ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 15 aprile 2020

Suonalamessa

La teologia equivoca di padre Raniero Cantalamessa

Il francescano cade in una serie d’imprecisioni teologiche a proposito della crocifissione di Gesù e della questione del male. Tenta di dimostrare che la sofferenza umana non è l’effetto di un castigo, contro ciò che affermano, al contrario, San Tommaso e San Bonaventura.
Padre Raniero Cantalamessa, 10.04.2020
Padre Raniero Cantalamessa, 10.04.2020

Ci sono alcuni punti critici nell’omelia del francescano padre Raniero Cantalamessa, durante la celebrazione della Passione del Signore (10/04/2020). Padre Raniero cerca come può – e questo è un bene – di dimostrare l’innocenza di Dio dinnanzi al male del mondo. Ma lo fa attraverso le proprie opinioni personali, non tramite l’autorità dei santi dottori della Chiesa, né con gli strumenti della filosofia classica, tanto raccomandata da Giovanni Paolo II.

Padre Raniero cita un paio di teologi solo dopo avere spiegato perché, secondo lui, Dio non castiga l’uomo mediante flagelli e malattie. È un’opera altamente meritoria affermare che Dio non è responsabile del male e della morte, ma la spiegazione non può essere tratta da elucubrazioni personali attorno alla provvidenza.
Il predicatore è tenuto non solo ad attenersi alla dottrina cattolica ma, soprattutto quando voglia presentare delle novità, a citare per nome e cognome quel santo o quel dottore che possa sostenere quanto egli va dicendo. Se, per dimostrare qualcosa, Tommaso d’Aquino (che era San Tommaso) o Bonaventura da Bagnoregio (che era San Bonaventura) hanno infarcito le loro opere di citazioni altrui, non si vede perché non debba farlo anche Cantalamessa.

L’omelia comincia in modo ambiguo, tirando in ballo San Gregorio Magno, non per dimostrare la relazione tra Dio e il male, ma per un tentativo nascosto di giustificare l’evoluzione del dogma e della verità: «La Scrittura cresce con coloro che la leggono» («Scriptura cum legentibus crescit», “Moralia in Job”, XX, 1, 1). La massima, estrapolata dal contesto, è ripresa spesso da quelli che Romano Amerio avrebbe chiamato «novatori» o «neoterici». La si trova, ad esempio, ripetuta da Enzo Bianchi o dal gruppo di Bose.
Il fatto che il pensiero di San Gregorio Magno sia frainteso, è contenuto nella deduzione di Cantalamessa: la Scrittura – dice – «esprime significati sempre nuovi, a seconda delle domande che l’uomo porta in cuore nel leggerla». E qua c’è un primo gigantesco equivoco. Il significato della Scrittura – inaudito e già nuovo di per sé – non può mutare con il tempo e con le domande dell’uomo, a meno di non volere affermare che la verità cambia assieme alla storia. La Scrittura è già stata interpretata, nel suo significato autentico, dalla Chiesa: i teologi e i predicatori sono tenuti a conformarsi a questo significato, che scaturisce dalla Scrittura medesima, dal magistero e dal senso che ne hanno dato i santi. E, se anche ogni pericope biblica ha quattro sensi (letterale, allegorico, morale, anagogico), è da tenere nel massimo conto che essi sono già stati espressi dalla Chiesa docente e a questi è necessario attenersi per ogni ulteriore ricerca o considerazione personale.
Esprimere l’unico significato della Scrittura in una moltitudine di forme differenti, variabili con il variare della comprensione umana del testo, è del tutto lecito e lodevole, ma non equivale affatto ad affermare (come sembra invece ammettere il francescano) che la Scrittura possa avere ulteriori significati, applicati ad essa dall’esegeta di turno. Se questo avvenisse, al netto della buona intenzione, l’interpretazione della Scrittura rimarrebbe ostaggio del capriccio privato del teologo e della foga creativa.

Secondo equivoco: per comprendere la morte di Gesù Cristo, che padre Raniero indica efficacemente e correttamente come il «male oggettivamente più grande mai commesso sulla terra», è necessario guardarla non a partire dalle cause, ma dagli effetti. In particolare, Cantalamessa ritiene che «la Croce si comprende meglio dai suoi effetti, che non dalle sue cause». Si vuole, in modo subdolo, rimuovere la causa della crocifissione, che coinvolge il peccato e chi vi prese parte materialmente, per evitare ogni ostacolo al dialogo, come da consueta prassi modernista.
Anteporre gli effetti alle cause, però, è un metodo illogico, prima ancora di essere antiteologico. Ogni cosa, infatti, prima di essere causa di altri effetti è, primariamente, effetto di una causa. Se, dunque, non sono in grado di rispondere al “perché” di un fenomeno, tanto meno potrò dare una ragione delle conseguenze del fenomeno stesso.

