ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 4 gennaio 2021

Da Francesco si può aspettare tutto e il contrario di tutto

“Annus horribilis” per la segreteria di Stato vaticana. Ma non è finita


Su quel che resta della mitica, onnipotente segreteria di Stato il colpo di grazia è calato tra Natale e Capodanno, con il “motu proprio” di papa Francesco che le ha portato via la cassaforte con tutto ciò che conteneva, cioè buona parte di quel miliardo e 400 milioni di euro che il cardinale George Pell – nei pochi mesi in cui, all’inizio del pontificato, potè agire con il pieno mandato del papa a far pulizia – aveva scovato al di fuori dei bilanci vaticani ufficiali.


D’ora in avanti, dunque, quello che era il massimo centro di potere della curia vaticana non disporrà più né di denari né di immobili, che passano tutti all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, APSA, e sotto il controllo della segreteria per l’economia. Dell’ufficio amministrativo della segreteria di Stato sopravvivranno solo l’insegna e un paio di scrivanie, sulle quali tenere i pochi conti di casa con soldi da chiedere ogni volta a chi di dovere. Anche il fondo discrezionale che è a disposizione del papa non sarà più custodito dalla segreteria di Stato ma dall’APSA.

Rispetto a ciò che è stata all’apogeo della sua storia, dunque, la segreteria di Stato tocca oggi il punto più basso della parabola. Ma non è finita, perché nei prossimi mesi la sua reputazione e il suo potere potrebbero cadere ancora più giù.

*

Fu Paolo VI, negli anni Sessanta del secolo scorso, a conferire il massimo dei poteri alla segreteria di Stato, dalla quale lui stesso proveniva e che continuò a governare di fatto.

E fu Giovanni Paolo II, nel 1979, a nominare segretario di Stato un cardinale di prima grandezza, Agostino Casaroli, l’artefice dell’Ostpolitik al di là della cortina di ferro, ma anche l’uomo che nel 1984 riuscì a salvare la Santa Sede e l’Istituto per le Opere di Religione, IOR, dal crack del Banco Ambrosiano, con un esborso “volontario” di 250 milioni di dollari alle banche creditrici.

A Casaroli succedettero nel 1991 il cardinale Angelo Sodano e nel 2006 il cardinale Tarcisio Bertone. Con i quali l’autorevolezza della segreteria di Stato imboccò una parabola discendente talmente marcata che nel conclave del 2013 Jorge Mario Bergoglio fu eletto con la richiesta di un suo drastico ridimensionamento, nel quadro di una complessiva riforma della curia.

Il nuovo papa, infatti, cominciò col chiamare attorno a sé, come suoi consiglieri nel riformare la curia e nel governare la Chiesa universale, otto cardinali dai cinque continenti, dai quali volutamente era escluso il segretario di Stato. E creò una nuovissima segreteria per l’economia, dotata di pieni poteri e con prefetto il cardinale Pell, che già dal nome faceva presagire la sottrazione alla segreteria di Stato delle attività finanziarie.

Ma questo “incipit” fu rapidamente contraddetto dai fatti. Agli otto cardinali consiglieri papa Francesco tornò presto ad aggiungere il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato dal 31 agosto del 2013. E contro l’opera ripulitrice del cardinale Pell e del revisore dei conti Libero Milone la controffensiva fu violentissima, ad opera soprattutto dell’allora numero due della segreteria di Stato, il sostituto Giovanni Angelo Becciu, e del cardinale presidente dell’APSA, Domenico Calcagno, entrambi – in quella fase – nelle grazie del papa, inopinatamente passato dalla loro parte.

Il risultato fu che nel 2016 Francesco tolse a Pell i poteri che inizialmente gli aveva dato e cessò da lì in avanti di ricevere in udienza Milone. L’anno dopo il cardinale dovette lasciare ogni suo incarico, per rientrare in Australia incalzato da accuse di abusi sessuali alla fine riconosciute infondate – ma dopo 404 giorni di prigione –, mentre Milone fu costretto a dimettersi sulla base dell’accusa – in realtà neppure sottoposta a indagine giudiziaria – di aver voluto violare, con le sue analisi dei conti, “la vita privata di esponenti della Santa Sede”.

Respinto l’attacco e al riparo da qualsiasi controllo, la segreteria di Stato potè così proseguire nei suoi affari e malaffari, in alcuni casi – come nell’acquisto dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata, un ospedale di Roma di proprietà di un ordine religioso e finito in bancarotta – con il sostegno finanziario dell’APSA e dell’americana Papal Foundation, ancora patrocinata, all’epoca, dal cardinale Theodore McCarrick.

