ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 20 maggio 2020

La saga dei vinti

Vinta dalla paura della pandemia, la Chiesa si è trasformata in una Ong




La paura di perdere la vita a causa della pandemia e l’isolamento forzato per evitare contagi avrebbero potuto essere due grandi opportunità per la nostra amata Chiesa, per far riflettere sul valore e sul senso della vita e sul valore della libertà.
Questo è un compito primario della Chiesa, come peraltro la prima enciclica di questo pontificato, Lumen Fidei, chiaramente indica. La Chiesa dovrebbe infatti imitare Cristo: «Io sto in mezzo a voi, come colui che serve» (Lc. 22, 27).

Avendolo forse fatto così discretamente, e con tale «rispetto umano» che pochi se ne sono accorti, la nostra Chiesa ha perso una grande opportunità di confortare spiritualmente chi ne aveva bisogno, rischiando anche di perdere credibilità riguardo alla sua missione soprannaturale.
L’autorità morale, in questo periodo, sembrerebbe voler comunicare all’esterno una tiepida «neutralità morale». Non è stata colta una forte ed eroica proposta di voler essere utile alla sofferenza spirituale, riaffermando in ogni modo ed occasione la verità. Non è stata notata una eroica volontà di voler cogliere questa occasione per proporre efficacemente la ricerca della conversione personale e il desiderio di Dio. Non è stato notato un grande e opportuno sforzo eroico per cercare di spiegare in queste circostanze cosa è moralmente vero o falso, moralmente giusto o ingiusto, bene o male.

In compenso si sono lasciati intendere tentativi di banalizzazione della scienza e della ragione, quando si è tentato di spiegare le cause dell’epidemia.
Certo per nostra scarsa diligenza o pregiudizi non abbiamo ben percepito indicazioni spirituali per beneficiare di questi momenti di paura e isolamento. Sono stati invece intesi auspici per una misteriosa «fratellanza» umana (senza riferimenti a Dio che la giustifichi) e sollecitazioni per un non definito dialogo interreligioso, con vaghe indicazioni di un Dio unico per tutte le religioni, accompagnato da una altrettanto vaga preghiera universale.
Ma attenzione! Questi sono i concetti fondanti di sincretismo religioso fra fedi prima inconciliabili, miranti a forme di unità religiosa al di là di dogmi di fede.

Abbiamo anche inteso l’annuncio di una proposta di «nuovo umanesimo». Nuovo perché si pensa di considerare superato l’antico umanesimo cristiano fondato sulla natura umana fatta di anima, corpo, intelletto, ferita dal peccato originale e redenta da Dio incarnato? Come si può pensare di umanizzare qualcuno o qualcosa se prima non si riconosce chi è il Creatore di ciò che è umano?
Ma c’è un fatto più misterioso che va compreso. Se la Chiesa ormai si presenta e propone come istituzione operante nel sociale, e nei fatti lascia intuire che la santa Messa, anziché «santo Sacrificio divino», è solo una «assemblea», e come tale deve essere regolata dalle disposizioni del Governo per le riunioni pubbliche. Perché lamentarsene allora?
Per queste ragioni temiamo che il maggior cambiamento post Covid possa riguardare proprio l’autorità morale.

Essa rischia infatti di essere disintermediata, non solo da ragioni pragmatiche, ma persino dal filantropismo. Il filantropismo (o carità senza verità) vorrebbe essere proprio il competitore laico della carità cristiana. Grazie alle lusinghe e all’influenza del filantropismo, l’autorità morale rischia di convertirsi in alfiere della religione universale, l’ambientalismo, destinato ad accomunare tutte le culture verso un unico valore universale.
A volte la Chiesa sembra essere stata profetica per il post Covid, avendo persino anticipato il riconoscimento di un ruolo dominante allo Stato, cercando appoggi geopolitici fuori da quelli tradizionali occidentali, lasciando immaginare fusioni fra religioni (come fossero imprese), permettendo fossero sviliti gli ostacoli a questa trasformazione (dogmi, famiglia, sovranità, tradizione …).