E, da questo errore di ragione, segue a ruota il terzo grosso equivoco teologico, secondo cui gli effetti della Croce sarebbero esclusivamente buoni e positivi. Dice il francescano: «la Croce di Cristo ha cambiato il senso del dolore e della sofferenza umana, di ogni sofferenza, fisica e morale», per cui «essa non è più un castigo, una maledizione». No, la Croce non ha «cambiato» il senso della sofferenza umana, ma lo ha «compiuto». Lo stesso Cristo insegna che non è venuto a cambiare la Legge, ma a darle compimento (cf. Mt 5, 17). La misericordia non annulla la giustizia.
Aristotele aiuta di molto a capire l’intera questione. Non solo la causa precede l’effetto, ma – fatto ancora più importante – a monte di ogni effetto non c’è una, ma quattro cause distinte: causa materiale, causa formale, causa efficiente e causa finale. Così anche la Croce è l’effetto di quattro cause: due inferiori e incompiute, due superiori e compiute.
È semplice, dunque, per via della Rivelazione, individuare tutte e quattro le cause della passione e morte di nostro Signore, confermate dalla successiva resurrezione. Gesù patì e morì per i nostri peccati e per mano di chi materialmente lo crocifisse (causa materiale). Gesù patì e morì per il giusto castigo dei peccati, che volle prendere su di sé (causa formale). Gesù patì e morì perché Dio lo permise e perché l’empio lo realizzò (causa efficiente). Gesù patì e morì per via della misericordia e perché tutti gli uomini fossero salvi (causa finale).

Come si può facilmente dedurre, le cause relative alla giustizia e al castigo sono le inferiori e incompiute (ma non cambiate o sostituite, come vorrebbe Cantalamessa). Le cause superiori e compiute sono invece espressione della misericordia che, assieme alla giustizia, costituiscono l’unicum dell’amore.
Le cause superiori, quindi, includono e compiono le inferiori, ma non le annullano: per questo il cuore e la mente dell’uomo devono essere rivolte alla causa efficiente e a quella finale, più che alla materiale e formale. Affermare – così come afferma padre Raniero – che Dio non castiga è ambiguo, anche se non è sbagliato in assoluto. Non si tiene conto, inoltre, che la misericordia o il castigo permangono anche dopo la risurrezione, tanto di Cristo, quanto degli uomini, i quali risorgeranno per la fiamma gloriosa dell’amore (paradiso) o per la fiamma punitrice del rigore (inferno).

È, quanto esposto, dottrina della Chiesa? Vediamo cosa dicono nel merito i dottori della Chiesa scolastici.
La pena o castigo – scrive san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiæ (IIa-IIæ, q. 108) – può essere considerata sotto l’aspetto della «punizione» o sotto quello della «medicina». La punizione è il salario del peccato volontario, mentre è medicina «non solo per guarire dai peccati già commessi, ma per preservare dai peccati futuri, e per spingere al bene». È da notare che anche all’innocente può essere associata una pena: difatti «uno può essere castigato anche senza colpa», scrive il Dottore. Non senza, però, «una causa» – aggiunge – e danneggiando solo i «beni materiali». Accade allora che il dolore e la morte fisica colpisca innocenti e peccatori, nei modi e nei tempi che solo Dio conosce.
San Tommaso, cioè, afferma che Dio castiga nella vita temporale e in quella eterna. Nella vita temporale castiga tutti, colpevoli e innocenti, per ottenerne il pentimento o la perseveranza nel bene, per punire o per medicare. Nella vita eterna, invece, Dio punisce solo i dannati, nei loro «beni spirituali» e premia i giusti e i penitenti, dando loro la salvezza.

