ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 7 febbraio 2020

La festa degli sradicati

Fusaro: “Benigni a Sanremo ha trasformato il Cantico dei cantici in una sorta di hit parade del Gay Pride”



Roberto Benigni ieri a Sanremo ha presentato un suo, ma proprio un suo, Cantico dei cantici, che non troverete nella Bibbia.

Diego Fusaro, da par suo, commenta la performance di Benigni in questo modo: “dopo Achille Lauro, dulcis in fundo, c’è stato l’attacco più duro al cuore del cristianesimo ieri con Benigni che ha letto ed interpretato il Cantico dei cantici in una chiave postmoderna del tutto scristianizzata perchè di fatto ha trasformato il Cantico dei cantici in una sorta di canto pansessualista ed arcobaleno del “Love is love”, dove ogni tipo di unione è possibile, purché vi sia il godimento e l’amore fisico….(…) Benigni sta dicendo che per essere dei buoni cristiani si può benissimo essere consumisti erotici, pansessualisti, plusgaudenti senza contraddizione……

(Ascoltate tutto. Molto interessante!!)


E intanto il card. Gianfranco Ravasi orgogliosamente twitta:
Card. Gianfranco Ravasi tweet
Card. Gianfranco Ravasi tweet
Di Sabino Paciolla

Sanremo, Benigni copia se stesso: cachet da capogiro per monologo riciclato

L'attore protagonista della terza serata del Festival di Sanremo con il Cantico dei Cantici"Non l'ho mai fatto prima". Ma è una bugia


Ahi ahi, Roberto Benigni. L'attore è stato protagonista (con oltre mezzora di tempo a disposizione…) della terza serata del settantesimo Festival di Sanremo, portando sul palco del Teatro Ariston il "Cantico dei Cantici", un testo tratto dalla Bibbia.
Il premio Oscar ha assicurato: "Nessuno l'ha mai fatto prima in televisione". Ecco, peccato che è una bugia. E pure bella grossa. Visto che nel 2006 Sat2000 (oggi Tv2000) mandò in onda degli spezzoni di uno show dello stesso Benigni al Teatro Verdi di Terni. E sulle assi di quel palco il comico recitava proprio il "Cantico dei Cantici". Insomma, altro che novità assoluta. La "prova regina" è su Youtube, dove un utente ha pubblicato (in data 10 marzo 2012) lo spettacolo "incriminato" risalente al 13 febbraio 2006.

IL FESTIVAL DEL "REGIME"

                                    
Sanremo è diventato il festival del politicamente corretto: un gran gala di radical chic, la festa dei senza patria degli sradicati, un’occasione mediatica per imporre sempre più il modello culturale del regime liberista e globalista 
di Andrea Brizzi   
  
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Come ogni anno arriva, puntuale come le tasse, il Festival di Sanremo. Un tempo festival della canzone italiana, ormai giunto alla settantesima edizione, è diventato il festival del politicamente corretto, il gran gala dei radical chic, la festa dei senza patria, degli sradicati, un’occasione mediatica fondamentale per imporre sempre di più un modello culturale e addirittura antropologico a tutti i cittadini. Il festival del regime liberista e tecno-liquido che pesa sulla vita di ognuno.
Sanremo è sempre stato lo specchio del Paese, da un po’ è diventato lo specchio di una minoranza spregiudicata, che ha conquistato quella che Gramsci chiamava l’egemonia culturale, cosicché, in barba ai gusti e soprattutto ai pensieri del paese reale, si usa Sanremo per propagandare una visione di mondo, ovviamente quella giusta, l’unica possibile; il liberismo con tutte le sue storture. Educare le masse al globalismo, ovvero diseducarle, gettare la plebe nell’agone del capitalismo culturale, espressione più vivida di quella borghesia da salotto, che non conosce il valore storico e filosofico del limite, e guidata dal più spregiudicato consumismo, intende plasmare il mondo a sua immagine e somiglianza.

