia, dell’amore, del dovere e del piacere, che emerge dalle opere dei filosofi, dei poeti, dei romanzieri, dei drammaturghi, dei pittori moderni, esalta, in misura crescente, sempre più decisa sistematica, le forze del disordine, della sregolatezza, del malessere, per non parlare del disonore, concetto peraltro quasi scomparso, dacché l’onore non è più un valore fondamentale nella vita degli uomini. Perché lo hanno fatto e perché continuano a farlo, usando dei toni sempre più accesi e lasciandosi trasportare da una specie di cupa frenesia di morte, da una sorta di odio e disprezzo di sé, che culmina in un esplicito o implicito cupio dissolvi? E come conciliare un tale panorama di rovine fiammeggianti con i valori formalmente professati dalla società, almeno a livello pratico e individuale? Non ci risulta, infatti, che, nella maggior parte delle famiglie, o nelle scuole, o sui luoghi di lavoro, ai giovani venga somministrato intenzionalmente un simile nichilismo, i cui frutti del resto renderebbero impossibile la sopravvivenza della famiglia, della scuola e del lavoro. Si tratta allora di un tragico scherzo, di un’amara e incomprensibile ironia? Che cosa spinge gli artisti e gli intellettuali a trasmettere una visione della realtà che contrasta con il sano e normale sentire della gente comune, anche se lentamente, inesorabilmente, finisce per penetrarvi e per modificarlo, staccando via via un numero crescente di persone dai valori tradizionali e portandole su posizioni nuove, radicalmente opposte, cariche d’angoscia, disperazione e nichilismo?

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Le forze del male hanno assunto i panni della quotidianità? Il vile tradimento di una casta di privilegiati parassiti: gli intellettuali, veri agenti patogeni del nichilismo!

Esiste uno scollamento radicale, irreconciliabile, fra ciò che sta alla base del vivere civile e ordinato e ciò che da anni, da decenni e ormai da secoli, vien proclamato da scrittori, poeti, pensatori, artisti, drammaturghi e, per ultimi, registi cinematografici. I frutti di questa incessante predicazione del caos e del nulla si fanno sentire in misura crescente, anche se per molto tempo non hanno avuto la forza d’incrinare la superficie ordinata dell’esistenza della maggior parte delle persone. In altre parole, il male è stato predicato e glorificato per molto tempo, senza che il veleno riuscisse a diffondersi in profondità; ma poi, a partire da un certo momento, il livello di saturazione è stato raggiunto e ora è evidente che il cupo scenario prefigurato dagli intellettuali è divenuto realtà, perché l’intero organismo sociale risulta gravemente intossicato, tanto da non aver più le forze per reagire e scrollare da sé la malattia. Sappiamo bene che gli intellettuali si difendono col respingere sdegnosamente l’accusa di essere gli agenti patogeni del nichilismo, e affermando di essere solo i testimoni di una crisi che non dipende da loro; e che anzi la società dovrebbe ringraziarli perché essi mostrano a tutti i sintomi di un malessere che, altrimenti, seguiterebbe a progredire senza che la gente ne prenda piena consapevolezza. Per quel che ci riguarda, questo non è che l’ultimo e più vile tradimento di una casta di privilegiati parassiti che non hanno neppure il coraggio di guardarsi in faccia onestamente e di riconoscere tutto il male che hanno fatto, o del quale si sono resi complici più che volonterosi: perché, se pure è vero che il male non parte da loro, è però verissimo che, senza di loro, non si sarebbe diffuso in tutto l’organismo, ma sarebbe rimasto circoscritto in settori limitati del corpo sociale, e non sarebbe mai arrivato a minacciare il futuro delle giovani generazioni, come sta invece accadendo. Perciò la responsabilità di questo esercito di predicatori della disperazione e del nulla rimane tutta intera, e quindi rimane la sconcertante domanda: perché lo fanno? Ci credono davvero? Che cosa ci guadagnano?