Nel senso degli argomenti offerti dall’Angelico, va dunque inquadrato lo scandalo della sofferenza e della morte dell’innocente. Può accadere, persino, che la «vendetta» divina raggiunga «pure chi è nell’ignoranza» o si eserciti «anche contro le colpe involontarie». I bambini dei Sodomiti – spiega san Tommaso – «sebbene fossero nell’ignoranza invincibile, perirono insieme ai loro genitori, come si legge nella Scrittura». Questo avvenne non perché Dio sia un sadico, o perché si rallegri della sofferenza umana, ma in vista di un bene maggiore, usando la pena come medicina e permettendo unicamente la devastazione dei «beni materiali».
Nella sua misericordiosa Provvidenza, Dio dispone gli accadimenti affinché l’innocente sia santificato, nonostante mezzi che all’uomo possono apparire scandalosi. L’intervento di Dio, in ogni caso, non va visto sempre come diretto, ma spesso è indiretto, poiché Egli permette il male per mezzo dell’azione dei demoni e degli uomini malvagi.

Notevole è anche la riflessione di san Bonaventura da Bagnoregio, Dottore Serafico della Chiesa. Nel Commentarius in Evangelium S. Ioannis, afferma che se è vero – come è vero – che ad ogni peccato corrisponde una pena, non è sempre vero che ad ogni pena corrisponda un peccato (c. IX).
Qua il Dottore interpreta il celebre passo del cieco nato: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio […]» (Gv 9, 2-3). Eppure, san Bonaventura mette subito in chiaro che il Gesù del cieco nato è quello stesso Gesù che aveva detto al malato di Betesda: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio» (Gv 5, 14). Perché allora Gesù ha parole tanto diverse per il cieco nato e per il malato di Betesda? Come risponde il santo di Bagnoregio a questa apparente contraddizione?

Innanzi tutto egli commenta la frase dei discepoli: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Essi – scrive Bonaventura – supponendo che «la sapienza divina non infligge una pena senza colpa, chiedono in che consistesse tale colpa». E, in effetti, i discepoli «avevano capito bene, ma ora ponevano male la domanda», seppure pertinente: Dio commina davvero la pena ai peccatori.
San Bonaventura osserva che «la punizione del peccato può avvenire in due modi: uno temporale, l’altro eterno». Dio, cioè, castiga il peccatore in questa vita e nell’altra. E ancora, ogni male che Dio permette ha due cause: «c’è una causa sine qua non [senza la quale non c’è l’effetto], quando ogni pena ha nella colpa la sua causa, dimodoché, se non ci fosse colpa, non ci sarebbe pena alcuna».
Ma «c’è anche una causa meritoria, per cui non ogni pena è prodotta da una colpa; e di questo caso parla il Signore», nella vicenda del cieco nato. Anzi – chiarisce Bonaventura – ci sono vari motivi per cui Dio infligge le pene: «Talvolta le pene vengono inflitte per il peccato commesso» (malato di Betesda); «altre volte per provare la virtù e renderla manifesta» (Giobbe, Tobia); «altre volte ancora per conservare la virtù» (Satana che schiaffeggia san Paolo); «altre volte per decisione del divino consiglio» (passione e morte di Cristo); «altre ancora perché sia manifestata la divina potenza» (il cieco nato).

Lentamente, quindi, dietro il castigo, si scorge sempre più netta l’immagine di un Dio Padre misericordioso. Quanto alle pene che coinvolgono più persone, le cause possono essere molteplici: per Sodoma il peccato attuale, per la morte fisica di tutti il peccato originale. Quanto ai terremoti, o agli altri disastri naturali, resta il mistero, perché c’è di mezzo la sofferenza dell’innocente. A meno che, però, un santo non ne chiarisca la causa, per illuminazione divina, come ad esempio sant’Annibale Maria di Francia che, dopo il terremoto di Messina nel 1908, chiamò il popolo a conversione. In ogni caso, in assenza di una tale illuminazione, l’uomo dovrebbe forse astenersi dal motivare le cause dei cataclismi.
Il magistero è comunque concorde su quello che si può conoscere della Provvidenza. Paolo VI, ad esempio, in Indulgentiarum doctrina (1967) insegna che «è dottrina divinamente rivelata che i peccati comportino pene infinite dalla santità e giustizia di Dio, da scontarsi sia in questa terra, con i dolori, le miserie e le calamità di questa vita e soprattutto con la morte, sia nell’aldilà anche con il fuoco e i tormenti o con le pene purificatrici».

