ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 14 agosto 2020

Quanto prossima sia la fine del nostro mondo

L’Aborto fai da te del Ministro Speranza. Più aborti e meno spese sanitarie. 

È una calda estate questa estate 2020, un’estate appesantita dalla mascherina che scalda l’alito e accorcia il fiato. Un’estate incupita dalla crisi economica, dall’incertezza per il domani, un domani che riguarda tutti, i genitori e i figli, gli anziani e i giovani. Eppure in questo clima assolato, incerto e gravido di timori per il futuro delle aziende e delle famiglie, un Ministro della Repubblica trova il modo per occuparsi di morte invece che di vita, annunciando “le nuove linee guida, basate sull’evidenza scientifica, (che) prevedono l’interruzione volontaria della gravidanza con metodo farmacologico in day hospital e fino alla nona settimana. È un passo avanti importante nel pieno rispetto della 194 che è e resta una legge di civiltà”.

Il tono perentorio e declamatorio usato con un tweet, ha il sapore dei grandi annunci, delle grandi vittorie ideologiche. Sicuramente la sinistra italiana e le sue dependance, non avevano digerito la vittoria leghista in Umbria e il successivo atto del Presidente Donatella Tesei, che ha vietato l’uso della RU486 in day hospital, obbligando al ricovero per tre giorni.
Il limite per l’accesso all’aborto chimico è ampliato nel tempo, passa da sette a nove settimane. Alla nona settimana il feto è quasi completamente formato e persino gli occhi hanno una loro pigmentazione. Scientificamente a quell’età si passa dalla definizione di embrione a quella di feto, il nascituro mostra, anche sul piano estetico, tutte le caratteristiche proprie della specie: un piccolo uomo di 2,5 centimetri è custodito nel grembo di sua madre. Un grembo che, grazie alle menti brillanti dei giallorossi, diventa più facilmente tomba della vita umana.
Il contesto culturale è quello del diritto sacro, inviolabile, dogmatico della donna di disporre del suo corpo, come se dal momento del concepimento non vi fosse già qualcun altro. Facilitare la “liberazione” del grembo materno dal bambino, fa guadagnare tempo e denaro, meno ricoveri, risparmio sanitario, privatizzazione dell’aborto. Peccato però che l’assunzione della pillola non sia una semplificazione, nell’aborto non c’è nulla di semplice, sicuro e indolore come sostiene il ministro: “l’aborto farmacologico è sicuro. Va fatto in day ospital, nelle strutture pubbliche e private convenzionate, e le donne possono tornare a casa mezz’ora dopo avere assunto il medicinale”, insomma, un pillola, un po’ d’acqua, e via!
Il ginecologo e presidente dei medici cattolici italiani Filippo Boscia, spiega bene gli effetti della RU486: “il mifepristone si inserisce nel fine equilibrio ormonale della fisiologia femminile scombinandolo perché soprattutto nelle più giovani non sappiamo quanto sia sproporzionata la potenza del farmaco rispetto ai recettori presenti”. Il mifrepristone è un antiprogestinico, quindi inibisce l’azione del progesterone, l’ormone che garantisce la gravidanza agendo sulle strutture uterine, blocca l’azione progestinica sui recettori inibendo lo sviluppo embrionale e causando il distacco e l’eliminazione della mucosa uterina, con un processo simile a ciò che accade durante le mestruazioni. Ma non finisce qui, per completare l’azione della RU486 è necessaria l’assunzione di un altro farmaco a base di prostaglandine, che favorisce le contrazioni e l’eliminazione della mucosa e dell’embrione in poche ore. Le contrazioni possono essere più dolorose di quelle del parto e l’emorragia può durare anche settimane. Peraltro “nel 56% dei casi è visibile alla donna l’espulsione del sacco amniotico con l’embrione, in base a uno studio del British medical journal”. A questo è legato il fatto che il 43% delle donne che hanno sperimentato un aborto farmacologico chiedano, nel caso di dover nuovamente abortire, una procedura chirurgica. Il Dr. Giuseppe Noia afferma “stiamo tornando alla banalizzazione di un fatto grave consumato in una solitudine che sa di nuova clandestinità”.
La RU486, sarebbe una “conquista civile” avvenuta mentre il sole d’agosto distrae ancora di più gli italiani. L’Aborto fai da te del Ministro Speranza facilita la pratica abortiva, la deospedalizza, la privatizza e fa pure risparmiare. Il Consiglio superiore di sanità avrebbe fatto notare, malthusianamente, che grazie alla RU486 si risparmierebbero soldi per le sale operatorie e le anestesie, insomma meno bambini e più risorse finanziarie. Questo fa pensare che l’aborto chimico non sia così sicuro come si dice ma, sicuramente è molto economico. Intanto continua la marcia trionfale della denatalità, indice 1,2 bambini per coppia, e si rafforza la galoppante diminuzione della popolazione, con riverberi economici e sociali catastrofici, perché non è vero che meno siamo meglio stiamo.
L’ottimismo del ministro, su tweet, coincide con vite cancellate per sempre, senza però che sia cancellata la condizione in cui rimane la donna: un figlio perso e un grembo martoriato. Il sollievo, se così si ha il coraggio di definirlo, di aver eliminato il proprio figlio dura ben poco, forse non c’è mai. Sotto il sole cocente di agosto è stato semplificato “l’aborto una morte doppia, di una mamma e di un bambino”, una morte fai da te, vissuta individualmente, in solitudine.
Il prossimo passo? L’aggressione nei confronti degli obiettori di coscienza. Sarà certamente un’altra conquista sociale, ma non è detto! Dopo l’estate arriva l’autunno, che Kierkegaard amava perché “in autunno si guarda il cielo”, e il Cielo porta consiglio se gli uomini si faranno consigliare.
Di Martina Eunoia
https://www.vanthuanobservatory.org/ita/laborto-fai-da-te-del-ministro-speranza-piu-aborti-e-meno-spese-sanitarie-di-martina-eunoia/