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Ormai hanno gettato la maschera! Il più inaudito tradimento contro la Chiesa e contro la divina Rivelazione: l’ultimo bastione della tradizione, la Chiesa cattolica, è stato infiltrato e infine occupato al suo vertice, da forze malefiche!

Per cercar di rispondere a questi interrogativi, bisogna risalire a quando i sintomi della malattia si sono manifestati. Non vi sono dubbi in proposito: ciò è accaduto al sorgere della modernità. Non si è trattato di nichilismo fin dall’inizio, ma di ciò che, un poco alla volta, lo avrebbe reso possibile e perfino inevitabile: l’edonismo, l’individualismo sfrenato, il narcisismo, l’accidia, l’incredulità e il sorgere di una visione materialista, contraddittoria e antiprovvidenzialistica della realtà. Ne vediamo le prime tracce in filosofia con Guglielmo di Ockham, in letteratura con Petrarca e Boccaccio. Inoltre vediamo fin dall’inizio, cioè dalla tarda Scolastica in filosofia e dall’Umanesimo in letteratura, che questo nuovo orientamento degli intellettuali porta a una scissione e come a uno sdoppiamento dell’io, e apre una voragine fra il sentire e il pensare delle élite e quello delle persone comuni; peggio ancora, esso ha operato una rottura deliberata, radicale e sistematica con la tradizione, ponendo il presente in antitesi con il passato. Il presente è il bene, il passato è il male; bisogna dimenticare il passato, maledirlo, bruciarlo, rimuoverlo, e volgere tutta l’attenzione solo al qui e ora, a questa nostra condizione di atomi gettati nell’immediato, in una gara di velocità con il tempus edax, il tempo divoratore, che c’insegue e ci preme alle spalle, per cui chi si ferma è perduto. L’angoscia della modernità deriva anche da questo: dalla consapevolezza, o più spesso dalla semplice intuizione, che fermarsi è impossibile, che il riposo è mortifero, che la contemplazione è il trabocchetto mediante il quale un oscuro potere, più grande di noi, cerca di perderci, di annientarci. Proprio perché l’uomo moderno ha smarrito la prospettiva dell’eterno, proprio perché vive immerso nel tempo, dolorosamente e senza speranza di redenzione da esso, il tempo è divenuto sì, la promessa di beni e piaceri immediati, che sono alla sua portata e che egli deve cogliere, disprezzando ogni indugio e ogni scrupolo riguardo alla loro liceità, ma anche, inevitabilmente, la sua camera della tortura, il suo supplizio, la sua inesauribile fonte d’angoscia, perché, mano a mano che lo vede consumarsi ed esaurirsi, il suo intero essere gli appare minacciato da quella catastrofe finale che è la distruzione totale e irrevocabile. Rifiutando il passato e disprezzando la tradizione, l’intellettuale moderno ha creato i presupposti per dare scacco matto a se stesso: non ha saputo elaborare una nuova visione della vita, coerente e ordinata, che conferisca a quest’ultima un significato; perciò ha dovuto assistere impotente allo scatenarsi delle forze demoniache che lui stesso ha evocato.

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Il nichilismo è divenuto il nuovo credo dell’umanità!