Fino a qualche tempo fa la Chiesa non doveva occuparsi di economia, scienze e politica, doveva limitarsi a pensare solo alle coscienze. Oggi viene imposto alla Chiesa di occuparsi di economia, scienze, politica, ma non di coscienze. E lei sembra aver accettato. E’ ineluttabile la sua disintermediazione conseguente.
Oggi, in questa situazione, la Chiesa dovrebbe ingegnarsi nel proporre e spiegare il «mistero trascendente» di quanto è accaduto e potrà accadere, non proporre soluzioni che prescindono da Cristo e illudono e basta.

La Chiesa oggi deve riaccendere e dare speranza a tutti e lo può fare dialogando, ma dialogando per fare trovare Cristo, evangelizzando, perché oggi la vera fame e sete è anzitutto di Dio. Così soltanto «andrà tutto bene», in questo mondo e nell’altro.





di
 Nicola Bux e Ettore Gotti Tedeschi



http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV3572_Bux_Gotti-Tedeschi_Chiesa_trasformata_in_Ong.html
Bestiario della pandemia – Il delatore


Alla voce “delatore” il dizionario Treccani recita così: “Chi per lucro, per vendetta personale, per servilismo verso chi comanda o per altri motivi, denuncia segretamente qualcuno presso un’autorità giudiziaria o politica, soprattutto qualora eserciti abitualmente tale attività: è stato lui il d.!; fare il d.; certi d. ricoprono l’infamia sotto colore di zelo e di patria carità (Tommaseo). Anche, con sign. più generico, chi rivela a un superiore colpe altrui o il nome del colpevole”. Ce n’è d’avanzo per far entrare in scena una figura immancabile nel bestiario di ogni totalitarismo e dunque profondamente connaturata al Nuovo Ordine Pandemico, pervasivo e intollerante come neanche un Lenin in gran vena distopica avrebbe saputo immaginare.

Chiunque abbia mantenuto un minimo di autocontrollo e di attività critica rispetto alla Vulgata Virale ne avrà colto il primo insorgere, poi percepito il circospetto diffondersi fino alla palese manifestazione in questi mesi in cui le uova di drago si sono dischiuse portando alla luce il più infido dei servi del potere. Qualunque potere.

Il delatore, portatore insano di pensiero che non pensa, diguazza persino con lampi di dignità sul limitare dell’umano, là dove la vita non è altro che controllo sociale, diramazione di direttive e verifica della loro applicazione. Osservatore delle vite degli altri, è uso a scambiare per esercizio di intelligenza il riconoscimento e la denuncia di pensiero e azioni difformi o, peggio, antagonisti: qualunque pensiero che pensi e qualunque azione che agisca.

Ognuno può vederlo all’opera nel vasto oceano pandemico e anch’io, nel mio piccolo di uomo di campagna, posso darne testimonianza. Abito in un piccolo paese della collina bergamasca che, grazie alla ferrea normativa antivirus, ha scoperto il fascino del dibattito sociale e del senso civico. Non più malta e selciato, orto e vanga, caffè corretto e bianco spruzzato. Ora, anche da noi blog locali, pagine Facebook paesane e gruppi WhatsApp di campanile sono diventati un fiorire di denunce, un germogliare di segnalazioni, un piovere di intemerate, un sorgere di richieste di intervento contro gli sciagurati che camminando da soli in aperta campagna osano abbassare la mascherina o addirittura toglierla. E che dire di quegli scriteriati che che se ne vanno per viottoli senza i regolamentari quattro metri quadrati di terreno libero al seguito? E dell’incosciente che raccoglie le ciliegie senza gli appositi guanti? Insomma, ad ascoltare il delatore, io dovrei vivere sotto una cupola di bacilli che ben presto sterminerà il paese intero: e lo si dovrà a tutti quei disgraziati privi di responsabilità che “non rispettano le regole”.

Il delatore si occupa del senso civico e della salute pubblica, due articoli che appena li vedo sul mercato cambio bancarella. Ma non è tanto la merce che tratta a preoccuparmi, quanto il significato del suo manifestarsi pubblico. La sua comparsa ufficiale e dichiarata mostra come il totalitarismo sia ormai operante e accettato di buon grado dalla maggioranza. Prima della stabile intronizzazione del regime, il delatore non osa uscire allo scoperto poiché deve avere copertura ideologica e protezione sociale, deve avere un ruolo riconosciuto dall’autorità e temuto dai cittadini. Quando si manifesta è fatta.