Ecco, dunque, come sia del tutto evidente che una questione tanto profonda come questa non possa essere liquidata con giudizi del tipo «Dio non castiga» o «Dio non punisce». Sono affermazioni grossolane, estranee al magistero e alla teologia dei santi.
Ma se proprio volessimo guardare agli effetti – secondo l’auspicio di Cantalamessa – è da ritenere come vera in assoluto la Parola di Gesù Cristo: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi» (Gv 9, 39). Una sola causa, quindi, per due effetti: uno di assoluzione e uno di condanna.
di Silvio Brachetta

“Il furto del Paradiso”

Tiziano - Gesù e il Buon Ladrone

Tiziano – Gesù e il Buon Ladrone
 Il Vangelo di Luca, che Dante definisce “il cantore della misericordia di DIO”, si sofferma sulla Crocifissione di Cristo senza sconti, senza nascondere la drammaticità della sua  fine terrena (“la più crudele e spaventosa pena di morte” ricorda Cicerone;  “la più miserabile di tutte le morti” per Giuseppe Flavio).
Ed all’interno di questo terribile quadro, Luca evidenzia come Cristo fu crocifisso tra i delinquenti del tempo, umiliato sino alla fine (per Isaia: “E’ stato annoverato fra gli empi” (Is. 53,12)). In questo contesto di fallimento umano, confermato da tutti gli evangelisti, solo Luca, racconta l’episodio del cosiddetto “Buon Ladrone” che, quasi inaspettatamente, chiede ed ottiene la salvezza da Cristo sul finire della vita.
Nei secoli, tanti sono i commentatori che hanno evidenziato come Disma (o Tito secondo gli apocrifi) sia stato ladrone sino alla fine: dopo una vita trascorsa a sottrarre, anche violentemente, i beni altrui, egli ha rubato a Cristo persino la salvezza, all’ultimo minuto, sorpassando con scaltrezza tutti gli altri giusti e santi, in attesa da secoli. Si confermano anche queste sue parole: “le prostitute ed i peccatori vi passano avanti nel Regno di Dio”.
Ed in effetti, per quello che ci è dato immaginare,  Egli è stato il primo ad accedere al Paradiso, l’unico Santo ad essere canonizzato direttamente da Cristo,  per aver solo invocato il suo nome, che per l’appunto significa “il Signore Salva”.
Ed è significativo che il Credo, nella sua forma apostolica, ci dica che Cristo, dopo la sua morte, discese agli inferi per liberare non i dannati, ma le anime dei giusti, che attendevano, da tanto, la sua venuta e la redenzione eterna.
Ma tutti sembrano essere preceduti da un ladrone, quasi a confermare la missione di Cristo (…”non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori..), quasi ad avvalorare che la salvezza piena nasce dalla Croce, quando la sofferenza non è fine a se stessa, ma è salvifica quando diventa offerta di sé a DIO, alla sua volontà (“nelle Tue mani affido il mio spirito”, il mio essere, la mia intera vita).
E sull’autore del “furto del Paradiso”, Sant’Ambrogio, in un commento al passo del Vangelo di Luca, osserva: «Disma chiese a Gesù solo che si ricordasse di lui. Nella sua umiltà si credette indegno di chiedere di più. Ma Gesù sorpassò la preghiera e gli concesse molto di più della domanda, perché Nostro Signore concede sempre più di quanto gli si chiede».
Anche S. Tommaso d’Aquino, il più grande teologo cattolico,  nell’ “Adoro Te devote” ripete la stessa domanda :«peto, quod petivit latro penitens» “chiedo quel che chiese il ladrone pentito” (cioè: ricordati di me Signore).
Persino nelle arti figurative o musicali questa figura umanissima è ricordata da tanti artisti, il più noto – in ordine di tempo – Fabrizio De Andre’, che al termine della sua amara canzone “Il testamento di Tito” (raccolta “La Buona novella”), fa dire al ladrone pentito:
«..io nel vedere quest’Uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore».
Ma a ben guardare, Gesù non si fa derubare la Salvezza, (sarebbe ingiusto verso tutti gli altri), ma sa coniugare superbamente Misericordia e Giustizia e quindi è grande nel (per) donare, nell’offrire la sua salvezza, a tutti, alle “normali condizioni” (che sussistono anche in  Disma): Il pentimento e la conversione del cuore.
Infatti il ladrone prima si pente della sua vita da peccatore, poi si converte, (addirittura cercando di far ragionare l’altro ladrone), infine si affida fiducioso a Lui: “ricordati di me…”
39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40 L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».( Lc.23, 39.43).