A operare era l’ufficio amministrativo diretto da monsignor Alberto Perlasca. Sempre, però, con la supervisione del cardinale Parolin e sotto il comando del sostituto Becciu, che a sua volta incontrava quotidianamente papa Francesco e lo teneva informato di tutto.

Francesco sapeva e approvava. Nell’estate del 2019, però, il papa passò all’improvviso dalla parte di chi avversava la maggiore delle operazioni finanziarie in corso in segreteria di Stato – dove nel frattempo il venezuelano Edgar Peña Parra era succeduto nel ruolo di sostituto a Becciu, promosso cardinale –: l’acquisto di un grande edificio in un quartiere di prestigio di Londra, al n. 60 di Sloane Avenue.

L’operazione, mal condotta tramite inaffidabili operatori esterni, era in perdita disastrosa, e per rimediare la segreteria di Stato aveva chiesto soccorso allo IOR. Dove papa Francesco aveva e ha in ruoli cruciali due uomini di sua nomina e di sua stretta obbedienza: il direttore generale Gian Franco Mammì, in passato curatore dei clienti della banca vaticana in America latina e fin da allora vicino a Bergoglio, e il “prelato” Battista Ricca, ex diplomatico di carriera richiamato a Roma a motivo delle sue intemperanze omosessuali, ma pubblicamente assolto da papa Francesco, all’inizio del suo pontificato, con la famosa frase: ”Chi sono io per giudicare?”.

Sta di fatto che lo IOR non solo rifiutò di soccorrere con un prestito la segreteria di Stato, ma giudicò scorretta l’intera operazione londinese e sporse denuncia al tribunale vaticano, coinvolgendo per omessa vigilanza anche l’Autorità di Informazione Finanziaria, AIF, allora presieduta dal finanziere svizzero René Brüelhart e diretta da Tommaso Di Ruzza, genero dell’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio.

Oggi, a più di un anno di distanza, le indagini giudiziarie vaticane appaiono ancora in alto mare e il processo è di là da venire. Ma intanto papa Francesco ha già emesso una serie di condanne a raffica, in totale suo arbitrio.

Il 1 ottobre 2019 ha fatto perquisire dalla gendarmeria pontificia gli uffici e ha sospeso dal servizio il direttore dell’AIF Di Ruzza e quattro funzionari della segreteria di Stato, tra i quali l’ex segretario di Becciu, monsignor Mauro Carlino.

Pochi giorni dopo ha licenziato il comandante della gendarmeria Domenico Giani, salvo poi confessare il 26 novembre, sul volo di ritorno del suo viaggio in Thailandia e Giappone, di aver ordinato lui, il papa, la perquisizione.

Il 18 novembre ha messo alla porta Brüelhart e ha incassato le dimissioni dall’AIF di altri due membri del consiglio direttivo, lo svizzero Marc Odendall e lo statunitense Juan Carlos Zarate, incurante, il papa, del fatto che a seguito delle perquisizioni del 1 ottobre l’Egmont Group – la rete delle “intelligence” di 164 Stati di cui la Santa Sede fa parte – aveva escluso l’AIF da questo circuito per l’avvenuta violazione di informazioni riservate.

Il 20 gennaio ha licenziato definitivamente, dopo averlo sospeso, l’ex direttore dell’AIF Di Ruzza.

Nel febbraio del 2020 ha rimosso da direttore dell’ufficio amministrativo della segreteria di Stato monsignor Perlasca, spostandolo provvisoriamente a promotore di giustizia aggiunto del supremo tribunale della segnatura apostolica.

Il 30 aprile ha tolto Perlasca anche da lì, rimandandolo nella sua diocesi di origine, Como, e ha licenziato definitivamente altri tre dei sospesi del 2 ottobre: monsignor Carlino e i due laici Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi, quest’ultimo già braccio destro di Perlasca.

Il 24 settembre, infine, ha rimosso Becciu da prefetto della congregazione per le cause dei santi e l’ha nientemeno che spogliato di tutti i suoi “diritti” di cardinale, compresa la partecipazione a un conclave.

Inutile aggiungere che a questa raffica di condanne emesse da papa Francesco non solo prima di qualsiasi processo ma senza neppure formulare alcuna accusa specifica né assicurare il minimo diritto alla difesa, si è accompagnata, in segreteria di Stato e tra gli stessi colpiti da questi provvedimenti, una guerra di tutti contro tutti, in particolare di Perlasca contro Becciu.

