ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 28 marzo 2020

Ma Gesù ci sveglia?

LA PREGHIERA DEL PAPA
«Il mare è agitato, Signore ti imploriamo: svegliati»
La preghiera del Papa sotto la pioggia in una San Pietro vuota e buia riflette i sentimenti del mondo e dell'Italia nella crisi da Coronavirus: «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante». Viviamo come i discepoli sfiduciati sulla barca in tempesta. «Il nostro errore, illuderci di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ma Gesù si sveglia».




Il freddo e la pioggia hanno reso ancora più triste il diciottesimo giorno di lockdown per piazza San Pietro, uno dei luoghi più visitati al mondo da secoli. Alle 18, quello che ormai da quasi un mese è per gli italiani l'orario dello sconforto scaturito dalla lettura, con morti e contagiati, del bollettino giornaliero della Protezione civile sull'epidemia, il Papa ha fatto la sua comparsa al centro del sagrato per portare speranza ai fedeli in collegamento da tutto il mondo tramite tv, radio e streaming.

Francesco ha guidato il momento di preghiera e di adorazione proclamato domenica scorsa per chiedere al Signore di liberare l'umanità dall'epidemia. Accanto a lui, sulla postazione mobile al centro del sagrato, soltanto monsignor Guido Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie mentre in fondo alla piazza, all'inizio di via della Conciliazione, si intravedevano le poche figure di vigili e militari in servizio e qualche fotografo e giornalista sotto l'ombrello. L'evento si è aperto con la lettura della Parola di Dio dal Vangelo secondo Marco.

Dal commento del brano evangelico, che vede i discepoli avere paura della tempesta e Gesù che, calmando il mare, li rimprovera per non aver avuto fede in Lui, il papa è partito per la sua omelia. Facendo una comparazione con i tempi difficili che sta vivendo oggigiorno l'umanità, Francesco ha evidenziato che anche noi "siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa" e "ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda". "Da settimane - ha detto il pontefice - sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio".

Commentando l'episodio tratto dal Vangelo di Marco, sul comportamento dei discepoli che si lamentano con il Maestro e si sentono abbandonati, il Santo Padre ha osservato: "Pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro". Questo, ha proseguito il Papa nella sua omelia, avrà scosso anche Gesù "perché a nessuno più che a Lui importa di noi" e "infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati". A suo parere, questo brano mette in luce come "la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità". 

Come accade oggi all'umanità con l'epidemia che fatto cadere "abitudini apparentemente 'salvatrici', incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità".  Un passaggio con il quale Francesco ha voluto ricordare le principali vittime del flagello che sta piegando il mondo e l'Italia in particolare: gli anziani, da lui sempre considerati "radici e memoria di un popolo". L'errore degli uomini, secondo l'omelia del papa, è stato quello di illudersi di "rimanere sempre sani in un mondo malato".

"Ora - ha aggiunto - mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: 'Svegliati Signore!'". E' necessario, secondo il pontefice, tornare a Lui e ritrovare in Lui il cuore della nostra vita: "Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri", ha affermato nell'omelia. Il papa è poi passato ad elogiare il servizio offerto da chi è in prima linea in questo momento di grande difficoltà, quegli eroi che lontani dalle "grandi passerelle dell'ultimo show" stanno scrivendo "gli avvenimenti decisivi della nostra storia": e quindi "medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo". "Non siamo autosufficienti - ha ricordato Francesco - da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle". 

Da qui, l'appello a far salire "Gesù nelle barche delle nostre vite" e a consegnare a Lui "le nostre paure, perché le vinca". "Come i discepoli - ha detto il papa ritornando al brano tratto da Marco - sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai". In Lui troviamo un'ancora: "nella sua croce siamo stati salvati". In Lui troviamo un timone: "Nella sua croce siamo stati riscattati". Ed una speranza: "Nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore".

L'omelia si è conclusa con l'affidamento di tutti i fedeli al Signore per l'intercessione della Madonna,"salute del suo popolo, stella del mare in tempesta". Francesco, accompagnato da monsignor Marini, si è poi diretto all'ingresso al cancello centrale della Basilica per raccogliersi in preghiera davanti all'icona della Salus Populi Romani e al Crocifisso di San Marcello - che ha baciato - ritenuto miracoloso in occasione della peste del XVI secolo. Recatosi nell'atrio della Basilica, ai piedi dell'altare lì collocato, il pontefice si è raccolto in preghiera per un momento di adorazione eucaristica davanti al Santissimo Sacramento e da qui ha elevato la supplica.