Quindi, nonostante la suggestività del tema, nessun furto ha compiuto Disma in quanto, come tutti coloro che sono salvati, ha riconosciuto il proprio peccato, si è pentito, si è affidato a Cristo. Quello che cambia nel suo caso è solo la brevità del tempo in cui questo pentimento è avvenuto, tanto da far parlare “di furto”.
Ma Cristo è fuori del tempo, lo supera e cerca solo la salvezza di chi si rivolge a Lui, di chi risponde alla sua chiamata. Per questo nella parabola dei lavoratori nella sua vigna tutti ricevono la stessa retribuzione, anche coloro che sono stati assunti verso la fine della giornata; a noi sembra un comportamento esagerato, una vera ingiustizia, e comprendiamo le rimostranze dei lavoratori della prima ora…
Ma Dio supera la nostra elementare concezione della giustizia, che è sostanzialmente retributiva (ti riconosco per quello che dai, ti considero per quanto hai fatto), concezione che non tiene conto della nostra imperfetta umanità, delle varie difficoltà in cui ognuno può trovarsi, o dell’iniziale svantaggio dei poveri, degli analfabeti, degli invalidi o malati, ecc.
Purtroppo, nonostante tutti i tentativi di concezioni integrative di giustizia (cd. compensativa o riparativa), non vi è chi non veda come l’ingiustizia sia diffusa nelle nostre società nelle quali l’economia e gli interessi prevalgono sul diritto ed i suoi valori. Nelle società odierne, sulla condivisibile competizione economica tra chi riesce a produrre meglio, prevale la finanza, che è divenuta più forte dell’economia reale e permette grandi speculazioni che non creano ricchezza o beneficio alla collettività, ma sottraggono parte della ricchezza prodotta, a beneficio di chi manovra capitali ingenti.
Abbiamo creato “strutture di peccato”, società e regole finanziarie che arricchiscono, sempre di più, i titolari di capitali, la cui rendita oramai è più remunerativa della stessa produzione di beni e servizi.
Suona ancor di più, in questo tipo di società perverse, il monito delle beatitudini del  Risorto ,  “…guai a voi ricchi perché avete già avuto la vostra consolazione “ (Lc 6,17.20-26 (cos’altro vi aspettate? sembra di capire).
Ma su tutto, prevale sempre la Misericordia di un Padre che attende sino all’ultimo minuto (e persino in croce), ogni  figlio disperso, sia pur ladrone, così come ogni buon genitore che non si fa condizionare dal tempo perso o dai risultati, ma soltanto dall’amore e dalla gioia di stare con ogni figlio (anzi, di solito, il buon genitore è più attento al figlio più debole…).
A questo proposito sempre S. Ambrogio osserva che, in questo caso, il vero buon ladrone è stato Cristo stesso, in quanto ha “rubato” al Nemico (ladro per eccellenza della nostra vita eterna), l’anima persa del ladrone. Addirittura la logica di Dio capovolge la nostra stessa più viva immaginazione: non solo vittima in Croce, ma addirittura “ladro”, ai danni di Satana, pur di salvarci.
Ma cosa dire di quanti restano nella più completa ignoranza o dimenticanza di questo “Dio in attesa?” (“Ecco sto alla tua porta e busso Ap.3,20).
Che ne è di quanti hanno imparato a farne a meno, credendosi autosufficienti, uomini moderni ed evoluti? (chi, come il Leopardi, ancora si accorge che: “perì l’inganno estremo ch’eterno io mi credei )?
Che ne sarà di chi si fida delle illusioni del mondo (e del suo Principe)?  Di quanti rischiano di perdersi, persino nella sofferenza o nella pandemia, non scorgendo il Cristo in Croce che li attende, sino all’ultimo respiro?  Può Dio abbandonarli, dimenticarli, dando loro minor possibilità rispetto a Disma?
In questi giorni gioiamo della Resurrezione di Cristo, ma sappiano che è tornato al Padre, lasciandoci lo Spirito Santo ed un compito immane:  ha chiamato noi (come Pietro) ad essere “pescatori di uomini”. Dio ha posto noi a sentinella di questi fratelli che non riescono nemmeno “a rubare” una salvezza a buon mercato, come Disma:
 …Io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva. Convertitevi dalla vostra condotta perversa! Io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. 8Se io dico al malvagio: «Malvagio, tu morirai», e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te9Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato”. (Ez.33,7-9).
In pace, per la Pasqua 2020.
di Gianni Silvestri

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