L’estetica dell’orrido, l’etica dell’autodistruzione, la profanazione programmatica dell’immagine del sacro. L’incipit di Fiorello vestito da prete che simula una messa, sta a significare come si voglia profanare la dimensione del sacro, e allo stesso tempo sacralizzare quello che è bestiale, orrido, assolutamente nichilistico. Rula Jebreal, agguerrita sostenitrice del globalismo, con le sue omelie ultra-femministe. Per non parlare del celeberrimo Achille Lauro; presunto ex-spacciatore, fece scandalo nella scorsa edizione per una canzone che, a detta dei più attenti, inneggiava alla droga. Tale individuo, si è presentato quest’anno con un mantello firmato da Gucci, salvo poi denudarsi pressoché totalmente ed esibendosi in una sottospecie di calzamaglia, scimmiottando il San Francesco di Giotto. Secondo Achille Lauro il riferimento è diretto; l’uomo si spoglia dei pregiudizi, dei modelli machisti e maschilisti. Ci si spoglia della propria identità, culturale, linguistica, di sangue, ed anche sessuale, la logica è sempre la stessa. Scrive Lauro sul suo profilo Instagram: “La stupida epoca dove si doveva ostentare di essere uomo è finita. È giunto il tempo dove ognuno può essere ciò che vuole.”. La volontà del grande capitalismo è questa, distruggere l’uomo, renderlo consumatore tecno-liquido, incapace di pensare poiché in capace di mettere la propria identità (che non deve più avere) sulla bilancia conflittuale della dialettica storica.
E la musica? Ah già, dimenticavamo la musica. Ormai non conta più, la musica in questo presunto festival della canzone, è qualcosa di accessorio, ancillare. Gli orchestrali stanno da parte, attoniti vedono sfilare un’accozzaglia di “loschi figuri”, eroi dei tempi moderni, o meglio post-moderni, che con la musica quella vera, non hanno niente a che fare.
Anche sul concetto di “artista” ci sarebbe da spendere due parole. Un artista è tale se esprime con il suo lavoro una condizione esistenziale, qualsiasi essa sia. L’arte è espressione del vivere e del sognare. Questi signori più che artisti sono artigiani del potere, in quanto con il proprio lavoro essi non immaginano mondi nuovi e diversi, ma seguono pedissequamente i modelli culturali che il sistema ci impone, divenendone anzi parte integrante.
Insomma più che essere il festival della canzone italiana, Sanremo ormai è diventato una kermesse di costume borghese, un festival del regime liberista che ci opprime, e giorno dopo giorno, cerca di distruggere non già lo stato o la famiglia, ma l’uomo nella sua accezione più ampia.
  

Sanremo, il festival del regime

 di Andrea Brizzi Pensiero Forte

Il vero Cantico dei Cantici contro le sue falsificazioni

Riprendiamo la voce del Dizionario Biblico (Roma, 1963) che il dottissimo esegeta Mons. Francesco Spadafora dedicò al Cantico dei Cantici. Proponiamo questo saggio su un testo tanto apparentemente strano a trovarsi nella Scrittura quanto in verità ricolmo di significati profondi per difendere un libro divinamente ispirato dalle distorsioni oscene cui esso è vergognosamente e di fronte a vasta platea sottoposto, e per offrire al lettore un antidoto e/o una medicina – certamente di maggior cultura rispetto ad altri canali comunicativi di pretesi intellettuali laici quanto “ecclesiastici” – contro il veleno e le menzogne che vengono propinate.

Francisco Martínez, Cristo guida soavemente il cuore di un’anima tra le seduzioni del mondo, 1732, Collezione Daniel Liebsohn, Città del Messico