E il cardinale Parolin? Anche lui ai ferri corti con Becciu, non è stato sinora messo personalmente sotto accusa, ma è chiaro che la sua autorevolezza è andata in pezzi, visto il disastro negli uffici vaticani a lui sottoposti.

Che Francesco abbia già preso atto di questa perdita d’autorità di Parolin è provato almeno da un recente indizio: l’estromissione del segretario di Stato, per la prima volta, dalla commissione cardinalizia che sovrintende allo IOR, rinnovata dal papa lo scorso 21 settembre.

Ma oltre a questa vistosa espulsione, nella suddetta commissione contano anche le “new entry”, in particolare quelle di tre cardinali privi di qualsiasi competenza in materia finanziaria: il polacco Konrad Krajewski, elemosiniere apostolico, l’italiano Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, il filippino Luis Antonio Gokim Tagle, prefetto di “Propaganda Fide”.

La loro chiamata a far parte della commissione è semplicemente legata al loro essere i favoriti di Francesco.

Così come per Ricca nello IOR, anche lui del tutto digiuno di finanza.

Così come per l’arcivescovo Nunzio Galantino alla presidenza dell’APSA. Sicuramente non sono stati i suoi studi giovanili sui teologi Dietrich Bonhoeffer e Romano Guardini ma solo la sua prossimità al papa ad abilitarlo a fare dapprima il segretario della conferenza episcopale italiana – che certo non lo rimpiange – e poi addirittura a presiedere, dal 2018, quella che è la banca centrale e la cassaforte della Santa Sede.

Così come per il cardinale Kevin Farrell alla testa del neonato organismo vaticano per le “materie riservate”, cioè le operazioni finanziarie da tenere segrete. Questa sua promozione non gli è certo derivata dall’aver coabitato dal 2002 al 2006 con l’allora arcivescovo di Washington McCarrick senza mai aver avuto “alcuna ragione di sospettare” alcunché delle dissolutezze sessuali di quel suo superiore, ma dal suo essere un pupillo di Francesco.

E così come per il vescovo argentino Gustavo Óscar Zanchetta, amicissimo di Bergoglio e incredibilmente chiamato a Roma dal papa nel ruolo inedito di “assessore” dell’APSA, nonostante in patria abbia dato di sé un pessimo esempio di amministratore della sua diocesi e ora abbia in corso anche un processo per abusi sessuali con seminaristi.

Il paradosso è che con personaggi di tal fatta papa Francesco sta da qualche mese rimettendo in moto proprio quel processo di pulizia e riordino delle finanze vaticane che aveva inizialmente e per poco affidato al cardinale Pell, contraddicendone poi a lungo gli indirizzi.

Fortunatamente, va presa nota che accanto ai Ricca e Zanchetta operano oggi in Vaticano anche personalità di comprovata competenza finanziaria in precedenti ruoli d’alto livello, come il segretario dell’APSA Fabio Gasperini, il nuovo presidente dell’ASIF, Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria, Carmelo Barbagallo, il presidente dello IOR Jean-Baptiste Douville de Franssu, il revisore generale Alessandro Cassinis Righini.

Ma da Francesco si può aspettare tutto e il contrario di tutto. Se appena ci si eleva dalla gestione finanziaria a una visione più generale dell’economia, anche lì in lui trionfa la contraddizione. Lo si è visto in occasione della recente iniziativa pontificia intitolata “Economy of Francesco”, nella quale il papa, vestendo il saio del suo omonimo santo di Assisi, ha proposto al mondo “un patto per cambiare l’attuale economia”, anzi, per rovesciarla radicalmente sull’onda dei “movimenti popolari”, salvo subito dopo eleggere a proprio partner nell’impresa il “Council for Inclusive Capitalism”, cioè i magnati di Ford Foundation, Bank of America, British Petroleum, Rockefeller Foundation, e simili.

*

Tornando alla segreteria di Stato, le rimane da qui in avanti un solo terreno sul quale operare: quello della diplomazia.

Dove in questi ultimi anni non ha certo mietuto successi, visto l’esito fin qui deludente dell’accordo segreto stipulato nel 2018 con Pechino sulla nomina dei vescovi in Cina.

Ma anche in campo finanziario le sue tribolazioni non sono finite. La cassaforte le è stata sottratta, ma delle operazioni fin qui compiute dovrà ancora rispondere.

E ce n’è una che è particolarmente scottante. Riguarda quella massa ingente di denari che dalla segreteria di Stato sarebbe partita alla volta dell’Australia, prima e durante il doloroso rimpatrio del cardinale Pell.