RU 486: ESITO COERENTE DELLA 194 E DELL’ABORTO COME DIRITTO

Quando fu approvata la legge 194, il tenore letterale dei suoi articoli e gli intenti dei suoi promotori individuavano nell’intervento abortivo l’extrema ratio: si sarebbe proceduto a esso solo se la fase della prevenzione/dissuasione non fosse riuscita a far recedere la gestante dall’ivg grazie alla prospettazione da parte del medico o del consultorio di “concrete alternative all’aborto”.

La 194 si muoveva sui binari dell’aborto “terapeutico”, in virtù della sentenza con cui la Corte costituzionale nel 1975 aveva indicato come prioritaria la salute della donna, e a tale bene aveva conferito una accezione estesa: non assenza di patologie, ma pieno benessere fisico e psichico. La stessa articolazione delle norme del 1978 ne svela l’originaria ipocrisia; intanto perché la salute così interpretata si riteneva posta in pericolo dall’incidenza su di essa di problemi di carattere familiare, o economico, o sociale, o di lavoro. E poi perché fin dall’inizio l’evocazione della salute si mostrava un pro forma: quel che pesava – e pesa – ai fini dell’aborto è il rilascio del certificato attestante lo stato di gravidanza. Perfino se il medico o il consultorio non riconoscono nessuna delle indicazioni previste per abortire, ciò al più ha comportato – e comporta – uno slittamento di 7 giorni della consegna di quel pezzo di carta: l’esito è comunque che la gestante che ha deciso di abortire lo fa e basta.

In 42 anni la prevenzione/dissuasione non ha funzionato: il meccanismo della legge lo ha precluso, e con esso l’assenza di investimenti che conferissero concretezza alle “alternative all’aborto”. L’aborto, in spregio alla lettera della 194, è diventato da subito una prestazione a richiesta, doverosa da parte del sistema sanitario pubblico, e uno strumento per il controllo delle nascite, come attestano gli oltre 6 milioni di ivg “legali” realizzate fino a tutto il 2018: un contributo non marginale all’inverno demografico che attanaglia l’Italia.

Le nuove linee di indirizzo per l’aborto farmacologico annunciate da ministro Speranza costituiscono lo sviluppo coerente di questa prassi, non distonica dalla struttura della 194. In questi 4 decenni non vi è stata solo una diffusione ampia della pratica abortiva: vi sono state affermazioni di principio non secondarie. Quando nel 2014 la Corte costituzionale ha ammesso con la sentenza n. 138 la fecondazione artificiale di tipo eterologo, essa ha fondato tale estensione sul diritto all’autodeterminazione in ordine al figlio. Se però un ordinamento riconosce un “nuovo diritto”, quest’ultimo non è mai unidirezionale: il “diritto” al figlio può raggiungersi sia disgiungendo la genitorialità biologica da quella giuridica, sia col rifiuto del figlio indesiderato attraverso l’aborto. Voglio il figlio, e se ne ho il diritto posso ottenerlo a ogni costo, pure col seme di altri. Non voglio il figlio, devo essere posto in grado di privarmene a ogni costo e nel modo in apparenza più comodo, se del caso ingerendo una pillola.

È raro tuttavia che sul fronte della vita 1 + 1 corrisponda sempre a 2. È più frequente che ci si imbatta in imprevisti e paradossi. Così, l’aborto reso legale quale scelta necessitata per tutelare la “salute” della donna oggi si trasforma in “diritto”, a prescindere dalla salute della donna: le segnalazioni dei problemi seguenti all’assunzione del composto chimico per eliminare il feto mostrano che non è così semplice e indolore. Così, l’aborto reso legale per far sì che il sistema sociosanitario – questa era l’intenzione proclamata – si prendesse carico delle difficoltà a proseguire la gravidanza diventa strumento di ulteriore pressione sulla donna a opera del partner che rifiuta il figlio, o dei genitori di lei che non se la sentono di sostenerla, o del datore di lavoro pronto a metterla alla porta.

Ci sarebbe infine – infine? – il concepito: di cui nessuno parla. Eppure l’eliminazione massiccia di esseri piccoli e visibili inizialmente solo all’ecografo, ma non per questo meno vivi e reali, non è senza conseguenze per tutti noi: al di là dei credi religiosi e dei dogmi ideologici, dovremmo interessarci un po’ di più della loro sorte. Oltre che per loro, perché l’altro volto della apparente leggerezza pillola abortiva sono i nostri capelli sempre più bianchi, e una sclerosi sociale così diffusa che non ci rendiamo conto di quanto prossima sia la fine del nostro mondo: ad affrettare la quale scelte come quella del ministro Speranza concorrono attivamente.

alfredo mantovano
https://www.centrostudilivatino.it/ru-486-esito-coerente-della-194-e-dellaborto-come-diritto/

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