Nell’indice dei libri sacri, la Cantica è il 50 dei sette libri didattici; nella Bibbia ebraica, è il primo dei 5 opuscoli chiamati Meghilloth o rotoli; e si legge nelle sinagoghe nell’ottavo giorno di Pasqua. Ordinariamente è chiamato il Cantico dei Cantici traduzione servile dall’ebraico sir hassirim che è un modo di esprimere il superlativo (cf. Ex. 26, 34; Apoc. 19, 16): il cantico per eccellenza, o ancor meglio: la Cantica (già Origene, PG 13, 37).
«Ci si presenta nella forma di un poemetto tra lirico e drammatico, nel colorito di un idillio, nel tenore di un canto amoroso; tutte qualità che gli danno un posto speciale nel canone delle Scritture, come per bellezze letterarie è da porre fra le più pregevoli pagine di poesia ebraica» (A. Vaccari).
La Cantica celebra la risorta teocrazia, la rinnovata alleanza tra Iahweh e il “resto” israelita, ritornato dall’esilio. «L’azione della C. è una parabola e un contrasto; una parabola di fondo idilliaco, un contrasto fra le due vite, fra due amori. Una semplice pastorella ama di tenero e intenso affetto un giovane pastore … dal quale è cordialmente riamata … Il mutuo affetto è cementato dal comune trasporto per la innocente vita dei campi, per l’incanto della vergine natura, fra cui sono cresciuti insieme. È l’idillio. A questa semplice vita, a questo puro affetto, fa contrasto la città con le sue agiatezze, la corte con le sue seduzioni, un re potente (simboleggiato qua e là in Salomone, il più ricco e il più fastoso re che abbia conosciuto la storia d’Israele), il quale vorrebbe trarre la giovane pastorella all’amor suo, all’onore di essere sua consorte. Ma la generosa pastorella rifiuta sdegnosamente le offerte del ricco monarca, e si contenta della semplice vita dei campi per rimanere eternamente fedele al suo pastore, il solo oggetto del suo casto amore» (A. Vaccari).
Sono sei scene.
I. Anela all’amplesso (1, 2-14); il primo incontro (l, 15-2, 7).
II. Alla campagna (2, 8-17); ricerca notturna (3, 1-5).
III. Salomone in tutto il suo splendore (3, 6-11). Ritratto della sposa (4, 1-6). Il mistico giardino (4, 7-5, 1).
IV. Visita notturna (5, 2-9). Ritratto dello sposo (5, 10-6, 3).
V. Nuove lodi della sposa (6, 4-7, 1); gara di carezze (7, 2-10); amore irremovibile (7, 11-8, 4).
VI. Trionfo dell’amore (8, 5-7). Reminiscenze (8, 8-14). (Divisione e titoli del P. A. Vaccari).
«Tutto ciò adombra l’anima d’Israele posta a cimento tra la fedeltà all’austera sua religione e gli smaglianti splendori della civiltà pagana». È la fedeltà della rinata teocrazia al Dio dei padri, al Dio dell’alleanza del Sinai. il “resto” che ha vissuto nello splendido e possente impero dei Caldei, dove la solennità del culto era pari alla sontuosità dei santuari, ha visto il fascino della superiore civiltà neo-babilonese, conservando il suo amore a Iahweh; ed è ritornato tra i colli aviti, dove il mutuo affetto può finalmente manifestarsi e nutrirsi sicuro. La Cantica celebra il risorto Israele; ecco perché non fa alcun accenno ad infedeltà di sorta (cf. Buzy, p. 292); nessun’ombra viene a turbare il quadro. I profeti che pure han celebrato l’idillio dei 40 anni del deserto, han sempre lamentato le infedeltà d’Israele, che non mancarono neppure in quel periodo complessivamente aureo (cf. Ez. 20, 13). Qui, invece, la Cantica può cantare senza riserva alcuna, la fedeltà del rinato Israele al suo Dio; in realtà, qualsiasi traccia di idolatria scompare dopo l’esilio.
Il recente commento del Buzy così s’esprime circa il tempo in cui la C. fu composta. «Se è vero che un’opera reca sempre le tracce e l’impronta del suo tempo, il carattere ottimista della Cantica (Ricciotti, p. 163) si accorderebbe spontaneamente col fervore religioso che valsero alla comunità le riforme di Neemia e di Esdra, come con la pace politica di cui
godette la Palestina durante tutto il IV sec. fino alla rovina del regno persiano sotto i colpi di Alessandro (330 a. C.). Questo IV sec. fervente e tranquillo, che parla un ebraico aramaizzante, ci sembra, con Dussaud, Tobac, Ricciotti, il secolo letterario della Cantica».