In un primo tempo la somma trasferita era venuta allo scoperto nella misura di 800 mila euro, poi era stata quantificata in quasi 2 milioni, ma nei giorni scorsi l’Australian Transaction Reports and Analysis Centre, l'agenzia governativa che si occupa di reati finanziari, l’ha certificata in 2,3 miliardi di dollari australiani, equivalenti a un miliardo e 400 milioni di euro, trasferiti dal Vaticano all’Australia nell’arco degli ultimi sei anni, con più di 47 mila transazioni.

Il presidente della conferenza episcopale dell’Australia, l’arcivescovo di Brisbane Mark Coleridge, nell’esprimere il suo stupore per “la dimensione stupefacente dei trasferimenti”, ha asserito che di tutto ciò i vescovi australiani non hanno mai saputo nulla, né tantomeno sanno a chi quei soldi sarebbero stati devoluti, e perché.

Anche in Vaticano fonti anonime manifestano incredulità. Ma la segreteria di Stato non potrà sottrarsi al dovere di fare chiarezza. Il 2021 sarà un altro anno di triboli e spine.

Settimo Cielo

di Sandro Magister 04 gen

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2021/01/04/%e2%80%9cannus-horribilis%e2%80%9d-per-la-segreteria-di-stato-vaticana-ma-non-e-finita/

Finanze vaticane / Via la cassa alla Segreteria di Stato. Operazione pulizia o fumo negli occhi


    Il papa ha dunque deciso di togliere la cassa alla Segreteria di Stato e ha formalizzato la sua decisione con la
     lettera apostolica in forma di motu proprio firmata il 26 dicembre 2020 e resa pubblica dal Vaticano due giorni dopo.

Nel provvedimento si stabilisce che, al fine di una migliore organizzazione amministrativa e per assicurare un’opportuna vigilanza sulle attività economiche e finanziarie della Santa Sede, “la Segreteria di Stato, che pure sostiene più da vicino e direttamente l’azione del Sommo Pontefice nella sua missione e rappresenta un punto di riferimento essenziale per le attività della Curia Romana, non è opportuno che compia quelle funzioni in materia economica e finanziaria già attribuite per 

Di conseguenza, “a decorrere dal 1º gennaio 2021 la titolarità dei fondi e dei conti bancari, degli investimenti mobiliari e immobiliari, ivi incluse le partecipazioni in società e fondi di investimento, finora intestati alla Segreteria di Stato, è trasferita all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica che curerà la loro gestione e amministrazione. Essi saranno sottoposti a un controllo ad hoc da parte della Segreteria per l’Economia, che d’ora in avanti svolgerà anche la funzione di Segreteria Papale per le materie economiche e finanziarie”.

Si precisa poi che “la Segreteria di Stato trasferisce quanto prima, non oltre il 4 febbraio 2021, tutte le sue disponibilità liquide giacenti in conti correnti ad essa intestati presso l’Istituto per le Opere di Religione o in conti bancari esteri, all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica su conto bancario da questa indicato”.

Ma non basta. “A decorrere dall’esercizio 2021, le contribuzioni a qualunque titolo dovute o liberamente devolute alla Santa Sede da parte di Enti ecclesiali di qualunque tipo, ivi incluse quelle del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dell’Istituto per le Opere di Religione (…) saranno versate su un conto denominato Budget Generale della Santa Sede, gestito dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica secondo la normativa vigente, in base al bilancio preventivo approvato. I trasferimenti delle somme dal conto Budget Generale della Santa Sede all’APSA dovranno essere previamente autorizzati dal Prefetto della Segreteria per l’Economia”.

D’ora in avanti, “al pagamento delle spese ordinarie e straordinarie della Segreteria di Stato provvede l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica secondo il bilancio preventivo della medesima Segreteria”; “Tutti gli Enti di cui all’articolo 1 §1 dello Statuto del Consiglio per l’Economia, inclusi quelli finora sotto il controllo economico e finanziario della Segreteria di Stato, sono sottoposti al controllo, vigilanza e indirizzo della Segreteria per l’Economia come definito dal proprio Statuto e dalla normativa vigente, con la sola eccezione di quegli Enti per i quali il Santo Padre abbia espressamente disposto diversamente”.

Infine, “il cosiddetto Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato mantiene esclusivamente le risorse umane necessarie per effettuare le attività relative alla propria amministrazione interna, alla preparazione del proprio bilancio preventivo e consuntivo e alle altre funzioni non amministrative espletate finora”.