La gente comune, ripetiamo, è rimasta a lungo estranea a questa ribellione contro la tradizione da parte degli intellettuali. Finché la cultura è rimasta limitata alle università, alle corti e alle abbazie in piena decadenza, il male, pur essendo molto grave, non aveva ancora la possibilità di dilagare nell’intero corpo sociale. Ma quando sono apparsi gli strumenti, come la stampa e, più tardi, i mezzi di comunicazione di massa, perché la visione delle élites si potesse velocemente propagare, è stato come quando, in una calda giornata d’estate, il fuoco si accende nella prateria, e subito avvampa tra la vegetazione secca: l’avvento della società di massa, i consumi, la moda, il cinema, l’informatica e i telefonini hanno fatto il resto. Il nichilismo è divenuto il nuovo credo dell’umanità; e l’ultimo bastione della tradizione, la Chiesa cattolica, è stato infiltrato dalle forze malefiche ed è stato espugnato in men che non si dica, senza che la stragrande maggioranza dei fedeli e dello stesso clero, almeno sulle prime, se ne rendesse conto. Credevano che il pericolo fosse all’esterno, mentre la fortezza era stata già conquistata dal nemico. Non è stato un evento naturale, è stato un complotto ordito con cura e sapientemente realizzato mediante un colpo di mano che ha introdotto i nemici al vertice della Chiesa, sotto le mentite spoglie del rinnovamento, della ripresa e addirittura di una “nuova Pentecoste” (concetto già di per sé blasfemo, e che avrebbe dovuto mettere in guardia quanti erano in buona fede, nonché capaci di capire quel che stava accadendo). Attraverso il Concilio Vaticano II, la mentalità secolarizzata, liberale, laicista, scettica e agnostica, si è fatta strada sin nel cuore della liturgia, della pastorale e della dottrina: ma confezionata con tale arte, presentata in vesti così suadenti, e ornata di così belle parole – ecumenismo, dialogo interreligioso, medicina della dolcezza invece che della severità, aggiornamento, rinnovamento, dissenso dai profeti di sventura – e garantita da due papi così credibili, il bonario e sorridente Giovanni XXIII e il tormentato, ma scrupoloso Paolo VI, entrambi poi innalzati agli onori dell’altare – che non era facile, per il semplice credente, capire che quei due signori stavano mettendo la loro faccia e la loro firma per coprire il più inaudito tradimento contro la Chiesa e contro la divina Rivelazione che si sia mai verificato in milleduecento anni di storia. E con la caduta della Chiesa in mano ai suoi eterni nemici, i massoni animati da una diabolica volontà di sovversione e coordinati dal giudaismo talmudico, che aveva covato per secoli la sua vendetta contro il Vangelo di Gesù Cristo, ogni speranza di contenere la marea del nichilismo, che già aveva invaso ogni altro ambito della società, è caduta, lasciando gli uomini in balia dei loro sinistri fantasmi e dei loro demoni.

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Il nostro tumore è quella stessa cultura della dissoluzione che ci ha condotti fin qui, minando le basi della famiglia, della società e della fede in Dio; e gli agenti della metastasi sono stati gli intellettuali, o la gran maggioranza di essi. È da questi parassiti malefici che dobbiamo difenderci!

Esistono ancora delle possibilità di ripresa e di salvezza? Tutto dipende dal grado di consapevolezza del male che ci affligge e dalla fermezza con la quale, una volta compresa la malattia e le sue cause, saremo capaci di reagire. Teoricamente, finché c’è vita c’è speranza; tuttavia, se un organismo aggredito da un tumore non provvede a difendersi, la sua fine è solo questione di tempo. Il nostro tumore è quella stessa cultura della dissoluzione che ci ha condotti fin qui, minando le basi della famiglia, della società e della fede in Dio; e gli agenti della metastasi sono stati gli intellettuali, o la gran maggioranza di essi. È da questi parassiti malefici che dobbiamo difenderci. Come? Ignorandoli, così come bisogna ignorare le seduzioni del diabolico consumismo. Finché resteremo sotto l’incanto delle cose da possedere e finché ascolteremo le sirene di quegli individui malefici, i quali, spesso lautamente pagati, seguitano a diffondere tra noi la malattia, non avremo alcuna possibilità di salvezza.

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Rifiutando il passato e disprezzando la tradizione, l’intellettuale moderno e la neochiesa "modernista" hanno creato i presupposti per darsi scacco matto: vittime impotenti delle forze demoniache da loro stessi evocate!

Prima regola di sopravvivenza: eliminare i parassiti

di Francesco Lamendola 

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