In realtà, il titolo (1, 1) che attribuisce la Cantica a Salomone, è un semplice artificio letterario (pseudonimia); e d’altronde non è neppure sicuro se è originale; manca nella Volgata. Più che gli aramaismi, che non sono mai decisivi, vale l’argomento dell’allegoria stessa qui sviluppata, la mancanza di qualsiasi accenno ad infedeltà di Israele. L’uso di raffigurare l’alleanza fra Dio e il suo popolo, i relativi diritti e doveri col vincolo coniugale ben può dirsi spiccatamente della letteratura profetica (Is. 54, 5 s.; 62, 4 s.; Ier. 2, 2; Ez. 16, 8-14; Os 2, 16-20 ecc.), che la derivò probabilmente dalla stessa carta dell’alleanza, il decalogo: Ex. 20, 5 «Io sono un Dio geloso», dove il termine ebraico (qanna’) esprime il sentimento di gelosia dello sposo verso la propria sposa. La stessa idea è implicita nella frequentissima locuzione profetica che alla infedeltà verso Dio dà il nome di adulterio.
Altra immagine dei libri profetici : Dio – pastore, Israele-suo gregge (Ier. 31, 10; Ez. 34; Zach. 11, 7).
«Anche nel Nuovo Testamento un simile linguaggio (oltre all’immagine del Buon Pastore: Lc. 15, 4 ss.; Io. 10) adoperarono il Battista (Io. 3, 29), l’evangelista s. Giovanni (Apoc. 21, 9), s. Paolo (2Cor 11, 2) e Gesù stesso (Mt. 9, 15), chiamandosi sposo e paragonando la sua presenza sulla terra alle feste nuziali. Perciò l’interpretazione allegorica o parabolica della Cantica (sostenuta già dall’esegesi giudaica e – sostanzialmente – dalla maggior parte degli esegeti cattolici) non è arbitraria» (Vaccari), ma fondata nella letteratura profetica. Anzi in Is. 5, 1 abbiamo un’allegoria, o meglio una parabola, espressamente per tale riconosciuta e spiegata, che ha col nostro poemetto parecchie analogie; Dio è chiamato “il mio diletto”, come spesso nella Cantica (30 volte); Israele è raffigurato in una vigna, come nella Cantica (1, 6; 8, 11 ss.); s’intitola cantica appunto come il nostro poema. Eppure forse nessun libro del Vecchio Testamento presenta tanta diversità di interpretazioni come la Cantica Si veda Buzy, pp. 286-96. Del tutto opposta all’interpretazione allegorica è la letterale che considera la Cantica come un canto o un dramma profano: buon numero dei moderni razionalisti. Il V Concilio ecumenico condannò Teodoro di Mopsuestia che avanzava una simile ipotesi. In realtà mai sarebbe entrato tra i libri divinamente ispirati, un poemetto erotico, profano. Mentre nessun dubbio sorse mai sull’origine divina della Cantica, né tra i Giudei, né tra i cristiani; lo stesso Teodoro di Mopsuestia non la negò (A. Vaccari, Inst. Bibl., p. 30 in nota).
I commentatori cattolici che riconoscono nella Cantica l’unione di Iahweh e d’Israele, hanno esteso questa allegoria applicandola a Gesù e alla Chiesa; a Gesù e a ciascuna anima fedele; in modo particolare alla Vergine SS. (da Ippolito, Origene a s. Bernardo ecc.). È difficile parlare di senso tipico o spirituale. Il Buzy (p. 295) ritiene si tratti di senso comprensivo. Forse è molto più esatto fermarsi ad una riuscita e pia accomodazione o applicazione. La Cantica va spiegata alla luce dell’ambiente in cui sorse e sulla base della letteratura profetica cui si ispira. Quanto ai dettagli, si tenga presente il genere letterario: la Cantica è un’allegoria con molti elementi parabolici tratti cioè dalla vita reale, e messi qui a solo scopo di ornamento e di effetto drammatico, senza il minimo significato metaforico.
Questi diversi quadri o scene non hanno che una portata o un significato d’insieme. Se talora i paragoni non soddisfano il nostro gusto classico, «il linguaggio però è sempre sì elevato, sì nobile, che non ha mai nulla del sensuale, e non può offendere se non le anime già corrotte. La Cantica è un dramma? una lirica? È un po’ tutto questo; ma nulla che risponda esattamente alle nostre categorie letterarie. È un dialogo lirico accompagnato da qualche movimento drammatico»: (A. Vaccari). Non è facile stabilire i versi della Cantica; e addirittura impossibile sembra disporli in strofe, senza maltrattare il testo ebraico. Si può ritenere in genere che ciascun verso consti di due stichi: il 1° di tre e il 2° di due accenti. Il Buzy (p. 286) sospetta non siano autentici, sebbene ispirati, i seguenti vv.: 2, 15 ss.; 3, 6-11; 4, 6; 8, 8-14; essi si svelerebbero come elementi avventizi e secondari. Il testo ebraico, in genere è ottimo; solo in pochissimi casi dubbio o corrotto. La Volgata, tra le versioni è la migliore. Quella greca (LXX) è servile: spesso non ha colto il senso. Molto numerosi i commenti: i principali sono elencati in Hopfl-Miller-Metzinger, Introd. V. T., 5a ed., Roma 1946, p. 356 ss. In Italia la migliore versione è quella del P. A. Vaccari, con l’introduzione sopra spesso citata.

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