Assistito da padre Bruno Silvestrini, custode del Sacrario Apostolico, Francesco ha esposto il Santissimo Sacramento all'esterno, verso la piazza vuota, alzando la pisside simbolicamente verso i quattro angoli del mondo. Il momento di preghiera si è concluso con il rito della Benedizione Eucaristica “Urbi et Orbi”, con annessa la possibilità di indulgenza plenaria per i fedeli in collegamento a condizione di adempiere la confessione sacramentale, la comunione eucaristica e la preghiera secondo le intenzioni del Papa non appena sarà loro possibile, come ricordato anche dal recente decreto della Penitenzieria apostolica.

Nico Spuntoni

- IL PRETESTO DEGLI ANZIANI FRAGILI di Benedetta Frigerio
- IL SINDACO VA A MESSA: DENUNCIATO di Andrea Zambrano
- L'ABBRACCIO MORTALE DI RUSSI E CINESI di Romano l'Osservatore
- RICCIARDI E L'OMS: CONFUSIONE MEDIATICA di Paolo Gulisano
- DOSSIER CORONAVIRUS


https://lanuovabq.it/it/il-mare-e-agitato-signore-ti-imploriamo-svegliati

Chiose e postille di padre Giocondo / 13

Il foglio mancante
Caro dottor Valli, ho una notizia bomba per il suo blog Duc in altum.
Lei avrà sicuramente seguito, ieri sera, a partire dalle ore 18, la catechesi che papa Bergoglio ha letto in una piazza san Pietro vuota e spettrale, catechesi seguita poi da un tempo di adorazione, e dalla benedizione eucaristica urbi et orbi con tanto di indulgenza plenaria annessa.
Ebbene, lei deve sapere che il pontefice, in quella occasione, non ha letto tutta la catechesi così come gli era stata preparata, ma ha saltato la pagina finale.
Infatti, due ore prima dell’inizio della diretta, i suoi collaboratori gli hanno sottoposto il testo da leggere, per una verifica sui contenuti e la forma. Lui ha scorso velocemente il tutto senza particolari reazioni emotive, finché è arrivato in fondo: e qui si è corrucciato, ha scosso la testa e ha sbottato: «No, quest’ultima pagina no!».
Ciò detto, egli ha preso quel foglio, lo ha accartocciato ben bene, e lo ha gettato nel cestino del suo studio. E quel foglio accartocciato, caro Valli – lei forse non lo crederà –, alla fine, per vie traverse che non le sto qui a svelare, è giunto nelle mie mani.
Ecco il suo contenuto, parola per parola.
«Fratelli e sorelle, la riflessione che abbiamo fatto finora sulla traversata del lago in tempesta è rivolta essenzialmente alla società in generale: la crisi del coronavirus obbliga tutti e ciascuno a rivedere sia la mentalità che i comportamenti.
Ma questa crisi interpella anche la Chiesa in quanto tale, e più in particolare i pastori della Chiesa, e la mia stessa persona in quanto pastore dei pastori.
Questa piazza san Pietro così vuota e piangente mi spaventa! La basilica di san Pietro, che è alle mie spalle, così vuota e silente, mi spaventa! Le nostre chiese così vuote e desolate mi spaventano! Perché il Signore ha permesso tutto questo? Abbiamo forse sbagliato in qualche cosa? Io stesso, nel corso di questi sette anni, come pastore dei pastori, ho forse sbagliato in qualche cosa?
Fratelli e sorelle, queste sono le domande che mi pongo, davanti alla mia coscienza inquieta. E su queste domande io intendo riflettere profondamente nel corso di queste giornate di forzata inattività. E per operare un migliore discernimento, io mi impegno pubblicamente a chiedere consiglio anche al papa emerito, Benedetto XVI. Certo, nei suoi confronti, io ho mancato di rispetto qualche settimana fa, pretendendo di metterlo a tacere su una questione così importante come quella del celibato sacerdotale. Ne chiedo pubblicamente perdono a lui, a Dio e agli uomini! Non avverrà mai più! La sua parola sapiente, profonda e pacata sarà certamente in grado di evidenziare ciò che, in questi sette anni, è stato realizzato ragionando “non secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Fratelli e sorelle, termino questa catechesi facendo mie le parole che il re David disse all’angelo sterminatore che stava colpendo il popolo eletto con il flagello della peste: “Io ho peccato e ho commesso il male; costoro, il gregge, che cosa hanno fatto? Signore, Dio mio, la tua mano infierisca su di me e sul mio casato [cioè, i gesuiti], ma non colpisca il popolo!” (1Cro 21,17). Amen».
Caro Valli, io sono convinto che se questo foglio mancante fosse stato letto, sopra piazza san Pietro le nubi si sarebbero squarciate e, nel cielo già arrossato dalle luci del tramonto, sarebbe comparso come per miracolo un meraviglioso arcobaleno che avrebbe abbracciato Roma e il mondo intero, riconciliando ogni cosa con Dio.
Padre Giocondo da Mirabilandia