La Segreteria di Stato, insomma, è stata espropriata di ogni competenza e attività di tipo economico e finanziario. Un ridimensionamento in piena regola, perché è chiaro che senza la disponibilità di fondi la Segreteria di Stato perde potere, non è più l’ufficio centrale del governo, così com’era stata immaginata e voluta da Paolo VI, e viene ad assomigliare a un dicastero come gli altri.

Alla decisione del papa si è arrivati dopo le vicende che hanno portato all’estromissione del cardinale Angelo Becciu, in primis la storia del palazzo di Londra, ma i problemi erano incominciati molto prima e risalgono per lo meno alla gestione del cardinale Bertone.

In attesa di sapere se il caso Becciu sarà mai chiarito, si può cercare di capire la logica dell’intervento papale.

Nei commenti si è parlato della volontà del papa di “fare pulizia” in seguito alla vicenda dell’acquisto del palazzo londinese di Sloane Avenue. Sebbene monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, abbia dichiarato che non è stata l’inchiesta sul palazzo di Londra a rendere necessario il passaggio, il papa, nella lettera inviata al segretario di Stato Parolin, dice chiaramente che “occorre uscire al più presto” dagli investimenti operati a Londra e dal fondo Centurion, “o, almeno, disporne in maniera tale da eliminare tutti i rischi reputazionali”.

Ecco dunque che il 4 novembre, alla presenza del papa, si è tenuta una riunione con il cardinale Parolin, il sostituto della Segreteria di Stato monsignor Edgar Peña Parra, il segretario generale del Governatorato dello Stato Città del Vaticano monsignor Fernando Vérgez Alzaga, monsignor Galantino e il prefetto della Segreteria per l’economia, il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves, con il fine di costituire la Commissione di passaggio e di controllo, formata da Parolin, Galantino e Guerrero.

“Non è opportuno né necessario che la Segreteria di Stato gestisca fondi”, scrive il papa spiegando che è sua volontà “che in futuro la Segreteria di Stato trasferisca all’Apsa la gestione e l’amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare, i quali manterranno in ogni caso la propria finalità attuale”.

La Segreteria di Stato, dunque, “non dovrà amministrare né gestire patrimoni”. Ma tutto ciò è davvero funzionale alle esigenze di miglior governo e di trasparenza?

L’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato non è nato di recente. Fu voluto, come si ricordava, da Paolo VI e tra le sue principali finalità c’era quella di garantire risorse, mediante l’Obolo di san Pietro, alle nunziature della Santa Sede sparse di tutto il mondo.

Dal punto di vista amministrativo il personale diplomatico fa riferimento all’Apsa, ma al di là degli stipendi dei nunzi e dei vari addetti che fanno capo alla Santa Sede le sedi diplomatiche hanno molte spese di gestione, per esempio per il personale laico locale o le ristrutturazioni. Ed era proprio per far fronte a queste spese che interveniva la Segreteria di Stato, sulla base dei rendiconti semestrali presentati dalle nunziature.

Il fondo di riserva a disposizione della Segreteria di Stato, voluto da Paolo VI, aveva quindi una sua logica, funzionale alle esigenze della rete delle nunziature.

Stando così le cose, si vede come togliere questa disponibilità alla Segreteria di Stato per attribuirla all’Apsa non possa assicurare, di per sé, correttezza e trasparenza. Anzi, è probabile che l’operazione creerà problemi e intoppi viste le tante competenze che l’Apsa ha già. L’unico significato dell’operazione è mostrare che il papa vuole “fare pulizia”. Ma la pulizia si fa trasferendo competenze da un ufficio all’altro o mettendo a capo degli uffici persone oneste? (A proposito: all’Apsa è stato creato dal papa un ruolo apposito per monsignor Gustavo Óscar Zanchetta, il vescovo di Orano sotto processo in Argentina per molestie sessuali verso seminaristi e accusato anche di aver creato dissesti economici e di gestione).

Da non sottovalutare, poi, quanto dichiarato dall’avvocato di monsignor Mauro Carlino, ex segretario di Angelo Becciu, e cioè che il papa sapeva della trattativa per il palazzo di Londra.

L’operazione pulizia, dunque, è davvero tale o è fumo negli occhi?

Aldo Maria Valli

https://www.aldomariavalli.it/2021/01/04/finanze-vaticane-via-la-cassa-alla-segreteria-di-stato-operazione-pulizia-o-fumo-negli-occhi/?

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