Per quanto si vada dotando dei mezzi che tecnologia e tecnocrazia elaborano con crescente dovizia, la sua struttura rimane sempre quella originaria. Poiché nella testa tiene un minaccioso e sibilante pensiero che non pensa, per conoscerlo bisogna guardargli nella pancia. A tale scopo non c’è anatomia più dettagliata di quella operata da Solženicyn più di mezzo secolo fa. Il delatore Pavel Nikolàevič Rusanov di Divisione cancro pare il ritratto del suo nipotino all’opera nel Nuovo Ordine Pandemico.

La particolarità che rende terribilmente attuale questo romanzo sta nel fatto che la storia è ambientata in un microcosmo dominato dalla malattia paragonabile al macrocosmo dominato dalla macchina infernale del Covid19. È interessante come il delatore, anche lì dentro, non rinunci allo status conquistato grazie alla sua attività, come fosse la sua vera natura, una nuova pelle e un nuova anima che hanno sostituito quelle banalmente umane. “Gradualmente con gli anni si erano sviluppati e in lui e in Kapitolina Matvéevna l’insofferenza per la gente brulicante, per lo stare allo stretto, per la folla. Presero in orrore il tram, il filobus, perché vi si ricevevano sempre spintoni, era facile venire offesi, vi salivano operai edili e altri, con le loro sudicie tute, e c’era il caso di vedersi sporcare il cappotto con l’olio o la calcina. Per di più, vi si era radicato un disgustoso costume familiare di darsi una pacca sulla spalla, e di passarsi il biglietto o il resto, e bisognava fare i servizievoli e passarsi sempre qualcosa di mano in mano”.

Pare una pagina scritta oggi. E, come oggi, è evidente che lo scopo immediato del delatore sia quello di sentirsi al di sopra dei propri simili e tenere nelle proprie mani una quota di potere con cui schiacciarli in qualsiasi momento. Ma sbaglierebbe chi pensasse che che il delatore nasca con un sibilante marchio nell’anima riconoscibile al primo incontro. In Tutto scorre, Vasilij Grossman osserva: “Il più terribile è ciò che v’è di buono in loro; la cosa più triste è che sono pieni di dignità, che sono gente virtuosa. Essi sono figli, padri, mariti teneri e amorosi. Gente capace di fare del bene, di avere grande successo nel lavoro. Questo appunto è il terribile: molto, molto di buono v’è in loro, nella loro stoffa umana. Chi sottoporre a processo, allora? La natura dell’uomo! È lei a generare questi cumuli di menzogna, di abiezione, di vigliaccheria, di debolezza. Ma è pur sempre lei a generare anche le cose belle, buone e pure”.

Attraverso quale meccanismo, allora, un sistema totalitario è in grado di penetrare nella natura umana pervertendola? Come ha mostrato Solženicyn in Divisione cancro, la manipolazione dell’uomo promana da qualcosa di più tremendo e più elementare che il controllo del pensiero e della ragione: è il controllo dell’istinto generato attraverso la paura della morte. È questa la risposta alla domanda di Grossman circa il permanere di dignità, sensibilità e persino virtù nel cuore del delatore, che in qualche modo sono visibili persino nel momento in cui prende il sopravvento l’istinto.

La propria sopravvivenza e non altro è il fine di ogni singolo atto di delazione. E mai questo fine si è manifestato in guisa così palese come in questi tempi di Grande Pandemia, in cui l’uomo teme solo la morte del proprio corpo, anche quando dice di credere nello spirito e nell’anima. Tempi di Grande Delazione in cui ogni delatore sarà comunque prima o poi costretto a fare i conti con la propria fine, come Rusanov allorché comprende che il cancro si fa strada nel suo corpo: “L’orrida escrescenza premeva in su, verso la mandibola, e in giù, sulla clavicola. Si affrettò a raggiungere la corsia. A che cosa pensava ancora. Chi temeva? In che sperava? Il destino era lì, fra clavicola e mandibola. La sua giustizia. Dinanzi a questa giustizia, egli non conosceva protettori, meriti o difesa”.

Alessandro Gnocchi
Maggio 19, 2020

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