La preghiera del Papa dinnanzi al Crocifisso miracoloso di San Marcello in piazza San Pietro

chiese di Roma-rione Trevi - Istanti di bellezza

Il crocifisso che liberò Roma dalla peste, venerato dal Papa due domeniche fa nella chiesa di San Marcello a Roma, campeggiava con l'icona della Salus populi romani in piazza San Pietro per la preghiera contro la pandemia del coronavirus che il Papa ha recitato sul sagrato della Basilica di San Pietro alle ore 18:00 di oggi 27 marzo 2020. Il crocifisso, miracoloso,é stato portato ieri dalla chiesa nel centro di Roma dove il Pontefice si era recato lo scorso 15 marzo per invocare la fine della pandemia davanti al crocifisso che rappresenta per la città di Roma la vittoria della fede sulla peste. Il crocifisso è oggetto della venerazione dei romani da più di cinquecento anni, da quando - nel 1519 - emerse miracolosamente intatto dall'incendio che devastò la chiesa che lo ospitava. Tre anni più tardi venne portato in processione per tutti i rioni della città, gesto cui venne attribuita la cessazione dell'epidemia di peste che aveva colpito Roma.

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Il Papa, nel corso della preghiera straordinaria anti-pandemia a piazza San Pietro, esorta i fedeli: «È il tempo del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni». «È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni - solitamente dimenticate - che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia». Il Pontefice invita a non abbandonare la speranza: «Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita». «Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire a Cristo e alla Sua Chiesa dove tutti possano sentirsi chiamati . Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza».


Preghiere nell’epidemia: stiamo chiedendo la cosa giusta?

di Cajetanus
Pregate per la conversione dell’Italia, per il suo ritorno alla vera fede cattolica e non alle sue deformazioni vaticane, conciliari e post-conciliari. Pregate affinché l’Italia torni a Dio, quel Dio che dice a Mosè: «ego enim Dominus sanator tuus» (Es XV, 27), pregate che ogni cuore torni a riposare in colui che è nostro vero medico e guaritore. Pregate perché l’Italia torni al Signore Gesù, pregate perché Dio ci liberi dalla setta dei modernisti che hanno attirato la rovina sull’Italia e il divino sdegno su tutte le sue genti. Pregate affinché Roma torni all’ortodossia apostolica.
Non pregate solo che Dio ci liberi dalla malattia, memori delle parole del Signore, il quale insegna che bisogna temere chi ha potere d’uccidere l’anima e non il corpo.
Noi che abbiamo mantenuto la Tradizione e la Scrittura, torniamo a gridare dai tetti l’Evangelo del nostro pietosissimo Iddio, abbandoniamo ogni ipocrisia, ogni falsa prudenza e ogni cavillo. Se non grideremo noi, lo faranno le pietre ed ecco infatti come queste già abbiano preso a parlare: si legge sul Fatto Quotidiano che «Mai come in questa epidemia è apparsa così evidente l’eclissi della religione dalla scena pubblica. Per la prima volta dai tempi del medioevo un grande fenomeno come la peste imperversa e domina ogni spazio nell’assenza totale dei simboli religiosi. Prova più lampante della secolarizzazione e del suo spessore non poteva esserci.
Per mille anni l’Europa cristiana ha sempre osservato nei grandi momenti di catastrofe il prorompere del sentimento religioso e dei suoi apparati. Il risuonare delle litanie, chiese stipate di fedeli imploranti, strade percorse da processioni di supplici, i frati nel lazzaretto, i preti solitari nelle città silenziose ad accompagnare i morti o portare l’estrema unzione agli infermi. E nel momento in cui crollava il picco della mortalità, si innalzavano le colonne dedicate alla Madonna salvatrice dalla peste.
Nella civiltà dell’immagine l’assenza risalta. Sul palcoscenico odierno svanisce la Religione, resta padrona incontrastata la Scienza. Eroi e martiri sono medici e infermieri, il verbo è diffuso dai governanti, dai sindaci, dai governatori di regione, l’unica liturgia è la conferenza stampa serale con il suo elenco di morti, guariti, raccomandazioni da seguire. Che al personale medico venga affidata la missione di dare un’ultima benedizione ai morenti è quasi un atto di resa da parte del clero.»
Le pietre stanno iniziando a gridare, mentre noi che dovremmo gridare al posto loro ci assicuriamo tutti di obbedire all’ateismo di Stato, ci vestiamo di giuridiche ragionevolezze e garantismi, per lasciare che ci chiudano in casa, da soli, tra le tenebre del cenacolo nel Sabato Santo… e se qualcuno ci chiede testimonianza del Signore, forse, saremmo quasi pronti a dire «Non lo conosco!»
Abbandoniamo tutte queste cose. Abbandoniamo ogni umana cura – come dice l’Inno Cherubico nella Liturgia del Crisostomo – per accogliere il Re di tutte le cose, invisibilmente scortato dagli ordini angelici.

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